Archive pour le 4 mai, 2012

Jesus is the vine, are we fruit on his branches?

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OMELIA SULLA SECONDA LETTURA : 1Gv 3,1-3

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10872.html

Omelia (01-11-2007)

Eremo San Biagio

Commento su 1Gv 3,1-3

Dalla Parola del giorno
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Ma sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è. Chiunque ha questa speranza in Lui purifica se stesso come Egli è puro.

Come vivere questa Parola?
È certo che siamo già fin d’ora « figli di Dio » e non solo sue creature. Ma di quello che saremo nella vita eterna ci è detto qualcosa di molto grande: « Saremo simili a Lui ». E quel LUI è riferito certamente a Cristo, il risorto dai morti, il Dio incarnato e glorificato. La ragione di questa stretta somiglianza sta nel fatto che « lo vedremo come Egli è ». Nel nostro poterlo contemplare, avverrà dunque una specie di assimilazione, una trasformazione un po’ come dice S. Paolo: 2Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo. »
La gioia di essere già figli dunque ci appartiene ma non è ancora in pienezza. Si tratta di vivere questa gioia, questa appartenenza che è dono assolutamente gratuito di Dio ma è anche chiamata a collaborare perché venga costruito, giorno dopo giorno, con l’adesione a ciò che Dio vuole ed ha espresso prima in comandamento e poi negli insegnamenti dati da Gesù nel Suo Vangelo.
Ecco perché chi ha questa speranza ? dice il testo ? purifica se stesso. Non si tratta di abluzioni rituali, ma di una purificazione della coscienza, delle profondità del cuore. E il motivo che lo esige è Gesù stesso: « come Egli è puro. »

Oggi, in quiete contemplativa, me ne sto in compagnia dei miei fratelli e sorelle santi. La loro festosa assemblea mi dice che anche io sono chiamato a realizzare questa trasfigurazione di me aderendo con gioia all’iniziativa di Dio.

Signore Gesù, ti prego, conforma il mio cuore al Tuo. Purificami e assimilami al Tuo essere Amore.

La voce di un grande poeta dei nostri giorni
Non so quando spunterà l’alba / non so quando potrò / camminare per le vie del tuo paradiso /
non so quando i sensi / finiranno di gemere / e il cuore sopporterà la luce.
E la mente (oh, la mente!) / già ubriaca, sarà / finalmente calma / e lucida:
e potrò vederti in volto / senza arrossire.
David Maria Turoldo

Omelia (06-05-2012): Chi rimane in me porta molto frutto

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25367.html

Omelia (06-05-2012)

