Archive pour janvier, 2012

SANT’ANTONIO ABATE: UNA TRADIZIONE MILLENARIA

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SANT’ANTONIO ABATE: UNA TRADIZIONE MILLENARIA

La festa che ricorre oggi è in assoluto la più studiata sul piano etno-antropologico

di Pietro Barbini
ROMA, martedì, 17 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Il 17 gennaio, come da tradizione, in moltissimi paesi, comuni e province d’Italia si festeggia Sant’Antonio Abate. Eremita egiziano, conosciuto anche come Sant’Antonio l’Anacoreta o Sant’Antonio del Deserto, fondatore del monachesimo, è considerato il primo degli abati.
Sant’Antonio Abate, da non confondere con il Santo di Padova, è uno dei Santi più autorevoli della storia, talmente importante da essere celebrato non solo dalla Chiesa Cattolica, ma anche dalla Chiesa Luterana e da quella Copta. La sua vita ci è stata tramandata da Sant’Atanasio d’Alessandria, che fu suo fedele discepolo e compagno di lotta contro l’arianesimo.
Funzioni, veglie, processioni, benedizioni speciali, parate e giganteschi falò; prodotti gastronomici tipici del posto consumati all’aperto, canti, balli, musiche e rievocazioni storiche che narrano la vita e i miracoli del santo: tutto questo si svolge normalmente tra il 16 e il 17 gennaio. I festeggiamenti sono soliti aprirsi con la tradizionale veglia contadina la sera precedente, a cui fa seguito l’apertura degli stand gastronomici. La mattina seguente, dopo la funzione religiosa, vengono accesi i giganteschi falò, preparati precedentemente, naturalmente dopo esser stati benedetti dal parroco; mentre la catasta brucia, si balla, si canta e si degustano i piatti tipici del posto fino a tarda notte, accompagnati da musiche folkloristiche e spettacoli di vario genere, come ad esempio la lettura di poesie che parlano del Santo, ma anche l’esposizione di racconti popolari e contadini.
Questa singolare festa è considerata una delle più interessanti, ed è sicuramente la più studiata, dal punto di vista etno-antropologico; ricca di folklore e religiosità popolare, di antiche tradizioni, affascina non poco chi vi prende parte. Dopotutto la vita stessa del Santo, che morì all’età di ben 106 anni, come la sua figura, ha da sempre affascinato fedeli e miscredenti.
Oltre ai falò e al fuoco, la tradizione vuole che, dopo la messa, il parroco imponga la benedizione ai campi, al bestiame e al raccolto. L’Abate, infatti, è Patrono dei macellai, dei contadini, degli allevatori e degli animali domestici. È interessante come in alcune località questa festa venga associata alla smettitura del maiale. Il maiale, infatti, è l’animale che nell’iconografia tradizionale accompagna, da sempre, l’Abate. Ciò deriva dal fatto che all’ordine degli Antoniani fu dato il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, i quali scorazzavano liberamente con attaccato al collo un campanello; dal grasso di questi animali i monaci ricavavano un unguento che veniva usato sulle persone colpite da varie malattie della pelle, in particolare da ergotismo ed herpes zoster, non a caso malattie conosciute meglio con il nome di “fuoco di Sant’Antonio”.
Al Santo sono inoltre riconosciute grandi capacità taumaturgiche e molti si affidano alla sua grazia, chiedendo guarigioni da qualsiasi male, soprattutto chi è stato “colpito dal fuoco”, ma anche per chiedere liberazioni dal demonio. Sant’Antonio nell’arte sacra è conosciuto come “il santo delle tentazioni demoniache”; nella sua vita, infatti, venne continuamente attaccato, tentato e tormentato dal demonio, addirittura percosso fisicamente fino a ridurlo allo stremo. Insomma l’Abate era continuamente in lotta con il diavolo. Ecco perché la sua associazione al fuoco; a riguardo poi, si narra che il Santo per strappare più anime possibili al demonio si sia recato addirittura all’inferno.
È interessante osservare che in mezzo ai molti simbolismi e rituali che richiamano alla memoria il Santo Abate, persistono alcune usanze tra la popolazione che si è soliti identificare con antiche tradizioni pagane, in uso presso gli antichi romani. Taluni studiosi sostengono anche che la festa del Santo abbia preso origine da culti pagani, come spesso viene asserito riferendosi al Santo Natale, sostenendo, erroneamente, che non esistono documenti e prove sulla data di nascita di Gesù Cristo, ma che sia stata solamente un’invenzione della Chiesa per estirpare il culto pagano del Sol Invivtus. Teoria erronea, se si va alle fonti della storia e si esaminano seriamente i documenti pervenutici (come ad esempio il Libro dei Giubilei, un testo del II secolo a.C., rinvenuto nel 1947 in una grotta del deserto di Qumran). Come per il Natale, oggi, dai documenti e dagli ultimi studi effettuati, si può ben affermare che le tradizioni contadine, parte importante del folklore popolare e molto interessanti dal punto di vista etno-antropologico, non hanno nulla a che vedere con i rituali dedicati al Santo Abate, il 17 gennaio.

