Archive pour février, 2012

Il tenerissimo volto di Gesù morto del Crocifisso di Frate Umile

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Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2012 |Pas de commentaires »

La croce un appello alla sequela (Mons. Bruno Forte)

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La croce un appello alla sequela

di Mons. Bruno Forte

I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine uma­na, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero ­nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della mor­te, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione uma­na: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, men­tre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Pa­dre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinita­rio di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascon­dimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolo­rosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.

È sulla via della croce che troveremo Dio
 Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nel­la verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparen­te trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quan­to sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice del­la passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-­39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Conso­latore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero… – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la ter­ra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama co­sì in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella de­bolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono al­trettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, per­fetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciu­ta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.

Egli vive con noi e in noi le agonie della vita
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie del­la vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a con­figu­rarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cam­mino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kier­kegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti colo­ro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro spe­ranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause ini­que delle croci di tutti gli oppressi: essa si confron­ta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Si­gnore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che sof­frono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nel­la storia: per una Chiesa, che si dibatte nel proble­ma del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei segua­ci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nel­la nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della cro­ce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combatti­mento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; persegui­tati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si ma­nifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.

(Teologo Borèl) Marzo 2008 – autore: mons. Bruno Forte

Publié dans:Bruno Forte |on 27 février, 2012 |Pas de commentaires »

« LA VITA NON È UN COLPO DI FORTUNA » (Card. Bagnasco)

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« LA VITA NON È UN COLPO DI FORTUNA »

