Archive pour le 11 mai, 2012

Icon of Holy Mother of God – Cathedral of St Gregory of Palamas, Tessaloniki

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Rimanete, non fuggite! – VI Domenica di Pasqua (Anno B)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=25405

Rimanete, non fuggite!

Wilma Chasseur 

VI Domenica di Pasqua (Anno B) (13/05/2012)

Vangelo: Gv 15,9-17  

Rimanere! Dove? Uniti alla vite, ci veniva detto domenica scorsa. Uniti alla vita, ci viene detto oggi. Solo se rimaniamo in Lui che è amore, cioè pienezza di vita, capiremo che siamo amati. Se non rimaniamo, come facciamo a capirlo? Se girovaghiamo ad anni luce di distanza come lo capiremo? Rimaniamo e, a forza di rimanere, qualcosa finiremo per capire. Un po’ per volta certo, non tutto alla volta, ma nella misura in cui cominceremo a capire, avremo sempre più voglia di rimanere.

Fermate la corsa!
Ma se ci guardiamo attorno, vediamo sempre più un fuggi-fuggi generale. Provate a chiedere « ma dove fuggite? ». Nessuno ve lo saprà dire. Si continua a correre senza sapere perché si corre e dove si va! Addirittura il tempo s’è messo a correre pure lui: non diciamo forse sempre più spesso « coi tempi che corrono »… Siamo riusciti a far correre anche il tempo, come se stando fermo non passasse lo stesso. Altro che « rimanere ». E poi ci lamentiamo che non ci sentiamo amati da Dio. Il mondo è sempre perennemente fuori di sé o meglio: fuori da sé. Per capire di essere amati dal Padre, occorre rientrare in sé, cioè rientrare in casa e RIMANERVI. Fuori non si capisce niente!
L’altro grande comandamento è di amarci come Lui ci ha amati. Comando da vertigini! Come facciamo noi ad amare come ama lui!
Che dobbiamo amare non è affatto una novità, ma amare come LUI, questo sì che è sconvolgente. Come ha amato Gesù? Perdutamente; da perdere la stessa vita.
Se vogliamo amare come Lui, dobbiamo perderci, dargli il cuore, la vita, inabissarci, scomparire affinché sia Lui ad emergere; Lui a sorgere, Lui a brillare, Lui ad illuminare chiunque si trovi sul nostro cammino (« bisogna che io diminuisca affinché Lui cresca »). Mettiamo da parte questo nostro povero io che riesce solo a fare ombra e tanto fumo e nient’altro! L’uomo vecchio deve scomparire. Allora sì che sorgerà l’alba di un mondo nuovo, non più gestito dall’uomo vecchio e non più basato sul povero modo di amare umano sempre fragile e imperfetto, traballante e incostante, ma fondato sull’amore divino « come Io vi ho amati ».

Meta vertiginosa
Certo, questa è una meta molto alta, da vertigini, ma visto che la nostra natura tende già a tirarci sempre verso il basso, dobbiamo perlomeno puntare molto in alto per restare poi appena un po’ più su del suolo!
Noi dobbiamo essere come le antenne paraboliche che riflettono una luce che viene da altrove. Non abbiamo nessuna luce propria, ma possiamo -anzi, dobbiamo- diventare puri ricettacoli della luce divina; pure scintille del suo fuoco che possono veramente illuminare ed accendere tante altre fiammelle ancora spente nella notte della disperazione, tanti cuori ancora assiderati nel gelo dell’assenza di Dio. E così tanti nostri fratelli ancora « pellegrini nella notte » troveranno quella luce e quel fuoco che Gesù è venuto a portare. « Sono venuto a portare un fuoco sulla Terra e come vorrei che fosse già acceso ». Aiutiamo il Signore ad accendere il fuoco e magari capiterà anche a noi come a San Simeone Nuovo Teologo, colpito da quel fuoco, di ritrovarci di colpo nuovi fiammanti dentro e fuori. E in più, la nostra gioia sarà piena e saremo chiamati amici e non più servi. E conosceremo anche i segreti del Padre, perché è proprio agli amici e non ai servi che si rivelano i segreti del cuore. E qui Gesù ci assicura che ci rivelerà non solo i segreti del suo cuore, ma anche quelli del Padre. Il servo non sa quel fa il padrone e tantomeno quel che pensa, ma l’amico sì. E proprio per questo la sua gioia sarà in noi e la nostra gioia sarà piena.

