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Madonna di Pompei

Madonna di Pompei dans immagini sacre rosary

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Publié dans:immagini sacre |on 8 mai, 2012 |1 Commentaire »

8 maggio (7 ottobre): Madonna del Rosario di Pompei

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Madonna del Rosario di Pompei

8 maggio (7 ottobre)

La devozione alla Vergine del Rosario risale al secolo XIII, quando venne fondato l’ordine dei domenicani. Furono infatti i discepoli di san Domenico a diffondere la pratica del Rosario. Vi fanno riferimento le raffigurazioni che mostrano la Vergine che dona il Rosario a san Domenico e a santa Caterina. Nuovo impulso ebbe la pia pratica nella seconda metà del Cinquecento, quando il papa Pio V proprio all’intercessione della Vergine del Rosario attribuì la vittoria della flotta cristiana contro i Turchi a Lepanto. Un terzo e definitivo slancio venne nella seconda metà dell’Ottocento quando il beato Bartolo Longo decise di edificare nella valle di Pompei una Chiesa in onore della Madonna del Rosario. La finalità religiosa dell’iniziativa si inseriva nel più ampio intento di offrire un riscatto civile e morale a popolazioni abbandonate da secoli nella loro miseria. Per questo il santuario venne completato da una vera e propria « città della carità », fatta di asili, orfanotrofi, ospizi per i figli dei carcerati. Bartolo Longo voleva elevare culturalmente e spiritualmente i contadini della valle di Pompei. Nello stesso tempo, come dice la supplica che ogni anno viene recitata in questo giorno a Pompei, la sua opera si apriva alla dimensione universale, perché tutti i cristiani, tutti gli uomini hanno bisogno della misericordia di Dio invocata attraverso Maria, madre di misericordia. «Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia».
La Madonna del Rosario ha un culto molto antico, risale all’epoca dell’istituzione dei domenicani (XIII secolo), i quali ne furono i maggiori propagatori. La devozione della recita del rosario, chiamato anche salterio, ebbe larga diffusione per la facilità con cui si poteva pregare; fu chiamato il vangelo dei poveri, che in massima parte non sapevano leggere, perché faceva in modo di poter pregare e nello stesso tempo meditare i misteri cristiani senza la necessità di leggere su un testo.
I misteri contemplati nella recita del rosario sono quindici, cinque gaudiosi, cinque dolorosi, cinque gloriosi. A questi nel 2002 Papa Giovanni Paolo II ha aggiunto i cinque misteri della Luce, che fanno meditare su alcuni momenti particolarmente significativi della vita pubblica di Gesù Cristo.
Alla protezione della Vergine del S. Rosario, fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta a Lepanto nel 1571. A seguito di ciò il papa s. Pio V (1504-1572), istituì dal 1572 la festa del S. Rosario, alla prima domenica di ottobre, che poi dal 1913 è stata spostata al 7 ottobre.
Il culto per il s. Rosario ebbe un’ulteriore diffusione dopo le apparizioni di Lourdes del 1858, dove la Vergine raccomandò la pratica di questa devozione. La Madonna del Rosario, ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del rosario; la più conosciuta è quella in cui la corona viene data a s. Caterina da Siena e a s. Domenico di Guzman, inginocchiati ai lati del trono.
Ed è uno di questi quadri che ha dato vita alla devozione tutta mariana di Pompei; a questo punto bisogna parlare dell’iniziatore di questo culto, il beato Bartolo Longo.
L’avvocato Bartolo Longo nacque a Latiano (Brindisi) il 10 febbraio 1841, di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma e alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli.
Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un celebrante dei riti.
In seguito, ebbe contatti con il dotto domenicano padre Radente, che con i suoi consigli e la sua dottrina, lo ricondusse alla fede cattolica e alle pratiche religiose.
Intanto il 12 dicembre 1864 si era laureato in Diritto, ritornò al paese natío e prese a dedicarsi ad una vita piena di carità e opere assistenziali; rinunziò al matrimonio, ricordando le parole del venerabile Emanuele Ribera redentorista: “Il Signore vuole da te grandi cose, sei destinato a compiere un’alta missione”.
Superati gli indugi, abbandonò la professione di avvocato, facendo voto di castità e ritornò a Napoli per dedicarsi in un campo più vasto alle opere di beneficenza; qui incontrò il beato padre Ludovico da Casoria e la beata Caterina Volpicelli, due figure eminenti della santità cattolica dell’800 napoletano, i quali lo consigliarono e indirizzarono ad una santa amicizia con la contessa Marianna De Fusco.
Da qui, il beato Bartolo Longo ebbe una svolta decisiva per la sua vita; divenne compagno inseparabile nelle opere caritatevoli, della contessa che era vedova, inoltre divenne istitutore dei suoi figli e amministratore dei beni. La loro convivenza diede adito a parecchi pettegolezzi, pur avendo il beneplacito dell’arcivescovo di Napoli cardinale Sanfelice; alla fine decisero di sposarsi nell’aprile 1885, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino allora.
La contessa De Fusco era proprietaria di terreni ed abitazioni nel territorio di Pompei e Bartolo Longo come amministratore si recava spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivevano i contadini sparsi nelle campagne, prese ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il rosario.
Una pia suora Maria Concetta de Litala, gli donò una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decise di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggiò il quadro per trasportarlo, su un carro, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora veniva usato come concime nei campi.
Il 13 febbraio 1876, il quadro venne esposto nella piccola chiesetta parrocchiale, da quel giorno la Madonna elargì con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumentò a tal punto che si rendeva necessario costruire una chiesa più grande.
Bartolo Longo su consiglio anche del vescovo di Nola, Formisano che era l’Ordinario del luogo, iniziò il 9 maggio 1876 la costruzione del tempio che terminò nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, venne sistemato su un trono splendido; l’immagine poi verrà anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose, benedetto da papa Leone XIII.
La costruzione venne finanziata da innumerevoli offerte di denaro, proveniente dalle tante Associazioni del Rosario, sparse in tutta Italia, in breve divenne centro di grande spiritualità come lo è tuttora, fu elevata al grado di Santuario, centro del sacramento della confessione di milioni di fedeli, che si accostano alla Santa Comunione tutto l’anno.
Il beato Bartolo Longo istituì per le opere sociali, un orfanotrofio femminile, affidandone la cura alle suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei, da lui fondate; ancora fondò l’Istituto dei Figli dei Carcerati in controtendenza alle teorie di Lombroso, secondo cui i figli dei criminali sono per istinto destinati a delinquere; chiamò a dirigerli i Fratelli delle Scuole Cristiane.
Fondò nel 1884 il periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” che ancora oggi si stampa in centinaia di migliaia di copie, diffuse in tutto il mondo; la stampa era affidata alla tipografia da lui fondata per dare un’avvenire ai suoi orfanelli; altre opere annesse sono asili, scuole, ospizi per anziani, ospedale, laboratori, casa del pellegrino.
Il santuario fu ampliato nel 1933-39, con la costruzione di un massiccio campanile alto 80 metri, un poco isolato dal tempio, Nel 1893 Bartolo Longo offrì a papa Leone XIII la proprietà del santuario con tutte le opere pompeiane, qualche anno più tardi rinunziò anche all’amministrazione che il papa gli aveva lasciato; l’interno è a croce latina, tutta lavorata in marmo, ori, mosaici dorati, quadri ottocenteschi, con immensa cripta, il trono circondato da colonne, sulla crociera vi è l’enorme cupola di 57 metri tutta affrescata.
Il fondatore, morì il 5 ottobre del 1926 e come da suo desiderio fu sepolto nella cripta, in cui riposa anche la contessa De Fusco.
Aveva trovato una zona paludosa e malsana, a causa dello straripamento del vicino fiume Sarno, abbandonata praticamente dal 1659. Alla sua morte lasciò una città ripopolata, salubre, tutta ruotante attorno al Santuario e alle sue numerose opere, a cui poi si affiancò il turismo per i ritrovati scavi della città sepolta dall’eruzione del Vesuvio.
È sua l’iniziativa della supplica, da lui compilata, alla Madonna del Rosario di Pompei che si recita solennemente e con gran concorso di fedeli, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.
Bartolo Longo è stato beatificato il 26 ottobre 1980 da papa Giovanni Paolo II. Il santuario è basilica pontificia e come Loreto è sede di un vescovo (prelatura) con giurisdizione su Pompei.