Il discorso del cardinale Bagnasco al convegno sul gioco d’azzardo

ROMA, venerdì, 24 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo dell’intervento conclusivo del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), al convegno sul gioco d’azzardo, che si è svolto oggi nel capoluogo ligure su iniziativa della Fondazione Antiusura.
***
Un cordiale saluto a tutti e un vivo ringraziamento alla Fondazione Antiusura della nostra Diocesi che ha organizzato opportunamente questo Convegno. Al suo Presidente, Mons. Marco Granara, e ai collaboratori rinnovo la mia stima grata e il sentito apprezzamento per il servizio che da quindici anni offrono a quanti vengono a trovarsi in situazioni di grave difficoltà.
Da tempo il gioco d’azzardo è presente anche nel nostro Paese come una piovra che allunga i suoi mortali tentacoli promettendo molto e sradicando moltissimo, non di rado tutto, per i ben noti motivi. Sono testimone di quanto la Fondazione genovese sia da sempre un sensore attento e costante di tutto ciò che, a monte, può condurre a situazioni di tale disagio così da spingere nel vortice strangolatore dell’usura. In quest’opera di vigile osservatorio è necessario continuare.
Purtroppo non ho potuto partecipare al Convengo fin dall’inizio, ascoltando i diversi interventi per i quali ringrazio gli stimati Relatori, e quindi mi inserisco – in ultimo – per aggiungere alcune mie considerazioni che riprendono in parte quanto già ho espresso in alcune occasioni nazionali. Immagino che siano state formulate anche delle proposte concrete, mirate su scala locale e nazionale, e chiedo scusa se probabilmente ritornerò su cose già dette questa mattina. Ma, come si suol dire, “repetita iuvant”!
1. Un’emergenza sociale
Ho letto che in Italia ci sono un milione e ottocento mila giocatori a rischio, di cui ottocento mila sono da considerarsi “malati” perché giocatori patologici e compulsivi; e che nello scorso anno sono stati bruciati circa ottanta miliardi, quasi il doppio della manovra “salva Italia” del Governo Monti. Inoltre, è ormai risaputo che a Genova sono fiorenti 46 mini-casinò, i quali hanno coinvolto un numero esorbitante di minorenni. Questi pochi dati fanno comprendere che siamo di fronte ad una vera emergenza sociale. Quando si bruciano infatti le risorse, inseguendo il miraggio della vincita, resta solo la cenere e, per continuare a sbarcare l’inevitabile lunario, si cercano altre strade rovinose per sé e per i propri cari. Per questa ragione dicevo recentemente che “è necessario arginare la piaga del gioco d’azzardo, quale fuga disperata da una realtà ritenuta ingrata, o quale seducente sirena di vita facile, ma che si rivela come abbruttente dipendenza che deforma l’umano dell’uomo e sconquassa le famiglie” (A. Bagnasco, Prolusione al Consiglio Episcopale Permanente, 23.1.2012). L’azzardo esasperato, mentre illude, si rivela essere un fattore non indifferente del malessere generale e di destabilizzazione sociale, creando dei circoli viziosi non solo per i singoli che entrano nel giro della dipendenza psicologica ed emotiva, ma anche per la collettività intera che viene a risentirne sul piano della solidità e della sicurezza.
2. Una cultura più umana
Questa situazione di fatto, di cui siamo ormai tutti avvertiti e speriamo tutti preoccupati, testimonia una verità che oggi spesso viene non solo disattesa, ma anche negata: e cioè che siamo legati gli uni altri, e che ogni comportamento personale ha risvolti anche sul piano sociale, ricade prima o dopo su tutti. Viceversa, la mentalità corrente, ragiona in termini di individualismo parossistico e cieco, secondo cui ognuno deve fare ciò che vuole e che si sente di fare, come se il riferimento unico del proprio agire fosse solo lui stesso; come se fosse una monade indipendente dagli altri, come se gli altri non c’entrassero con le sue scelte in alcun modo, e la sfera del privato, certamente da rispettare, fosse estesa quanto l’esistenza in ogni suo forma e momento. In realtà, come ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI recentemente, “La nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale” (Messaggio per la Quaresima 2012).
Dalla constatazione empirica siamo dunque passati alla riflessione teoretica, e ciò non significa fare dell’astrazione, ma risalire ai principi che sempre sono sottesi alla prassi degli uomini e delle società. Se dall’esperienza dobbiamo imparare – historia magistra vitae – allora un primo rimedio da invocare per noi e per il Paese è una cultura diversa da quella che viene mediata continuamente e che respiriamo; una cultura che non ci è estranea ma che dobbiamo tutti richiamare alla coscienza. Essa nasce da un umanesimo relazionale e aperto alla Trascendenza: l’uomo non è un soggetto chiuso in se stesso e autocentrato, ma aperto sulla realtà intera, in dialogo con la vita. Realtà e vita che ci vengono incontro attraverso il volto degli altri e il volto dell’Assoluto che fonda la nostra contingenza umana, e le dona luce e destino. L’uomo è dunque un soggetto ad alta densità relazionale che vive e si sviluppa in un contesto familiare e sociale. E’ in relazione innanzitutto con Colui che lo pone nell’essere, e quindi con gli altri in una reciprocità di dono. Se le proprie scelte non vengono vissute dentro a questo orizzonte culturale, allora ognuno è legge a se stesso, e gli altri sono percepiti come legami fastidiosi, come dei vincoli da cui liberarsi se non sono utili. Prevale allora la categoria dell’utile non della verità e del bene.
3. Il compito educativo
