Archive pour mai, 2012

Visitazione della Beata Vergine Maria ad Elisabetta

Visitazione della Beata Vergine Maria ad Elisabetta dans immagini sacre

http://www.istitutoaveta.it/Visitazione%20della%20B.V.M..htm

Publié dans:immagini sacre |on 31 mai, 2012 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: MAGNIFICAT (2006)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060215_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

MAGNIFICAT

Aula Paolo VI

Mercoledì, 15 febbraio 2006

Prima della catechesi, il Santo Padre Benedetto XVI incontra gruppi di studenti italiani e i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Famiglia religiosa « Frères de Saint-Jean » nella Basilica Vaticana:

[Cari fratelli e sorelle,
Saluto con affetto tutti voi, cari studenti provenienti da varie parti d’Italia. In particolare, saluto gli alunni e gli insegnanti delle Scuole di Ostia Lido, dell’Istituto Sacro Cuore di Caserta e dell’Istituto Santa Dorotea di Roma.
Cari amici, avrete certo saputo che è stata pubblicata di recente la mia prima enciclica dal titolo « Deus caritas est », nella quale ho voluto ricordare che è l’amore di Dio la sorgente e il motivo della nostra vera gioia. Invito ciascuno di voi a comprendere e accogliere sempre più questo Amore che cambia la vita e vi rende testimoni credibili del Vangelo. Diventerete così autentici amici di Gesù e suoi fedeli apostoli.
Soprattutto alle persone più deboli e bisognose dobbiamo far sentire la tenerezza del Cuore di Dio e non dimenticate che ognuno di noi, diffondendo la carità divina, contribuisce a costruire un mondo più giusto e solidale.
Chers frères et soeurs,
Je suis heureux d’accueillir ce matin les membres et les proches de la Congrégation Saint-Jean, à l’occasion de son trentième anniversaire, accompagnés des Prieurs généraux et du Père Marie-Dominique Philippe. Que votre pèlerinage soit un temps de renouveau, prenant soin de vérifier ce qui a été vécu pour en tirer tous les enseignements et pour opérer un discernement toujours plus profond des vocations qui se présentent et des missions auxquelles vous êtes appelés, dans une collaboration confiante avec les pasteurs des Eglises locales. Que le Seigneur vous fasse grandir en sainteté, avec l’aide de Marie et du disciple bien-aimé!
Concludiamo questo nostro incontro recitando la preghiera del Padre Nostro.]

***

Magnificat
Cantico della Beata Vergine

1. Siamo giunti ormai all’approdo finale del lungo itinerario cominciato proprio cinque anni fa, nella primavera del 2001, dal mio amato Predecessore, l’indimenticabile Papa Giovanni Paolo II. Il grande Papa aveva voluto percorrere nelle sue catechesi l’intera sequenza dei Salmi e dei Cantici che costituiscono il tessuto orante fondamentale della Liturgia delle Lodi e dei Vespri. Pervenuti ormai alla fine di questo pellegrinaggio testuale, simile a un viaggio nel giardino fiorito della lode, dell’invocazione, della preghiera e della contemplazione, lasciamo ora spazio a quel Cantico che idealmente suggella ogni celebrazione dei Vespri, il Magnificat (Lc 1, 46-55).

È un canto che rivela in filigrana la spiritualità degli anawim biblici, ossia di quei fedeli che si riconoscevano « poveri » non solo nel distacco da ogni idolatria della ricchezza e del potere, ma anche nell’umiltà profonda del cuore, spoglio dalla tentazione dell’orgoglio, aperto all’irruzione della grazia divina salvatrice. Tutto il Magnificat, che abbiamo sentito adesso dalla Cappella Sistina, è, infatti, marcato da questa « umiltà », in greco tapeinosis, che indica una situazione di concreta umiltà e povertà.

2. Il primo movimento del cantico mariano (cfr Lc 1, 46-50) è una sorta di voce solista che si leva verso il cielo per raggiungere il Signore. Sentiamo proprio la voce della Madonna che parla così del suo Salvatore, che ha fatto grandi cose nella sua anima e nel suo corpo. Si noti, infatti, il risuonare costante della prima persona: « L’anima mia… il mio spirito… mio salvatore… mi chiameranno beata… grandi cose ha fatto in me… ». L’anima della preghiera è, quindi, la celebrazione della grazia divina che ha fatto irruzione nel cuore e nell’esistenza di Maria, rendendola la Madre del Signore.

L’intima struttura del suo canto orante è, allora, la lode, il ringraziamento, la gioia riconoscente. Ma questa testimonianza personale non è solitaria e intimistica, puramente individualistica, perché la Vergine Madre è consapevole di avere una missione da compiere per l’umanità e la sua vicenda si inserisce all’interno della storia della salvezza. E così può dire: « Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono » (v. 50). La Madonna con questa lode del Signore dà voce a tutte le creature redente che nel suo « Fiat », e così nella figura di Gesù nato dalla Vergine, trovano la misericordia di Dio.

3. È a questo punto che si svolge il secondo movimento poetico e spirituale del Magnificat (cfr vv. 51-55). Esso ha una tonalità più corale, quasi che alla voce di Maria si associ quella dell’intera comunità dei fedeli che celebrano le scelte sorprendenti di Dio. Nell’originale greco del Vangelo di Luca abbiamo sette verbi all’aoristo, che indicano altrettante azioni che il Signore compie in modo permanente nella storia: « Ha spiegato la potenza… ha disperso i superbi… ha rovesciato i potenti… ha innalzato gli umili… ha ricolmato di beni gli affamati… ha rimandato i ricchi… ha soccorso Israele ».

In questo settenario di opere divine è evidente lo « stile » a cui il Signore della storia ispira il suo comportamento: egli si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare « i superbi, i potenti e i ricchi ». Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi, per mostrare chi sono i veri prediletti di Dio: « Coloro che lo temono », fedeli alla sua parola; « gli umili, gli affamati, Israele suo servo », ossia la comunità del popolo di Dio che, come Maria, è costituita da coloro che sono « poveri », puri e semplici di cuore. È quel « piccolo gregge » che è invitato a non temere perché al Padre è piaciuto dare ad esso il suo regno (cfr Lc 12, 32). E così questo canto ci invita ad associarci a questo piccolo gregge, ad essere realmente membri del Popolo di Dio nella purezza e nella semplicità del cuore, nell’amore di Dio.

4. Raccogliamo, allora, l’invito che nel suo commento al testo del Magnificat ci rivolge sant’Ambrogio, dice il grande Dottore della Chiesa: « Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio; se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo; ognuna infatti accoglie in sé il Verbo di Dio… L’anima di Maria magnifica il Signore, e il suo spirito esulta in Dio, perché, consacrata con l’anima e con lo spirito al Padre e al Figlio, essa adora con devoto affetto un solo Dio, dal quale tutto proviene, e un solo Signore, in virtù del quale esistono tutte le cose » (Esposizione del Vangelo secondo Luca, 2, 26-27: SAEMO, XI, Milano-Roma 1978, p. 169).

