Archive pour le 7 mai, 2012

Holy Mary of Egypt. 18th century icon, Kuopio Orthodox Church Museum

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Il nido tra le stelle (Gianfranco Ravasi)

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GIANFRANCO RAVASI

(pubblicato il 29 settembre 2011)

Il nido tra le stelle

“ La superbia
del tuo cuore
ti ha sedotto…
Anche se,
come aquila,
riesci a porre in
alto il tuo nido,
anche se lo
collocassi tra
le stelle,
di lassù io ti farò
precipitare. »
(Abdia 3-4)

«Dovunque egli arrivi, il superbo si mette a sedere e tira fuori dalla valigia la sua superiorità». Con ironia lo scrittore ebreo bulgaro-tedesco Elias Canetti, Nobel 1981, nel suo libro Un regno di matite, dipingeva questo che è il primo e fondamentale vizio capitale che già alligna nel giardino dell’Eden: «Sarete come Dio» è, infatti, la promessa che il tentatore fa all’orgoglio di Adamo. Questa attrazione perversa che fa dell’Io un dio idolatrico è raffigurata in modo folgorante anche dall’autore del più breve di tutti i libri profetici, Abdia, il cui nome è un emblema, “Servo del Signore”. Di lui non sappiamo nulla e l’unica pagina di 21 versetti di cui si compone la sua opera echeggia eventi di difficile decifrazione e collocazione cronologica.
Si pensi, poi, che quasi la metà di questa pagina (versetti 2-9) si ritrova anche nel più lungo libro dell’Antico Testamento, quello del profeta Geremia (49,7-22), sia pure con variazioni. Ma lasciamo agli esegeti di esercitarsi sull’enigma Abdia e puntiamo sul frammento che abbiamo scelto, ritagliandolo all’interno del suo canto polemico – dominante nel suo scritto – contro Edom, uno dei tradizionali nemici di Israele, un popolo discendente da Esaù, il fratello maggiore di Giacobbe-Israele, da quest’ultimo ingannato e quindi divenuto vittima del suo odio (Genesi 25,19-34 e 27,1-46).
Un odio che era dilagato anche nei loro discendenti e che è suggellato qui da Abdia con la sua accusa nei confronti di Edom, «ingannato dalla superbia del suo cuore». Questa nazione bellicosa del deserto che, come dice Abdia, «abita nelle caverne della roccia», un’allusione alla sua capitale, Ha-Sela’ (2Re 14,7), forse Petra in Giordania, «dice in cuor suo: Chi potrà scagliarmi a terra?». Ecco, allora, il severo giudizio divino che umilia i superbi. La scena è molto vivida: l’aquila riesce a collocare il suo nido in alture irraggiungibili da piede umano e col suo volo maestoso sembra mirare alle stelle.
È questo il simbolo più efficace per illustrare l’arroganza del superbo che vorrebbe sfidare Dio, ascendendo verso il cielo, in un atto blasfemo e dissacratorio. È quello che Isaia rappresenta in una delle sue pagine più potenti nella quale il profeta mette in scena il grande “imperatore” di allora, il re di Babilonia, la superpotenza orientale. Il suo è un sogno – che potremmo chiamare “apoteosi”, usando una parola di origine greca che designa la “divinizzazione” – un sogno tratteggiato appunto come un’ascensione celeste: «Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il mio trono, risiederò sul monte dell’assemblea divina… Salirò sulle regioni che sovrastano le nubi, mi farò uguale all’Altissimo» (Isaia 14,13-14).
Ma subito dopo, proprio come nella breve e icastica finale del passo di Abdia, anche Isaia introduce una svolta radicale: «E invece, sei stato precipitato negli inferi, scaraventato nelle profondità degli abissi» (14-15). La meta del folle volo orgoglioso del re di Babel e di quello di Edom non è lo zenit divino ma il nadir infernale: l’ascensione si trasforma in una discesa precipite e catastrofica. È, questa, la lezione che il testo del misterioso profeta che conosciamo come Abdia ci lascia nel frammento della sua brevissima profezia, siglata in finale da una frase netta e definitiva: «Il regno sarà del Signore » (versetto 21). Il pensiero corre, allora, alle parole di Cristo: «Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore» (Luca 10,18).