Siamo entrati, così, nell’orizzonte educativo, quello che è decisivo anche se richiede tempi propri. In questo senso dicevo che bisogna resistere “alle malattie nuove di una post-modernità infragilita dalle proprie ossessioni prima ancora che dai deficit di bilancio” (A.Bagnasco, Prolusione cit.). Vi sono, infatti, delle storture culturali ed educative che, se non riprese e corrette con decisione e unitariamente, coltivano illusioni devastanti a cui seguono infelicità e depressione non solo dei singoli – soprattutto delle giovani generazioni – ma della società intera. Le malattie che evocavo sono quelle note del mito della vita facile e gaudente, come se la disciplina, la fatica e l’impegno quotidiano fossero cose superate d’altri tempi, magari oggetto di irrisione. L’educazione piena, che trova il paradigma e la sorgente nel Signore Gesù, ci parla invece della vita come dono e compito, come libertà e responsabilità, che richiede il gusto della fedeltà al lavoro come cifra dell’esistenza comune, il gusto non innanzitutto del guadagno o degli onori, ma la soddisfazione di far bene il proprio dovere. L’opera educativa aiuta ad una presa di coscienza serena e onesta di se stessi, delle proprie capacità, senza depressioni e senza presunzioni; allena ad avere la misura delle cose, anche delle aspettative; sollecita alla fiducia e al coraggio nell’intraprendere, disposti al sacrificio e con la gioia nel cuore; ricorda la bellezza della costruzione lenta e metodica, la pazienza dell’attesa, senza pretendere di avere tutto e subito negli affetti, nel lavoro, nella vita. Insegna a stare in piedi con forza anche quando le delusioni e gli insuccessi si fanno sentire e vorrebbero indurre allo scoraggiamento fino a fuggire dalla realtà. Ma – lo sappiamo – fuggire dalla vita non è possibile, e quando si tenta ci si accorge che si è scivolati verso un baratro più pericoloso e triste. Bisogna dunque aiutare l’uomo a ritrovare se stesso, la sua verità e bellezza. La vita non è un colpo di fortuna. Oggi si vuol far credere che la sostanza del tempo risiede nel successo e nell’apparenza, nella quantità delle esperienze gratificanti; e che per ottenere questa patina luccicante sia inevitabile tentare la sorte e giocarsi le sostanze. Ma non si tratta solo delle proprie risorse, si tratta anche e in primo luogo di qualcosa di spirituale, di intimo, che non si vede e non si pesa, che non si compra, ma che vale la vita stessa, che definisce l’uomo non in ciò che ha ma in ciò che è. Uscire dall’orizzonte della propria anima per diventare un inseguitore forsennato e ossessivo dell’azzardo, significa, dunque, non solo rimetterci i propri beni, ma il bene che ognuno è per se stesso, e quindi impoverire la società intera. Il Paese stesso si snatura nella sua anima profonda, che è il tesoro più prezioso perché lo identifica e lo rende vivo.
4. Una società educante
Sta qui – a mio parere – il peggio del peggio a cui dobbiamo pensare e mettere mano con estremo rigore intellettuale ed etico. Ma insieme! E’ per questo che più volte ho insistito perché la famiglia non sia lasciata sola dalla società, né nel compito educativo né nelle sue dinamiche interne che devono trovare – all’occorrenza – delle interlocuzioni appropriate. Adeguate politiche di sostegno devono sempre più e meglio farsi sentire dalle famiglie in quanto tali, cioè come soggetto specifico, altrimenti verrà meno il primo e insostituibile nucleo sociale che ha valenze plurime per i singoli componenti e per la collettività intera. Ma anche la scuola deve essere, secondo la sua stessa finalità, luogo di istruzione e di educazione umana; luogo dove – oltre le necessarie conoscenze e competenze – viene offerto un costante stimolo a pensare, un quotidiano richiamo ai valori ultimi e decisivi che riguardano non il come delle cose, ma il loro senso, il gusto della verità per se stessa, il criterio del bene, i valori che danno sostanza alla vita e creano appartenenza alla comunità. La Chiesa è “madre e maestra” come diceva il beato Giovanni XXIII: illuminata dal suo Signore e sostenuta dallo Spirito Santo, ha una storia bimillenaria di evangelizzazione e di promozione culturale e umana, storia che è alla radice dell’umanesimo e della civiltà europea.
Ma, come è stato auspicato più volte, è l’intera società che deve diventare educativa. Nel momento storico che viviamo, nel quale il rischio del disorientamento è evidente anche se spesso viene interpretato come arricchimento, è necessario che la società nel suo complesso faccia un salto di responsabilità e di qualità: dalle istituzioni ai vari gruppi associati, dal grande e importante mondo della comunicazione al corpo legislativo, dall’economia alla finanza, dalla burocrazia al tempo libero…ognuno deve fare la sua parte in chiave di rigore e di coerenza, perché le giovani generazioni siano ammirate e contagiate da stili reali e virtuosi, da esempi che hanno qualcosa da dire di importante e di vero, per essere all’altezza non solo del nostro dovere di adulti, ma anche delle attese delle giovani generazioni. I giovani hanno l’istinto del vero e del bene, sentono la nostalgia dell’Assoluto e del Trascendente, e cercano e pretendono di trovarlo in chi è più avanti nella vita. Ne hanno diritto. E’ ormai evidente, anche nella cultura occidentale che pure sembra inesorabilmente secolarizzata e sorda ai richiami dello spirito, che la ricerca di Dio, della verità e della bellezza spirituale, di ciò che dà sostanza al vivere e al morire, è desiderato e attraversa il cuore.
Auspico con voi che leggi opportune e puntuali siano poste in essere sia a livello locale che nazionale come è stato fatto in altri campi nefasti, ma senza dimenticare che sarà soprattutto una educazione nuova e vera la prevenzione migliore per reagire positivamente non solo alla piaga del gioco d’azzardo, ma ad ogni altro devastante miraggio. Una cultura che sia veicolata dal vissuto della società intera. Grazie.