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Sant’Antonio Abate

Sant'Antonio Abate dans immagini sacre

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L’integrazione della mariologia nella teologia

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di BRUNO SIMONETTO

L’integrazione della mariologia nella teologia

Una concezione mariologica autentica rimarca il « nexus mysteriorum », l’intimo intrecciarsi dei misteri della Santa Vergine nel loro stretto legame con Cristo e la Chiesa.
Raccogliamo alcune « considerazioni » sulla collocazione della mariologia nel contesto del documento conciliare « Lumen gentium », traendole dal volumetto sulla Madonna, scritto dal Card. Joseph Ratzinger nel 1997: « Maria – Kirche im Ursprung » [in italiano: Maria – Chiesa nascente, Cinisello Balsamo 1998].
In questa riflessione il Card. Ratzinger avverte che « non si può prescindere dalla situazione storica della Chiesa, quando si solleva la problematica sul significato della mariologia e della devozione alla Madonna in genere, così come è stata recepita dal Concilio Vaticano II. »; perciò invita ad esaminare la questione delle affermazioni mariologiche del Concilio sullo sfondo dei movimenti che fino ad allora avevano segnato la vita spirituale della Chiesa: quello liturgico [con il rinnovamento benedettino che si ebbe in Europa, e soprattutto in Germania, tra le due Guerre Mondiali] e quello mariano [tra Lourdes e Fatima, con l’apice segnata dal dogma dell’Assunta del 1950].
« Al movimento liturgico – osserva Ratzinger – si unirono saldamente il movimento ecumenico e quello biblico, sì da formare un’unica grande corrente. Il rinnovamento della Chiesa, a partire dalle fonti scritturistiche e dalle antiche forme di preghiera ecclesiale [rinnovamento che costituiva lo scopo fondamentale di questi movimenti], ebbe una prima ratifica ufficiale ancora sotto il Pontificato di Pio XII, con le Encicliche sulla Chiesa e sulla Liturgia ».
Doveva essere compito del Concilio Vaticano II « integrare » questi movimenti, riconducendoli a una feconda unità: « In questa faticosa ricerca – annota il Card. Ratzinger, testimone diretto delle varie « componenti teologiche » presenti al Concilio – si ebbe la famosa votazione del 29 Ottobre 1963, vero spartiacque spirituale: si era arrivati alla questione se la mariologia fosse da presentare in un testo a sé, oppure da integrare nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa [‘Lumen gentium’]« . Prevalse la seconda opzione; ma di fatto si ebbe una spaccatura dei Padri conciliari: il gruppo espressione del movimento biblico-liturgico [con relativo ‘accorpamento’ del movimento mariano] prevalse di misura su quello che sosteneva una mariologia autonoma dalla trattazione teologico-ecclesiale: 1114 contro 1074.
Tuttavia – lo rileva ancora il Card. Ratzinger – « la nuova mariologia ecclesiocentrica era estranea, e tale è rimasta, proprio per quei Pari conciliari che davanti a tutti s’erano fatti portavoce della devozione mariana. Il vuoto che in tal modo si formò non poteva essere colmato neppure con l’introduzione del titolo « Madre della Chiesa » che Paolo VI propose consapevolmente alla fine del Concilio, in risposta alla crisi che si delineava. Di fatto, l’affermarsi della mariologia ecclesiocentrica portò momentaneamente al collasso la mariologia in quanto tale ».

Postulati mariani
Stralciando [e riassumendo] alcune importanti considerazioni che il Card. Joseph Ratzinger propone, a partire da questa situazione evidenziata durante i lavori conciliari e, in qualche modo, successivamente raccolta da Papa Paolo VI nell’Esortazione apostolica Marialis cultus [del 2 Febbraio 1974], troviamo enucleati alcuni postulati che ne derivano, espressi come segue da colui che sarebbe diventato Papa Benedetto XVI.