In questo meraviglioso commento del Magnificat di sant’Ambrogio mi tocca sempre particolarmente la parola sorprendente: « Se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo; ognuna infatti accoglie in sé il Verbo di Dio ». Così il santo Dottore, interpretando le parole della Madonna stessa, ci invita a far sì che nella nostra anima e nella nostra vita il Signore trovi una dimora. Non dobbiamo solo portarlo nel cuore, ma dobbiamo portarlo al mondo, cosicché anche noi possiamo generare Cristo per i nostri tempi. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a magnificarlo con lo spirito e l’anima di Maria e a portare di nuovo Cristo al nostro mondo.

Omelia per la festa della Visitazione della Beata Vergine Maria – Angelo Card. Bagnasco (2007)

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=1918

Omelia per la festa della Visitazione della Beata Vergine Maria

Angelo Card. Bagnasco

Genova, Monastero della Visitazione Santa Maria,

31 maggio 2007

Un saluto cordiale e affettuoso ai nostri Sacerdoti, a voi carissimi fratelli e sorelle, e alle nostre sorelle monache che oggi celebrano la festa così bella, importante e cara per loro, ma anche per la comunità cristiana, e cioè la Visitazione della Beata Vergine Maria: mistero grande, come tutti i misteri della vita di Cristo, e della Santa Vergine, e della Chiesa, perché ci riconduce non solo alle sorgenti della nostra fede, ma anche della nostra vocazione e della nostra missione, in particolare di voi, carissime monache, che al mistero della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta non solo dedicate questo monastero, ma la vostra vita, il vostro carisma, il vostro particolare modo di vivere la vita di clausura, la vita monastica. E allora, poche cose, per poter richiamare all’attenzione vostra e di tutti noi ciò che questo mistero porta come inesauribile ricchezza per la Chiesa intera.
E, innanzi tutto, vorrei sottolineare questo: Maria si reca di corsa, sfidando fatiche, pericoli della strada, disagio, in un villaggio lontano (soprattutto allora), da Nazareth a Ain-Karim, per incontrare la cugina Elisabetta. E’ un moto di carità ed è giusto leggerlo così: una carità pronta, decisa, generosa, una carità non richiesta, perché Maria non ha ricevuto nessuna domanda, nessuna richiesta di aiuto. Una carità, quindi, non richiesta, che previene e che si offre, nella discrezione del gesto e della presenza. Già qui abbiamo tutti molto da imparare, sia nelle comunità, sia nella vita ordinaria, sia nelle nostre famiglie. Una carità che si accorge dei bisogni, che prende l’iniziativa, sempre con discrezione certo, con umiltà, e che concretamente, nei bisogni quotidiani e soprattutto nel nascondimento della vita quotidiana, senza esibizioni, senza enfasi, senza applausi, scende nel solco del bisogno e si fa luce.
Ma, come ben sapete care sorelle, questo squisito atteggiamento di carità, come ho poc’anzi descritto è anche, innanzi tutto, un atto di fede, perché è dalla fede che nasce la carità cristiana. Altrimenti restiamo sul piano di nobile filantropia umana: nobilissima nel suo valore, ma non attinge la natura, il cuore di Dio. E noi siamo chiamati, in forza della fede, del Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo chiamati a vivere « da Dio », non solo a vivere « di Dio », il che significa sostanziare i nostri sentimenti, i nostri pensieri, il nostro agire: sostanziarlo e ispirarlo da ciò che Dio è. E come ci ha ricordato il Santo Padre, riprendendo la Scrittura, « Dio è amore ». Ed è amore di famiglia, è amore di famiglia perché la Trinità Santa è famiglia, nell’intreccio profondo e misterioso delle relazioni: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell’unità dell’unico Dio. Famiglia che non può mai lasciarci indifferenti e del quale siamo tutti creati ad immagine e somiglianza. Famiglia, dinamismo d’amore.
E allora, dicevo che la carità di Maria, così esemplare, così profonda e vera, nasce da un atto di fede. Infatti, come ben sappiamo, il mistero della Visitazione è preceduto dal mistero dell’Annunciazione; e non a caso uso e ripeto la parola mistero: non perché è un po’ esoterica, ma perché tutta la nostra vita, a ben vedere, se letta nella dimensione interiore e non solo nella cronaca, sa di mistero, cioè di intreccio tra l’azione di Dio, che chiamiamo giustamente « divina Provvidenza », e la dimensione umana, la nostra libertà, che spesso non determina le circostanze, ma sempre è chiamata ad accoglierle. Come Maria che, nel mistero dell’Annunciazione, non determina nulla con la propria volontà di ciò che accade, ma accoglie ciò che accade. Sì, la nostra vita, come la vita di Maria, è mistero.
E anche qui troviamo una seconda indicazione per la vita comunitaria, per la vita cristiana, per la vita spirituale, ed è quella di non fermarci alla superficie, alla crosta degli eventi della nostra esistenza, quelli quotidiani, semplici, nascosti, ripetitivi, quelli meno ripetitivi, o più eclatanti, non importa: scendere da questo piano per entrare nel cuore di ciò che ci accade, per cogliere la presenza provvidenziale del Signore che guida la nostra vita verso sentieri sconosciuti a noi, a volte ostici, non desiderabili, ma sempre per il nostro bene più grande.
E allora, dicevo che nel mistero che immediatamente precede alla Visitazione della Madonna a Santa Elisabetta, troviamo Maria nel cuore dell’Annunciazione, quando l’angelo per confortare, per confermare la fede di Maria di fronte al grande annuncio del grande mistero insondabile, assolutamente imperscrutabile, le dice semplicemente: Elisabetta, ormai avanti negli anni, è avanti anche nella gravidanza. Ecco ciò che l’angelo confida a Maria. Un dato di cronaca, una gravidanza inattesa: ma l’angelo le offre anche l’interpretazione, la chiave misteriosa, alza per un momento il velo su questo episodio che potrebbe rimanere una cronaca festosa, ma solamente cronaca. « …perché nulla è impossibile a Dio ». E qui si apre la luce: tutto è possibile a Dio perché Dio è amore e l’amore è Dio! E allora tutto ciò che accade nella nostra esistenza, come nell’esistenza di Elisabetta ed in quella di Maria, è veramente riflesso, espressione della onnipotenza di Dio. E Maria crede. E corre, corre ansiosa e gioiosa nella casa di Elisabetta, per poter toccare con mano il segno di Dio che avrebbe confermato il mistero del suo grembo ormai fecondato.
Corre per un gesto di fede, che ispira un gesto di amore, ma anche permette un passaggio, umanissimo e necessario, delle anime. E qui troviamo, carissime sorelle, un terzo aspetto, non piccolo, della vita di comunità e cioè il desiderio, come per Maria verso Elisabetta, il desiderio di comunicarsi l’anima. A chi confidare ciò che era accaduto nella vita di Maria, in un modo misterioso, miracoloso, inatteso, incredibile? Chi avrebbe creduto alle parole di Maria, se non un’altra anima segnata dal mistero di Dio? C’è bisogno di comunicarci l’anima! Non tanto nelle nostre suggestioni o nelle nostre involuzioni, a volte psicologiche, ma nella semplicità di ciò che Dio compie dentro di noi. Comunicare ciò che Dio compie nel nostro cuore, nella nostra vita; comunicare le meraviglie di Dio ai nostri fratelli, alle nostre sorelle, non per esibire noi stessi, ma per magnificare Dio. Ecco il Magnificat che dovrebbe non solo intonare la vita di una comunità, ma ispirarla e accompagnarla sempre. Nonostante difficoltà, che ci sono nella vita di tutti; nonostante problemi, a volte delusioni, sofferenze, il Magnificat ha sempre diritto di cittadinanza nella vita di ciascuno e delle nostre comunità, perché Dio è più grande del nostro cuore.
E allora vi invito, care sorelle, proprio non solo a questa dimensione umile, nascosta, attenta, preventiva, della carità fraterna, che certamente costituisce il tessuto di un monastero e di una clausura, ma anche a una coltivazione della fede che aiuti a scendere oltre la superficie degli eventi, sia personali, sia comunitari, per cogliere la mano della Provvidenza di Dio e, infine, alla comunicazione delle vostre anime, nel segno della umiltà, della fraternità, perché in tutto venga magnificato il Signore.