Autore: Antonio Borrelli

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Da dove veniamo, Genesi 18,1-15 (Lectio)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/lectio.htm#0607

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Biblica 2004/05
a cura di Stella Morra

1. DA DOVE VENIAMO…

Genesi 18, 1-15

Premessa

Quest’anno abbiamo scelto di portare avanti una riflessione sull’Eucaristia attraverso un percorso sulla Parola di Dio.
Questo tema continua a tornare nei nostri incontri, nei seminari, nelle discussioni e l’abbiamo scelto con il solito criterio: se una cosa ci interessa, la facciamo per noi, aperta a chi vuole ed  in genere troviamo molte altre persone a cui interessa. Spesso invece nella scelta si usa il criterio opposto, per cui nelle parrocchie offriamo delle cose che noi facciamo con sforzo e ci stupiamo se gli altri non si divertono!
Inoltre, per la chiesa universale, questo è l’anno dell’Eucaristia: il Papa ha invitato tutti a riflettere su questo tema. Anche questa coincidenza ci conforta: ciò che continua a tornare nelle nostre discussioni è un nucleo che riguarda tutti e in questo si vede maggiormente, di questi tempi, la sofferenza e la fatica dei cristiani adulti a rimanere tali e ad essere nutriti come cristiani.
La chiesa ci invita a riflettere su ciò che viviamo con più di fatica,.
Come sempre, secondo un’abitudine dell’Atrio, ecco alcune segnalazioni librarie, per aiutarci a scegliere tra le tante proposte a disposizione.