1] La funzione positiva della mariologia nella teologia
« […] In riferimento al concetto di Chiesa, una mariologia rettamente intesa esercita una doppia funzione, di chiarimento e di approfondimento.
a] La Chiesa è più di un « popolo », più di una struttura e di un’attività: in essa vive il mistero della maternità e dell’amore sponsale che rende possibile tale maternità. Solo se ciò esiste è possibile una devozione alla Chiesa, l’amore per la Chiesa. Dove questa viene considerata solo di genere maschile, da un punto di vista strutturale o teoretico-istituzionale, lì è venuto a mancare ciò che è il suo proprio, quel centro attorno al quale si ruota sia nella Bibbia che nei Padri, allorché si parla della Chiesa [cfr. al riguardo la fondamentale esposizione di H. U. von Balthasar, nell’opera "Sponsa Verbi", Morcelliana, Brescia 1985, pp. 139-187].
b] […] Lo stesso mistero eucaristico-cristologico della Chiesa, che si annuncia nell’espressione « Corpo di Cristo », resta nelle sue giuste proporzioni soltanto se racchiude in sé il mistero mariano: quello di essere l’ancella in ascolto che, divenuta libera nella Grazia, pronuncia il suo « fiat » e così diventa ‘sposa e quindi corpo’.
[…] Solo grazie all’elemento mariano viene pienamente ristabilita la sfera affettiva della fede, e così conseguita la conformità umana alla realtà del Logos incarnato ».

2] Il posto della mariologia nel complesso della teologia
« È inoppugnabile, invero, la scoperta storico-dogmatica che le affermazioni su Maria sono divenute necessarie innanzitutto a partire dalla cristologia, all’interno della cui struttura si sono sviluppate. Ma va aggiunto subito che tutto questo non costituì, né poteva costituire, una vera e propria mariologia; rimaneva invece un’esplicazione della cristologia.
Al tempo dei Padri [della Chiesa], invece, l’intera mariologia era delineata nell’ecclesiologia, senza comunque che venisse nominata la Madre del Signore: la Virgo Ecclesia, la Mater Ecclesia, la Ecclesia immaculata, l’Ecclesia assumpta. Tutto quanto più tardi diverrà mariologia, è stato pensato come ecclesiologia […].
La convergenza di questa ecclesiologia […] con le affermazioni su Maria precedentemente elaborate nella cristologia [convergenza che iniziò con San Bernardo di Chiaravalle], fece fiorire una mariologia come complesso a sé stante nella teologia. Per cui non la si può più subordinare né solo alla cristologia né solo all’ecclesiologia.
Il discorso sulla Vergine Maria rimarca piuttosto il « nexus mysteriorum », l’intimo intrecciarsi dei misteri nel loro reciproco essere-di-fronte come nella loro unità. Se lo stretto legame tra Cristo e la Chiesa è riscontrabile nelle coppie di concetti sposo-sposa, capo-corpo, si va ancora oltre in Maria, perché ella sta certamente in rapporto a Cristo anzitutto non come sposa, ma come madre. Si può intravedere qui la funzione del titolo « Madre della Chiesa »; esso esprime il superamento dell’ambito ecclesiologico nella dottrina mariana e contemporaneamente il loro mutuo rapporto […].
Ma se « Cristus et Ecclesia » costituiscono il fulcro ermeneutico della Scrittura concepita come storia della Salvezza – conclude il Card. Ratzinger –, allora e solo allora diviene definito il luogo in cui la maternità di Maria diventa teologicamente significativa come ultima concretizzazione personale della Chiesa: Maria, nel momento del suo « sì », è l’Israele in persona. È la Chiesa in persona e quale persona. Ella è certamente questa personalizzazione della Chiesa perché, a motivo del suo « fiat », è diventata la madre in carne e ossa del Signore […]. Possiamo quindi affermare che le asserzioni sulla maternità di Maria e quelle su quanto essa rappresenta nella Chiesa interagiscono tra loro come factum e mysterium facti. Le due cose sono inseparabili: il fatto senza significato sarebbe cieco; il senso senza il fatto sarebbe vuoto.
Ne deriva che la mariologia non può essere costruita sul semplice fatto [della maternità fisica di Maria], ma sul fatto interpretato con l’ermeneutica della fede. Perciò la mariologia non può mai essere puramente mariologica, perché essa si colloca nell’insieme unitario della struttura fondamentale di Cristo e Chiesa, come la più concreta espressione della loro connessione [cfr. I. de la Potterie, La mère de Jésus et la conception virginale du Fils de Dieu. Études de théologie johannique, in Marianum 40, 1978, 41-90, specialmente 45 e 89]« .