-Mat-04,01-Temptation_and_freedom

 -Mat-04,01-Temptation_and_freedom dans immagini sacre 15%20BOTICELLI%20TEMPTATION%20OF%20CHRIST%20STONES%20IN%20B

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Publié dans:immagini sacre |on 25 février, 2012 |Pas de commentaires »

L’ENIGMA DEI CRISTALLI DELLA NEVE

http://www.zenit.org/article-29698?l=italian

L’ENIGMA DEI CRISTALLI DELLA NEVE

Uno sconcertante rompicapo che affascina e sfida gli scienziati

di Renzo Allegri

ROMA, sabato, 25 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Nelle settimane scorse la neve ha messo in ginocchio l’Italia. Si è abbattuta su tutte le regioni, in particolare su quelle nel Centro e del Sud della nostra penisola con una violenza distruttiva che non si vedeva da decenni. Ha provocato disagi, danni e anche vittime.
La neve è un fenomeno meteorologico che nel suo aspetto esteriore incanta e affascina e, in genere, per questo, suscita simpatia e gioia, soprattutto nei bambini. Ma in questa occasione si è presentato con l’aspetto di un tornado arrabbiato e distruttivo, suscitando sentimenti di paura e di odio.
Pochi sanno che la neve è uno dei fenomeni più misteriosi e più enigmatici. Un autentico rompicapo per gli scienziati, che lo studiano da anni senza riuscire a svelarne i segreti.
Ogni fiocco di neve che vediamo volteggiare nell’aria e depositarsi dolcemente al suolo, è costituito da piccoli cristalli di forma esagonale, simmetrica e bellissima, ma tutti dissimili l’uno dall’altro. Nel corso di una abbondante nevicata come quelle dei giorni scorsi, i cristallini di neve caduti dal cielo sono stati innumerevoli come le stelle del firmamento. Miliardi di miliardi. Ebbene, ognuno era diverso dall’altro. Impossibile trovarne due uguali. E’ un fatto incredibile, ma scientificamente vero. Così incredibile che non se ne parla mai. Solo gli scienziati lo prendono in considerazione, perché si sentono sconfitti e anche umiliati per non riuscire a spiegarlo, a imprigionarlo in una gabbia scientifica. Formulano teorie e ipotesi, ma sono teorie che non convincono e non spiegano. Sembra che, nel 1986, in America siano stati trovati due cristalli di neve uguali. E anche se la cosa non era certa, è stata egualmente oggetto di una comunicazione ufficiale da parte della Società Meteorologica Americana, proprio perché quel fatto, se si fosse potuto documentare, poteva essere un evento che sfondava finalmente il muto invalicabile di quel mistero.
Un mio amico, nei giorni scorsi, parlandomi di questo fenomeno, ha ricordato il pensiero di San Tommaso d’Aquino, il grande teologo e filosofo medievale, che parla di “intelligenze  senza corpo fisico”, che potrebbero essere gli angeli. Gli angeli, quindi, potrebbero essere gli autori di fenomeni del genere. Gli scienziati atei sorridono e continuano a tormentarsi alle ricerca di una spiegazione razionale. I credenti potrebbero, invece, provare un sentimento di gioia, di meraviglia, di fronte a un altro mistero della natura che richiama la presenza di Dio e del suo infinito amore.
La storia dei cristalli della neve mi ha fatto venire in mente il mio incontro con uno scienziato giapponese, famoso proprio per aver dedicato gran parte della sua vita a studiare i cristalli dell’acqua ghiacciata. E anche lui si è imbattuto in fenomeni straordinari e stupefacenti, che non hanno alcuna spiegazione razionale.
Questo scienziato, che si chiama Masaru Emoto, è un medico, laureato anche in fisica e chimica. Una persona quindi di seria preparazione scientifica. Egli sostiene di aver le prove che l’acqua interagisce con l’uomo. Secondo lui, l’acqua sarebbe in grado di “captare” le emozioni umane, le vibrazioni della musica, il suono delle parole, e anche il significato delle parole stesse. E, a seconda di ciò che “capta”, reagirebbe in maniera così profonda da modificare la propria natura.
Per dimostrare questo incredibile fatto, il dottor Emoto ha messo a punto una particolare macchina che gli permette di fotografare i cristalli dell’acqua ghiacciata. Ed ha così documentato che, nel processo di ghiaccificazione, i cristalli dell’acqua prendono forme diverse a seconda delle emozioni che l’acqua ha percepito.
« I cristalli di acqua congelata che hanno ‘ascoltato’ una musica dolce », mi disse il dottor Emoto « appaiono armonici, colorati, con forme geometriche perfette. Quelli di acqua trattata con musica dura e aggressiva, sono invece storti, spezzati, contorti. Lo stesso succede con le parole. Se si parla all’acqua con amore, i cristalli sono perfetti. Se si pronunciano parole di odio o di rabbia, i cristalli sono confusi e brutti ».
Il dottor Emoto non sa ancora per quale motivo esatto ciò avvenga, ma con i suoi migliaia e migliaia di esperimenti compiuti da solo, e con vari altri ricercatori scientifici, non ha dubbi sulla reale esistenza del fenomeno.
Intorno alle sue ricerche è sorto un grande interesse da parte di molti altri scienziati. Non solo in Giappone, ma anche in Europa e in America. Il dottor Emoto è chiamato a tenere conferenze in tutto il mondo e i suoi libri che illustrano i risultati delle singolari ricerche, vanno a ruba.
E anche per lui, tutto è cominciato con i cristalli della neve. Mi ha raccontato: « Un giorno lessi in un libro che non esistono cristalli di neve simili l’uno all’altro. La neve cade sulla terra da milioni di anni, e sono miliardi di miliardi i cristalli che l’hanno formata e che la formano, ma non ne esiste uno uguale all’altro. Questo concetto mi ha colpito ed ho cominciato a pensare di studiare l’acqua nella sua forma cristallizzata, cioè l’acqua ghiacciata. Pensavo che, forse, fotografando i cristalli dell’acqua ghiacciata avrei potuto avere delle informazioni preziose sulla sua vera natura.
« Ho preso dell’acqua distillata e l’ho messa in una boccetta. Poi, di fronte a quell’acqua alcune persone hanno pronunciate parole dolci e piene di serenità come ‘mamma’, ‘papà’, ‘amore’, ‘angelo’, ‘grazie’, ‘pace’. Quindi ho fatto ghiacciare quell’acqua e ho fotografato i cristalli che sono apparsi bellissimi, armonici, geometrici, luminosi. Sembravano gioire per l’energia positiva contenuta nelle parole che avevano ‘sentito’. Poi ho sottoposto la stessa acqua a un trattamento di parole dure e negative, come ‘odio’, ‘guerra’, ‘morte’, ‘sangue’, ‘demonio’, e termini offensivi. I cristalli ottenuti con il congelamento erano tutti diversi. Erano brutti, orrendi, contorti, scuri, disarmonici, incompiuti. Era come se fossero stati spezzati, schiacciati, devastati da una energia cattiva. E lo stesso incredibile fenomeno, cioè modificazione dei cristalli, si verifica quando l’acqua ‘ascolta’ della musica. Abbiamo fatto ‘ascoltare’ ad un campione di acqua brani di Mozart, Vivaldi, Schubert, Beethoven, ottenendo poi dei cristalli che sono risultati stupendi per forma e colore. Ma risultati completamente diversi abbiamo ottenuto con il rock duro o l’heavy metal, canzoni che contenevano testi arrabbiati, parole cariche di astio, e i cristalli ottenuti erano storpiati, divisi, come se fossero esplosi.
« Ho constatato che l’acqua risente anche dei pensieri positivi che le vengono inviati durante la preghiera. In Giappone ho fatto degli esperimenti con risultati sbalorditivi. Nell’ottobre del 1997 ho condotto un esperimento sull’acqua del bacino di Fujiwara a Minatami-cho, nella prefettura di Gunma. Quel giorno l’acqua del laghetto era inquieta, turbolenta. Abbiamo prelevato subito un campione, per congelarlo e osservare poi i cristalli. Intanto il reverendo Kato Hoki, priore del tempio di Jyhouin, nella città di Omiya, cominciò a pregare stando sul bordo del bacino e dopo un’ora di preghiera l’acqua appariva più calma e anche più limpida. Prelevammo un nuovo campione, per congelarlo e osservarlo al microscopio. I cristalli dell’acqua prelevata prima della preghiera erano bruni, contorti, pieni di buchi e di separazioni; quelli dell’acqua prelevata dopo la preghiera erano bellissimi, pieni di equilibrio, con complicate forme geometriche.
« Il l 25 luglio del 1999 ho fatto un esperimento simile presso il lago Biwa. Questo lago, che si trova nella provincia di Shiga, è il più vasto del Giappone ed è anche un terribile esempio di inquinamento. Ogni estate la superficie del lago si ricopre di una strana specie di pianta acquatica, chiamata alga kokanda, che imputridisce e diffonde in tutta la zona un fetore quasi insopportabile. Quel 25 luglio, alle quattro e mezzo del mattino, ci siamo riuniti in 350 persone per pregare sulle sponde del lago. E il risultato è stato sorprendente. I cristalli dell’acqua del lago dopo la preghiera, erano bellissimi e continuarono ad esserlo per circa sei mesi.
« Ho fotografato anche i cristalli dell’acqua di Lourdes, il famoso santuario cristiano. Sono spettacolari: armoniosi, ma con un qualche cosa di misterioso e di soave insieme, come se fossero impregnati da un sentimento mistico ».
Il dottor Emoto ha utilizzato questi suoi esperimenti per fini commerciali che possono essere discutibili. Ma i risultati delle sue ricerche al microscopio sono un dato oggettivo. Ripetuto e constatato da molti altri ricercatori. E dimostra che, anche in questo caso, la scienza rimane confusa, incapace di trovare delle spiegazioni di certi comportamenti della natura. Il pensiero va alla famosa frase che Shakesperare fa dire ad Amleto rivolto al suo amico Orazio: « Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia ». E anche a quanto scrisse Carl Jung: « Non commetterò il tipico errore di considerare una frode tutto ciò che non sono in grado di spiegare ».
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 341 si legge: « La bellezza della creazione riflette la bellezza infinita di Dio ».
Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Fides et ratio ha scritto: « Attraverso il creato, gli ‘occhi della mente’ possono arrivare a conoscere Dio ». E Benedetto XVI, nel suo messaggio per la XLIII Giornata per la pace:  » Contemplare la bellezza del creato è stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che ‘move il sole e l’altre stelle’ ».