* “La chiesa dall’Eucaristia”,  documento ufficiale del 2004;
* “Eucaristia – Il pasto e la parola” (Elledici, pp. 168, euro 11,00) scritto dal grande teologo Ghislain Lafont. E’ un testo semplice, vale la pena leggerlo; funziona come una millefoglie: ad ogni strato trovi un’altra crema!

Non so interpretare i motivi per cui il Papa abbia indetto l’anno dell’Eucaristia, ma posso dirvi i motivi per cui questo tema continua a ripresentarsi nei nostri incontri.
Innanzitutto spesso, per un adulto, l’Eucaristia è l’unico punto di contatto con un’appartenenza ecclesiale. Negli anni immediatamente post conciliari ci eravamo abituati a pensare che il cristiano che andava ‘solo’ a messa era una specie di cristiano minimo, ridotto all’osso, mentre c’erano cristiani impegnati che facevano tante cose. Era un pensiero da gruppi giovanili, quando uno sente che cambierà il mondo, per cui fa l’animatore, sta tutte le sere in parrocchia, fa catechismo, animazione…. Siamo diventati tutti un po’ più grandi, non abbiamo più la sensazione di poter cambiare il mondo, siamo più stanchi, non abbiamo più tutte le sere disponibili per stare in parrocchia e fare un sacco di cose….
Paradossalmente questo è diventato per noi un cammino di purificazione: la scoperta che forse si è cristiani davvero quando, al di là degli impegni in parrocchia, si poggia il proprio cristianesimo su altre questioni che sono più grandi, pur sembrando più semplici: sul modo di vivere, di pensare, di organizzarsi l’esistenza nella testa prima che nelle cose che si fanno, sulle cose che si considerano importanti e su quelle che si considerano meno …
Alla fine si ha la sensazione che il proprio essere cristiani sia riportato tutto all’andare a messa, come se questo fosse il minimo, quasi una cosa di cui vergognarsi.
Ridurre l’Eucaristia ad essere il minimo, ci pare non funzioni. L’Eucaristia, almeno per quello che abbiamo studiato al catechismo, è fonte e culmine, memoria del sacrificio della croce, dove Gesù ogni volta per noi muore e resuscita… Questo, più che il minimo, dovrebbe essere il massimo! Nella nostra esperienza quotidiana, però, non è così e spesso si va a messa, e ci si impegna durante la celebrazione, si canta, si fanno vari ‘servizi’… con il risultato che, alla fine della celebrazione, si ha la sensazione di aver fatto semplicemente il catechista per un’ora in più.
Questa riflessione ci ha molto inquietato perché al di là del disagio, il problema è serio e ci domandiamo: che cosa definisce il nostro essere cristiani? Che cosa vuol dire che l’Eucaristia è fonte e culmine?
Seconda considerazione: per noi che ne abbiamo parlato, le riduzioni che l’Eucaristia subisce sono fonte di domande che richiedono riflessioni e risposte. Spesso l’Eucaristia è una specie di esperienza borghese dell’anima – per dirla con un’espressione un po’ forte – in cui si viene coinvolti in una vicenda spirituale che si può vivere in modo più o meno concentrato o distratto a seconda dello stato d’animo con cui vi si partecipa. Come se la questione dell’Eucaristia fosse semplicemente l’esperienza spirituale del singolo… Questa riduzione è insopportabile per una celebrazione che, come sappiamo tutti, è comunitaria – cosa voglia dire in concreto comunitaria, è tutto da vedere….
Qualche volta l’Eucaristia subisce una riduzione di ordine sociologico: tutta l’esperienza è data dalla comunione, per cui se un gruppo ha fatto un bel percorso insieme, la messa di conclusione coinvolge molto, perché tutte le persone si conoscono bene, e per esempio il segno della pace significa tante cose… Ma, allora, se fai una bella cena va bene lo stesso? Perché se tutte le cose che mettiamo in una celebrazione – l’esperienza comune, la conoscenza – rischiano di esserci per  motivi che non hanno niente a che fare con l’Eucaristia, la morte e la resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo…. Qual è il valore aggiunto della grazia del sacramento rispetto ad un’esperienza puramente ’sociologica’?
Tutte queste cose sono il secondo motivo che ci ha arrovellati in questi anni. Di solito sono gli adolescenti che esprimono certi disagi, gli adulti si vergognano. Chi fa l’animatore potrebbe dire « mi annoio a messa »? … Può dirlo a quattordici anni, poi basta!
Io, per esempio, certe volte a messa mi annoio molto e credo che questa sia un’esperienza comune anche per adulti credenti. Spesso mi irrito con le omelie al punto che ormai privilegio le chiese dove la domenica non si fa omelia – cosa assolutamente antiliturgica, contraria le norme di diritto canonico. Quando uno ha quattordici anni tutte queste cose le sbraita, quando ne ha trenta o quaranta non le dice più e se le tiene, ma la sostanza non cambia. Il problema rischia di sussistere ugualmente. Oppure si sceglie e si accetta di sopportare un’ora di noia, col pensiero ‘Il Signore per noi ha fatto tanto!!!’ Una scelta ascetica, cosa senz’altro nobile, ma l’Eucaristia dovrebbe essere il cibo che ci fa vivere! Se diventa un’esperienza ascetica, non c’è più nessun luogo dove ci nutriamo!
A fianco di tutte queste questioni c’è il fatto che l’ Eucaristia – come tutti i punti centrali dell’esperienza credente – va ad innestarsi su un nucleo molto duro e severo della nostra esperienza umana, il nucleo del cibo e della festa.
I due archetipi fondamentali dell’Eucaristia dal punto di vista antropologico, sono il cibo, il pane, la cena e la festa. Questioni che, in questo secolo, sono tra le più problematiche nei nostri paesi. Il nostro è il secolo dei disturbi alimentari, dalla bulimia all’anoressia. Statisticamente abbiamo mediamente un pessimo rapporto con il cibo, ed è un tempo in cui è difficilissimo far festa. Tutti abbiamo un po’ nostalgia delle feste semplici di un tempo, quelle che si facevano con poco, non consumistiche… ma non riusciamo più a trovare il motivo per cui dovremmo far festa.
I temi del cibo e della festa sono molto più dell’esperienza antropologica, sono due delle dimensioni che ci fanno persone, ci fanno vivere e ci fanno vivere con gli altri.
Su questi due  punti di forte disagio della nostra cultura, della nostra esperienza di uomini e donne di questo tempo, su questo nucleo severo, non marginale, pretenderemmo di innestare un’esperienza religiosa che dovrebbe teoricamente funzionare!!!
Cercheremo di affrontare queste questioni a poco a poco con il solito metodo della lectio, facendoci guidare dalla Parola di Dio, con un’offerta di suggestioni che poi ognuno userà come meglio crede, che potranno essere approfondite con letture e percorsi vari che via via troveremo insieme… Useremo sempre lo stesso metodo, di un doppio livello di commento: uno che ci aiuti a riscoprire la nostra struttura antropologica ed uno che ci aiuti a scoprire il valore aggiunto dell’esperienza cristiana. Siccome siamo un po’ carenti su tutti e due gli aspetti, e siccome la Bibbia è sicuramente un’esperienza religiosa ma prima di tutto una grande esperienza di salute mentale, forse ci può aiutare su tutti e due i versanti.

