DENARO, VITA E PAURA – Atti 5,1-11

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2006_07/04.htm

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Divina 2006/07 a cura di Stella Morra

4. DENARO, VITA E PAURA

Atti 5,1-11

Premessa

            La lectio di oggi riguarda l’inizio del capitolo 5 degli Atti, testo abbastanza conosciuto, per me speciale, a cui tengo particolarmente. La storiella è semplice, il testo apparentemente molto comprensibile. Come sempre, però, bisogna essere un po’ diffidenti con le cose che nella scrittura si presentano troppo facili. Bisognerebbe rileggere più volte i testi della scrittura che si accordano immediatamente con il nostro buon senso, perché normalmente hanno qualche spigolo e noi  tendiamo a spegnere gli aspetti più irritanti e a farli entrare in un quadretto carino. E’ uno di quei testi che io amo metodologicamente molto, perché non sono intellettuali, ma molto concreti, dove la scrittura è particolarmente perforante, non fa svolazzi, non fa discorsi complicati, non richiede grandi culture di interpretazione, per cui nessuno può dire: io non ho gli strumenti per capire la profondità di questo testo. E’ un testo chiaro, duro, di fronte al quale il più semplice di noi, senza conoscenze storiche, critiche, esegetiche, è posto di fronte ad una questione sostanziosa. Per questo io lo amo molto.
            Inoltre, la mia storia rispetto a questo testo è abbastanza lunga per cui l’ho letto, riletto e commentato varie volte. Questo significa che in ogni tempo e ogni situazione in cui ho letto e commentato il testo, ho messo uno strato – come ognuno di noi quando frequenta molto un libro o un film, lo rivede tante volte perché lo ama, la prima volta che lo vede lo colpisce per alcuni motivi, la seconda quei motivi restano veri, ma ne aggiunge degli altri, la terza… – e quindi temo di volerci mettere dentro tutti questi strati e alla fine forse faccio un po’ di caos. Quindi cercherò il più possibile di mantenermi sul primo livello di lettura.
            Il testo è quello della frode di Ananìa e Saffira, marito e moglie, che cercano di ingannare sul prezzo. Cioè, di fronte alla situazione che ci viene raccontata negli Atti, in cui la prima comunità avrebbe tutto in comune, Ananìa e Saffira accettano di mettere un po’ in comune, ma barano su quanto hanno, dicono un po’ meno, e mettono in comune solo una parte dei loro averi.
            Fanno una pessima fine: spirano tutti e due sul momento, muoiono uno dopo l’altro immediatamente. Il testo si conclude con questa frase: “E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose”.

            Introduzione

            Il testo è molto semplice; lo introduco con tre osservazioni.
            La prima è un’avvertenza per l’uso del cosiddetto genere letterario dei sommari di Atti. Il libro degli Atti racconta i primi inizi della Chiesa, dopo l’Ascensione; si apre con Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo. Ci sono alcuni capitoli dedicati soprattutto a Pietro e a Paolo che spiegano, esemplificano la concretizzazione di quella parola che lo stesso Luca aveva messo in bocca a Gesù, quando dice: “…mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At. 1, 8).
            Il libro di Atti è costruito su questi tre cerchi: prima la Giudea, e sono i capitoli di Pietro; poi le terre vicine, ma non di religione ebraica, quindi un primo raccordo con i pagani; e poi gli estremi confini della terra, con i viaggi di Paolo che vengono narrati. Gli Atti si concludono  – e la cosa è molto carina – con un naufragio, non con gloria: questa meravigliosa barca di Pietro – è  l’immagine che usiamo anche noi per la chiesa -  che va trionfante verso l’orizzonte, ma la conclusione è che questa meravigliosa barca di Pietro naufraga e va a pezzi. E’ interessante come conclusione! Si conclude con Paolo che va verso Roma, capitale dell’impero, il simbolo degli estremi confini della terra.
            Gli Atti raccontano in forma stilizzata, ridotta a passaggi essenziali, la concretizzazione del comando di Gesù di evangelizzare,  e come questo comando non stia solo nell’annunciare agli altri che Gesù è risorto, ma anche nell’organizzare una Chiesa; nelle discussioni tra Pietro e Paolo, che non sono affatto d’accordo; nel lasciare – come nel discorso agli anziani di Efeso, in cui si racconta cosa succede quando l’apostolo che ha fondato una comunità se ne va (At. 20, 17-38) – chi resta a bottega, chi manda avanti la cosa? E così via. Si narra di tutti i problemi che cominciano a sorgere.