Omelia : Il tempo del cuore – prima domenica di quaresima 26 febbraio 2012

http://www.zenit.org/article-29669?l=italian

QUARESIMA: IL TEMPO DEL CUORE

Vangelo della I Domenica della Quaresima

di padre Angelo del Favero*
ROMA, giovedì, 23 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Gen 9,8-15
“Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra”.
1 Pt 3,18-22
“Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello Spirito.”.
Mc 1,12-15
“In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Mosso interiormente nel medesimo Spirito che vi sospinse Gesù, il credente battezzato rimane quaranta giorni con il Signore nel deserto, per prepararsi al dono della gioia pasquale.
Profondamente bisognoso di silenzio e di serenità, egli desidera una Parola vera che lo riconduca all’armonia con se stesso e con i fratelli, facendogli amare la vita in loro compagnia nella confortante certezza che, oltre le morte, contemplerà per sempre lo splendore del volto di Cristo Risorto: è Lui “l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine” (Ap 22,13), Lui il compimento personale dell’ alleanza stabilita da Dio con l’uomo, nel momento, e per ciò stesso, che ogni persona è creata “ad immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,27).
La Quaresima non è tanto un tempo del calendario, ma è il tempo del cuore, il “tempo compiuto” (Mc 1,15), come proclama oggi Gesù.
E’ il “kairòs”, il tempo personale e definitivo dell’abbondanza della vita (Gv 10,10), tempo di quella gioia inalienabile e propria di Gesù che scaturisce dalla realizzazione di sé nell’Amore e nell’obbedienza alla volontà del Padre.
“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). E’ l’annuncio di un cammino verso la meta più desiderabile che ci sia: la felicità duratura in questa vita, che diventerà beatitudine eterna nell’altra.
Che il tempo sia compiuto, oggi, ha un significato simile all’annuncio del parto: inizia qualcosa che già ti portavi dentro, e se l’accoglierai come un dono da custodirea tempo pieno nell’amore, la tua esistenza non conoscerà più la tristezza della solitudine.
“La gioia è il segno infallibile della presenza di Dio”, affermava Leon Bloy, ed intendeva che la sua fonte, zampillante senza interruzione dal profondo del cuore, è l’incontro quotidiano con il Signore Gesù.
Ecco, al riguardo una significativa testimonianza:
“Un malato terminale di AIDS alla Casa Dono della Pace tenuta dalle Missionarie della Carità, ha chiesto il battesimo. Quando il sacerdote ha chiesto una espressione di fede, lui ha mormorato: “quello che so è che io sono infelice, e le suore invece sono molto felici anche quando le insulto e sputo loro addosso. Ieri finalmente ho chiesto loro il motivo della loro felicità. Esse hanno risposto: “Gesù”. Io voglio questo Gesù, così posso essere felice anch’io.” (Cardinale Timothy Dolan., Omelia nella Giornata di preghiera per il Collegio Cardinalizio, 17 febbraio 2012).
L’essere umano è concepito come un essere-per-la-gioia, e lo dimostra il fatto che tutti i bambini sono spontaneamente gioiosi davanti al volto della loro mamma. Potrei dire che lo sono per il fatto ontologico di esserlo già da nove mesi, poiché Dio Padre-Madre, che in Cristo li “ha scelti prima della creazione del mondo” (Ef 1,4), sin dal concepimento li guarda con il suo volto ineffabile di amore radioso, né mai volgerà altrove il suo sguardo fino a quando Lo vedranno direttamente “così come Egli è” (1Gv 3,2): “gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Salmo 16,11).
——–
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Three Temptations of Christ, detail, (1481-82), fresco by Sandro Botticelli (1445-1510), Sistine Chapel, Vatican

Three Temptations of Christ, detail, (1481-82), fresco by Sandro Botticelli (1445-1510), Sistine Chapel, Vatican dans immagini sacre botticelli3-medium

http://jtmoger.wordpress.com/2010/02/20/learning-from-lent/

Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2012 |Pas de commentaires »