Dal vangelo secondo Luca 1,39-47 – Omelia di san Beda il Venerabile su questo vangelo.

http://www.certosini.info/lezion/Santi/31%20maggio%20visitazione%20della%20B%20V%20M.htm

Dal vangelo secondo Luca 1,39-47

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, saluto Elisabetta.

Omelia di san Beda il Venerabile su questo vangelo.

In Lucam Evangelii Expositio,I,1. PL 92,320-321.

Appena Maria ha dato il suo consenso all’angelo dell’annunciazione, questi si volge verso il cielo e Maria verso la montagna. Ella si mette subito in viaggio per andare a trovare Elisabetta, mossa non da dubbio o da incredulità, ma per compiere il suo dovere con gioia e dedizione.
Il racconto si connota anche per una dimensione simbolica: quando l’anima concepisce in sé stessa il Verbo di Dio, si mette immediatamente in viaggio verso la montagna spirituale mediante l’amore, allo scopo di raggiungere la città della Giudea, vale a dire la rocca dell’adorazione della lode.
Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta. Chi è vergine ha qui da imparare l’umiltà di Maria, per essere casto e puro di cuore. Vedete che la più giovane visita la più anziana e la vergine saluta la donna sposata.
Occorre infatti che la vergine sia tanto più umile quanto più è casta. Dimostrando il proprio rispetto a chi è più anziano di età, essa inghirlanda il suo stato verginale con la lode resa alla sua umiltà.
Maria viene da Elisabetta e il Signore viene da Giovanni, affinché l’una sia colmata di Spirito Santo e l’altro sia consacrato dal battesimo. L’umiltà dei primi procura l’elevazione degli altri.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria.. il bambino le sussulto nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo.

Fate attenzione all’ordine e al significato delle parole: Elisabetta è la prima a udire le parole di Maria, ma Giovanni è il primo ad avvertire la grazia di Cristo.
Elisabetta ascolta in modo naturale, ma Giovanni trasalisse a causa del mistero.
Elisabetta percepisce l’arrivo di Maria, ma Giovanni presente quello del Signore.
Le due donne proclamano la grazia, i due bambini la operano.
I bambini sono confrontati con il mistero divino grazie all’azione delle madri, mentre queste profetizzano con un duplice miracolo grazie allo spirito dei due bambini.
Giovanni trasalisse, poi Elisabetta è piena di Spirito Santo. Il figlio riceve lo Spirito per primo in modo che lo possa comunicare alla madre.
Elisabetta esclamò a gran voce: « Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! ».
Notiamo qui che l’antica profezia in ordine a Cristo si attua non soltanto nella realtà dei miracoli, ma anche nella loro espressione letterale. Infatti era stato promesso con giuramento al patriarca i Davide: Il frutto delle tue viscere io metterò sul mio trono.1( Sal 131.11 )
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Elisabetta non pone la domanda per ignoranza, giacché sa benissimo che è salutata dalla madre del suo Signore in vista della santificazione di suo figlio. Parla cosi, dato che è stupefatta per la novità di quel miracolo, e proclama che esso non dipende dal proprio merito, ma dal dono di Dio.
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi. il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
Elisabetta aveva taciuto sulla sua maternità incipiente, finché ne ignorò il mistero; ma dopo cinque mesi di silenzio sul concepimento del figlio, comincia a parlarne rallegrandosi di aver concepito un profeta.
Prima Elisabetta stava nascosta, ora si mette a proclamare benedizioni. Era rimasta dubbiosa, ma adesso è rassicurata. Alla venuta del Signore ella si esprime a gran voce,si cura com’è che il frutto del suo ventre è voluto da Dio. Non ha più nessun motivo per sottrarsi agli sguardi, dato che la nascita di un profeta attesta un concepimento integro e retto.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.
Maria non ha dubitato, ma ha creduto e ha ottenuto il frutto della sua fede. Ella è veramente beata, molto più di Zaccariá. Questi aveva opposto un dubbio e Maria lo cancella con la sua fede.
Non c’è da stupirsi che il Signore abbia voluto riscattare il mondo, cominciando quest’opera da sua madre. Egli prepara in lei la salvezza di tutti gli uomini e le fa gustare per prima le primizie del frutto salutifero.
Notiamo pure che la grazia di cui è colmata Elisabetta, all’arrivo di Maria, la illumina di uno spirito profetico che abbraccia simultaneamente il passato (colei che ha creduto), il presente (madre del mio Signore), e il futuro ( nell’adempimento delle parole del Signore).
Allora Maria disse: « L’anima mia magnifica il Signore ». Iddio mi ha innalzata con un dono cosi grande e inaudito che nessun linguaggio mi offre le parole adeguate ad esprimerlo; riesce a coglierlo soltanto il sentimento del cuore profondo.
Consacro, perciò, tutte le mie energie spirituali all’azione di grazie e alla lode e consegno quanto in me vive, sente e capisce alla contemplazione della grandezza di Colui che non ha limiti. Il mio spirito infatti esulta per la divinità eterna di Gesù Salvatore che da me ha preso l’esistenza nel tempo.

Raffaello, trasfigurazione

Raffaello, trasfigurazione dans immagini sacre napoleonenascitalouvre-raffaello-trasfigurazione-annamariadesimone-4

http://www.smsd.it/pls/smsd/consultazione.mostra_pagina?rifi=&rifp=&id_pagina=1033

Publié dans:immagini sacre |on 30 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Bellezza e Trasfigurazione – Raffaello, La Trasfigurazione (di Enzo Bianchi)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/ARTE/TEORIA%20DELL’ARTE/bellezzaetrasfigurazionebianchi.htm

BELLEZZA  E  TRASFIGURAZIONE

di Enzo Bianchi

Raffaello , La Trasfigurazione – particolare , Museo Vaticano .