Omelia (13-05-2012): Dio è amore

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25509.html

Omelia (13-05-2012)

mons. Gianfranco Poma

Dio è amore

E’ questa la grande rivelazione che sta al centro dei due testi di Giovanni (1 Giov.4,7-10; Giov.15,9-17) che ci sono proposti dalla Liturgia nella domenica sesta di Pasqua. « Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Giov.4,16). « Queste parole della Prima lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo ». Il Santo Padre Benedetto XVI inizia così la sua enciclica « Deus caritas est », splendida meditazione teologica, commento ai testi di Giovanni. « Dio è amore »: il Papa, approfondendone il significato, con chiarezza afferma che si tratta del centro della fede cristiana. La Liturgia oggi ci invita a percorrere il cammino interiore della nostra esperienza di fede, spogliandoci di tante sovrastrutture e liberandoci di tante preoccupazioni che rischiano di farci perdere l’essenziale: Dio è amore. Il Papa aggiunge: « all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva ». « Dio nessuno lo ha mai visto – dice ancora Giovanni – il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha spiegato »: noi non potremmo conoscere nulla dell’infinito mistero di Dio se il Figlio che dal Padre ha ricevuto tutto e per questo è Dio, essendo intimo alla vita del Padre, lui stesso non ce lo avesse narrato. Gesù è il Figlio che conosce l’infinito amore del Padre e nella sua carne ce lo rivela: l’incontro con lui ci rende capaci di sperimetare l’Amore e di sentire che il senso della vita dell’uomo è l’amore. « Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi »: comincia così l’esplosione di meraviglia di Giovanni (1 Giov.4,16) di fronte a « quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno palpato del Verbo di Dio ». E’ un fiume in piena Giovanni per cercare di esprimere l’intensità dell’esperienza fatta nell’incontro con Gesù: è Lui che ci ha reso visibile, sperimentabile, l’invisibile; è Lui che ci ha fatto conoscere l’amore che Dio ha « in » noi; è Lui che attraverso la sua carne ci ha aperto la via perché, pure nella nostra carne, conosciamo l’amore che Dio ha in noi. « Abbiamo conosciuto e creduto l’amore »: in Lui abbiamo « creduto l’Amore ». « Credere l’Amore! » Sì, perché l’amore che è in noi rimane sempre la goccia di un infinito oceano, un infinito che si infrange in noi, che diventa fragile per non schiacciarci (e non sarebbe amore!), un amore che ci lascia liberi, che anche ci tormenta, che si nasconde, che ci scandalizza sino al punto di porre la domanda radicale: « ma dov’è l’Amore, quando accadono tagedie, di ogni tipo? Come è possibile credere l’Amore quando l’uomo arriva a vertici di durezza, crudeltà?? » Gesù ha parlato di Amore alla vigilia della sua passione, non ha illuso i suoi discepoli: Lui ha creduto l’Amore anche nel momento del grande silenzio del Padre. Una sola parola conclude la sua esistenza: « Compiuto ». Sì, « è compiuto », il motivo della sua venuta; è compiuta la discesa del Verbo, che vuol mostrare l’infinito che si annienta per essere Amore. Ma solo annientandosi diventa infinito: l’Amore solo morendo risorge. Guardando Gesù « abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi » perché impariamo a conoscere e a credere l’amore che Dio ha in noi anche nella quotidianità della nostra vita, nei suoi silenzi drammatici?nella certezza che l’ultima parola è l’Amore.
E’ il centro della fede cristiana: il nome nuovo di Dio è « Amore » e l’uomo è una goccia di amore dell’oceano infinito.
« Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui »: tutto di Gesù è Amore, in Lui l’intimità dell’amore donato e dell’amore accolto si è pienamente realizzata. Nell’incontro con Lui e nel rimanere nell’intimità con Lui, ogni persona umana trova la propria realizzazione. Nell’esperienza dell’ Amore, illuminata da Lui, trova senso anche la più drammatica delle esperienze umane.
Per questo Gesù parla di gioia: « Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena ». (Giov.15,11) Non è frequente che Gesù parli dei propri sentimenti: qui parla della sua gioia. L’esperienza dell’amore è gioia: Gesù che gusta l’amore infinito del Padre e la cui vita rimane un continuo scambio d’amore non può che essere gioioso. Il suo volto non può che essere soffuso di gioia, la « sua » gioia, quella che rimane, anzi, risplende persino sulla croce: Gesù ci ha parlato, ci ha svelato il segreto della sua gioia, perché la nostra gioia sia piena.
E Gesù comincia a delineare in modo nuovo e sorprendente la figura dei discepoli.
I suoi discepoli vivono, ogni attimo, come Lui, della volontà del Padre e rimangono nel suo Amore, anche nei momenti della più buia oscurità. (« Padre, se vuoi, passi da me questo calice, ma non la mia, ma la tua volontà si compia »)
I discepoli ascoltano la parola di Gesù: la loro esperienza non nasce dal proprio impegno morale e non è solo psicologica; nasce dall’accoglienza interiore della novità della parola di Gesù, che nella carne vive la vita del Figlio amato dal Padre, e sperimenta la gioia dell’amore. I discepoli sperimentano la « sua » gioia, una gioia « piena », che coesiste con il limite umano, con la paura, con il dolore, con il fallimento?Il volto dei discepoli è un volto gioioso, di chi gusta l’Amore che crede.
I discepoli ascoltano il comandamento di Gesù: « che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi ». Il comandamento di Gesù non è un imperativo etico affidato alle forze umane: è il dinamismo nuovo generato nell’uomo dall’accoglienza dell’amore del Padre. Chi si lascia amare dal Padre, « come » Lui, « come » Lui ama gli altri. Non si può fermare l’Amore: l’amore vicendevole è la prova della verità con la quale ci lasciamo amare dal Padre.
E Gesù aggiunge: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ». Il suo amore è la misura dell’amore vicendevole: « dare la vita », non è tanto « morire », ma vivere intensamente la propria vita offrendola, donandola vicendevolmente, per infondersi vita vicendevolmente. La circolazione del dono della vita, con il dinamismo che viene da Lui, rende i discepoli « amici » suoi.
Il nome nuovo dei discepoli di Gesù è « amici »: in comunione con Lui, sono in comunione tra loro. E’ sorprendente questo nome che viene da Lui: i suoi discepoli non li ha chiamati « cristiani », ma « amici ». L’amicizia, secondo S.Tommaso, è il vertice dell’amore, è la possibilità di essere vicendevolmente intimi dell’intimità che viene da Dio. Ed è delineata pure una stupenda immagine della sua comunità: una comunità di amici, non di schiavi, a cui egli ha rivelato tutto ciò che ha ricevuto dal Padre. Una comunità di persone libere, perché amate da Lui; non di « iniziati », che hanno segreti di mantenere, ma trasparenti della verità del Padre. Una comunità non nata da persone che hanno scelto il loro « maestro », che trovano la loro « identità » in loro ideali, che si misurano dai risultati che loro si sono proposti di ottenere: una comunità di persone chiamate e amate da Lui, che in Lui trovano la loro « identità » e che, rimanendo in Lui, sono mandate per portare al mondo l’unico frutto che conta: il suo Amore.
I suoi discepoli sono coloro, oggi siamo noi, a cui egli rivolge il suo implorante comando: « Amatevi gli uni gli altri ».