STORIA DELLA QUARESIMA

http://www.preghiereagesuemaria.it/sala/storia%20della%20quaresima.htm

STORIA DELLA QUARESIMA

D’origine antichissima, la « Quaresima » indica quel periodo di preghiera e di penitenza, durante il quale la Chiesa prepara le anime a celebrare degnamente il mistero della Redenzione. Benché le pratiche penitenziali siano quasi ovunque cadute in disuso, non si può negare la loro importanza e necessità per la corrotta natura umana. Non è un caso che finanche i popoli pagani abbiano da sempre sentito l’esigenza di pratiche penitenzia­li per propiziarsi la divinità.
La penitenza s’esercita, o me­glio s’esercitava, principal­mente mediante la pratica del digiuno. Le tem­poranee dispense con­cesse dal Sovrano Pontefice [...] non co­stituiscono per noi una ragione sufficiente per sottacere un dovere così importante, al quale fanno incessante allusione le orazioni di ogni Messa di Quaresima, e di cui tutti debbono almeno conservare lo spirito, qualora la durezza dei tempi che si attraver­sano o la gracilità del­la salute non ne per­metterà l’osservanza in tutta la sua estensione e il suo rigore.
Essa risale ai primi tempi del Cri­stianesimo, ed è anche anteriore. La pratica del digiuno fu osservata dai profeti Mosè ed Elia [...], per quaran­ta giorni e quaranta notti fu osservata da Nostro Signore in mo­do assoluto, senza prendere il minimo alimento: e, sebbene egli non abbia voluto farne un precetto, che non sarebbe stato più suscettibile di dispen­se, pure tenne a di­chiarare che il digiu­no, spesso comandato da Dio nell’Antica Legge, sarebbe stato osservato anche dai fi­gli della Nuova Legge.
Un giorno i discepo­li di Giovanni si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Per qual motivo, mentre noi e i farisei digiuniamo spesso, i tuoi discepoli non digiuna­no?». E Gesù rispose loro: «Com’è possibile che gli amici dello sposo possano fare lutto finché lo sposo è con loro? Verranno poi i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno» (Mt 9,14-15).
I primi cristiani si ricordarono di quelle parole di Gesù, e cominciaro­no molto presto a passare nel digiu­no assoluto i tre giorni (che per loro era uno solo) del mistero della Re­denzione, cioè dal Giovedì santo al mattino di Pasqua.
Fin dal II e III secolo abbiamo la prova che in parecchie Chiese si di­giunava il Venerdì e il Sabato santo, e sant’Ireneo, nella lettera al papa san Vittore, afferma che molte Chiese d’Oriente facevano la stessa cosa durante tutta la Settimana santa. Il digiuno pasquale si estese poi nel IV secolo, fino a che la preparazione alla festa di Pasqua, attraverso un pe­riodo sempre più lungo, divenne di quaranta giorni, cioè Quadragesima o Quaresima.
La più antica menzione della « Quarantena », in Oriente, si riscon­tra nel can. V del Concilio di Nicea (325). Il vescovo di Tmuis, Serapio­ne, attesta a sua volta, nel 331, che la « Quaresima » era al suo tempo una pratica universale, sia in Oriente che in Occidente. I Padri, come sant’A­gostino (discorso 210) dicono anti­chissima tale pratica; e san Leone (discorso 6) arriva a pensare, però a torto, che risaliva ai tempi apostolici. I primi a parlarci del digiuno quare­simale furono i Padri, e tra loro san­t’Ambrogio e san Girolamo.
I Sermoni di sant’Agostino dimo­strano che la Quaresima cominciava sei domeniche prima di Pasqua. Sic­come la domenica non si digiunava, non rimanevano che 34 giorni, 36 col Venerdì e il Sabato santo; tutta­via la Quaresima restava sempre una « quarantena » di preparazione alla solennità della Pasqua. Difatti anche allora, come adesso, non era il digiu­no l’unico mezzo per prepararsi alla Pasqua. Sant’Agostino insiste che al digiuno vada aggiunto: il fervore della preghiera, l’umiltà, la rinuncia ai desideri meno buoni, la generosità nell’elemosina, il perdono delle offe­se e la pratica d’ogni opera di pietà e di carità.
Della medesima durata consta in Spagna nel VII secolo, nella Gallia e a Milano. Per sant’Ambrogio il Ve­nerdì santo è la grande solennità del mondo: la stessa festa di Pasqua comprende il triduo della Morte, del­la sepoltura e della Risurrezione di Cristo (Lettera 233). La domenica s’interrompeva il digiuno, ma non s’abbandonava mai, grazie alla litur­gia, il colore penitenziale.
Anche san Leone afferma che la Quaresima è un periodo di quaranta giorni che termina il Giovedì santo sera; e, come sant’Agostino, dopo aver insistito sui vantaggi del digiu­no corporale raccomanda energica­mente l’esercizio della mortificazio­ne e della penitenza, e soprattutto l’aborrimento del peccato e la prati­ca fervente delle opere buone e di tutte le virtù.

NECESSITA’ DELLA PENITENZA – La necessità della penitenza è sempre at­tuale. Nell’epoca nostra di sensualità, in cui sem­bra caduta in disuso la mortificazio­ne corporale, non crediamo sia inuti­le spiegare ai cristiani l’importanza e l’utilità del digiuno. A favore di que­sta santa pratica stanno le divine Scritture, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento; anzi si può dire che vi si raggiunge la testimonianza della tradizione di tutti i popoli, in­fatti, l’idea che l’uomo possa placa­re la divinità con opere di espiazione del suo corpo è costante presso tutti i popoli della terra e la troviamo in tutte le religioni, anche le più lon­tane dalla purezza delle tradizioni patriarcali.

Per espiare…
«Per espiare i peccati del­le tue mani e delle tue brac­cia, di cui ti sei servita per amplessi peccaminosi ed opere cattive, le mie mani sono state trapassate da grossi chiodi, inchiodate alla Croce e lacerate per il peso del corpo. Per espiare i pec­cati dei tuoi piedi di cui ti sei servita per peccare nel ballo, o per recarti in luoghi peri­colosi, io ho avuto i piedi traforati e inchiodati al le­gno della Croce»
Gesù alla beata Angela da Foligno

Contemplando il Crocifisso
«Queste sono le meraviglie di Gesù crocifisso, che con le sue piaghe risana; con gli obbrobi sofferti, ci rende gloriosi; col sopportato di­sprezzo, promuove il nostro onore; con la sua prigionia, ci mette in libertà; con la sua morte ci dà la vita; col suo sangue versato lava le no­stre macchie e ci rende can­didi e puri».
San Bonaventura