3] Mariologia, antropologia e fede nella creazione
« Procedendo ancora più in profondità, risulterà che la mariologia esprime di per sé il nucleo di ciò che è la « storia della Salvezza », superando d’altro canto una pura e semplice concezione storico-salvifica.
Se essa viene riconosciuta come parte essenziale nell’ermeneutica della storia della Salvezza, ciò significa che ad un equivocabile « solus Christus » si contrapporrà la grandezza autentica della cristologia, la quale deve parlare di un solo Cristo, ma che è « capo e corpo », che abbraccia cioè la creazione redenta nella sua relativa autonomia. Allora però lo sguardo si allunga ad di là della storia della Salvezza, perché di fronte ad un’attività efficace unica di Dio si è indotti a tenere in conto la realtà della creatura, che è da Dio chiamata ad una risposta libera e ne è resa capace.
In mariologia diventa chiaro che la dottrina sulla Grazia non termina col ritiro della creazione ma, al contrario, è il « sì » definitivo alla creazione stessa: la mariologia diventa così garanzia dell’autonomia della creazione; garanzia della fede nella creazione e sigillo ad una dottrina sulla creazione rettamente intesa. Emergono, a questo punto, esigenze e compiti che sono stati finora appena sfiorati [nella nostra analisi].
a] Maria si presenta nel suo fedele essere-di-fronte all’appello di Dio come rappresentante della creazione da lui interpellata e della libertà della creatura che nell’amore non svanisce ma si realizza. È lei la rappresentante dell’uomo salvato e libero; ma proprio in quanto donna, cioè nella sua determinazione corporea: il ‘biologico’ e l’umano sono inseparabili, così come lo sono l’umano e il ‘teologico’ […].
E poiché la determinata caratterizzazione biologica dell’umano ha la sua realtà più evidente nella questione della maternità […], la conservazione della creazione è legata particolarmente proprio alla donna; e colei nella quale il ‘biologico’ è teologico’ – grazie alla divina maternità – è in modo particolare il punto di riferimento da cui ogni strada si diparte.
b] Alla stregua della maternità, la verginità di Maria è conferma dell’umanità del ‘biologico’, della totalità dell’uomo davanti a Dio e dell’inclusione del suo essere-uomo come maschio e femmina nell’escatologica esigenza e speranza della fede. Ora, non è un caso che la verginità […] venga primariamente formulata a partire dalla donna, considerata l’autentica ‘guardasigilli’ della creazione, e che trovi in lei la sua forma decisiva e completa, dall’uomo, in certo qual senso, solamente imitabile. [Sull’unità tra biologico, umano e teologico, cfr. I. de la Potterie, loc. cit., 897 ss; cfr. anche L. Bouyer, La Chiesa di Dio, Cittadella, Assisi 1971, capp. 11 ["La sposa e la fidanzata di Cristo"] e 12 ["Ecclesia Mater"] ] ».
Le considerazioni fin qui svolte [nei tre "postulati mariani" dello studio del Card. Joseph Ratzinger, riassunti in modo sommario] permettono di chiarire la struttura della devozione alla Madonna, come la intende il grande teologo tedesco.
Ci torneremo sopra nei prossimi numeri delle rivista, mentre ci auguriamo che ulteriori sviluppi del prezioso magistero mariano, parlato e scritto, di Papa Benedetto XVI arricchiscano le nostre conoscenze mariologiche e accrescano la nostra devozione alla Madre di Dio.

Bruno Simonetto

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17 gennaio : sant’Antonio abate, fondatore del monachesimo

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17 gennaio : sant’Antonio abate, fondatore del monachesimo

Un grande santo della storia della Chiesa viene celebrato oggi: si tratta di sant’Antonio abate, uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni bene terreno per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso. Sant’Antonio Abate viene considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.

La vita di Antonio abate ci è nota in particolare grazie alla Vita Antonii pubblicata nel 357, opera agiografica attribuita ad Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu aiutato da lui nella lotta contro l’Arianesimo. L’opera fu tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente che in Occidente e svolse un ruolo importante per l’affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio.
Tali tentazioni si fecero sempre più forti quanto più sant’Antonio scelse di vivere lontano dal mondo. Si narra infatti che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l’intreccio di una corda. Lesse in questa visione un’indicazione di vita: oltre alla preghiera iniziò a dedicarsi ad attività per procurarsi il cibo per vivere e fare della carità agli altri. Nei momenti di dubbio e di tentazione che attraversarono questi anni, si confrontò con altri eremiti e venne da questi esortato a perseverare.
Decise di vivere per un certo tempo coperto da un rude panno e chiuso in una tomba scavata nella rocca nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio.
In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Per 20 anni visse con il pane che la gente del villaggio vicino gli calava, continuando ad essere tormentato dal demonio. Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio iniziò a curare i sofferenti guarendo i malati e liberando dal demonio.
Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Vivano in grotte e anfratti ma sempre sotto la guida di Antonio. Questi morì, ultracentenario, il 17 gennaio 357. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

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Agnus Dei

Agnus Dei dans immagini sacre AGNUS+DEI

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La tentazione del Natale (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2011/296q01b1.html

