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Pentecoste

Pentecoste dans immagini sacre 14%20PENTECOST

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Papa Benedetto, Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2009

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090531_pentecoste_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 31 maggio 2009

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, “forme” specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: “Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del “dono di Dio” ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.
Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.
Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.
Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!
L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.
Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!”.

Omelia Pentecoste 2012: Egli vi guiderà alla verità tutta intera

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25608.html

Omelia (27-05-2012)

mons. Gianfranco Poma

Egli vi guiderà alla verità tutta intera

Celebriamo la Pentecoste, la « regina festivitatum », come la chiama S.Giovanni Crisostomo: è, infatti, il compimento del progetto di Dio sulla creazione. La creazione è frutto dell’amore di Dio: la sua caratteristica fondamentale non può che essere la fragilità, ma è una fragilità amata. La fragilità non è il termine di tutto, ma è l’Amore: quanto più si fa grande la fragilità e tanto più grande è l’Amore. La Pentecoste è l’Amore che vince la fragilità: Dio nell’incarnazione di Gesù ha partecipato al più completo annullamento di sé, ma proprio per questo la Croce diventa la Gloria. La Croce del Figlio, espressione della sua com-passione senza limite della fragilità del creato, diventa la via attraverso la quale l’infinito Amore del Padre può entrare nella creazione e farla nuova. Giovanni narra così il momento della morte di Gesù: « Gesù disse: ?Compiuto’ e chinato il capo, donò lo Spirito » (Giov.19,30). Così, la morte di Gesù è l’inizio della irruzione dello Spirito di Dio (che è Amore), che riempie l’universo: è la Pentecoste, la vita che sorge dalla morte, l’Amore che riempie ciò che è fragile, lo Spirito di Dio che ricrea l’universo. Tutto è Amore, bellezza: libertà che si offre all’uomo, perché liberamente l’accolga e cominci a vivere non più la vita della creatura ma quella del figlio di Dio.
Così la Pentecoste è la festa del « cuore nuovo », realizzazione dell’attesa di Geremia, il profeta dell’interiorità: « Ecco, verranno giorni nei quali concluderò un’alleanza nuova con la casa di Israele e con la casa di Giuda?porrò la mia legge dentro di loro, la sciverò nel loro cuore? » (Ger.31-33) e della promessa di Ezechiele, il profeta della ri-creazione del mondo: « ?vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne? » (Ez.36,26).
Ancora una volta alcune riflessioni del giovane Montini possono farci gustare la festa che oggi viviamo. « Ciò che nelle altre feste domandavamo, per comprendere l’intenzione divina, al presepio, al Giordano, al Calvario, qui bisogna domandarlo al cuore nostro? Qui vi è anche lo scopo di questo mistero. Delle maggiori altre solennità, una ci dava l’Incarnazione, l’altra la Redenzione, questa ci dà la Santificazione: Dio con noi, Dio per noi, Dio in noi?La Pentecoste perciò che porta la Presenza soprannaturale di Dio nell’anima, dovrebbe essere meglio compresa dalla nostra pietà ed avere nelle nostre preferenze spirituali l’eccellenza che la Liturgia, riflesso fedele del dogma, le riconosce ».
Se la Pentecoste è la festa del cuore nuovo, il modo più autentico per viverla è quello di gustare la presenza interiore di Dio nel nostro cuore. Dice ancora Montini: « Ora il soprannaturale è nell’anima, sorgente di ispirazione nuova, di accenti incomunicabili, di letizia da concedersi solo agli iniziati alle sue leggi arcane. Dio viene: è l’ineffabile essere che si avvicina. Non è vero che se egli si mosse dalla sua inaccessibile sostanza verso di noi, il nome che gli conviene è « l’Amante »? E che se egli viene, il primo slancio di anima prodotto dalla sua presenza che posandosi in quella la deve aver trasfigurata, rigenerata, sarà come una simpatia, che non posso chiamare altrimenti che Amore? »
Il brano del Vangelo di Giovanni che la Liturgia della Pentecoste ci fa leggere (Giov.15,26-27; 16,12-15) è di notevole importanza per la comprensione dell’esperienza cristiana che, oggi, siamo chiamati a vivere. Certo, quando viene composto il quarto Vangelo la comunità credente è interpellata da grandi domande: Gesù è stato condannato dai capi del popolo e dai capi religiosi proprio a motivo della sua parola e dalla sua testimonianza portata sino alla morte. Gesù è un illuso, un fallito, oppure è davvero il Figlio di Dio? Ma chi può rispondere a questa domanda? E i discepoli che continuano a sentirsi tali, come lo devono considerare: come un maestro che porta a livelli altissimi gli antichi precetti morali, oppure come il Figlio che dona al mondo la vita di Dio?
Il Vangelo di Giovanni riporta i discepoli a quella sera nella quale Gesù ai discepoli tristi perché parla del suo prossimo ritorno al Padre, apre il cuore e li introduce nella intimità che lo lega al Padre, intimità nella quale la morte lo introdurrà pienamente. « Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito che procede dal Padre? » « Io vi manderò? »: Gesù con estrema chiarezza afferma che la sua morte non è la fine ma il suo personale essere nuovo nel Padre, dal quale egli manda lo Spirito che procede dal Padre. Il Vangelo di Giovanni è preoccupato di affermare anche a proposito dello Spirito la personalità divina: lo Spirito è la presenza di Dio in noi, che fa in modo che l’esperienza che Gesù offre ai suoi discepoli non si riduca alla sola psicologia o alla sola intelligenza umana.
Gesù parla di « Paraclito » e precisa « Spirito della verità »: « Paraclito » significa « chiamato a difendere », « avvocato », « consolatore », ed è lo « Spirito della verità ». E’ lui, mandato da Gesù risorto e vivo della vita del Padre, il Dio in noi, che attesta che Gesù è veramente il Figlio che rivela il volto paterno di Dio. E’ lo Spirito della verità che crea in noi la « sintonia » con Gesù, con il Figlio che non è un fallito, un illuso, ma è colui che conosce intimamente Dio e lo rivela. Il Paraclito attesta la verità di Gesù, lo difende dalla condanna del mondo ed è il « difensore di Dio »: Dio è davvero il Padre nel quale Gesù abbandona totalmente se stesso. Dio è l’infinito mistero d’Amore che incarnandosi nella fragilità del creato, lo rinnova. L’esperienza interiore dello Spirito ci fa gustare l’Amore che è Dio e ci dà la certezza che Gesù è la via vera per entrare nella pienezza della vita.
Nella seconda parte del brano che la Liturgia ci presenta (Giov.16, 12-15), Gesù afferma ancora la centralità della sua presenza nella storia: la pienezza della rivelazione di Dio è in Lui. Nella fragilità della sua carne si è riversata l’inesauribilità del mistero di Dio: Dio è nella carne ma la carne non esaurisce il mistero di Dio. Ed è ancora lo Spirito della verità che attinge dalla pienezza inesauribile del Cristo nella continua novità della storia. L’esperienza cristiana non è la relazione con il Gesù della storia, ma con il mistero del Cristo vivo, incarnato nella storia ma vivo nel Padre: l’esperienza cristiana è la vita nello Spirito che in modo sempre nuovo, rende l’umanità e il mondo intero partecipe dell’inesauribilità di Dio, che con Gesù si è reso partecipe della carne del mondo.
E questa è la Pentecoste che noi viviamo: Dio è con noi, Dio è per noi, Dio è in noi, e noi lo gustiamo. Gesù mediante lo Spirito è veramente la via che ci introduce nella pienezza del gusto della vita.

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