Nell’episodio della trasfigurazione è certamente presente il nucleo evangelico più denso e pregnante circa la visione cristiana della bellezza. Ci chiediamo: Quale bellezza emerge dalla trasfigurazione di Gesù? E quale rapporto può avere con la salvezza?
La trasfigurazione è mistero di bellezza anzitutto in quanto mostra che la bellezza è dimensione in Dio che si rivela in Cristo: Cristo narra la bellezza di Dio con la luminosità irradiante del suo volto trasfigurato. Il Dio che «abita una luce inaccessibile» (1 Tm 6,16) ha comunicato agli uomini la sua luce in Cristo, dunque in un corpo umano, nel viso di un uomo: così, tramite il Figlio, che è «irradiazione della gloria del Padre» (Eb 1,3), l’uomo può conoscere il Dio che nessuno ha mai visto né può vedere e può avere comunione con lui. Al cuore della trasfigurazione, come della salvezza, vi è il dono di Dio: la bellezza si declina pertanto come donazione e grazia di Dio cui l’uomo risponde con la gratuità. La bellezza cristiana è l’evento di una relazione di grazia, e la vita cristiana, in quest’ottica, si configura come vita eucaristica posta sotto il primato del dono e non della prestazione, come esperienza di luce e avventura di libertà e amore, dove luce, libertà e amore trovano in Cristo la loro oggettivazione. Diventare somigliantissimi al Cristo partecipando alla bellezza della sua vita è quindi il compito dei discepoli. Bellezza e santità sono sinonimi! E la santità cristiana si declina come comunione. Come la trasfigurazione, infatti, è evento di comunione tra prima e nuova alleanza (Mosè ed Elia e i tre discepoli), tra cielo e terra e tra l’uomo e tutto il creato e il cosmo (l’alta montagna), tra viventi e trapassati che nel Cristo ricevono la possibilità di comunicare, così anche la bellezza cristiana, che nasce dalla rinuncia alla concupiscenza, al possesso e all’abuso, trova nella comunione un suo criterio decisivo. Avvenuta nella carne umana di Gesù di Nazaret, la trasfigurazione non è riducibile a esperienza gnostica ma si oppone a ogni spiritualità dualistica, di rottura: essa non vuole suscitare rotture con il mondo né evasioni dalla storia, non richiede cinismo verso ciò che è corporeo e materiale e neppure vuole negare o diminuire l’umano, ma chiede di accogliere positivamente tutte queste realtà in Cristo per mantenerle o restituirle alla loro bontà e bellezza radicali. E così la bellezza apre alla contemplazione, alla purificazione dello sguardo sulle realtà tutte, considerate come tempio di Dio, luogo della sua presenza.
La trasfigurazione è poi celebrazione del volto, anzitutto il volto luminoso di Cristo, ma poi i volti di coloro che lo attorniano – Mosè, Elia, Pietro, Giacomo, Giovanni -, e questo ricorda ai credenti che la comunione ecclesiale è compagnia di volti e nomi precisi, cioè di libertà personali, e che la chiesa ha la responsabilità di essere un luogo di libertà e di umanità, che bandisce la paura e tut­to ciò che attenta alla piena dilatazione dell’umano e, soprattutto, della libertà. In particolare la trasfigurazione ricorda che il volto di ogni figlio di Adamo, di ogni uomo creato a immagine e somiglianza di Dio è portatore di un riflesso dello splendore divino e ha insita in sé la vocazione alla bellezza, a vivere una vita bella, buona e felice. Ora, la luce e lo splendore di bellezza che abitano l’umanità di Cristo preannunciano il regno escatologico in cui non vi sarà più alcuna bruttezza e in cui l’umanità tutta sarà resa dimora di Dio, bella come una sposa pronta per il suo sposo (cf. Ap 21,2-3). Se il regno di Dio è la perfetta bellezza, è cioè il mondo pienamente rispondente allo sguardo e alla volontà di Dio, la chiesa ha nella storia il compito di annunciare la bellezza, o meglio, ha la vocazione di essere bella, «senza macchia né ruga, senza difetti» (Ef 5,27). Per far questo deve essere chiaro che la bellezza da perseguire è certamente già stata narrata da Cristo, ma per la chiesa è a-venire, è la bellezza del regno, del Cristo quando verrà nella sua gloria. La dimensione escatologica è costitutiva della trasfigurazione. Scrive Basilio: «Pietro, Giacomo e Giovanni conobbero la bellezza di Cristo sul monte: era bellezza che splendeva più del sole, ed essi furono resi degni di cogliere con gli occhi un anticipo della sua gloriosa seconda venuta». La trasfigurazione è promessa, promessa del regno, della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, della Pasqua eterna, della salvezza universale, della venuta nella gloria del Figlio dell’uomo, e anche la bellezza è sempre una promessa: essa apre il futuro, ma non è mai totalmente fruibile, non può essere esaurita, abbracciata completamente. Altrimenti sarebbe un idolo. Anche l’esperienza umana di bellezza ha questo connotato: la bellezza dischiude una promessa di felicità suscitando così una tensione vitale nell’uomo. La bellezza ci visita, di essa noi possiamo parlare solo in termini di evento e di avvento, mai di dato!
La trasfigurazione configura dunque la salvezza come vita con Cristo, come un essere con lui («È bello per noi stare qui»: Mt 17,4): essa apre al credente la via della partecipazione alla vita divina attraverso l’ascolto («Questi è il mio Figlio … Ascoltatelo!»: Mt 17,5) e dunque connota la bellezza della vita cristiana anche nella sua dimensione di interiorità: si tratta di «rendere bello l’uomo nascosto nel cuore» (1 Pt 3,4), cioè di dare radici interiori e profonde alla bellezza. Nessuna comunione con gli altri uomini e con le creature se non si vive questa dimensione interiore di comunione con Dio che richiede la pacificazione e l’unificazione del cuore! Il «comportamento bello» (1 Pt 2,12) dei cristiani, il loro «comportamento santo» (1 Pt 1,15-16), la loro condotta eticamente responsabile e irreprensibile trova la sua radice nell’innesto vitale della prassi nel mistero pasquale e si nutre di interiorità, di silenzio, di solitudine, di attesa, di lacrime, di preghiera… non di sola efficienza vive l’uomo, ma anche, e soprattutto, di gratuità, di perdono, di carità.
È questa comunione fra Dio e uomo, fra l’umano e lo spirituale, fra uomo e uomo, fra l’uomo e il cosmo e tutte le creature che costituisce il cuore della trasfigurazione come esperienza di bellezza e di salvezza. La splendida Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse non sarà forse esperienza di comunione piena, senza più ombre e opacità? E ciò che si celebra nell’eucaristia non è forse anche magistero di bellezza per le vite dei cristiani? Vite troppo spesso tentate di spegnere il fuoco del vangelo con la timidezza e perfino la pavidità, di frenare l’irruenza del vento dello Spirito con un’etica delle buone maniere, di rendere insipido il sale della buona novella con l’edulcorazione delle esigenze evangeliche, di imprigionare la follia della croce nella camicia di forza della razionalità, della prudenza e del buon senso. E tutto questo fa sì che ci si debba porre una domanda: Che ne abbiamo fatto, noi cristiani, della chiamata a vivere la bellezza?
Ma dalla trasfigurazione discende anche un imperativo per le chiese. La trasfigurazione è una festa amatissima dall’oriente cristiano e da li assunta in occidente a partire dal XII secolo (con Pietro il Venerabile, abate di Cluny): essa visibilizza quello scambio dei doni tra chiese sorelle che dovrebbe condurre alla ricomposizione dell’unità visibile tra i credenti in Cristo. Perché è proprio questa divisione che deturpa la bellezza a cui è chiamata la chiesa. E smentendone la bellezza ne indebolisce la forza di segno salvifico, ne spegne la dimensione profetica, ne infiacchisce la capacità testimoniale. E infatti nell’essere uno come il Padre e il Figlio sono uno nel seno della Trinità divina, che i cristiani possono dare al mondo la loro «bella testimonianza». La loro vocazione è essere riflesso della bellezza trinitaria.