Temi del percorso
Vivremo un percorso che all’inizio propone due grandi orizzonti: Da dove veniamo… e Verso dove andiamo: Il problema si radica molto lontano sia dal punto di vista antropologico, che da quello della novità cristiana. Il problema non è ‘vado alla messa della domenica nella mia parrocchia’, ma è cercare di ricostruire un luogo dell’anima dove l’Eucaristia possa trovare il suo posto. Poi ci saranno sempre Eucaristie più o meno ben celebrate, noi saremo un giorno meglio ed un giorno peggio disposti, avremo, da parte di preti, presidenze dell’Eucaristia più o meno efficaci… questo fa parte dell’esperienza umana e ci sarà comunque.
Ma come sempre, come abbiamo scoperto tante volte in questi anni, occorre aver un luogo dell’anima dove questa esperienza possa radicarsi; questo aiuta anche a sopportare le umane carenze con uno sguardo di misericordia. Non avere un luogo dell’anima rende dei giudici, per cui il problema si riduce ad essere: “il mio parroco predica male”. Forse è anche vero, ma non è quello il problema! Se ho un luogo dell’anima  – per una persona a cui io voglia bene – anche  i suoi difetti  mi inteneriscono. Se voglio bene a una persona, certe piccole manie mi fanno sorridere, perché ho un luogo interno dove entra anche il difetto dell’altro. Se io non ho quel luogo interno la minima cosa che l’altro fa diventa colpa sua, è un problema.
Se da adulti nella fede non troviamo un luogo dell’anima dove mettere l’Eucaristia, non ci sarà mai per noi un modo soddisfacente di celebrare l’Eucaristia e daremo la colpa a noi stessi o agli altri, a seconda del nostro carattere, e non usciremo da questa logica della colpa. Forse se troviamo un luogo interiore, i difetti umani nella loro quotidiana esperienza storica, ci faranno sorridere e diventeranno motivo di tenerezza.
Dopo questi due orizzonti – per cercare di ricostruire un luogo dell’anima e la questione del cibo – Cibo e niente altro? Poi una domanda: Da dove viene il nostro cibo? In marzo affronteremo la questione dura della novità del cristianesimo, quella che ci inquietava quando eravamo piccoli, cioè che per questo cibo serve una morte, un sacrificio. C’è un sacrificio che ci dà questo cibo; è una cosa che ci irrita, ci scandalizza: ma che razza di Dio è quello che vuole un sacrificio per nutrirci? Seguirà il tema Cibo e parole e poi la via di uscita sul tema del corpo Verso un corpo nuovo – che cosa vuol dire corpo personale e sociale, cosa vuol dire essere un corpo avere un corpo e nutrirsi al corpo di Cristo.