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« UNO DEI TESTI PIÙ IMPORTANTI DEL CONCILIO VATICANO II » (DIGNATIS HUMANAE)

http://www.zenit.org/article-30534?l=italian

« UNO DEI TESTI PIÙ IMPORTANTI DEL CONCILIO VATICANO II » (DIGNATIS HUMANAE)

L’intervento di mons. Minnerath al ciclo « Rileggere il Concilio »

di Anne Kurian
ROMA, domenica, 6 maggio 2012 (ZENIT.org) – La libertà religiosa ha le sue origini nel cristianesimo, così ha ribadito giovedì 3 maggio l’arcivescovo di Digione (Dijon, Francia), mons. Roland Minnerath, parlando dell’impatto e dell’attualità della dichiarazione del Concilio Vaticano II, “Dignitatis Humanae”, promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965.
Il presule è intervenuto alla Pontificia Università Lateranense (PUL) nell’ambito del ciclo “Rileggere il Concilio. Storici e teologi a confronto”, organizzato dal Centro Studi e Ricerche sul Concilio Vaticano II dell’ateneo romano in collaborazione con l’Institut français-Centre Saint-Louis di Roma.
Per mons. Minnerath, la Dignitatis Humanae (DH) è “uno dei testi più importanti del Concilio Vaticano II”. In merito alla libertà religiosa, il documento ha avuto “una incidenza diretta” non solo sui rapporti esterni della Chiesa con gli Stati e con le altre religioni, ma in quelli interni: è diventato infatti una “pietra d’inciampo” per coloro come la Fraternità San Pio X, che si sono chiusi su una posizione estrema e lo ritengono contrario alla Tradizione.
Secondo mons. Minnerath, la Chiesa non può non difendere la libertà di religione. Come ha ricordato il presule, “è sul terreno del cristianesimo che l’idea stessa di ‘libertà di religione’ ha potuto nascere e portare frutti”.
Già all’inizio del III secolo, Tertulliano rivendicava infatti la “libertà di religione” o libertas religionis (cfr. Apologeticum, 24, 6).
E’ stato il cristianesimo – ha proseguito Minnerath – che ha trasformato la religione in una scelta personale, facendo un distinguo tra appartenenza religiosa e appartenenza cittadina, culturale o etnica.
Nel XIX secolo, ha osservato l’arcivescovo di Digione, la libertà di coscienza era intesa come “libertà di non credere”, come “una liberazione rispetto al dogma e alla morale cattolica”.
La libertà di culto era percepita “come un livellamento di tutti i culti da parte dello Stato, conducendo ad una separazione radicale Chiesa-Stato”. Era sinonimo di “relativismo religioso” e persino certi credenti comprendono la libertà religiosa come “libertà individuale di credere e di agire a modo proprio all’interno stesso della Chiesa”.
Ma cosa è la vera libertà religiosa?
Per la DH – ha sostenuto mons. Minnerath -, la libertà religiosa è un diritto fondato su “la dignità stessa della persona umana”. Questa dignità – ha detto il presule – è “àncorata nella natura dell’uomo, creata libera e capace di tendere verso la verità”.
A questo punto, mons. Minnerath ha ricordato che la dottrina centrale della DH si iscrive nell’insegnamento sviluppato a partire da Papa Leone XIII, secondo cui la libertà religiosa debba realizzarsi al riparo di ogni costrizione esterna.
“Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano”.
La libertà religiosa è “inseparabile dalla persona, considerata nella sua sostanza inalienabile, e non nelle sue disposizioni psicologiche che cambiano”. Non è un diritto che “permette di decidere qualunque cosa in materia di religione”. L’atto della fede o il credere è infatti “aderire ad un Dio che si rivela, obbedire liberamente alla sua Parola, e non professare una opinione soggettiva”.
Questo diritto – ha continuato l’arcivescovo di Digione – ha implicazioni di carattere comunitario. E lo Stato, essendo “al servizio dell’uomo”, ha l’obbligo di “garantire la libertà dei cittadini nel loro cammino in materia religiosa, garantendo il rispetto dei pari diritti di tutti“ ed evitando due scogli: “non imporre una confessione di fede religiosa e non praticare una ideologia laicista”.
Nella sua affermazione della libertà religiosa, ha detto Minnerath, la DH denuncia “l’assolutizzazione della libertà” che svincola l’uomo “da ogni sudditanza alla legge divina”.
Per la DH – così ha ribadito l’arcivescovo –, c’è comunque “coincidenza” o “accordo” (concordia in latino) con le definizioni delle costituzioni moderne su due punti.
Da un lato, “la libertà dell’atto di fede è considerata come assicurata quando è applicata la libertà civile in materia religiosa”.
Dall’altro lato, “la libertà della Chiesa, per la quale la stessa Chiesa aveva lottato durante i secoli di fronte alle pretese dei poteri temporali, è garantita laddove è assicurata alle persone e alle comunità il diritto comune alla libertà religiosa”, si legge.
Ma “a distanza di cinquant’anni, bisogna constatare che il panorama della libertà religiosa non è quello che sperava il Concilio”, ha osservato il presule.
Infatti, oggi “la libertà religiosa non è più considerata come dimensione ontologica della persona, ma come un diritto derivato dall’ideale del pluralismo democratico”, ha detto verso la fine del suo intervento Minnerath, che avverte in questo caso una concezione “riduttrice” della libertà di religione, perché “conduce alla cancellazione dell’espressione pubblica della religione”.
Ovunque le legislazioni “invadono il terreno della libertà di coscienza e di religione”, imponendo, ad esempio, “delle norme contrarie al rispetto della vita e del matrimonio” e “distruggendo sistematicamente l’antropologia di ispirazione giudeo-cristiana”, ha detto ancora l’arcivescovo francese.
Oggi – osserva Minnerath -, i credenti assistono “impotenti all’avanzata del secolarismo e di religioni che non conoscono la distinzione fondatrice tra quello che ‘è di Cesare e quello che è di Dio’” (Cfr. Mt 22,21).
Ma è proprio questa distinzione – ribadisce il presule – che rende possibile “lo sbocciare delle libertà fondamentali di cui godono le società occidentali”. E come “invenzione del cristianesimo”, essa “rende giustizia alla verità divina e alla libertà delle coscienze, allo Stato di diritto e al pluralismo della società, alla libertà individuale delle persone e alla libertà corporativa della Chiesa”.
“Essa è al cuore – ha concluso Minnerath – della dottrina sociale della Chiesa”.