            Per fare questo, Atti usa quasi sempre il genere letterario detto dei sommari in cui, in poche righe, fa un riassunto di raccordo tra un episodio e l’altro. E’ lo stesso principio – non è nobile il paragone, ma così ci capiamo – della soap opera in cui ogni puntata ha una serie di episodi, di storie; se uno guarda solo quella puntata, quel pezzetto di storia comincia e finisce, ha un senso. In realtà, se tu guardi tutte le puntate, percepisci un altro livello di racconto che puoi cogliere solo nell’insieme delle puntate. Questo si ottiene raccontando degli episodi, dei personaggi singoli e legandoli con dei raccordi, dei riassunti che fanno vedere ciò che succede contemporaneamente a tutti i personaggi. Il genere letterario dei sommari degli Atti funziona così: sono dei raccordi che mettono insieme degli episodi. Ananìa e Saffira, così come la visione di Cornelio – quando Pietro fa un sogno che lo spinge ad accettare che nella Chiesa entrino anche i pagani ( At.10) – sono episodi che iniziano e finiscono; sono legati tra loro da raccordi che dicono la trama generale; e questa si capisce solo leggendo tutto il libro.
            Quindi noi oggi leggiamo un episodio che ha la sua completezza, inizia e finisce, ma dovremo anche considerare ciò che c’è prima e dopo, perché sono i raccordi alla storia complessiva, che ci dicono come quell’episodio si incastra nella storia generale. Dovremo quindi anche occuparci dell’inclusione.
            Seconda osservazione: si parla della Chiesa. E qui sorge un bel problema perché noi oscilliamo sempre tra significati di questa parola che sono molto strampalati. Di volta in volta usiamo la parola Chiesa per dire tante cose diverse:
            * Chiesa sarebbe l’insieme dei vescovi, il Papa, la gerarchia, anzi, il magistero – una delle funzioni della gerarchia, quando si dice: la chiesa ha detto che si può fare, non si può fare… ha proibito…, che vorrebbe dire: Ruini ha detto… il Papa ha detto, certo non come privato cittadino, bensì nella sua funzione magisteriale rispetto alla Chiesa, ma  noi diciamo semplicemente “la chiesa”.       
 * Oppure la Chiesa vorrebbe dire una comunità, un gruppo di riferimento, oppure quella Chiesa ideale che sarebbe tale se noi fossimo considerati la chiesa – non so nemmeno cosa vuol dire che noi fossimo considerati la chiesa, se qualcuno chiedesse a me come la penso… Forse nessuno me lo chiederà mai, è vero; e allora? Ma la chiesa dovrebbe… e si usano tutti i verbi al condizionale e soprattutto dietro questo pensiero c’è la proiezione che la chiesa dovrebbe essere quello che incarna tutto ciò su cui io sono d’accordo; e se c’è un altro pezzo di credenti che si ritengono tali e non sono d’accordo con me, dovrebbero fare un’altra Chiesa… non so come funziona; come si mettono insieme le diverse ‘anime’? Non sappiamo bene.
            * Spesso poi diciamo la Chiesa come immagine materna – la Chiesa madre – perché la Chiesa sarebbe la proiezione di un posto tranquillo dove uno può stare sicuro, accolto e soprattutto dove qualcuno si prenda cura di lui, cioè una proiezione di un desiderio di infanzia, che è legittima, soprattutto di questi tempi – tutti abbiamo la nostalgia di un luogo, di un tempo, uno spazio, una parte piccola della nostra vita in cui sono gli altri che si prendono cura di me e in cui non mi devo assumere delle responsabilità!
            Dunque, quando noi diciamo la Chiesa, spesso viene fuori tutta questa roba un po’ mescolata. Gli Atti raccontano i primi passi stilizzati, in genere sommario, della Chiesa. E a quei tempi non c’era Ruini, non c’era il Papa; certo anche i primi cristiani erano umani e avranno avuto anche loro le loro proiezioni materne e la voglia di un posto tranquillo; erano pochi, forse li stavano a sentire, ma non sarei tanto sicura che li stessero a sentire tutti…-  negli Atti si parla di Luca, Paolo, Pietro, Giovanni, però forse ce n’erano anche altri di cui non sappiamo il nome… Allora, di cosa stiamo parlando? Ho fatto tutto questo ragionamento solo per dire: attenzione, Chiesa è uno di quei vocaboli pericolosi, perché tutti pensiamo di sapere a che cosa ci si riferisce, in realtà forse abbiamo tutti delle idee, o almeno delle sfumature, diverse.