Il testo di oggi è l’inizio del capitolo18 della Genesi, 1-15.

Sogni e visioni
Questo è un episodio estremamente citato, un po’ meno letto. Conosciamo tutti la vicenda dei tre viandanti di Mamre, il querciolo, il pranzo di Abramo … Come spesso accade per la Bibbia, però, non leggiamo il testo con le parole che ha e la struttura sua propria.
L’episodio è misterioso; un po’ onirico quanto al genere letterario. Abramo sta nel deserto davanti alla tenda nell’ora calda e … ha un’insolazione: vede una cosa strana, un’apparizione! Per i racconti che riguardano i patriarchi, questo era un genere letterario molto comune per descrivere la realtà: sognano, hanno visioni…
C’è una ragione storica: questi testi sono stati scritti in un tempo di cultura cosiddetta prescientifica, dove la comunicazione tra i mondi era più facile, senza troppe porte, e si comprendeva di più il rapporto tra mondo divino e mondo umano. Uno chiudeva gli occhi, dormiva … e vedeva Dio, gli parlava, discuteva … Oppure appariva un angelo, e il personaggio di turno non si spaventava, ma gli parlava… e cominciava a trafficare con l’angelo.
Noi ci sentiamo più furbi, perché pensiamo che non sia possibile avere delle visioni così, se uno non ha bevuto o fumato qualcosa di strano. In realtà abbiamo trasferito questo tema della comunicazione tra mondi diversi nell’interiorità: facciamo lo stesso ragionamento, ma lo facciamo dentro anziché fuori.
Tutti noi abbiamo, dentro, un piano terra, quello ragionevole, razionale che non fa domande idiote da quattordicenne, che non spera troppo nei miracoli, ma agisce, si organizza per campare. Poi c’è un primo livello ‘seminterrato’ in cui stanno un po’ di senso di magia, il nostro animo bambino, l’animo che quand’è innamorato riesce a divertirsi anche con piccole cose e che ci farebbe piacere che ogni tanto qualcuno lo chiamasse fuori, a farsi vedere. C’è un secondo seminterrato dove stanno i nostri desideri più profondi, per esempio il desiderio che la vita funzioni, che qualcuno ci spieghi, che ci sia sempre una casa dove tornare. Il luogo dei desideri seri e profondi che in genere abbiamo confinato nel secondo seminterrato e che siamo sostanzialmente certi che nessuno potrà chiamare fino al piano terra – al massimo arrivano al primo seminterrato.
La nostra comunicazione tra cielo e terra è diventata una comunicazione tra terra e sotto terra. Non ho usato a caso queste immagini!
L’averlo spostato dentro ha due controindicazioni: innanzitutto ci siamo giocati una sorta di oggettività, una realtà, una storicità: è tutto soggettivo. Per esempio ci siamo giocati la grande comunicazione, perché non potendo raccontare di visioni d’angeli, non sappiamo mai come raccontare le cose serie che ci animano e in genere diciamo: “non te lo so spiegare, non si può capire”. Ci siamo giocati una comunicabilità.
In secondo luogo aver spostato dentro i sogni, i desideri, fa sì che invece di guardare verso l’alto, guardiamo l’ombelico, cioè siamo diventati tutti un po’ più narcisisti. E le visioni che abbiamo sono commisurate solo su noi stessi.

