LE PREGHIERE STERILI (Di A. Guillerand, monaco certosino)

http://www.certosini.info/preghiera/medit/guillerand/guillerand_25.htm

Dinanzi a Dio: La Preghiera

Di A. Guillerand, monaco certosino

CAPITOLO XXV

LE PREGHIERE STERILI

Non vi sono delle preghiere sterili, non vi sono che delle anime inaridite. La preghiera dell’anima inaridita non è una preghiera; non è una elevazione verso Dio. Tale anima non è dinanzi a Dio, alla sua altezza. Essa resta in se stessa… e vi muore. Solamente le labbra mormorano delle parole che potrebbero essere delle preghiere, o le braccia si tendono in gesti che somigliano a un movimento verso il cielo. Ma nulla, nelle profondità spirituali, accompagna queste manifestazioni esteriori, che mentono.  » Le loro labbra mi onorano – dice Gesù – ma il loro cuore è lontano da me! « . Gesù nulla detesta più di questa menzogna. Dio, in un altro libro della Scrittura, la definisce  » assolutamente esecrabile « . E io lo comprendo! Tale menzogna spezza l’unità umana. Essa dà al corpo e all’anima, sostanzialmente uniti, due movimenti divergenti. Ci abbassa al di sotto di noi stessi. Sant’Agostino la paragona al muggito delle bestie. E si può andare più lontano, perché il muggito è il grido di un individuo inferiore; la preghiera che mente è invece la parola di un essere diviso e ridotto in polvere, non è la parola di un uomo.
Né vale molto di più la preghiera dell’orgoglio: è quella del fariseo al tempio. Egli non si pone dinanzi a Dio ma dinanzi a se stesso; e domanda a Dio di fare altrettanto. La condanna del Maestro, dal cuore dolce e umile, è nota: essa dice il risultato di questo atteggiamento in una formula schiacciante, che i commentatori dell’Evangelo non hanno forse messo abbastanza in rilievo:  » Questi se ne andò perdonato, e l’altro no  » (Lc 18,14). La preghiera del fariseo era una forma di paragone in cui il fariseo si attribuiva il primo posto sulla terra, e anche, sembra, in cielo. Il confronto con il pubblicano, solo rappresentante presente del genere umano, era un contrasto che faceva risaltare la sua superiorità. Gesù, riprendendo questo confronto, lo capovolge, e con una sola parola ristabilisce la verità. Ma quale parola!  » L’altro! « . Egli non lo confronta; non dice  » quello « , né  » il secondo « . Gesù gli dà il nome che si merita propriamente:  » l’altro « , un pronome indeterminato.
Il fariseo appartiene ancora alla categoria umana nella quale prendeva il primo posto. Ma perde ogni carattere, ogni determinazione; si perde nella massa amorfa. Resta un individuo, non è più una persona. Cessa di essere in rapporto con la Personalità infinita, nella quale ogni personalità umana si compie. Resta separato da essa; il peccato che li divide e del quale veniva a chiedere il perdono nel tempio, continua ad avvilupparlo con i suoi legami, che lo immobilizzano in se stesso; legami che ha appena finito di rinserrare ancor di più. Il fariseo non è più che  » l’altro « , colui che non ha saputo costituirsi liberandosi di se stesso e che non ha saputo entrare nella Verità di Dio.  » Tu credi di essere ricco e senza bisogno – dice Gesù nell’Apocalisse – e non dubiti che sei misero, miserabile, spoglio di tutto, senza luce e tutto nudo  » (Ap 3,17).
L’umiltà non è tuttavia la sfiducia. Essa piuttosto vi si oppone. L’umiltà è un sì felice miscuglio che si fa molta fatica a definirla con precisione. La migliore definizione è quella che la eguaglia alla verità. L’umiltà è un’equazione; è il giusto rapporto percepito, accettato, amato, con ciò che è. Ciò che è, è che Dio è l’Essere stesso e che noi non siamo che in Lui. L’anima che si mantiene a questo posto, dinanzi all’Essere, onde Egli si comunichi a lei e la faccia essere, è nella verità… è umile.
Dopo la colpa, la verità è che noi non siamo più dinanzi a Dio, è che ci siamo distolti da Lui, e che solo Lui può ri-volgerci verso di Sé. La preghiera dell’anima diffidente non dice che la metà di questa verità; essa dimentica la seconda, così importante e dolce:  » Quest’anima – dice san Giacomo – è come il flutto del mare, in perpetuo movimento  » (Gc 1,6). Dio non può fissare in lei i propri tratti; tale anima non è lo specchio trasparente nel quale Dio possa riprodurre la propria Immagine e generarla. In una parola, ai piedi del Signore, quando si prega, bisogna essere figli e dire  » Padre nostro « .

Publié dans : preghiera (sulla) |le 29 mars, 2012 |Pas de Commentaires »

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