Meraviglioso scambio nella Passione di Cristo.
La Passione del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo è fiducia della gloria e dottrina di pazienza. Che cosa infatti non si ripromette­ranno dalla grazia di Dio i cuori dei fedeli, quando per essi il Figlio unigenito di Dio, coeterno col Padre, non si è contentato di nascere uomo dall’uomo, ma ha voluto addirittura morire dalle mani degli uomini, che Lui stesso aveva creati? [...]. Chi potrà dubitare che Egli donerà ai santi la sua vita, se ad essi ha già fatto dono persino della sua morte? Perché la debolezza umana stenta a credere che gli uomini vivranno davvero un giorno con Dio? È molto più incredibile quel che è già av­venuto, che Dio è morto per gli uomini. [...]. Nella propria natura Egli non aveva di che morire per noi, se non prendeva da noi una carne mortale. Così l’immortale è potuto morire, così ha voluto donare la vi­ta ai mortali, rendendoli partecipi di Se stesso, dopo che Lui si era fat­to partecipe di loro. Noi di nostro non avevamo di che vivere, Lui di suo non aveva di che morire; fece allora con noi un mirabile commer­cio di scambio: quello con cui morì era nostro, quello per cui vivremo sarà suo.
Sant Agostino

Tratto da: De vita contemplativa

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Mercoledì delle Ceneri (di S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI, 1996)