            Gli Atti dovrebbero servire a questo: sapere che cos’è la Chiesa non è il punto di partenza, caso mai è il punto di arrivo. Forse nell’ultimo giorno, finalmente, di fronte a Dio, sapremo che cos’è e che cosa dovrebbe essere la Chiesa, e soprattutto come si fa, concretamente, a starci dentro, anzi a sentircisi dentro. Per intanto è un po’ come quando uno si sposa: ha un’idea di famiglia. Se è molto fortunato, quando muore ha avuto una famiglia diversa da quella che aveva immaginato ed in genere pensa: meno male! Non so se riesco a spiegarmi.
            Tutti ci muoviamo su alcuni principi, alcune scelte, alcune idee, alcuni desideri; non è detto che la vita li corrisponda tutti; a volte non li corrisponde e c’è un dolore; a volte non li corrisponde e c’è una gioia, perché ci viene dato di più o di diverso da ciò che avevamo immaginato e questo ci sorprende e forse anche ci riempie di una gioia che non riuscivamo neanche ad immaginare. La Chiesa funziona un po’ allo stesso modo: ci sono dei principi, delle idee, dei desideri; una di queste è l’idea di comunità, è un desiderio. La Chiesa dovrebbe essere una comunità, perfetto, tutti d’accordo. Poi, nella realtà, succedono tante cose, c’è la gente concreta, ci sono le persone, i preti, le scelte pubbliche, quelle private e così via; e alla fine, forse, sono riuscita a fare comunità almeno con alcuni; e mi accorgo dopo che quel pezzo di comunità mi  è stato dato, e che non è tutte le comunità del mondo, è un pezzo; ed è stato bello avere nella vita quel pezzo di comunità!
            Da questo punto di vista noi, che da un po’ di tempo veniamo a queste lectio, siamo una comunità? Idealmente no, nel senso che forse non ci siamo mai rivolti la parola gli uni agli altri. Ma per molti di noi questo luogo è diventato un appuntamento caro della propria vita e una serie di facce – a cui non ha mai rivolto la parola, non sa cosa gli passa per la testa, ma sa che quello lì si siede sempre lì in terza fila – sono diventate una compagnia abituale in questo percorso ed è una sorta di strana comunità che ci è data, senza particolari sentimenti di appartenenza, ma anche senza un particolare vincolo di omogeneità.
            La Chiesa sta un po’ da questa parte. Si può dire: ma come, andiamo tutti a messa alla domenica e non ci conosciamo, e se la comunità deve essere un’esperienza sentimentale, non è bello; ma si può anche dire: pensa, andiamo tutti a messa alla domenica, ci diamo il segno di pace… se io sapessi cosa pensa quello lì a cui do il segno di pace, forse non glielo darei, invece, sotto lo sguardo misericordioso del Signore, il Signore ci fa la grazia di non sapere che cosa pensa, così possiamo tutti pregare lo stesso Dio. E se una comunità non è solo un dato sentimentale, tra adulti seri ed usciti dall’immaginario materno, forse è una bella cosa. Poi, certo, dentro quella comunità anonima, ci possono essere alcune persone di cui so cosa pensano, anzi pensiamo le stesse cose e siamo lieti di darci il segno di pace perché questo ha un peso, perché è una vita condivisa, ci siamo aiutati anche fuori da lì! Forse non sono tutti, ed è un grande dono che mi siano dati quei pochi! Ma è anche un grande dono che mi siano dati quei tutti di cui forse è meglio che io non sappia che cosa pensano!
            Vorrei che provassimo a fare l’esercizio di tenere sullo sfondo almeno il dubbio sul non sapere bene che cosa è la Chiesa; e che provassimo a rovesciare alcuni ragionamenti, cioè che provassimo a dire che, se la chiesa di cui parla Atti è ciò che riceviamo, nessuno di noi può dire di aver ricevuto poco, perché, se ognuno di noi chiude un attimo gli occhi e fa l’elenco dei nomi e dei volti a cui deve qualcosa in termini di fede, è più lungo delle litanie dei santi. Ognuno di noi ha una sua privata litania dei santi, in genere piuttosto lunga, e questo non è poco; e in sovrappiù a questa privata litania dei santi c’è la comunione generale dei santi, quelli a cui forse non deve personalmente niente, ma che, per il solo fatto di essere seduti in terza fila, gli hanno fatto compagnia in un percorso; e anche questo non è poco, da adulti.