mons. Gianfranco Poma

Chi rimane in me porta molto frutto

Uno stesso tema riunisce i due testi di Giovanni (1 Giov.3,18-24; Giov.15,1-8) che la liturgia della domenica quinta di Pasqua ci presenta: occorre « rimanere » in Cristo per portare i frutti dell’ Amore. Se con tanta forza è sottolineata l’urgenza per i discepoli di Gesù di portare frutti, che sono i frutti dell’Amore (« agape »), con altrettanta fermezza è dichiarato che questo è possibile solo « rimanendo » in Lui.
« Io sono il Pastore buono? », « Io sono la vite vera »: continua così la Liturgia pasquale a farci rivivere il nostro incontro con Cristo risorto, vivo della vita di Dio, l’ « Io sono », che può dare alla nostra vita il senso a cui aspiriamo dal profondo del nostro cuore.
L’allegoria della vite è familiare ai profeti di Israele: Osea, Isaia, Ezechiele, paragonano il popolo d’Israele alla vite piantata da Dio. Il testo più espressivo è il canto della vigna di Isaia 5,1-7: « Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna?Che cosa dovevo fare ancora per la mia vigna che io non abbia fatto?… » Ma il canto d’amore diventa di amara delusione: « Aspettò che producesse uva e invece produsse acini acerbi? »
Gesù riprende l’allegoria ma in modo radicalmente nuovo: all’opposto della vigna che non ha prodotto frutto, Gesù si presenta come Colui nel quale si realizza il progetto di Dio. Il Padre è il vignaiolo che ha piantato la vite e ad essa ha comunicato tutto il suo amore; Lui, Gesù, è la vite « vera »: vera perché Lui porta il frutto atteso dal vignaiolo, Lui realizza il sogno per il quale aveva piantato la vigna. Gesù è il ceppo autentico, la vite autentica, e tutti i discepoli sono i tralci: la comunione di Gesù con i discepoli, una comunione intensa, ricca di vita, è la realizzazione del progetto del Padre. Ma questa realizzazione avviene perché il Padre stesso ha comunicato tutto se stesso al Figlio e il Figlio lo ha accolto, ha risposto con il dono totale di sé al Padre: senza questa relazione tra il Padre e il Figlio non ci sarebbe la fonte della linfa vitale di cui vive la Vite vera, che dal ceppo passa ai tralci perché essi portino frutti abbondanti. Tutto è Amore, tutto è comunione, tutto è vita: tutto è dono, donato, accolto, condiviso, e il cuore di tutto questo è Lui, Gesù con il suo abbandono totale nel Padre che fa di Lui la fonte dalla quale sgorga la vita per il mondo intero.
Certo, quando Gesù parla dei « frutti », fa riferimento al racconto della creazione: quando Dio crea l’erba e gli alberi dona loro la possibilità di produrre frutti e semi; gli animali e gli uomini sono chiamati a moltiplicarsi (Gen.1,11-12). Tutto ciò che è creato ha la possibilità a sua volta di portare la vita: la creazione è « buona », e questa vita che produce frutti è una benedizione di Dio. Ai suoi discepoli Gesù rivela che la vita vera che produce frutti maturi passa attraverso la sua unione con il Padre e dei discepoli con Lui.
Tutto è grazia, benedizione, meraviglia, splendore di vita: l’unica condizione è « rimanere in Lui ». « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me, non potete fare nulla? » La parola di Gesù, stupenda, rivelazione della gratuità del dono della vita offerta a chi « rimane » in Lui, come sempre nel Vangelo di Giovanni, è pure preoccupata, esigente, pedagogica. « Senza di me non potete fare nulla »: il rischio fondamentale, legato alla dimensione umana come tale, è l’autosufficienza, il voler fare da sé, l’aver paura di Dio, di Cristo, quasi che il rapporto con Dio condizionasse la realizzazione dell’uomo. Cristo è l’offerta d’amore del Padre, perché chi « rimane in Lui » sperimenti la libertà e la pienezza della vita. Gesù certamente denuncia ogni attivismo puramente umano e l’ illusione che l’autosufficienza possa condurre alla realizzazione della vita umana.
Quando Giovanni scrive, è cosciente dei rischi che la sua comunità sta correndo e vede all’opera il vignaiolo, il Padre, che « taglia » e « purifica », non per distruggere la vite, ma per permetterle l’abbondanza della vita.
Probabilmente Giovanni allude anzitutto, al rischio che la comunità dia per scontato il suo « rimanere in Lui » e diventi autoreferenziale, preoccupata più di quello che ritiene la propria testimonianza nel mondo che non di lasciare che Lui operi in lei. Sono in vista le persecuzioni: il pericolo è allora quello di scoraggiarsi, di dubitare dell’amore di Dio. Si tratta invece di « rimanere in Lui », nella logica della Croce: la comunità ne esce allora purificata e realizza la vite vera.
L’ altro pericolo è il settarismo all’interno della comunità: l’evangelista ha senza dubbio in mente i membri della comunità che si sono separati (1 Giov.2,19), che hanno privilegiato prospettive, idee, modi di intendere propri, piuttosto che « rimanere in Lui », nell’unità della comunione fraterna. Non è il vigore di un tralcio che si separa dalla vite che dà la vita, ma è la vite che dà la vita atttraverso i tralci pur fragili: « senza di me non potete fare nulla ».
« Rimanere in Lui », nell’unità per la quale Gesù ha pregato è dunque il valore fondamentale (Giov.17). Non per nulla il verbo « rimanere », caro al Vangelo di Giovanni, ritorna incessantemente in questo brano: dodici volte in pochi versetti. « Rimanere » non è soltanto essere « accanto » o « con » ma essere « nell’altro » e non significa un semplice « restare » statico oppure sentire l’obbligo di non abbandonare un luogo: esprime l’unione intima, l’inabitazione di Gesù nei suoi discepoli e dei discepoli in Lui, in una dimensione dinamica di relazione, di ascolto, di trasformazione interiore che genera poi la trasformazione di tutta la vita.
« Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto »: il frutto atteso dal vignaiolo, che la vite vera produce, che realizza pienamente il suo sogno, dunque, è l’amore, la comunione, che fa dell’umanità un popolo unito, una comunità di fratelli.
« Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi »: il rischio è di sottolineare soltanto la prima parte della frase riducendo l’invito di Gesù ad un impegno soltanto umano, psicologico. L’originalità del pensiero di Giovanni si esprime nella parola « come »: non si tratta soltanto di imitare il Maestro che ha lavato i piedi dei discepoli, ma di agire come risposta all’amore che Lui ci dona per primo, con l’energia che Lui stesso dona ai tralci della vite.
Nel brano che la Liturgia ci fa leggere come seconda lettura (1Giov.3,18-24), Giovanni ci ricorda che l’amore non si limita a buoni sentimenti o a buone parole: « Figlioli, non amiamo a parole o con la lingua, ma con i fatti e nella verità ». Immediatamente prima ha ricordato che la verifica della autenticità della mistica è il servizio dei fratelli.
Ascoltando la sua Parola e rivivendo nell’Eucaristia l’esperienza del « nostro » rimanere in Lui come Lui è in noi, sapendo che il nostro amore rimane sempre inadeguato al suo, gustiamo pure l’altra stupenda parola della seconda lettura, che ci illumina sulla dinamica fondamentale della nostra vita nella comunità credente: « Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa ».