Alzare gli occhi …
“Abramo alzò gli occhi”.
Sarebbe divertente cercare da Genesi1-1 fino ad Apocalisse 21 tutte le volte che  nella Bibbia c’è questa espressione frequentissima centrale e decisiva: alzare gli occhi,  o il suo omologo, volgere lo sguardo… In tutta la Bibbia quando succede qualcosa, quando c’è un incontro con Dio, c’è sempre uno che alza gli occhi o che volge lo sguardo.
E’ chiaro che se noi abbiamo un problema di seminterrati non alzeremo mai gli occhi!
Sarebbe bellissimo leggere il vangelo di Giovanni, in cui continuamente si alzano gli occhi e tutte le volte che si alzano gli occhi succede una cosa.
La mia domanda è: forse non succedono più delle cose perché non alziamo gli occhi!?!
“Egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”.
L’immagine è assolutamente sonnolenta. Abramo è seduto, non fa niente, fa caldo. Ha già ricevuto la promessa. Dio, che gli ha detto: “I tuoi discendenti saranno più numerosi delle stelle del cielo, della sabbia del mare..”… nel frattempo, dalla promessa in poi, lui è invecchiato!
Di Abramo non diciamo mai questo piccolo particolare che è anche nostro: nel frattempo siamo invecchiati! Per esempio, dalla promessa ricevuta di una chiesa diversa – nel Concilio Vaticano 2° – ad oggi… nel frattempo siamo invecchiati.
Abramo è invecchiato, e non è successo niente. Lui ci ha provato, si è dato da fare e, secondo la legge antica dei popoli della zona, ha preso la schiava Agar per avere una discendenza, perché Sara non gli dava un figlio. E’ nato Ismaele, che secondo la tradizione è il capostipite del mondo islamico, diciamo noi oggi, con tutti i problemi dei rapporti tra fratelli e fratellastri tipici della scrittura, ovviamente, perché da Abramo nascerà Isacco, capostipite di Israele, ma è nato anche Ismaele! In ogni caso Abramo si è dato da fare: c’è stata una promessa, sembrava che la promessa non si concretizzasse, lui stava invecchiando ed ha trovato una soluzione. Ha fatto del suo meglio, ha messo in moto ciò che dipendeva da lui.

… Avere fame
Nell’ora più calda del giorno Abramo stava seduto davanti alla tenda, tra la promessa e il sospetto che la promessa fosse una fregatura – perché poi aveva dovuto darsi da fare lui. E non c’era altro da fare se non stare seduto fuori al caldo, davanti alla tenda, perché nel frattempo è invecchiato!
Proprio lì  “alzò gli occhi”. Traduco con una frase che penso sia sufficientemente chiara.
Per apprezzare il cibo dell’Eucaristia bisogna avere fame. Per avere le visioni bisogna alzare gli occhi. Per desiderare il compimento della promessa bisogna essere delusi dal suo non compimento.
Forse noi non abbiamo abbastanza fame per l’Eucaristia, forse non alziamo gli occhi per vedere angeli; forse non abbiamo preso così sul serio una promessa da essere delusi dal fatto che non si è compiuta. Se l’esperienza del cristianesimo è per noi l’esercizio di un ‘felice compito’, che cosa c’è da aspettare? Il problema è ridotto a quello che faccio io, ma così generiamo solo sempre figli di una schiava! Il problema è che l’esperienza del cristianesimo è il cibo per una fame, per un desiderio, per lo sforzo di alzare ancora una volta gli occhi nella delusione.
Forse la domanda da farsi sarebbe. “Qual era la promessa su cui abbiamo creduto? Qual è la delusione che abbiamo lasciato entrare sottilmente senza scaldarci troppo? E poi, dopo questa promessa e questa delusione, sedersi nell’ora calda del giorno sapendo che non c’è più niente da fare.

Singolare e plurale
Altra annotazione. Abramo vide tre uomini.
“Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: ‘Mio Signore…”.
Tutto il testo nell’originale e nella traduzione, è molto incerto tra il singolare e il plurale. Questi sono tre, sono uno, chissà. Noi diciamo: è la Trinità, abbiamo una risposta perfetta, peccato che viviamo venti secoli dopo e la applichiamo  ad un testo che non funzionava così.
In tutta la storia dei patriarchi, prima dell’alleanza esplicita tra Dio e il popolo di Israele, l’incertezza linguistica tra il singolare e il plurale sul nome di Dio è costante. Uno dei nomi con cui Dio è chiamato è Eloim, che è un plurale – il cui singolare peraltro è Elia.
Questa incertezza tra singolare e plurale ha radici storiche, con cui non vi annoio. A me sembra, tuttavia, che debba esserci un motivo serio se questa, come molte altre espressioni, sono rimaste nella scrittura per venti secoli, perché gli agiografi non si sono fatti scrupolo di cambiare quello che non tornava se e quando non serviva. Se questo è il testo che noi possiamo leggere dopo tanti anni di riflessione credente, è perché lì c’è anche un segnale!
A me piace pensare che questo singolare e plurale rende Abramo veramente nostro fratello! Ma questa è una riflessione mia, collocata dentro questa cultura, questo tempo, queste vite che sono le nostre. Noi siamo molto incerti tra un drammatico narcisismo e un drammatico sovraffollamento dell’anima. Di fronte al mondo io sono al singolare, ma di fronte a me di solito sono un condominio, senza avere quasi mai chiaro chi sia l’amministratore, cioè chi sia che sta governando tutti i condòmini. Noi siamo molto incerti nel capire noi stessi tra un singolare e un plurale, perché ci piacerebbe essere unici, unitari, avere una sola idea, avere un solo comportamento – come dice la scrittura, avere una sola parola – però non è così. Abbiamo tante emozioni, tanti desideri, tanti pensieri spesso contrastanti. Siamo di fronte ad un Dio che ben capisce che cosa vuol dire essere singolari e plurali insieme; siamo di fronte ad un Dio che si presenta a noi parlando il linguaggio della nostra vita, un Dio che non si offre a noi con una vita che noi non riconosciamo, o una vita mutilata, in cui uno per forza deve diventare a tutti i costi singolare. Siamo di fronte ad un Dio che imbandisce un banchetto dove si può essere singolari e plurali, e anche essere incerti sul fatto se si è singolari o plurali.
L’Eucaristia, da questo punto di vista è una grande scuola, perché nell’Eucaristia non si può mai dire una cosa sola, bisogna sempre dirne due insieme, per esempio è un’esperienza partecipativa, non si fa un’Eucaristia senza che la comunità presente in qualche modo partecipi, ma è anche un’esperienza di passività, di un dono ricevuto dal Signore e nessuna delle due cose può essere esclusa. E’ un’esperienza di santi – l’Eucaristia è il cibo dei santi – ma è un’esperienza di peccatori, l’Eucaristia serve a chi è in strada, a chi ha le mani sporche. Il banchetto imbandito da Dio è un banchetto singolare e plurale. Direi in modo provocatorio, per andare a colpire una delle cose su cui di solito ci incartiamo: non è obbligatorio fare una scelta.