            Terza ed ultima osservazione. Dicevo prima, bisogna che ci occupiamo un po’ dei raccordi, cosa c’è prima e dopo questo racconto di Ananìa e Saffira.
            Prima si racconta che Pietro e Giovanni erano imprigionati; tutti i cristiani pregano; gli apostoli vengono liberati e, appena rimessi in libertà, pregano tutti insieme e sono felici e riconoscenti al Signore. Questo è appunto il genere del sommario, che sarebbe come dire, che bello che siamo stati imprigionati; che sarebbe come: meno male che non ci conosciamo. E’ guardare  le cose da un altro punto di vista perché è un po’ tosta da dire, che è bello che siamo stati imprigionati! Quello che ci stanno dicendo è: attenzione, Dio scrive su righe storte.
            La conclusione di questo è: “Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo un cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza. La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. … Nessuno tra di loro era bisognoso…”.
            Cioè: quello che c’è prima è: siamo liberati, questo ci dà parola franca e non c’è più bisogno. Già un bell’inizio! La Chiesa sarebbe che uno liberato – da che?, Da chi? …bella domanda!…. – può fare due cose: parlare con franchezza e non avere più bisogno! Traducendo: può permettersi il lusso di avere solo desideri, non più bisogni, per usare una parola che spesso è tornata.
            Poi c’è il racconto di Ananìa e Saffira che adesso leggiamo, ed infine un’altra faccenda che funziona così: “Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone…”. E’ il portico del tempio, stanno lì a discutere; si fanno molti miracoli e prodigi; nessuno osa avvicinarsi a loro e la comunità si accresce di numero. E uno dice: ma questo che sta dicendo? Allora, si dice:  stanno nel portico, in un atrio, a discutere – con gli altri ebrei, con quelli che passano di lì – e succedono miracoli e prodigi; cioè, tutto si risolve magicamente – portano malati, tutti guariscono, succedono delle cose bellissime – e contemporaneamente nessuno osa avvicinarsi a loro, ma la comunità cresce. Strani eh?
            Questa è l’inclusione: da una parte c’è che loro, gli apostoli, sono cambiati, sono liberati; e il frutto della liberazione è franchezza  nella parola e libertà dal bisogno, dall’altra c’è che stanno in  un luogo aperto dove parlano e questo produce miracoli e crea una reazione strana: non osavano, avevano un po’ di timore, ma la comunità continua ad accrescersi. Io credo che, se la nostra esperienza di chiesa fosse costruita su questi due capisaldi, sarebbe una grande idea: noi liberati  che parliamo con franchezza e siamo liberi dal bisogno e questa parola con franchezza che è esercitata in un luogo aperto e con quelli che passano nel portico, non in una casa, al chiuso, sotto un’appartenenza, che produce miracoli e produce timore e tremore e fascino… come gli innamoramenti! Guardate che nessuno osava ma la comunità si accresceva, è la stessa paranoia di qualsiasi quindicenne innamorato: non oso ma non mi stacco; sono perennemente in dubbio, intimorito, impaurito, ma non riesco a staccarmi da lì. Questi sono i due riassunti della storia che permane.

            Il denaro
            Il racconto è molto facile, quasi una favola: i due cattivi muoiono. Ma forse è un po’ meno facile di quello che sembra, o meglio, facile ma meno superficiale, meno immediato, perché forse quello che si dice qui va a cozzare su un punto molto serio e profondo della nostra esperienza umana e cristiana.
            Innanzitutto si parla di denaro, una di quelle cose di cui noi non siamo capaci di parlare. C’è poco di più privato del denaro; ci si avvicina il sesso, ma ormai in questa società un po’ disinibita, tanto quanto… Ma quanto costano le cose, quanto abbiamo, quanto serve per vivere… è un tema difficilissimo. Perché il denaro ci fa così problema?