Papa: per rispettare l’uomo, la scienza non può fare a meno della fede

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-per-rispettare-l’uomo,-la-scienza-non-pu%C3%B2-fare-a-meno-della-fede-24654.html

03/05/2012

VATICANO

Papa: per rispettare l’uomo, la scienza non può fare a meno della fede

Ricerca scientifica e domanda di senso « zampillano da un’unica sorgente, quel Logos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia ». La perdita di questa unità genera una crisi di pensiero. « Un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze ».
Roma (AsiaNews) – Restituire alla ricerca entrambe le « ali » di scienza e fede, per superare la situazione nella quale « ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso » e, si lega a una mentalità che genera « un rischioso squilibrio tra ciò che è possibile tecnicamente e ciò che è moralmente buono, con imprevedibili conseguenze ».
Benedetto XVI torna oggi a riaffermare l’idea che ricerca scientifica e domanda di senso, pur nella loro specifica fisionomia « zampillano da un’unica sorgente, quel Logos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia ». Lo fa nel corso della visita compiuta alla sede romana dell’Università cattolica del Sacro Cuore, in occasione del 50mo anniversario dell’istituzione della Facoltà di medicina e chirurgia, che porta il nome del fondatore Agostino Gemelli.
« Il nostro – rileva il Papa – è un tempo in cui le scienze sperimentali hanno trasformato la visione del mondo e la stessa auto comprensione dell’uomo. Le molteplici scoperte, le tecnologie innovative che si susseguono a ritmo incalzante, sono ragione di motivato orgoglio, ma spesso non sono prive di inquietanti risvolti. Sullo sfondo, infatti, del diffuso ottimismo del sapere scientifico si protende l’ombra di una crisi del pensiero. Ricco di mezzi, ma non altrettanto di fini, l’uomo del nostro tempo vive spesso condizionato da riduzionismo e relativismo, che conducono a smarrire il significato delle cose; quasi abbagliato dall’efficacia tecnica, dimentica l’orizzonte fondamentale della domanda di senso, relegando così all’irrilevanza la dimensione trascendente. Su questo sfondo, il pensiero diventa debole e acquista terreno anche un impoverimento etico, che annebbia i riferimenti normativi di valore ».
« Sembra dimenticata » quella che è stata la feconda radice europea di cultura e di progresso: « in essa, la ricerca dell’assoluto – il quaerere Deum – comprendeva l’esigenza di approfondire le scienze profane, l’intero mondo del sapere », in quanto tutto ha origine dalla stessa fonte.
Anche oggi « è importante allora che la cultura riscopra il vigore del significato e il dinamismo della trascendenza, in una parola, apra con decisione l’orizzonte del quaerere Deum ».  « Si può dire che lo stesso impulso alla ricerca scientifica scaturisce dalla nostalgia di Dio che abita il cuore umano: in fondo, l’uomo di scienza tende, spesso inconsciamente, a raggiungere quella verità che può dare senso alla vita. Ma per quanto sia appassionata e tenace la ricerca umana, essa non è capace con le proprie forze di approdo sicuro, perché «l’uomo non è in grado di chiarire completamente la strana penombra che grava sulla questione delle realtà eterne… Dio deve prendere l’iniziativa di venire incontro e di rivolgerSi all’uomo» (J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Roma 2005, 124). Per restituire alla ragione la sua nativa, integrale dimensione bisogna allora riscoprire il luogo sorgivo che la ricerca scientifica condivide con la ricerca di fede, fides quaerens intellectum ». « Scienza e fede hanno una reciprocità feconda, quasi una complementare esigenza dell’intelligenza del reale. Ma, paradossalmente, proprio la cultura positivista, escludendo la domanda su Dio dal dibattito scientifico, determina il declino del pensiero e l’indebolimento della capacità di intelligenza del reale ».
« Ma il quaerere Deum dell’uomo si perderebbe in un groviglio di strade se non gli venisse incontro una via di illuminazione e di sicuro orientamento, che è quella di Dio stesso che si fa vicino all’uomo con immenso amore ».
  »Religione del Logos, il Cristianesimo non relega la fede nell’ambito dell’irrazionale, ma attribuisce l’origine e il senso della realtà alla Ragione creatrice, che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore e che invita a percorrere la strada del quaerere Deum: ‘Io sono la via, la verità, la vita’ ».
« Vissuta nella sua integralità, la ricerca è illuminata da scienza e fede, e da queste due «ali» trae impulso e slancio, senza mai perdere la giusta umiltà, il senso del proprio limite. In tal modo la ricerca di Dio diventa feconda per l’intelligenza, fermento di cultura, promotrice di vero umanesimo, ricerca che non si arresta alla superficie ».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 4 mai, 2012 |Pas de commentaires »

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