Archive pour janvier, 2012

Aspetti e significati della presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=209

Presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

Data: Domenica, 20 di Settembre del 2009

Argomento: Ortodossi

Aspetti e significati della presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

Il mistero mariano

Entrando in una Chiesa Ortodossa o assistendo ad una celebrazione liturgica, si rimane colpiti dalle manifestazioni della vivissima pietà mariana. La Theotokos è presente sempre e in ogni luogo e il suo nome scandisce ogni preghiera. Maria è ricordata non soltanto nelle feste a lei dedicate come l’Annunciazione, la Dormizione ed altre, ma anche in ogni Liturgia, nella Preghiera delle ore e nelle grandi tappe della Storia della Salvezza: Natale, Pasqua, Ascensione, Pentecoste. « Per le preghiere della Madre di Dio, Signore salvaci! »: questa è l’invocazione che attraversa tutta la Liturgia ortodossa.
Accanto a questa esuberanza della glorificazione liturgica di Maria, spicca la sobrietà delle enunciazioni dogmatiche che la concernono. Se si prescinde da quanto affermato dal Simbolo Niceno-Costantinopolitano « ….nato per opera dello Spirito Santo…nel seno della Vergine Maria » e dall’appellativo di Theotokos ufficialmente attribuito a Maria dal Concilio di Efeso nel 431, la Chiesa Ortodossa, dopo l’epoca patristica, non ha più fatto affermazioni dogmatiche a proposito di Maria. L’Ortodossia non ha conosciuto, quindi, « sviluppi dogmatici » paragonabili a quelli della Chiesa Cattolica, né conosce una « mariologia sistematica » con tutta la serie di opere connesse a questo sviluppo. Nell’esposizione della fede ortodossa, come ad es. nell’ormai classico libro di Sergij Bulgakov dal titolo « L’Ortodossia », la mariologia occupa uno spazio modesto di alcune pagine, all’inizio di un capitolo sul culto dei Santi.
Nella Chiesa Ortodossa, in contrasto con la domatizzazione della devozione mariana della Chiesa Cattolica, si constata la serena ma ferma persistenza di una pietà mariana tradizionale ancorata alla cristologia e trasmessa essenzialmente attraverso la poesia liturgica.
Ancorata al dogma della Maternità divina, la cui intenzionalità è chiaramente cristologica, la pietà mariana ortodossa, trova la sua pienezza e il suo sbocco naturale nella preghiera liturgica e si esprime sotto forme di simboli poetici proposti ad una meditazione che sia capace di sondarne il senso e scoprirne progressivamente il significato.

La Theotokos

L’attribuzione del titolo Theotokos a Maria, risale molto indietro nel tempo ed ha origini oscure. Il termine è già presente su un papiro del III Secolo: « Sotto la tua protezione ci rifugiamo o Madre di Dio…. » Il termine Theotokos acquista tuttavia il suo autentico significato teologico e spirituale sia nel contesto delle controversie che precedettero il Concilio di Efeso, come nel Concilio stesso, dove viene collegato indissolubilmente « all’Incarnazione del Verbo come salvezza dell’uomo ».
La controversia che precede il Concilio di Efeso del 431, è chiara ed ha la sua espressione nei due massimi protagonisti Nestorio e Cirillo d’Alessandria.
Nestorio afferma che bisogna distinguere nettamente in Cristo ciò che appartiene alla divinità e ciò che appartiene all’umanità. In Cristo c’è una simmetria del divino e dell’umano che sono però giustapposti senza comunione di idiomi. Gesù e, insomma, un’individualità umana assunta dalla Divinità che trova in essa un tempio perfetto e consono a sé. Maria, di conseguenza, non è Theotokos, ma Christotokos, madre, cioè dell’uomo Gesù e non del Verbo di Dio.
Cirillo d’Alessandria ed il Concilio affermano, invece, che la persona del Verbo di Dio assume la natura umana e proprio in questa inscindibile unione sta il segreto della vera redenzione e della vera salvezza dell’uomo. Dio, nascendo realmente come uomo da una donna, « si rende vulnerabile e mortale ed è nella sua morte che Cristo, calpestando la morte, dona la vita a coloro che erano nelle tombe. » Se non avesse realmente assunto la natura umana, Dio non l’avrebbe guarita, poiché può essere salvato solo quello che è unito a Dio.
Maria, madre del Dio fattosi realmente uomo, è perciò la Theotokos, la Madre vera di Dio. Questa realtà le apre, a pieno titolo, le porte della glorificazione nella Chiesa e ne precisa anche il senso e il fondamento: Maria è inseparabile dal suo Figlio e tutta la sua gloria deriva dalla sua maternità fisica e spirituale, ricevuta da Dio per opera dello Spirito Santo.