Publié dans:arte sacra, Enzo Bianchi |on 30 mai, 2012 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: « LA PREGHIERA È L’INCONTRO CON UNA PERSONA VIVA »

http://www.zenit.org/article-30930?l=italian

« LA PREGHIERA È L’INCONTRO CON UNA PERSONA VIVA »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di questa mattina

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 30 maggio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta oggi da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza Generale, che si è svolta questa mattina in piazza San Pietro.
***
Cari fratelli e sorelle,
in queste catechesi stiamo meditando la preghiera nelle lettere di san Paolo e cerchiamo di vedere la preghiera cristiana come un vero e personale incontro con Dio Padre, in Cristo, mediante lo Spirito Santo. Oggi in questo incontro entrano in dialogo il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. E vorrei sottolineare questa dinamica, soffermandomi sulla Seconda Lettera ai Corinzi. San Paolo invia questa appassionata Lettera a una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato, ed egli apre il suo cuore perché i destinatari siano rassicurati sulla sua fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa Seconda Lettera ai Corinzi inizia con una delle preghiere di benedizione più alte del Nuovo Testamento. Suona così: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio» (2Cor 1,3-4).
Quindi Paolo vive in grande tribolazione, sono molte le difficoltà e le afflizioni che ha dovuto attraversare, ma non ha mai ceduto allo scoraggiamento, sorretto dalla grazia e dalla vicinanza del Signore Gesù Cristo, per il quale era diventato apostolo e testimone consegnando nelle sue mani tutta la propria esistenza. Proprio per questo, Paolo inizia questa Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento verso Dio, perché non c’è stato alcun momento della sua vita di apostolo di Cristo in cui abbia sentito venir meno il sostegno del Padre misericordioso, del Dio di ogni consolazione. Ha sofferto terribilmente, lo dice proprio in questa Lettera, ma in tutte queste situazioni, dove sembrava non aprirsi una ulteriore strada, ha ricevuto consolazione e conforto da Dio. Per annunziare Cristo ha subito anche persecuzioni, fino ad essere rinchiuso in carcere, ma si è sentito sempre interiormente libero, animato dalla presenza di Cristo e desideroso di annunciare la parola di speranza del Vangelo. Dal carcere così scrive a Timoteo, suo fedele collaboratore. Lui in catene scrive: «la Parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, affinché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo, insieme alla gloria eterna» (2Tm 2,9b-10). Nel suo soffrire per Cristo, egli sperimenta la consolazione di Dio. Scrive: «come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo, abbonda la nostra consolazione» (2Cor 1,5).
Nella preghiera di benedizione che introduce la Seconda Lettera ai Corinzi domina quindi, accanto al tema delle afflizioni, il tema della consolazione, da non intendersi solo come semplice conforto, ma soprattutto come incoraggiamento ed esortazione a non lasciarsi vincere dalla tribolazione e dalle difficoltà. L’invito è a vivere ogni situazione uniti a Cristo, che carica su di sé tutta la sofferenza e il peccato del mondo per portare luce, speranza, e redenzione. E così Gesù ci rende capaci di consolare a nostra volta quelli che si trovano in ogni genere di afflizione. La profonda unione con Cristo nella preghiera, la fiducia nella sua presenza, conducono alla disponibilità a condividere le sofferenze e le afflizioni dei fratelli. Scrive Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema?» (2Cor 11,29). Questa condivisione non nasce da una semplice benevolenza, né solo dalla generosità umana o dallo spirito di altruismo, bensì scaturisce dalla consolazione del Signore, dal sostegno incrollabile della «straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7).
Cari fratelli e sorelle, la nostra vita e il nostro cammino cristiano sono segnati spesso da difficoltà, da incomprensioni, da sofferenze. Tutti lo sappiamo. Nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana, possiamo anche noi, concretamente, sentire la consolazione che viene da Dio. E questo rafforza la nostra fede, perché ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo, a noi, a me, in Cristo; fa sentire la fedeltà del suo amore, che giunge fino al dono del suo Figlio sulla Croce. Afferma san Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunziato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu « sì » e « no », ma in lui ci fu il « sì ». Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono « sì ». Per questo per mezzo di lui sale a Dio il nostro « amen », per la sua gloria» (2Cor 1,19-20). Il «sì» di Dio non è dimezzato, non va tra «sì» e «no», ma è un semplice e sicuro «sì». E a questo «sì» noi rispondiamo con il nostro «sì», con il nostro «amen» e così siamo sicuri nel «sì» di Dio.
La fede non è primariamente azione umana, ma dono gratuito di Dio, che si radica nella sua fedeltà, nel suo «sì», che ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli. Tutta la storia della salvezza è un progressivo rivelarsi di questa fedeltà di Dio, nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti, nella certezza che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come dichiara l’Apostolo nella Lettera ai Romani(11,29).
Cari fratelli e sorelle, il modo di agire di Dio – ben diverso dal nostro – ci dà consolazione, forza e speranza perché Dio non ritira il suo «sì». Di fronte ai contrasti nelle relazioni umane, spesso anche familiari, noi siamo portati a non perseverare nell’amore gratuito, che costa impegno e sacrificio. Invece, Dio non si stanca con noi, non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro per primo, è assolutamente affidabile questo suo «sì». Nell’evento della Croce ci offre la misura del suo amore, che non calcola, che non ha misura. San Paolo nella Lettera a Tito scrive: «È apparsa la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4). E perché questo «sì» si rinnovi ogni giorno «ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,21b-22).
E’ infatti lo Spirito Santo che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo e crea nel nostro cuore il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, nel suo amore, quando riceveremo una dimora non costruita da mani umane nei cieli. Non c’è persona che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il «no» del rifiuto o dell’indurimento del cuore. Dio ci aspetta, ci cerca sempre, vuole accoglierci nella comunione con Sé per donare a ognuno di noi pienezza di vita, di speranza e di pace.
Sul «sì» fedele di Dio s’innesta l’«amen» della Chiesa che risuona in ogni azione della liturgia: «amen» è la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria, e che esprime il nostro «sì» all’iniziativa di Dio. Spesso rispondiamo per abitudine col nostro «amen» nella preghiera, senza coglierne il significato profondo. Questo termine deriva da ’aman che, in ebraico e in aramaico, significa «rendere stabile», «consolidare» e, di conseguenza, «essere certo», «dire la verità». Se guardiamo alla Sacra Scrittura, vediamo che questo «amen» è detto alla fine dei Salmi di benedizione e di lode, come, ad esempio, nel Salmo 41: «Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre. Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen» (vv. 13-14). Oppure esprime adesione a Dio, nel momento in cui il popolo di Israele ritorna pieno di gioia dall’esilio babilonese e dice il suo «sì», il suo «amen» a Dio e alla sua Legge. Nel Libro di Neemia si narra che, dopo questo ritorno, «Esdra aprì il libro (della Legge) in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: « Amen, amen », alzando le mani» (Ne 8,5-6).
Sin dagli inizi, quindi, l’«amen» della liturgia giudaica è diventato l’«amen» delle prime comunità cristiane. E il libro della liturgia cristiana per eccellenza, l’Apocalisse di San Giovanni, inizia con l’«amen» della Chiesa: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,5b-6). Così nel primo capitolo dell’Apocalisse. E lo stesso libro si chiude con l’invocazione «Amen, vieni, Signore Gesù» (Ap 22,21).
Cari amici, la preghiera è l’incontro con una Persona viva da ascoltare e con cui dialogare; è l’incontro con Dio che rinnova la sua fedeltà incrollabile, il suo «sì» all’uomo, a ciascuno di noi, per donarci la sua consolazione in mezzo alle tempeste della vita e farci vivere, uniti a Lui, un’esistenza piena di gioia e di bene, che troverà il suo compimento nella vita eterna.
Nella nostra preghiera siamo chiamati a dire «sì» a Dio, a rispondere con questo «amen» dell’adesione, della fedeltà a Lui di tutta la nostra vita. Questa fedeltà non la possiamo mai conquistare con le nostre forze, non è solo frutto del nostro impegno quotidiano; essa viene da Dio ed è fondata sul «sì» di Cristo, che afferma: mio cibo è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). E’ in questo «sì» che dobbiamo entrare, entrare in questo «sì» di Cristo, nell’adesione alla volontà di Dio, per giungere con san Paolo ad affermare che non siamo noi a vivere, ma è Cristo stesso che vive in noi. Allora l’«amen» della nostra preghiera personale e comunitaria avvolgerà e trasformerà tutta la nostra vita, una vita di consolazione di Dio, una vita immersa nell’Amore eterno e incrollabile. Grazie.
[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Porgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino, le Suore di Nostra Signora della Mercede e le Suore Francescane dell’Immacolata, che celebrano i rispettivi Capitoli Generali. Care sorelle, il Signore vi doni di rispondere con prontezza alle sue sollecitazioni. Saluto gli esponenti del Centro Sportivo Italiano di Imola, accompagnati dal Vescovo Mons. Tommaso Ghirelli, i membri della Selezione Sacerdoti Calcio e i ministranti della Parrocchia dei Santi Antonio e Annibale Maria in Roma.
Mi è poi gradito rivolgere un saluto particolare ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli. Lo Spirito Santo, dono di Cristo risuscitato, guidi voi, cari giovani, e vi renda c????i di orientare con decisione la vita verso il bene; sostenga voi, cari ammalati, ad accogliere la sofferenza quale misterioso strumento di salvezza per voi e ??r i fratelli; aiuti voi, cari sposi novelli, a riscoprire ogni giorno le esigenze dell’amore, per essere sempre pronti a comprendervi e sostenervi reciprocamente.
Gli avvenimenti successi in questi giorni, circa la Curia e i miei collaboratori, hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che, nonostante la debolezza dell’uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un’immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero, per questo, rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che, quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio, mi aiutano nell’adempimento del mio Ministero.
E, infine, il mio pensiero va ancora una volta alle care popolazioni dell’Emilia, colpite da ulteriori forti scosse sismiche, che hanno causato vittime e ingenti danni, specialmente alle chiese. Sono vicino con la preghiera e l’affetto ai feriti, come pure a coloro che hanno subito disagi, ed esprimo il più sentito cordoglio ai familiari di quanti hanno perso la vita. Auspico che con l’aiuto di tutti e la solidarietà dell’intera Nazione possa riprendere al più presto la vita normale in quelle terre così duramente provate.