(L’Osservatore Romano 24 dicembre 2011)

La tentazione del Natale

di JULIÁN CARRÓN

Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più opportuna di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonia: « Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele ». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché « il Signore ha revocato la tua condanna ».
Il primo contraccolpo provocato in me da queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con occhi che riescono a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: « Il Signore revoca la tua condanna », cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? « Tu non temerai più alcuna sventura ». Una positività inesorabile domina la vita. Per questo, continua il brano biblico, « non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia ». Perché? Perché « il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente ». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: « Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia » (3, 14-17).
Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: « La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti – un realismo inaudito » (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bimbo che porta nel grembo, Giovanni, sussulta di gioia (cfr. Luca, 1, 39-45). Quelle del profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale.
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa? Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è uno in mezzo a noi che fa sussultare il « bambino » che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo.
È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del « devoto ricordo », di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare – vederlo all’opera in segni e fatti che lo documentano presente – è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un « devoto ricordo ». Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna. È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di « quella » nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.

L’INFLUSSO ORIENTALE NELLA CHIESA AMBROSIANA

http://www.zenit.org/article-23288?l=italian

L’INFLUSSO ORIENTALE NELLA CHIESA AMBROSIANA

ROMA, sabato, 24 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo ampi stralci della conferenza che l’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi ha tenuto mercoledì 21 luglio in Libano, presso il convento Mar Roukoz di Dekwaneh, alla periferia di Beirut, alla presenza di autorità religiose e politiche del Paese.