            Le spiegazioni sono molte, ma il denaro ha un valore simbolico nella nostra cultura. Funziona come i voti a scuola. Puoi ben spiegare agli  studenti  che  dare quattro ad un compito non  significa dirgli che lui vale quattro, ma che il suo compito vale quattro. Ciò che uno studente incamera è che lui vale quattro. Il denaro funziona un po’ così tutti siamo pronti a dire che le persone non si definiscono dal denaro che hanno, ma… Un minimo, però, ti serve per vivere, per non pesare sugli altri. La questione è il definire questo minimo, che cambia molto da luogo a luogo e funziona in modo strano; per esempio ci abituiamo subito ad avere di più; se uno passa da millequattrocento a milleottocento euro al mese dice, in fondo milleottocento euro al mese sono il minimo; e se dopo un po’ ne guadagna duemilacinquecento, immediatamente ci sta giusto. Facciamo molto in fretta ad alzare il livello del  minimo!
            La figura del denaro dunque è molto strana, perché ha un valore simbolico, che non vuol dire finto. In teologia si dice che il corpo è il simbolo dell’io, diciamo che il corpo è il luogo dove il mio io spirituale, interiore, è di per sé irraggiungibile prima di tutto da me e poi da tutti gli altri, se non avesse una voce, una faccia, un comportamento…un modo di proporsi… E’ nel corpo che gli altri mi riconoscono. E quando non vogliamo farci riconoscere ci travestiamo, camuffiamo il nostro corpo. Io stesso so di me attraverso il mio corpo e dunque mi vesto con un certo stile, ingrasso, dimagrisco, ho un pessimo rapporto con il mio corpo… dentro di me è nascosta una persona diversa da quella che sono in realtà.
            Quando dico simbolo, dico non una cosa finta, ma una cosa dove l’interno e l’esterno si incontrano, e ogni volta che l’interno e l’esterno si incontrano c’è sempre un po’ di fatica perché normalmente l’interno è troppo grosso, abbiamo tutti un’anima extra large e una vita small, tutti. E dunque abbiamo un cuore, dei desideri, una comprensione di noi… ma questo i cristiani lo sanno bene perché dentro di noi c’è l’immagine e la somiglianza di Dio! Che per forza è extra large. Gli antichi dicevano che i cristiani dovevano diventare magnanimi, cioè con una grande anima, con un’anima a misura di Dio. Quando interno ed esterno si incontrano c’è sempre un problema di compressione perché questo interno grande deve passare dentro degli imbuti per farsi incontrare e dunque non ci sappiamo spiegare – non so dirti come mi sento, tu non mi capisci, mi hai ferito con questo comportamento, ecc. Se io dovessi definire un umano, direi: tutti coloro che faticano a tenere insieme interno ed esterno. Hanno l’interno più grande dell’esterno, più anima che corpo, anche quando hanno un grosso corpo!
            Il denaro funziona allo stesso modo; ha un interno molto grande e molto potente: è potere, immagine, risultato, riconoscimento di ciò che si è fatto, riconoscimento sociale… E’ tantissime cose, ha un interno gigantesco… non a immagine di Dio! Perché non è umano. E questo è il problema. Per questo il denaro è spesso considerato legato al demonio, perché se uno non ha un interno a immagine di Dio … e per questo il denaro fa paura.
            In questo racconto di Atti ci viene detto che la Chiesa delle origini ha tutto in comune e che le cose vengono divise. Non dice il denaro, ma le cose; stiamo dalla parte degli umani. Quello che succede qui è invece un denaro messo in circolo. E il denaro viene sottoposto ad una strategia: se ne dà un po’, ma se ne tiene un altro po’. Peraltro è ciò che facciamo tutti, forse con proporzioni diverse da Ananìa e Saffira, ma ognuno di noi fa la carità, condivide una parte del suo denaro con i poveri, dà l’offerta domenicale, ha forse condivisioni anche più serie, ma ne tiene una parte ed è qui che la limpidezza di questo brano picchia duro! Perché noi in questo racconto non siamo Pietro, siamo Ananìa e Saffira! In fondo cosa c’è di male in questa strategia? Si comportano come persone di buon senso!
            La menzogna, l’accordo nel mentire, il tenere per sé
            Secondo il racconto ci sono tre cose di male: la menzogna, la prima e la più grave, di cui Pietro dice: “…hai mentito allo Spirito Santo…”, non a noi. La connessione denaro e menzogna è molto forte perché il denaro di suo non parla, le cose parlano. Il denaro è apparentemente neutrale. Un bell’oggetto ‘dice’ – mi piace, non mi piace, interpella i miei sensi, il mio gusto – una banconota è uguale a tutte le altre. Dunque il denaro si presta alla menzogna, soprattutto alla menzogna a sé stessi, nel rapporto tra bisogni e desideri.