via Crucis

via Crucis dans immagini sacre ferw_28

http://www.azionecattolica.diocesi.torino.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=365:venerdi-30-marzo-sesta-stazione-della-via-crucis&catid=54:podcast&Itemid=143

Publié dans:immagini sacre |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »

Preghiera nel pericolo – Salmo 25

http://www.sospreghiera.it/Sofferenza_2.htm

Preghiera nel pericolo -  Salmo 25

Preghiera per il perdono e la salvezza.
« La speranza non delude » (Rm 5, 5)

Abbiamo qui un salmo che è considerato uno dei più bei modelli di preghiera dell’Antico Testamento.  In questo salmo si avvicendano la preghiera e la meditazione, la confidenza e una profonda  umiltà. È una serie di piccole orazioni molto graziose. Si invoca la protezione di Dio, ricordandogli la sua amicizia per i suoi fedeli e, qualora i nostri nemici dovessero vincerci, Egli muterà il male della nostra vita in lode per la sua gloria.
Non solo si chiedono beni materiali, ma soprattutto si domanda luce per conoscere la volontà di Dio, forza per metterla in pratica, perdono per i peccati.
Questo inno è un sereno atto di contrizione.  Qui troviamo alcune espressioni che ciascuno di noi può ripetere e fare proprie: « Non ricordare i peccati della mia giovinezza »; « Per il tuo nome, Signore, perdona il mio peccato, anche se grande… ».
Per questo gli autori di spiritualità lo inseriscono nel propri manuali, affinché sia pregato con frequenza, in particolar modo nel momenti di ravvedimento, o quando si avverte una certa depressione o il bisogno di un aiuto speciale.  Quando preghiamo con questo salmo chiediamo al Signore di non guardare tanto alle nostre cattiverie che abbiamo commesse per la nostra miseria e fragilità, ma alla sua grande misericordia.
È un salmo che Invita alla meditazione silenziosa, all’umiltà e alla confidenza in Dio.

A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!  Chiunque spera in te non resti deluso, sia confuso chi tradisce per un nulla.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato.
Ricordati, Signore, del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i peccati della mia giovinezza: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie.
Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.  Per il tuo nome, Signore, perdona il mio peccato, anche se grande.
Chi è l’uomo che teme Dio?
Gli indica il cammino da seguire.  Egli vivrà nella ricchezza, la sua discendenza possederà la terra.  Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza.  Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede.  Volgiti a me ed abbi misericordia, perché sono solo ed infelice.
Allevia le angosce del mio cuore, liberami dagli affanni.
Vedi la mia miseria e la mia pena e perdona tutti i miei peccati.
Guarda i miei nemici: sono molti e mi detestano con odio violento.
Proteggimi, dammi salvezza; al tuo riparo io non sia deluso.
Mi proteggano integrità e rettitudine, perché in te ho sperato. O Dio, libera Israele da tutte le sue angosce.