* * *
La Chiesa di Milano è sempre stata aperta all’Oriente. Questo rapporto è attestato da moltissime testimonianze, a partire dalla tradizione — sebbene leggendaria — secondo la quale l’origine della Chiesa milanese risalirebbe a san Barnaba, il levita di Cipro protagonista con san Paolo della prima evangelizzazione in Asia minore. Ancor oggi la Chiesa ambrosiana ricorda il 25 settembre tutti i santi vescovi milanesi dei primi secoli, tra i quali spiccano molti nomi chiaramente greci o orientali: così Anàtalo, Calimero, Mona, Eustorgio, Dionigi, Màrolo originario della provincia del Tigri, Lazzaro ed Eusebio. Ancora: la prima chiesa cattedrale di Milano era dedicata a santa Tecla, martire della chiesa di Siria, le cui reliquie principali sono venerate nella chiesa di Ma‘alula dove, sulle aspre montagne tra Damasco e il Libano, si continua a parlare l’aramaico come ai tempi di Gesù.
Mi pare che l’atteggiamento del credente ambrosiano è riassumibile nella felice formula latina Ex oriente lux, dove l’Oriente è divenuto simbolo di tutti i misteri, dei quali il vertice è il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Ora fin dai suoi inizi la Chiesa ha accolto la ricca molteplicità dei significati propri dell’Oriente: significati che rimandavano alle potenze dell’universo — la luce, l’energia, il fuoco, la nascita, la risurrezione, la forza, la sapienza — e che venivano vivificati con la riflessione dei Padri. Il loro pensiero dalle scuole catechetiche di Siria e di Cappadocia, di Palestina e d’Egitto, è passato alla Chiesa di Milano, grazie alla mediazione di Ambrogio.
L’influsso orientale è rimasto vivo — e lo è tuttora — nella Chiesa di Milano come emerge dai moltissimi aspetti della sua vita liturgica. Le melodie dei canti sacri, i ritmi del digiuno e delle feste che danno rilievo al sabato, le processioni come quelle del santo Chiodo della Croce e dei santi Magi, il rito della Lampada che dalla chiesa di San Sepolcro viene portata nella notte pasquale ad accendere il cero pasquale in Duomo, le particolari anafore e i cicli di letture sacre, sono tutti segni che ancora saldano in Milano la tradizione d’occidente con quella d’oriente. Ma è soprattutto nei riti della Settimana santa che si manifesta un’originale e felice sintesi tra la mistica bizantina della luce mite e gioiosa, che celebra la gloria della creazione e della redenzione, e il pragmatismo occidentale, romano e gallicano.
È importante rilevare come la Chiesa di Milano abbia svolto un servizio umile e prezioso per l’unità cattolica nell’ecumene cristiana quando, agli inizi del secolo iv, cominciava a manifestarsi il pericolo della dottrina ariana. I vescovi Protaso ed Eustorgio i promossero la fede professata nel concilio di Nicea, e dopo di essi nel 355 il vescovo Dionigi sopportò con coraggio l’esilio impostogli dall’imperatore Costanzo, per il fatto che aveva rifiutato di sottoscrivere l’eresia ariana. Soprattutto Ambrogio con i suoi principali scritti teologici (De fide, De Spiritu sancto, De incarnationis dominicae sacramento) contribuì a formare una solida teologia trinitaria latina, alimentata da fonti greche.
Particolarmente grave fu la separazione che s’introdusse tra la Chiesa latina e quella greco-bizantina, e alcuni errori tragici — come lo scisma con la Chiesa bizantina del 1054, il sacco crociato di Costantinopoli, gli atteggiamenti di disprezzo e di antisemitismo — segnarono questo lungo periodo storico.
In questo quadro piuttosto buio, la tradizione ambrosiana continuò a offrire un po’ di luce, perché specialmente nell’architettura sacra e nella liturgia mantenne vivo nel popolo il senso d’uno stretto rapporto con l’Oriente. Intorno all’anno 1000 sorge sull’area del Foro, ormai abbandonato, una chiesa che col tempo viene ristrutturata sul modello della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e per questo chiamata con il nome di San Sepolcro. Questo tempio, collocato nel cuore della Milano romana, medievale e moderna, divenne ben presto centro della spiritualità del movimento di riforma della Chiesa ambrosiana, contribuendo a mantenere fisicamente e spiritualmente viva, fino a oggi, la devozione e la coscienza di un rapporto diretto e peculiare fra Milano, Roma, Costantinopoli e Gerusalemme. San Sepolcro costituisce per noi, ancora oggi, un invito e un appello all’unità ecumenica della Chiesa indivisa di Cristo, e alla solidarietà con il popolo primogenito dell’Alleanza, Israele «secondo la carne». Ci è chiesta, oggi, una più viva coscienza del debito di grazia che ci lega con l’Oriente: c’è una ricchezza spirituale e di