            Secondo aspetto di male, secondo il racconto, è accordarsi sulla menzogna: marito e moglie si mettono d’accordo di raccontare la stessa storia. Non solo mentono, ma lo fanno costruendo una comunione di menzogna, creando un tessuto che regga la menzogna.
            Terzo, c’è di male che uno tiene per sé. Questa è una lezione antica. Nel libro dell’Esodo c’è il racconto della manna e si dice: “…il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno…, il sesto giorno…sarà il doppio…”. Se ne raccoglierete di più marcirà. C’è una legge della relazione con Dio, che è la legge fondamentale, semplice semplice, della fiducia: o uno si fida di Dio o si fida delle assicurazioni. O uno si fida che quel rapporto lo terrà in vita e gli dirà di lui, del riconoscimento, di simbolica, di produttività …, o uno si fida, ma si tiene…un’uscita di sicurezza!
            Questo è il meccanismo di tutti gli amori. Ci vuole molto tempo prima che uno si fidi davvero in un amore e non si tenga un’uscita di sicurezza! Per abituarsi all’altro e a me di fronte all’altro, e per lasciare davvero ogni uscita di sicurezza; e poi tutti noi ci siamo qualche volta sbagliati e mangiati i pugni all’idea che non ci eravamo tenuti un’uscita di sicurezza… Una delle leggi che, secondo me,  discende direttamente dal peccato originale, è la diffidenza. Smettiamo di essere fiduciosi intorno ai due anni. E’ una delle primissime lezioni che impariamo nella vita, apparentemente. E poi ci mettiamo tutto il tempo di un’età adulta per reimparare a non avere un’uscita di sicurezza.
            Qui si dice che di male ci sono tre cose: mentire, accordarsi nel mentire, tenersi un’uscita di sicurezza. E questo è veicolato dalla simbolica del denaro.
            Pietro pone Ananìa di fronte ad una questione terribilmente semplice: “Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?”.
            Cioè: nessuno gli aveva chiesto questo denaro; e questa è la vera tragedia di questo brano. Questi due si sono proprio sbagliati: hanno costruito una strategia di difesa su una cosa che non era un attacco. Potevano semplicemente tenersi il campo. E accettare, quanto a se stessi, di stare nella comunità non tra coloro che mettevano tutto in comune, bensì tra coloro che si tenevano i loro beni.   Tutti gli storici sono d’accordo: la prima comunità non aveva la comunione dei beni come regola obbligatoria. Molti lo facevano e altri no, ma funziona esattamente come al peccato originale: Adamo non vuole essere diverso da Dio, vuole essere come Dio, non sa neppure per guadagnarci cosa, ma non sopporta questa differenza.
            La somma di queste cose: cioè di sbagliarsi sul proprio luogo, ed essendosi sbagliati, mentire, e mentendo creare dei complici nella propria menzogna, e avendo creato dei complici  tenersi delle uscite di sicurezza… l’effetto di questo è la morte! E chiunque abbia più di vent’anni sa sulla propria vita che, quando e laddove ci è capitato di non riconoscere un pezzo di noi, di mentire a  noi stessi e di coinvolgere altri su questo raccontarci delle storie su di noi e nel cercare di salvaguardarsi, laddove ci è capitato questo, un pezzo di noi è morto. E ci è voluta molta fortuna, molto affetto di altri e molta fatica per richiamarlo in vita. E stare nelle proprie scarpe è molto faticoso. Uno ogni tanto dice: basta vorrei mandare tutti a quel paese, diventare uno che se ne frega. Ma se uno ha più di vent’anni sa che la vita non si prende in giro e che se uno non ce la fa a un certo punto, in un modo o nell’altro, a stare nelle proprie scarpe e a non raccontare delle frottole almeno a se stesso, non ce la fa a vivere, semplicemente. Dopo di che, può essere faticoso, particolarmente doloroso, in certi momenti uno perde la fiducia, pensa che non ce la farà mai, ma tutte le volte che ci siamo raccontati a noi stessi come qualcosa che non eravamo e che abbiamo detto, va beh, a questa cosa ci penserò dopo, l’abbiamo compressa, tenuta lì, questa cosa ci si è rivoltata contro, è stata una piccola morte, magari quindici anni dopo, perché la vita è testarda e perché la nostra anima extra large non sopporta le menzogne.