Maria nella liturgia

Il culto di Maria trova il suo significato nel mistero centrale della salvezza: il Dio con noi, l’Emanuele. Per questo la Chiesa Ortodossa non ha ritenuto necessaria la proclamazione di altri dogmi oltre quello della Theotokos di Efeso. Questo dato fondamentale della Maternità divina, è espresso in maniera costante in un linguaggio simbolico e poetico nella dossologia liturgica. La poesia è, quindi, il tramite di un profondo messaggio teologico, teoantropologico e spirituale. Ecco le principali feste liturgiche mariane della Chiesa Ortodossa.

ANNUNCIAZIONE
É la festa per eccellenza, nello stesso tempo festa del Figlio di Dio che si fa uomo e festa di Colei attraverso la quale si realizza l’umanizzazione del Verbo divino che irrompe nella storia. La festa ha, dunque, un triplice significato: la glorificazione del Verbo di Dio che si fa uomo; la glorificazione di Maria, madre del Verbo di Dio; l’annuncio della salvezza agli uomini.

LA DORMIZIONE DI MARIA
Viene evocata la morte naturale della Madre di Dio su cui non si può nutrire alcun dubbio e si lascia chiaramente intuire che Maria, dopo la morte, è stata misteriosamente glorificata proprio nel suo corpo. Gli uffici della festa recitano: « Aprite, aprite le vostre porte, accogliete la Madre della luce senza tramonto… Perché oggi il cielo apre il suo seno per riceverla…..Gli angeli cantano la SS. Dormizione che noi celebriamo con fede….Sussulti ogni figlio della terra e celebri la venerabile assunzione della Madre di Dio ». Pur non oggetto di una definizione dogmatica, negare l’assunzione di Maria, considerata segno escatologico per la Chiesa perché mostra quale sarà la glorificazione della creatura alla fine dei tempi, per un ortodosso equivale ad una bestemmia.

NATIVITÀ DI MARIA
Questa nascita, ha il significato della vittoria del Dio vivo sulla sterilità umana ed è considerata come la realizzazione delle promesse fatte da Dio ai « giusti » dell’Antico Testamento. La Liturgia celebra Maria come il « fiore di Jesse », il « ramo fiorito della sua radice ». Eva, di cui Maria è figlia come ogni essere umano, esulta di gioia e proclama beata la sua figlia lontana. Pur affermando la santità di Maria sin dalla nascita, la Chiesa Ortodossa non afferma la « Concezione Immacolata », ritenendo che questa esenzione dal peccato sia incompatibile con la piena solidarietà di Maria col genere umano.

PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI MARIA
La Chiesa Ortodossa non si pronuncia sulla storicità di questo evento, ma celebra in questa festa la santità di Maria che entra nel « Santo dei Santi ». Maria è la Panaghia « Tutta Santa », « più onorabile dei Cherubini, senza confronto più gloriosa dei Serafini ». La sua santità consiste nell’essere il primo tempio del Salvatore, pieno della grazia dello Spirito Santo che stende su di Lei la sua ombra e la rende capace di dare alla luce il Dio – Uomo. Maria è il tempio vivente di Dio che santifica quello costruito in pietra.

INTERCESSIONE DELLA MADRE DI DIO
Festa molto cara al popolo russo che si ricollega ad un’apparizione di Maria nella Costantinopoli del X secolo. Accompagnata da una schiera di Santi guidati da Giovanni Battista, Maria sarebbe apparsa ad Andrea e al suo compagno Efraim. Sollevato il suo velo Ella lo avrebbe esteso su di loro e sull’intera città di Costantinopoli in segno di perenne protezione.