umanità che, lungo i secoli e in modalità diverse, ci è stata donata. E ciò deve suscitare in noi ammirazione, gratitudine e insieme rinnovata responsabilità per il presente e il futuro delle nostre Chiese. Per alimentare questa coscienza siamo chiamati a una maggiore conoscenza della vostra situazione, non solo sociale, economica, culturale e politica, ma anzitutto religiosa ed ecclesiale. Il localismo rischia, infatti, di trasformarsi per tutti in isolazionismo. Al contrario il fenomeno storico della crescente globalizzazione e ancor più la natura universalistica della Chiesa del Signore ci spingono a essere più attenti — direi più curiosi — delle vicende difficili e promettenti dei nostri popoli e delle nostre comunità religiose.
La conoscenza passa, in modo più concreto, popolare ed efficace, attraverso la visita e la presenza sul territorio delle Chiese orientali. È quanto avviene soprattutto con i pellegrinaggi che con il concilio Vaticano ii e il postconcilio hanno ricevuto un particolare impulso e un’ampia diffusione. Per la Terra Santa vorrei ricordare l’esperienza della Chiesa ambrosiana, che vede nell’arcivescovo milanese Andrea Carlo Ferrari il primo cardinale che porta i suoi diocesani a visitare Gerusalemme e la terra del Signore e a diffonderne la pratica. Per stare poi agli anni a noi più vicini non posso dimenticare il mio predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini, per la sua intensa attività pastorale ecumenica e, conclusa la sua guida pastorale della diocesi, per la sua presenza per alcuni anni a Gerusalemme, favorendo così una straordinaria fioritura di pellegrinaggi dalla diocesi di Milano. In questo momento, a distanza di poco più d’un mese dalla tragica morte di monsignor Luigi Padovese, ricordo la serie di pellegrinaggi in terra di Turchia in occasione dell’Anno paolino.
Una provvidenziale occasione a noi vicina, dal 10 al 24 ottobre di quest’anno, è la celebrazione del Sinodo dei vescovi come Assemblea speciale per il Medio Oriente, dal tema «La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza».
L’impegno immediato che ci viene affidato è la lettura dell’Instrumentum laboris con le riflessioni che suscita e i confronti che stimola. Da questo testo, che riferisce peraltro le risposte fornite dai rappresentanti delle Chiese particolari del Medio Oriente al questionario dei Lineamenta, risulta che la situazione della fede e della vita ecclesiale si rivela piuttosto ricca di convergenze sia nell’ambito occidentale che in quello orientale, evidentemente con la presenza di differenze inevitabili dovute alla tipicità dei singoli popoli e delle circostanze concrete. È dunque un testo meritevole di essere affrontato nei problemi posti con un discernimento evangelico condiviso.
Vorrei soffermarmi su tre passaggi dell’Instrumentum laboris che ritroviamo nella conclusione sotto l’interrogativo: «Quale avvenire per i cristiani del Medio Oriente?». Siamo rimandati a ritrovarci tutti quanti, fratelli e sorelle, nella preoccupazione per le difficoltà del momento presente e nella speranza, fondata sulla fede cristiana, in un futuro migliore, pieno di filiale affidamento alla divina Provvidenza.
«La storia ha fatto sì che diventassimo un piccolo gregge. Ma noi, con la nostra condotta, possiamo tornare a essere una presenza che conta. Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione» (n. 118).
E quindi: «Anche se, a volte, pastori e fedeli possono cedere alla sconforto, dobbiamo ricordare che siamo discepoli del Cristo risorto, vincitore del peccato e della morte. Abbiamo quindi un avvenire e dobbiamo prenderlo in mano. Ciò dipenderà in gran parte dalla maniera con cui sapremo collaborare con gli uomini di buona volontà in vista del bene comune delle società di cui siamo membri. Ai cristiani del Medio Oriente, si può ripetere ancora oggi: “Non temere, piccolo gregge” (Luca, 12, 32), tu hai una missione, da te dipenderà la crescita del tuo Paese e la vitalità della tua Chiesa, e ciò avverrà solo con la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini!» (n. 119).
Infine: «La speranza, nata in Terra Santa, anima tutti i popoli e le persone in difficoltà nel mondo da 2.000 anni. Nel mezzo delle difficoltà e delle sfide, essa resta una fonte inesauribile di fede, carità e gioia per formare testimoni del Signore risorto, sempre presente tra la comunità dei suoi discepoli» (n. 120). Di questa speranza, che viene dal Risorto e dal suo Spirito, tutti abbiamo immenso bisogno.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 15 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