http://www.cmri.org/ital-96prog2.html

Il Tempo Liturgico di Quaresima

di S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI

Mercoledì delle Ceneri

21 febbraio 1996

Carissimi beneamati in Cristo,

Il Tempo Liturgico di Quaresima fa iniziare la solenne preparazione della Chiesa per la gloriosa festa della Risurrezione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, e vi sono molti aspetti spirituali e dottrinali della Quaresima che dobbiamo considerare per trarre opportunamente beneficio da questo tempo penitenziale.
Il primo aspetto della Quaresima è principalmente spirituale. Esso si riferisce alla storia della Quaresima, al suo scopo e fine principale. Il secondo aspetto è principalmente dottrinale e ci ricorda le tristi conseguenze del peccato — il peccato originale dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, e i peccati attuali che noi stessi commettiamo.
Quando e da chi fu istituito il tempo di Quaresima?
Molti degli antichi Padri della Chiesa, in particolare S. Girolamo, Papa S. Leone Magno, S. Cirillo di Alessandria, e S. Isidoro di Siviglia, confermano che il tempo di Quaresima venne istituito dagli Apostoli stessi, fin dagli albori della Chiesa. Essi decretarono un digiuno universale per il sempre crescente gregge di Cristo, affinchè servisse come preparazione spirituale per la festa della Risurrezione dai morti di Nostro Signore. Gli Apostoli stabilirono che, dato che il numero quaranta (40) è un numero assai ricco di significato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, questo solenne tempo penitenziale dovesse anch’esso consistere di 40 giorni.
Quando Iddio Onnipotente ripulì dapprima il mondo dal peccato per mezzo del Diluvio Universale ai giorni di Noè, piovve 40 giorni e 40 notti. Similmente, quando Mosè e gli Israeliti vagarono nel deserto in cammino verso la Terra Promessa, viaggiarono per 40 anni nella selvatica desolazione. Infine, abbiamo il perfetto esempio di Cristo stesso, che digiunò per 40 giorni nel deserto prima di accingersi alla Sua vita pubblica.
Il concetto di digiuno è assai esplicito negli insegnamenti di Nostro Signore. Nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo che i discepoli di S. Giovanni Battista un giorno si avvicinarono a Gesù e gli chiesero:
“‘Perché noi ed i Farisei digiuniamo spesso, ma i tuoi discepoli non digiunano?’ E Gesù disse loro: ‘Possono gli amici dello sposo affliggersi, mentre lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni, quando lo sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ’” (Matt. 9:14-15).
Molti altri esempi tratti dalla Sacra Scrittura dimostrano il vantaggio spirituale che viene dal digiuno.
In una circostanza, durante la vita di Nostro Signore qui sulla terra, gli Apostoli si trovarono in una situazione molto imbarazzante. Essi cercavano di esorcizzare un posseduto, e non ci riuscivano. Quando Gesù fu giunto sulla scena, subito cacciò fuori il diavolo e più tardi disse agli Apostoli:
“Questo genere di demoni non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno” (Matt. 17:20).
Negli Atti degli Apostoli, troviamo che gli Apostoli combinavano la preghiera col digiuno come preparazione spirituale per l’ordinazione dei preti:
“Quando ebbero loro ordinato dei preti in ogni chiesa, ed ebbero pregato e digiunato, li raccomandarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14:22).
“Mentre stavano ministrando al Signore, e digiunando, lo Spirito Santo disse loro: ‘Separatemi Saulo e Barnaba, per l’opera per la quale li ho scelti.’ Allora essi, digiunando e pregando, ed imposte le mani su di loro, li mandarono via” (Atti 13:2-3).
Nostra Santa Madre, la Chiesa Cattolica, prende seriamente le parole di Nostro Signore:
“Ma verranno i giorni, quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora essi digiuneranno ” (Matt. 9:15).
Le leggi della Chiesa riguardo al digiuno ecclesiastico sono le seguenti: in giorno di digiuno, è permesso solo un pasto completo, con due pasti minori senza carni (colazioni), sufficienti per mantenersi in forze, ma le due piccole colazioni insieme non devono eguagliare un altro pasto completo. Queste leggi del digiuno obbligano sotto pena di peccato grave tutti coloro la cui età è compresa tra 21 e 59 anni, e che non sono legittimamente scusati. In questa legislazione, vediamo la grande prudenza della Chiesa Cattolica e come ben equilibrato sia ciò che si richiede ai fedeli. Quando gli anni della crescita fisica importante sono ordinariamente trascorsi, la Chiesa obbliga i suoi giovani adulti all’età di 21 anni a cominciare a digiunare, e quando gli adulti ordinariamente entrano nell’età della salute che declina, la Chiesa fa terminare quest’obbligo all’età di 60 anni. Coloro che sono legittimamente scusati dal digiuno, sono le persone malate o convalescenti che hanno salute delicata, le donne incinte o allattanti, e la gente che compie lavori pesanti che, a causa del digiuno, non sarebbe capace di esercitare la propria occupazione (agricoltori, mugnai, muratori, ecc.) posto che lavorino davvero per gran parte della giornata. Inoltre, professori, insegnanti, studenti, predicatori, confessori, medici, giudici, avvocati, ecc., sono scusati se il digiuno li ostacola nel loro lavoro.
Se sorgesse un qualsiasi dubbio relativo ad un caso particolare riguardo al digiuno, i fedeli possono comunque sempre far ricorso al loro confessore.
Lo scopo del digiuno è ottimamente riassunto da S. Tommaso d’Aquino:
“Si pratica il digiuno per un triplice scopo. In primo luogo, allo scopo di imbrigliare la concupiscenza della carne, come dice l’Apostolo: ‘Nelle angustie, nella prigionia, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, vivendo nella castità, col sapere, con longanimità, con dolcezza, nello Spirito Santo, nella carità non finta’ (2 Cor. 6:5,6), poichè il digiuno è il guardiano della castità. Perchè, secondo S. Girolamo: ‘Venere è fredda quando Cerere e Bacco sono assenti.’ Il che vale a dire, la concupiscenza viene raffreddata dall’astinenza dalle carni e dal bere. In secondo luogo, dobbiamo far ricorso al digiuno affinchè la mente possa elevarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti: così viene detto (Dan. 10) di Daniele che ricevette una rivelazione da Dio dopo un digiuno di tre settimane. In terzo luogo, allo scopo di soddisfare per i peccati: come è scritto (Gioele 2:12): ‘Convertitevi a Me con tutto il cuore, nel digiuno, e nel pianto e nell’afflizione.’ Lo stesso dichiara S. Agostino in un sermone (De Oratione et Jejunio): Il digiuno ripulisce l’anima, eleva la mente, assoggetta la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile, disperde le nubi della concupiscenza, spegne il fuoco del desiderio carnale, accende la luce della vera castità’” (Summa Teologica, Questione 147, Articolo 1).
Il secondo aspetto della Quaresima da considerare, è il male del peccato — sia il peccato originale che il peccato attuale. Si definisce peccato qualsiasi pensiero, parola, azione, desiderio, o omissione proibita dalla legge di Dio. Quando i nostri progenitori, Adamo ed Eva, peccarono, essi offesero gravemente Iddio Onnipotente. Perché sebbene il loro atto di mangiare del frutto proibito fosse un atto finito in se stesso, la loro offesa fu contro un Essere Infinito — Dio. Questa offesa, le conseguenze della quale furono l’ignoranza, la sofferenza, la morte ed una forte inclinazione al peccato, non solo privò loro ed i loro discendenti dei doni preternaturali, ma anche, e cosa più importante, privò Adamo ed Eva e la loro discendenza di quel dono più prezioso tra tutti i doni — la grazia santificante — mediante il quale l’uomo partecipa nella propria anima alla vita stessa di Dio. S. Paolo dice:
“A causa d’un uomo il peccato entrò nel mondo, e con il peccato la morte, e così la morte passò a tutti gli uomini, nel quale tutti hanno peccato” (Rom 5:12).
Quando l’uomo commette peccato, specialmente il peccato mortale, offende anche la Divina Maestà e infligge un danno spirituale alla sua anima (la morte spirituale in caso di peccato mortale). Fu proprio per soddisfare per i peccati del genere umano che Gesù Cristo sacrificò la Sua vita sulla Croce.
Se apprezzassimo veramente le sofferenze e la morte di Nostro Signore, avremmo bisogno di meditare seriamente sulla Passione. Uno dei modi per compierlo è di considerare la sacra immagine di Cristo Crocifisso quale si vede sulla Santa Sindone di Torino. Questo lenzuolo macchiato di sangue identifica con precisione le ferite inflitte a Nostro Signore secondo i Santi Vangeli.
Vi possiamo vedere a nostro vantaggio i segni delle molteplici piaghe lungo il Suo Sacro Corpo, le ferite causate dalle spine che circondarono la Sua Testa, i segni dei chiodi nelle Sue Mani e Piedi, e finalmente, l’ampia ferita nel Suo Sacro Costato.
La grande tragedia dei nostri tempi è che la maggioranza del genere umano vive come se non ci fosse Dio, non ci fossero i Comandamenti, né cose come il peccato. Ma non guardiamo alla maggioranza del genere umano — guardiamo a noi stessi. Quando avessimo la sventura di commettere un peccato, noi non potremmo addurre l’ignoranza. Nostro Signore non può dire di noi ciò che disse dei suoi uccisori:
“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” (Luca 23:34).
Nel cominciare la nostra solenne preparazione per la celebrazione della Risurrezione di Nostro Signore — la più grande festa dell’intero anno liturgico — uniamo alle nostre preghiere, meditazioni e letture spirituali, la piena penitenza del digiuno e dell’astinenza. Coloro che non sono obbligati a digiunare dovrebbero compiere qualche speciale sacrificio che mortifichi particolarmente la loro natura umana decaduta, che è così incline al peccato.
Finalmente, nel fare penitenza durante questo tempo di Quaresima, ricordiamoci delle parole di Nostro Signore ai discepoli:
“Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia, affinchè possano mostrare agli uomini che essi digiunano. In verità vi dico, che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il vostro Padre, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Matt. 6:16-18).

In Christo Jesu et Maria Immaculata,
+ Mark A. Pivarunas, CMRI

Il Bronzino: Decorazione della Cappella di Eleonora da Toledo Passaggio del Mar Rosso

Il Bronzino: Decorazione della Cappella di Eleonora da Toledo Passaggio del Mar Rosso dans immagini sacre 11%20bronzino%20-%20cappella%20eleonora%20-%20passaggio%20mar%20rosso
http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Bronzino%20opere/11-1%20cappella%20eleonora%20-%20passaggio%20mar%20rosso.htm

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