UN ROSARIO PER CHI NON HA MAI VISTO LA LUCE

http://www.zenit.org/article-30599?l=italian

UN ROSARIO PER CHI NON HA MAI VISTO LA LUCE

L’appello su Facebook della giovane madre Annarosa Rossetto a pregare per le vittime dell’aborto

di Salvatore Cernuzio

ROMA, venerdì, 11 maggio 2012 (ZENIT.org) –  Una preghiera per tutte le donne che di fronte ad una nuova vita si sentono sole e scoraggiate. Una preghiera perché la vita torni ad essere il valore primario e non un oggetto del libero arbitrio umano. Una preghiera per tutti i bambini che, per una colpa mai commessa, sono stati puniti con la più atroce delle condanne: la morte.
Animata da questi sentimenti, Annarosa Rossetto, giovane madre di quattro figli, attiva insieme al marito nella comunità cattolica di Imperia, ha lanciato un appello su Facebook, affinchè tutti i cittadini del mondo si uniscano nello spirito recitando un rosario per i non nati e la difesa della vita nascente.
« Per la cessazione dell’uccisione dei bambini non ancora nati » è l’intenzione proposta da Annarosa per questo rosario universale. Un’idea che s’ispira ad un’iniziativa della scorsa settimana negli USA, dove la parrocchia di San Michele Arcangelo nel Tennessee, aveva organizzato, nel weekend dal 4 al 6 maggio, l’evento “Un milione di rosari per i bambini non nati”, che coinvolgeva scuole e parrocchie http://www.saintmichaelthearchangelorganization.org/ “Sarebbe bello che riuscissimo a coinvolgere anche le nostre parrocchie, i movimenti di cui facciamo parte e i gruppi in cui operiamo!” ha scritto infatti Annarosa sul social network.
Le intenzioni di preghiera proposte nel rosario esprimono tutta la compassione dei cristiani per questi bambini vittime del male altrui. Ad ogni mistero della vita di Cristo viene associato, infatti, un pensiero per essi, per le famiglie e per l’umanità intera.
Nel primo mistero doloroso, ad esempio, in cui si contempla “la fiducia di Gesù nel Padre e l’abbandono a Lui nell’orto degli ulivi”, si affidano a Dio “tutte le mamme sfiduciate e disperate di fronte alle difficoltà di una nuova vita che si annuncia inaspettata”.
Nel secondo si prega per il corpo, perchè sia “puro” come quello di Gesù ferito dalla flagellazione, e che tale purezza “torni ad essere un valore apprezzato dai giovani, nelle famiglie e nella società”. Nel terzo, invece, l’intenzione per cui pregare è che “i cristiani superino ogni compromesso e s’impegnino a promuovere la cultura della vita”, con la stessa “fermezza e fedeltà” con cui Cristo “ha sopportato la sua missione”.
Nel quarto mistero, la preghiera va a tutti coloro che si sentono schiacciati dalle difficoltà, perché “accettino queste prove” allo stesso modo con cui Gesù “ha accettato la Croce per il bene di tutti”. Mentre, nel quinto perchè “ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, sia accolto, rispettato e amato come dono di Dio”.
Passando ai misteri gaudiosi, la preghiera è per “ogni mamma, che sappia dire sì alla vita che si annuncia in lei” come “Maria ha detto sì alla volontà del Padre”. Nei misteri che seguono, si ricorda la visita della Vergine alla cugina Elisabetta e, quindi, “il valore del servizio gratuito alle sorelle e ai fratelli nel bisogno”. Il pensiero è perciò rivolto a “tutti i volontari al servizio della famiglia e della vita”.
Si chiede aiuto al Signore, poi, per tutti i genitori, “perché si sentano sempre collaboratori di Dio nel dare la vita e nello sviluppo integrale dei figli” e per ogni mamma, che “sappia superare con la fiducia in Dio e l’aiuto dei fratelli ogni paura”.
Nei misteri della terza decina del Rosario – i Misteri gloriosi – contemplando la Risurrezione di Gesù e la sua vittoria sulla morte e sul peccato, l’orazione è rivolta a “tutti gli uomini”, soprattutto quelli “condizionati dal materialismo consumistico ed edonistico”, affinché “si aprano a Cristo e scoprano il senso vero della vita”.
Nei misteri successivi, si chiede, quindi, a Dio che “i cristiani accolgano sempre più l’azione dello Spirito Santo per diventare testimoni e servitori di ogni forma di vita umana” e che “ogni uomo possa amare la propria madre Maria, Regina della vita”.
Nell’ultimo mistero glorioso, si esorta a pregare per tutte quelle “vittime innocenti sacrificate nel grembo materno”: che questi piccoli martiri “siano intercessori e protettori di chi si prodighino per la vita e implorino perdono per quanti vi hanno mancato”.
Ancora una preghiera per le mamme nei misteri luminosi: che ognuna di loro “trovi chi riconosce in lei una testimone dell’amore”. Dalla contemplazione della partecipazione di Gesù e Maria alle Nozze di Cana, si snoda, poi, nel secondo mistero, l’orazione “per tutti gli sposi, perché sappiano accogliere la gioia dei figli”.
Un invito alla conversione è invece al centro della terza meditazione, soprattutto per chi si è macchiato del delitto di aborto: che “sappia chiedere perdono e riconciliarsi con Dio”. Non solo le madri, ma anche “tutti i medici e gli scienziati, perché vedano la Gloria di Dio nella persona del bambino non ancora nato”.
L’ultima preghiera del Rosario va, infine, a “tutti i padri”, perché, riflettendo sull’Eucarestia, atto di bontà del Padre che ci ha donato suo Figlio, “riconoscano nel loro bambino non ancora nato il segno dell’amore di Dio”
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Publié dans:ABORTO E PROCREAZIONE |on 11 mai, 2012 |Pas de commentaires »

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