SALOMON ENSEIGNANT SON FILS

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Publié dans:immagini sacre |on 14 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

DUNS SCOTO: IL BEATO CHE ERA CONTRARIO ALLA DOTTRINA

http://www.zenit.org/article-29238?l=italian

DUNS SCOTO: IL BEATO CHE ERA CONTRARIO ALLA DOTTRINA

L’Antonianum ricorda la visita di Giovanni Paolo II e celebra il « dottore dell’Immacolata »

ROMA, venerdì, 13 gennaio 2011 (ZENIT.org) – Lunedì 16 gennaio 2012, festa liturgica dei Protomartiri francescani e giorno in cui Pio XII dichiarò sant’Antonio di Padova nel 1946 dottore della Chiesa conferendogli il titolo di Doctor Evangelicus, è la festa della Pontificia Università Antonianum in Roma.
In tale occasione sarà ricordato il trentesimo anniversario della visita del beato Giovanni Paolo II alla medesima università, occasione nella quale il Pontefice parlò anche del beato Giovanni Duns Scoto, soprattutto in occasione della visita alla Commissione Scotista.
Alla giornata Testimone della speranza: a trent’anni dalla visita alla Pontificia Università Antonianum del beato Giovanni Paolo II che si svolgerà con inizio alle ore 10.30, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Antonianum, interverranno nell’ordine: prof. Priamo Etzi, Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum, rev.do p. Vidal Rodríguez López, Segretario Generale per la Formazione e gli Studi dell’Ordine dei Frati Minori, rev.do mons. Slawomir Oder, Postulatore della causa di canonizzazione del beato Giovanni Paolo II, rev.mo p. José Rodríguez Carballo, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori e Gran Cancelliere della Pontificia Università Antonianum.
A proposito di come i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno visto il beato Giovanni Duns Scoto, Girolamo Pica ha scritto quanto segue nel libro Il beato Giovanni Duns Scoto. Dottore dell’Immacolata, Elledici-Velar, Gorle 2010 (velar@velar.it).
A pochi mesi dalla chiusura del Concilio Vaticano II, nella Lettera Apostolica Alma Parens firmata il 14 luglio 1966 in occasione del Secondo Congresso Scolastico tenuto per il Settimo Centenario della nascita di Giovanni Duns Scoto, papa Paolo VI indicava i motivi della attualità del pensiero di Scoto.
Innanzitutto, se Leone XIII nella Lettera Enciclica Aeterni Patris, segnalando la posizione del pensiero di Tommaso d’Aquino rispetto agli altri dottori scolastici, enunciava: “sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino” – come ricorda lo stesso Paolo VI mediante una citazione dello scritto leonino – nell’Alma Parens il raffronto tra Scoto e il pensiero tomista era indicato mediante una formula più attenuata: «Accanto alla cattedrale maestosa di San Tommaso d’Aquino, fra altre c’è quella degna d’onore – sia pur dissimile per mole e struttura – che elevò al cielo su ferme basi e con arditi pinnacoli l’ardente speculazione di Giovanni Duns Scoto».
Non si usa l’espressione «molto dissimile per mole e struttura» come sarebbe stato più logico se avesse voluto mantenere una continuità con il giudizio perentorio di Leone XIII precedentemente citato. Un piccolo cambiamento – da longe a quamvis, per dirla in latino – che indica uno spostamento non soltanto di prospettiva, ma di proporzioni, come può ben notare soprattutto un buon esperto di latino!
Tale cambiamento può essere preso come espressione della modifica del metro di misura della ortodossia del pensiero di Scoto: infatti per secoli fu definita la dottrina di Scoto contraria alla fede essendo in molti aspetti contraria al pensiero di san Tommaso d’Aquino prescritto dalla Chiesa. Fu nel 1971 che gli scritti di Scoto furono approvati, e proprio ciò perché il metro di misura non furono più le opere di san Tommaso, ma la dottrina della Chiesa; un cambiamento – secondo alcuni – epocale, per cui questa vicenda della causa di Scoto è da inserirsi nei manuali di teologia e storia ecclesiastica.
Quindi, dopo aver riconosciuto la dignità del pensiero del Maestro minorita indicando una nuova valutazione rispetto al giudizio di Leone XIII, modificandone il giudizio sulla proporzione di Scoto rispetto a Tommaso, tra le altre cose il Pontefice auspicava che la dottrina scotista potesse dare elementi utili al dialogo, soprattutto con gli Anglicani. In ciò il Pontefice si appellava al giudizio dato da Giovanni di Gerson secondo il quale Scoto era mosso “non dalla contenziosa singolarità di vincere, ma dall’umiltà di trovare un accordo”.
Il venerabile Giovanni Paolo II ebbe diverse occasioni per parlare del beato Giovanni Duns Scoto, tra cui una visita alla Commissione Scotista preso la Pontificia Università Antonianum nel 1982. Ma fu in occasione della dichiarazione del riconoscimento del Culto Liturgico di Giovanni Duns Scoto che ebbe a sottolineare l’importanza del pensiero scotista per la Chiesa: «Nato in Scozia verso il 1265, Giovanni Duns Scoto fu detto “Beato” quasi all’indomani del suo pio transito, avvenuto a Colonia l’8 novembre 1308. In tale diocesi, come pure in quelle di Edimburgo e di Nola, oltre che nell’ambito dell’Ordine Serafico, gli fu reso nei secoli un culto pubblico che la Chiesa gli ha solennemente riconosciuto il 6 luglio 1991 e che oggi conferma. Alle Chiese particolari menzionate, che sono presenti questa sera nella Basilica Vaticana con i loro degnissimi Pastori, come pure a tutta la grande Famiglia Francescana, rivolgo il mio saluto, tutti invitando a benedire il nome del Signore la cui gloria risplende nella dottrina e nella santità di vita del Beato Giovanni, cantore del Verbo Incarnato e difensore dell’Immacolato Concepimento di Maria.
Nella nostra epoca, pur ricca di immense risorse umane, tecniche e scientifiche, ma nella quale molti hanno smarrito il senso della fede e conducono una vita lontana da Cristo e dal suo Vangelo (cfr. Redemptoris Missio, 33), il Beato Duns Scoto si presenta non solo con l’acutezza del suo ingegno e la straordinaria capacità di penetrazione nel mistero di Dio, ma anche con la forza persuasiva della sua santità di vita che lo rende, per la Chiesa e per l’intera umanità, Maestro di pensiero e di vita. La sua dottrina, dalla quale, come affermava il mio venerato Predecessore Paolo VI, “si potranno ricavare lucide armi per combattere e allontanare la nube nera dell’ateismo che offusca l’età nostra” (Epist. Apost. Alma Parens: AAS 58 [1966] 612), edifica vigorosamente la Chiesa, sostenendola nella sua urgente missione di nuova evangelizzazione dei popoli della terra.
In particolare, per i Teologi, i Sacerdoti, i Pastori d’anime, i Religiosi, ed in modo speciale per i Francescani, il Beato Duns Scoto costituisce un esempio di fedeltà alla verità rivelata, di feconda azione sacerdotale, di serio dialogo nella ricerca dell’unità, egli che, come affermava Giovanni de Gerson, fu sempre mosso nella sua esistenza “non dalla contenziosa singolarità del vincere, ma dall’umiltà di trovare un accordo” (Lectiones duae “Poenitemini”, lect. alt., consid. 5: cit. in Epist. Apost. Alma Parens: AAS 58 [1966] 614). Possano il suo spirito e la sua memoria illuminare della luce stessa di Cristo il travaglio e le speranze della nostra società».
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Saint Hilaire de Poitiers

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Publié dans:immagini sacre |on 13 janvier, 2012 |Pas de commentaires »
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