             Questa morte un po’ da favola, ahimè, è qualcosa di profondamente duro. Forse dovremmo chiederci quali pezzi di noi sono già stati sepolti, dai più giovani – l’ironia di Luca è notevole. Pensate alle nostre riflessioni su Tobia, Tobi il giovane e Tobi il vecchio; c’è sempre una parte giovane di noi che cerca di prenderla con entusiasmo e che seppellisce i pezzi che ci siamo persi per strada, ma …
            E poi c’è questa moglie, che arriva, ignara. E’ l’altra metà: ognuno di noi ha una parte maschile e una femminile ed ognuno di noi, se è molto fortunato e ce la fa a non raccontarsi troppe storie, ad un certo punto della propria vita deve decidere se vuole sposare la propria esistenza. Il matrimonio di questi due è un’associazione a delinquere, si sono sposati nella menzogna. Noi sappiamo bene che ci sono molti modi di sposare la nostra stessa vita, di fare della nostra vita la nostra moglie complice e dire con l’aria seria: mi piacerebbe poter fare così, … ma la vita, gli impegni, la famiglia … Che vuol dire, in realtà non lo desidero abbastanza.
            E qui c’è questa moglie, la vita, ignara dell’accaduto. Perché noi facciamo dire al lavoro, alla famiglia, ai figli, agli impegni, a tutto ciò che ci circonda, tutte le menzogne che ci serve che dicano, ma loro sono ignari. La nostra vita, di suo, funzionerebbe normale, nel bene e nel male, con i guai, i dolori, le gioie, le cose che accadono, ma noi le facciamo dire delle altre cose, la rendiamo ignara della nostra anima, e dunque ci segue nella nostra morte.

            Morte e paura
            Per arrivare al tema che ci ha guidato in queste lectio, l’effetto della morte è la paura. C’è un legame molto stretto tra mentire, conservare, mettere da parte per sé e far nascere il timore non solo in sé, ma intorno a sé.
            Questo testo ci dice che se mentiamo, forse noi non avremo più paura perché nel frattempo siamo morti, un pezzo di noi è morto, ma disseminiamo timore intorno a noi. Diventiamo generatori di paura. Dunque mentire o non mentire sulla propria vita non riguarda solo noi, ma riguarda una Chiesa. Si chiama comunione dei santi, è una dottrina antica. Il bene è diffusivo in sé e il male altrettanto, è una catena; e forse una rete di menzogne, di ideologia, di spiegazioni troppo facili sulla nostra esistenza, produce paura, genera male intorno.
            Torniamo all’inclusione, forse si capisce meglio. Pietro e gli apostoli, sono stati in prigione e sono stati liberati ed è la figura della liberazione dal bisogno, e di una parola che diventa franca, sincera, il contrario della menzogna. E dunque possono compiere miracoli e non hanno bisogno di assicurazioni, non devono tenersi qualcosa, perché diventano capaci, con un gesto, di guarire; possono compiere miracoli, possono rimanere in un luogo comune di parola scambiata, e possono sopportare di non essere né uguali né diversi, che nessuno osa, ma la comunità si accresce. Cioè possono sopportare di essere se stessi, di essere nelle proprie scarpe, non hanno paura.
            In mezzo c’è questo episodio che dice che la menzogna genera paura e morte.
            Concludo come ho iniziato: è un episodio lineare, che consente poche scappatoie. Qui, come in pochissimi altri testi della scrittura, si va al nucleo fondamentale, c’è poco da fare, non si può arzigogolare molto: su sé, quanto a sé, si dice la verità o si mente. Non si dà un terzo. Certo, si può dire la verità che si sa in quel momento, che magari non è ancora tutta, ma rispetto a quel momento o si dice la verità o si mente, non c’è un’altra possibilità. Dire la verità, almeno a se stessi, è una parola franca che genera miracoli; mentire è una collusione che genera morte e paura e c’è poco da infiocchettare.
            Trovo che l’asciuttezza di questa faccenda sia bella, perché ci dice che possiamo confonderci, sbagliarci, non sapere, non capire, non avere tutti gli strumenti, essere deboli e fragili, questo non importa, ma c’è qualcosa che importa e che è alla portata di chiunque di  noi: dirsi e dire la verità di sé in buona coscienza, fin dove la si possiede, o no. E su questo c’è poco da scherzare!

Fossano, 3 febbraio 2007
(testo non rivisto dall’autore)

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