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »

La guerra nella Bibbia (Rinaldo Fabris)

http://www.conflittidimenticati.it/cd/a/16172.html

La guerra nella Bibbia

Rinaldo Fabris

Fonte: « Arcobaleno di pace » marzo-aprile 1991

L’esperienza storica fondamentale del popolo di Dio, che dal nome dato a Giacobbe si chiama « Israele », è la distruzione dell’esercito egiziano con tutti i suoi carri cavalli e cavalieri al mar Rosso o « mare di canne » per l’intervento potente ed unico di Dio senza mediazioni umane. Il canto epico che celebra questo evento lo presenta in questi termini. « Il Signore è prode in guerra, si chiama Signore » (Es 15,3). Questa immagine di Dio, combattente vittorioso, si condensa nella formula « Signore degli eserciti », Jhwh seba’òt, « uomo di guerra, ‘Ish milchamà. Tra le fonti della Bibbia si menziona un « libro delle guerre del Signore » (Nm 21, 14). Ma nella Bibbia Dio è conosciuto anche come colui che « stronca le guerre », perché egli « farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà al fuoco gli scudi » (Sal 46,10).
La guerra nel medioriente antico, in cui nasce e vive il popolo di Dio, è una realtà tragica e terribile. Gli autori della Bibbia hanno tentato di integrarla nel loro universo religioso come le grandi catastrofi naturali e le epidemie cicliche.
Per comprendere la valutazione etico-religiosa della guerra nella Bibbia è opportuno tenere presente il suo quadro storico in Israele e i modelli culturali ai quali si riferisce.

Le guerre in Israele
Per semplicità si possono distinguere nella storia della guerra in Israele alcuni grandi periodi con relativi modelli culturali ai quali si fa ricorso per interpretare e dare un senso alla guerra. Il primo è caratterizzato dalla guerra di fondazione e di conquista. Esso comprende l’evento fondante dell’esodo e la conquista della terra di Canaan. Dio con un atto potente libera il suo popolo dall’oppressione egiziana e lo conduce attraverso le campagne militari vittoriose prima sui re amorrei orientali, Og re di Basan e Sicon re di Chesbon, e poi su quelli del Canaan, al dominio completo della terra promessa ai padri. In questa storia della conquista narrata nei libri dei Numeri, Deuteronomio e soprattutto in quello di Giosuè, lo schema culturale prevalente è quello della « guerra sacra ». E’ uno schema stereotipo desunto dal contesto culturale del medioriente antico che serve ad enfatizzare la vittoria sui nemici, mostrare l’efficacia della presenza di Dio e della sua promessa e infine a sancire la separazione totale dalle popolazioni pagane idolatriche. Dio è l’unico Dio, superiore a tutti gli altri « dei » perché li ha definitivamente vinti in una guerra vittoriosa. Su questo sfondo si colloca la conquista di Gerico, le cui mura crollano al grido di guerra e al suono delle trombe secondo la parola del Signore a Giosuè. Anche la conquista del Canaan avviene con due « guerre-lampo », una al sud contro la coalizione dei cinque re morrei, e una al nord, contro Jabin, re di Cazor. In realtà sul piano storico quella che viene chiamata la « conquista della terra » è stata una lenta penetrazione nelle zone non fortificate delle città stato dei Cananei. Gli scavi archeologici hanno rivelato che solo con l’epoca di Davide si ha la vera e propria conquista delle città fortificate.
In un secondo periodo, che coincide con quello che nella Bibbia si chiama l’epoca dei giudici precedente la monarchia, si hanno solo guerre o meglio battaglie di difesa contro i predoni del deserto, i Madianiti, o contro i Filistei della zona costiera e delle città fortificate. I « giudici » suscitati da Dio per guidare queste battaglie sono figure di leader politico-militari che coordinano alcune tribù contro le incursioni o minacce degli avversari. Ma la superiorità tecnologica dei Filistei – lavorazione del ferro – rende precaria la situazione degli ebrei insediati nelle zone non fortificate del Canaan. Solo all’ epoca della monarchia soprattutto con Davide e i re del regno del nord si ha una vera e propria guerra di conquista delle zone orientali, attuale Transgiordania, e del nord fino ai confini dell’attuale Libano e della Siria. Ma con Davide e i suoi successori nei due regni del nord (Israele) e del sud (Giuda) si passa dallo schema della cosiddetta « guerra sacra », prevalente ancora all’epoca dei giudici, a quello che si può chiamare « guerra laica ». Non solo si ha coscrizione militare, ma si crea un esercito permanente di mercenari addestrati all’arte della guerra. Le campagne vittoriose di Davide prima e poi dei re di Israele sono favorite dalla tecnica di guerra che fa ricorso, grazie al controllo della tecnologia del ferro, all’uso dei carri e dei cavalli. Ma questo periodo di conquista per il controllo delle zone limitrofe e delle grandi vie commerciali, dura poco perché all’orizzonte della storia del medioriente si profila la potenza assira prima e poi quella babilonese. Dall’ottavo secolo in poi i re-generali assiri conquistano in modo sistematico i regni che stanno tra il Mediterraneo e il deserto siro-arabico. La supremazia militare si avvale della nuova tecnologia di guerra fondata sui carri, i cavalli e soprattutto sull’equipaggiamento dei soldati. Il regno di Israele prima cade sotto il rullo compressore dell’Assiria (721) e poi anche quello di Giuda al sud, con la sua capitale Gerusalemme, finisce sotto il dominio babilonese. Dopo il ritorno dall’esilio favorito dalla politica dei Persiani, la storia della guerra in Israele conosce una fiammata con la lotta dei Maccabei. Si tratta di una guerra di insurrezione o indipendenza nazionale e religiosa contro la politica di assimilazione imposta dei successori di Alessandro Magno, i Seleucidi, nella regione della Giudea. In questo periodo si ha un revival dello schema della « guerra sacra » come era successo all’epoca del re Giosia nel settimo secolo, nel segno della riconquista del regno del nord. E la presenza di Dio che guida il suo popolo nella lotta contro gli idolatri che assicura la vittoria ai combattenti. Un’ultima fase della storia di guerra si ha nella lotta contro il dominio di Roma, in cui si fa ancora ricorso all’ideologia della guerra sacra rivestita da immagini apocalittiche, come appare dal « manuale » della guerra trovato nelle grotte di Qumran presso il mar Morto. Una proiezione idealizzata di questo schema della guerra apocalittica, già presente in alcuni testi profetici della Bibbia ebraica, si ha nell’Apocalisse di Giovanni, che fa parte dei testi sacri cristiani del Nuovo Testamento.