Di promessa in promessa
Una promessa che sembra non essere stata mantenuta diventa, noi diremmo, un risultato. Dio funziona così: promette, fa un po’ penare, poi, quando meno lo si aspetta… una promessa che sembra non essere mantenuta diventa un’altra promessa:
“Tornerò da te fra un anno a questa data  e allora Sara, tua moglie,  avrà un figlio” .
Quando i tre se ne vanno, non si vede niente: Isacco, non c’è ancora. Ma la logica è: una promessa sembra perdersi nelle tortuose vie della storia; Abramo cerca di rimanere fedele; arriva il momento buono, lui è ospitale… e qual è il risultato? Un’altra promessa! E dopo la nascita di Isacco? “Prendi tuo figlio Isacco, portalo sul monte di Moria e offrimelo in sacrificio!…” Ogni promessa, se esaudita, diventa un’altra promessa. Anche qui ci sarebbe un po’ da ragionare: se Dio compisse le sue promesse domani, sarebbe la fine del mondo!!! E forse sarebbe anche una buona idea, ci riposeremmo. Fino a che il mondo non finirà, le promesse avranno in sé una parte di compimento e una parte che, in modi strani e misteriosi, diventerà un’altra promessa.
Noi diciamo che l’Eucaristia è pane, ma se guardiamo l’ostia, tutto ci viene in mente tranne il pane. Lo diciamo con convinzione, pane… ma quale pane? Diciamo che rappresenta il corpo di Cristo… ma quale corpo? Nell’Eucaristia noi facciamo l’esercizio bambino e automatico di raddoppiare le promesse.