[Traduzione e rielaborazione dal francese a cura di Paul De Maeyer]

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7 maggio: Santa Flavia Domitilla Martire

http://www.santiebeati.it/dettaglio/52100

Santa Flavia Domitilla Martire

7 maggio

I-II secolo

Vissuta tra il primo e il secondo secolo, sono poche le informazioni su di lei. A parte una leggendaria Passio, non anteriore al V secolo, sia Eusebio sia Dione Cassio raccontano che sarebbe stata perseguitata sotto Diocleziano. Da Eusebio sappiamo che Flavia, nipote di Flavio Clemente, uno dei consoli di Roma (95 d.C.), per la sua fede in Cristo fu deportata a Ponza dove dovette soffrire, secondo San Girolamo, un lungo martirio. Dione Cassio ci dice, invece, che fu moglie di Flavio Clemente e che perse la vita per la propria fede. Una iscrizione conservata oggi nella basilica dei Ss. Nereo e Achilleo conferma queste ultime affermazioni, precisando che Flavia Domitilla era “neptis“ nipote di Vespasiano, padre di Domiziano, e che fu moglie di Flavio Clemente.

Etimologia: Flavia = dai capelli biondi, dal latino

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma, comemmorazione di santa Domitilla, martire, che, nipote del console Flavio Clemente, accusata durante la persecuzione di Domiziano di aver rinnegato gli dèi pagani, per la sua testimonianza di fede in Cristo fu deportata insieme ad alcuni altri nell’isola di Ponza, dove consumò un lungo martirio. Eusebio di Cesarea, nella Storia Ecclesiastica (III, 18, 4) scrive: «Tramandano che nell’anno quindicesimo di Domiziano, Flavia Domitilla, nipote, per parte della sorella, di Flavio Clemente, che fu allora uno dei consoli di Roma (95 d.C), insieme con numerose altre persone fu deportata nell’isola di Ponza per avere confessato Cristo ». A sua volta, Dione Cassio, nella Historia romana (LXVII, 13-14), afferma che l’imperatore Domiziano « tolse la vita, con molti altri, anche a Flavio Clemente, benché fosse suo cugino e avesse in moglie Flavia Domitilla, ella pure sua consanguinea. Tutti e due furono accusati di ateismo, e di ciò anche altri, sviatisi dietro le costumanze dei Giudei, ebbero condanna, chi di morte, chi di confisca. Domitilla fu soltanto relegata nell’isola di Pandataria ».
Dai citati passi dei due storici, dunque, risulta che, sul finire del I sec, due matrone, aventi l’una e l’altra il nome di Domitilla e imparentate l’una e l’altra con la famiglia imperiale dei Flavi, furono condannate per la loro adesione alla fede cristiana. Dione Cassio, per l’esattezza, parla nei confronti della Domitilla relegata a Pandataria (oggi Ventotene), non di Cristianesimo, bensì di « ateismo », ma è noto che questa era l’accusa rivolta dagli idolatri ai primi seguaci di Cristo.