La guerra sacra
Proprio in un testo profetico di stile apocalittico si ha la presentazione della « guerra sacra » o « santa ». Il profeta Gioele annuncia il giudizio di Dio sui popoli stranieri, nemici del popolo di Dio, facendo ricorso al modello culturale della guerra santa: « Proclamate questo fra le genti: chiamate alla guerra santa, incitate i prodi, vengano e salgano tutti i guerrieri. Con le vostre zappe fatevi delle spade e lance con le vostre falci; anche il più debole dica: io sono un guerriero » (Gl4,9-10). Questo oracolo del profeta Gioele sembra essere una controlettura del più noto oracolo riportato nei testi di Isaia 2, 2,-5 e di Michea 4, 1-3 in cui si annuncia per la fine dei tempi un pellegrinaggio ideale dei popoli al monte santo del Signore, il Sion, per lasciarsi guidare dalla parola e dalla legge di Dio. In tale contesto si proclama la fine dei conflitti perché Dio stesso farà da arbitro e giudice tra i popoli e allora non ci sarà più bisogno di strumenti di guerra e di eserciti e i popoli « forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci ». Ma quasi tutti i profeti nei loro oracoli contro i popoli idolatri, di cui denunciano le guerre di conquista e sterminio non solo contro Israele, annunciano il giudizio di Dio facendo ricorso al modello della guerra sacra. Il profeta Ezechiele che accompagna i deportati nei campi di prigionia dell’esilio, immagina una grande guerra contro tutti i re della terra guidati da Gog, re di Magog. Essi erano vinti e sterminati dall’intervento irresistibile di Dio.
Questo è solo uno schema ideale che trascrive in termini bellici la potenza vittoriosa e liberatrice di Dio. Infatti lo scopo di questa guerra mondiale è quello di manifestare davanti a tutti i popoli che solo Dio è il « Signore », colui che libera e salva Israele in forza della sua promessa: « Fra le genti .manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatto e la mia mano ch’e avrò posta su di voi » (Ez 39,21).
Lo stesso schema utilizzato dai profeti per annunciare il giudizio finale di-Dio si trova nei libri storici che raccontano la conquista della terra di Canaan – libro di Giosuè – o la sua riconquista. Il modello culturale della « guerra sacra », documentato nei testi del medioriente antico, si ispira ad una concezione magico-sacrale della realtà in cui rientra anche la guerra. Essa è concepita come un rituale che deve essere rispettato per ottenere la vittoria. La concezione di fondo della guerra sacra è che si tratta di una cosa di Dio. Egli è il comandante in capo che chiama e convoca per la guerra. Dio stesso combatte, vince e mette in fuga il nemico o lo consegna nelle mani dei suoi protetti. La guerra sacra infatti inizia con un oracolo in cui Dio promette la vittoria. Seguono i riti di purificazione dei soldati che devono essere considerati dei « consacrati » che si affidano completamente a Dio. Chi ha paura dei nemici o non si fida di Dio non può partecipare alla guerra sacra. Per questo è previsto che il giovane sposo non partecipi alla guerra. Parimenti chi ha piantato una vigna o costruito una casa e desidera godere i frutti del suo lavoro non è adatto alla guerra perché la sua nostalgia potrebbe demoralizzare i combattenti (Dt 20, 1-9). Dopo la preparazione e scelta dei combattenti inizia la guerra con il suo rituale: il grido di guerra e il suono della tromba. La presenza di Dio all’epoca di Samuele era garantita dall’arca dell’alleanza: il santuario mobile che richiamava il tempo epico vittorioso dell’esodo e della conquista della terra di Canaan. La conclusione vittoriosa della guerra sacra è sancita dal rito finale del cherem, che consiste nello. sterminio dei nemici e nella consacrazione del bottino a Dio. La violazione del cherem – tradotto in greco, con anatema – è un’infrazione di un tabù – divieto sacro – che comporta la sconsacrazione della guerra. Nella idealizzazione della conquista di Gerico la violazione del cherem ha come conseguenza la sconfitta nella battaglia di Ai. Solo con l’applicazione dell’anatema al violatore Acan e a tutta la sua famiglia si ha il ristabilimento dell’ordine violato. Questo schema della guerra sacra ed in particolare quello del cherem-sterminio viene assunto nel libro del Deuteronomio per radicalizzare la separazione del popolo di Dio dagli altri popoli idolatri: « Quando il Signore tuo Dio le avrà messo nelle tue mani [le sette nazioni della terra di Canaan] tu le voterai allo sterminio » (Dt 7,2). Quando veniva scritta questa disposizione, posta in bocca a Mosè nel discorso al popolo prima di attraversare il Giordano, la guerra sacra era solo uno schema culturale e la guerra per Israele era solo un’esperienza tragica di conquista e dominio delle superpotenze straniere.

Valutazione etico-religiosa della guerra
Gli autori della Bibbia, per trascrivere l’esperienza religiosa del popolo di Dio, fanno ricorso al lessico, agli schemi e modelli culturali del proprio ambiente. Questo vale anche per il fenomeno umano e storico della guerra. Ma nella prospettiva della fede biblica che fa leva sui due principi fondamentali della creazione e dell’esodo-alleanza si dà una valutazione etico-religiosa della guerra. La guerra è la conseguenza dilatata del peccato che si manifesta come forza antagonista della creazione e della vita. E’ infatti nella discendenza di Caino, il contadino-fabbro, uccisore del fratello debole, pastore-allevatore, che si diffonde la violenza favorita dalla tecnica della lavorazione dei metalli. Tra i discendenti di Caino è Lamech che stabilisce la legge della rappresaglia illimitata: « sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette » (Gen 4-24). La distruzione della terra che precipita nel caos dell’anti-creazione nel diluvio è connessa con il fatto che la guerra « era corrotta davanti a Dio e piena di violenza » (Gv 6,9.13). L’alleanza di pace che Dio dopo il diluvio stabilisce con l’uomo e con ogni essere vivente sulla terra si fonda sul rispetto della vita, di cui Dio stesso si fa garante (Gen 9,1-17).
Nel contesto dell’alleanza che nasce dall’esperienza di esodo la guerra viene interpretata come la conseguenza intrinseca della infedeltà del popolo di Dio a causa delle violazioni delle clausole di alleanza. Infatti tra le maledizioni che si abbatteranno sui violatori dell’alleanza vi è la distruzione della guerra assieme alla carestia, sterilità ed epidemie (Dt 28,47 -68). La guerra con il suo corteo di violenze, oppressioni e deportazioni è l’antiesodo: il popolo con l’esilio tornerà allo stadio precedente all’esodo di liberazione. In breve. la guerra che si abbatte su Israele a causa della sua infedeltà al Signore dell’esodo e dell’alleanza, ha la sua radice ultima nel peccato. Ma anche le guerre delle grandi potenze sono l’effetto del peccato perché sono l’espressione della loro arroganza idolatrica. In quest’ottica religiosa che sta alla base della valutazione etica della guerra non esiste la possibilità di « giustificarla » o legittimarla, ma solo la speranza di superarla. Nella prospettiva biblica del primo testamento questa speranza è coltivata dai profeti che annunciano il trionfo della giustizia di Dio. Essa coincide con la sua fedeltà al progetto della creazione e alle promesse dell’alleanza. Solo con il trionfo di questa giustizia che sta alla base di nuovi rapporti tra tutti gli esseri viventi si realizza la pace-shalòm, come pienezza e integrità di vita. In questa linea della speranza di pace si colloca Gesù di Nazareth che annuncia il regno di Dio come pace e giustizia per i poveri. Egli propone come etica del regno di Dio la « giustizia sovrabbondante ». Questa disinnesca il meccanismo di ogni violenza per mezzo di un amore creativo e attivo che abbraccia anche il nemico. Fonte e modello di questo amore è quello di Dio Padre creatore rivelato e reso presente nelle parole e nelle scelte di Gesù (Mt 5,43-48).

Publié dans:biblica, DOCENTI - STUDI |on 29 mai, 2012 |Pas de commentaires »
12345...8

Ecrire sans censures ! |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31