Dal cibo condiviso e dal sorriso
Poi c’è tutta una bella storia sul riso.
“ ‘Perché Sara ha riso…..?’…   Allora Sara negò: ‘Non ho riso!’… ‘Sì, hai proprio riso’ ”.
Sembra che questi tre angeli siano un po’ permalosi. Ma il tema del riso attraversa tutta la storia di Abramo. Nella pagina precedente, al capitolo 17, al versetto 17 si dice: “Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: ‘Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni  potrà partorire?’ ”.
E al capitolo 21,versetto 6, alla nascita di Isacco: “Allora Sara disse: ‘Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!’.
Secondo la tradizione, il nome Isacco significa “figlio del sorriso”, proprio per connetterlo a questo tema del riso che attraversa tutta la sua storia.
Isacco, figlio del sorriso, è l’innocente destinato al sacrificio, proprio come Gesù, che è il grande sorriso di Dio sulla storia, finirà in croce! In Dio c’è uno strano rapporto tra il riso, il sorriso e la morte, il dolore! E l’Eucaristia, luogo della nostra festa è anche il luogo in cui facciamo memoria del sacrificio di Cristo.
Come si dimostra in questo testo, Dio ama coloro che sorridono. Ma cosa avremo mai da ridere? Oltre che sorridere, ci sono altre cose e forse bisogna ricevere dalla stessa mano il sorriso e l’ordine del sacrificio? Forse fanno parte del condominio i tempi di riso e i tempi di lacrime?
Cosa vuol dire che in qualche modo noi veniamo dal cibo, da questo banchetto preparato da Abramo per i suoi ospiti e dal riso?  Questo testo ci viene offerto come orizzonte di partenza:  noi siamo tutti figli di Abramo. Veniamo da un cibo condiviso e da un sorriso nascosto, ma smascherato. Per avere un luogo dentro di noi per l’Eucaristia, forse bisogna riconoscere il banchetto da cui veniamo e il sorriso da cui nasciamo.
Banchetto per tutti
Vi faccio notare che non è un caso che al versetto 8 si dica: “Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello”.
Questa  è una delle cose più gravi che si possano fare, secondo la legge ebraica: mescolare carne e latte. E’ proibito ancora oggi dalle  regole di purezza. Gli ebrei osservanti hanno due frigoriferi e due completi da cucina per non rischiare di usare lo stesso coltello sul formaggio e sulla carne, perché è una delle cose più gravi che potrebbero succedere. E Abramo, il padre al quale tutti si richiamano, compie un gesto chiaramente impuro.
Questo è un altro bellissimo elemento: il banchetto per i tre ospiti viene preparato in modo impuro: Abramo mescola le cose che non dovrebbe mescolate. Il banchetto a cui siamo invitati non è un banchetto per i puri.
Ho trovato su internet e stampato sullo stesso foglio due immagini che riguardano questo testo: il primo dipinto da Marc Chagall, ebreo, del ‘900 e l’icona della Trinità di Rubliev. E’ inquietante guardarle insieme perché è molto evidente che tra l’una e l’altra c’è la venuta di Gesù Cristo. L’immagine di Chagall è una lettura dell’episodio dal punto di vista dell’antico testamento; l’icona di Rubliev legge l’episodio a partire dal nuovo testamento. Si vede dai tavoli, che sono girati in maniera opposta. Nel primo caso, la lettura ebraica della vicenda, gli angeli danno la schiena a chi guarda. Quel banchetto per noi è chiuso! Non c’è posto, siamo osservatori che sbirciano di nascosto dietro alle spalle degli ospiti.
Nella Trinità di Rubliev  è esattamente il contrario: i tre sono seduti dai tre lati esterni, il lato vuoto è dalla parte di chi guarda il quadro, non solo, ma addirittura la prospettiva è rovesciata.
In tutti e due i quadri ricorre il tema del sacrificio: in uno è rappresentato il sacrificio di Isacco, nell’altro il sacrificio dell’agnello pasquale nella coppa che sta sul tavolo. Noi togliamo sempre dal banchetto l’aspetto duro, doloroso, il prezzo che è stato pagato per questo invito a pranzo. Ma non si può togliere, neppure in un’immagine armoniosa, bella, non sanguinolenta.
Nella nostra cultura, è ben comprensibile una logica, fatta di cibo, di festa a cui si è invitati. Ci pare normale che Dio, che sa fare le feste, ci inviti. In realtà tutti e due i quadri ci dicono che questa non è una festa qualsiasi, è una festa il cui padrone di casa è Dio e segue una logica particolare: l’innovazione evangelica è qualcosa di più della nostra semplice esperienza umana,!

Il posto dell’Eucaristia
Questo testo – spero di essere riuscita a mostrarvelo – ha un grande fascino, molto forte per noi oggi, perché amiamo questi testi un po’ magici, non troppo razionali, dove c’è un suono che ci fa aspettare con il fiato in gola un finale che speriamo diverso tutte le volte che lo leggiamo.
E’ un testo poetico, ma nello stesso tempo va a toccare quei nodi – il cibo, il riso, la discendenza – che sono tra i più delicati, che sono i luoghi più potenti della nostra vita. E’ in mezzo a questi nodi che bisogna trovare un posto per l’Eucaristia. Non si può trovare altrove, semplicemente come una pia pratica, come un esercizio di dovere rispetto ad una regola. Non si può semplicemente sperare che sia una delle cose che come adulto responsabile devo fare. In mezzo a questo luogo duro e delicato, questo luogo discriminante della nostra vita, laddove si giocano poi gli atteggiamenti fondamentali che “ci fanno”, è lì che troviamo il posto per l’Eucaristia!
E’ un punto delicato, molto profondo, nel secondo, anche terzo scantinato, ma ha una visibilità evidente. Forse in questo spazio dovremmo imparare a trovare un posto per l’Eucaristia, se vogliamo davvero che sia fonte, culmine, radicamento della vita cristiana. Ci vorrà un po’ di esercizio per trovare lì il suo posto, però non possiamo pretendere che l’Eucaristia sia ciò che deve essere se sta nella nostra vita come un soprammobile!
Forse questo percorso con la scrittura ci aiuterà a scavare un po’ in questi seminterrati ed a trovare lo spazio per l’esperienza dell’Eucaristia.

Fossano, 20 novembre 2004

 (Testo non rivisto dall’autore)

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