Alcuni studiosi, fra i quali il Mommsen, l’Aubé e lo Styger, ritennero di poter identificare in una sola persona le due Domitille, supponendo errori o confusioni degli storici ma, il De Rossi sostenne giustamente la diversità dei due personaggi, ristabilendo la genealogia delle loro famiglie. E questa conferma che la Domitilla citata da Eusebio, era nipote di Flavio Clemente, mentre quella ricordata da Dione Cassio era moglie del console martire, dal quale ebbe sette figli. A tal proposito, di grande importanza è l’iscrizione mutila ritrovata nel sec. XVIII nell’area del Cimitero sulla Via Ardeatina e che qui riportiamo con le integrazioni proposte dal Mommsen : « tatia baucyl (la…nu) / trix septem lib (erorum pronepotum) / divi vespasian(i filiorum FI. Clementis et) flaviae DOMiTiL(lae uxoris eius, divi) / vespasiani neptis a (ccepto loco e) / ius beneficio hocSEPULCHRU(m feci) / MEIS LIBERTIS lIBERTABUSpo (sterisque eorum). L’iscrizione, conservata oggi nella parete di fondo della basilica dei SS. Nereo e Achilleo in detto Cimitero, precisa, dunque, che Tazia Baucilla, nutrice dei sette figli di Flavio e di Flavia Domitilla, ottenne da quest’ultima il terreno per un sepolcro. Nel documento epigrafico si precisa, inoltre, che Flavia Domitilla era « neptis », cioè nipote di Vespasiano, padre di Domiziano, confermando, così, l’affermazione di Dione Cassio secondo la quale la moglie di Flavio Clemente era « consanguinea » dello stesso Domiziano.
In merito, poi, alle « confusioni » nelle quali sarebbero incorsi gli storici nell’indicare i luoghi di relegazione delle due Domitille, Umberto Fasola sottolinea che le isole di Ponza e di Ventotene erano troppo tristemente note per essere confuse l’una con l’altra. A Ponza, infatti, furono relegati le figlie di Caligola e un figlio di Germanico e a Ventotene furono confinate Giulia, figlia di Augusto, Agrippina, moglie di Germanico e Ottavia moglie di Nerone.
La venerazione per la Flavia Domitilla relegata a Ponza è antichissima: s. Girolamo (Ep. ad Eustoch. 108) dice che la vedova Paola, nel suo viaggio verso Oriente, visitò nell’isola il luogo dove la santa « longum martyrium duxerat ». Peraltro, il nome di Domitilla non figura né nella Depositio Martyrum, né nel Martirologio Geronimiano : la festa di essa, al 12 magg., non è anteriore al IX sec. e fu introdotta nei libri liturgici per influsso del Martirologio di Floro, il quale la incluse nel suo elenco probabilmente per errore, scambiando un flavi(us) ricordato nel Geronimiano sotto la data del 7 magg.
Le notizie su Flavia Domitilla che figurano nella passio leggendaria (V-VI sec.) non hanno alcuna attendibilità: fra l’altro, in essa, si parla di due « eunuchi », Nereo e Achilleo, i quali avrebbero convertito Domitilla alla fede cristiana, mentre dal carme damasiano dedicato ai due martiri sappiamo che essi prima della conversione erano militari a servizio del persecutore. L’esistenza, però, delle due Domitille e la loro condanna all’esilio per aver abbracciato il Cristianesimo sono fatti inoppugnabili, come dimostrano chiaramente i documenti. Il corpo d’una Flavia Domitilla è venerato nel titolo dei SS. Nereo ed Achilleo, traslatovi da S. Adriano dal Baronio.

Autore: Alessandro Carletti

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