Maria e la Chiesa, Maria e la nuova umanità

MARIA E LA CHIESA
Anche la Chiesa Ortodossa, come la Cattolica, pone uno stretto legame tra Maria e la Chiesa. Essa, tuttavia esita a proclamare Maria « Madre della Chiesa » perché considerando Maria la personificazione della Chiesa, la vede più madre nella che della Chiesa.
Come Madre nella Chiesa, Maria à la Pneumatofora, madre ed origine dell’umanità nuova. Causa di ciò che l’ha preceduta, Ella presiede al tempo stesso a ciò che è venuto dopo di Lei. E’ per Lei che gli uomini e gli angeli ricevono la grazia. Nessun dono è ricevuto nella Chiesa senza l’assistenza della Madre di Dio, primizia della Chiesa glorificata.
Maria è il volto della Chiesa, sposa di Cristo, è il cuore della Chiesa, il suo centro misterioso, ciò che ne produce il dinamismo e ciò che la orienta al fine ultimo che è Dio in tutto e in tutti.
Nella Chiesa e per la Chiesa Maria è il segno che anticipa questo fine: segno del regno di Dio già avvenuto, della creazione già salvata e, contemporaneamente, in attesa di Colui che viene.

MARIA E LA NUOVA UMANITA’
Maria è, nella visione ortodossa, l’umile ancella nella quale il Signore compie meraviglie e che il Signore stesso associa come persona libera e liberata dalla grazia, all’attuazione del proprio disegno di amore, facendo di Lei, la Madre del Figlio di Dio, la sovrana e al guida del popolo di Dio nella sua marcia verso il regno. Maria è il « segno », in una persona umana totalmente santificata dallo Spirito, della venuta del Regno, della Creazione interamente glorificata nella speranza.
Senza essere né un nume tutelare, né il modello della donna, Maria è il volto della nuova umanità, l’archetipo e la guida di coloro che, uomini o donne, aspirano a far nascere Cristo nel proprio cuore e le chiedono, perciò, di intercedere per loro, di far discendere su di loro i doni dello Spirito.

Publié dans:Maria Vergine, Ortodossia |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Madre di Dio di Akhtyrka Ru

 Madre di Dio di Akhtyrka Ru dans immagini sacre Madre-di-Dio-di-Akhtyrka-Ru

http://www.lakinzica.it/museo-delle-icone-russe-francesco-bigazzi

Publié dans:immagini sacre |on 19 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Girolamo, Lettera 53 (a Paolino)

http://www.midbar.it/pagine_scelte_i.html

Girolamo, Lettera 53 (a Paolino)

C’è una sapienza di Dio, nascosta e avvolta nel mistero, che Dio aveva destinato a noi prima di tutti i secoli (1Cor 2,7). Questa sapienza di Dio è Cristo: Cristo infatti è potenza e sapienza di Dio… In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza: lui, nascosto nel mistero, era già stato destinato per noi prima di tutti i secoli. Sì, predestinato e prefigurato nella legge e nei profeti. I profeti infatti erano chiamati veggenti proprio perché a loro era dato di vederlo, mentre gli altri non lo vedevano. Abramo ha visto il suo giorno e la gioia l’ha invaso. Per Ezechiele i cieli erano aperti, mentre il popolo peccatore non ne poteva penetrare il segreto. Toglimi il velo dagli occhi – dice Davide – e contemplerò le meraviglie della tua legge (Sal 118,18). La legge è infatti spirituale ed è necessario che venga tolto il velo che la nasconde, per poterla capire e per contemplare la gloria di Dio a viso scoperto (cf. 2Cor 3,14-18).
Nell’Apocalisse viene presentato un libro chiuso da sette sigilli. Se lo dai da leggere a un uomo istruito, ti risponderà: «Come posso leggerlo se è sigillato?». Quante persone oggi si ritengono istruite e tengono in mano un libro sigillato! E non possono aprirlo, se non lo dischiude colui che ha la chiave di Davide: se apre, nessuno potrà chiudere e se chiude nessuno riuscirà ad aprire (Ap 3,7).
Negli Atti degli apostoli, l’eunuco – o più esattamente «l’uomo» etiope eunuco: così infatti lo chiama la Scrittura – mentre legge Isaia, è interrogato da Filippo: Pensi di capire quello che stai leggendo? E lui risponde: Come posso capirlo, se nessuno me lo spiega? (At 8,30-31). Quanto a me, non sono certo più santo di quest’eunuco e neppure più studioso. Quest’uomo parte dall’Etiopia, cioè dagli estremi confini del mondo, abbandonando la corte regale per venire al tempio: ed è tanto grande il suo amore per la legge e per la conoscenza di Dio, che perfino sul suo carro continua a leggere la sacra Scrittura. Malgrado però tenga il libro in mano e cominci a comprendere qualcosa delle parole del Signore, malgrado le articoli con la lingua e le pronunci con le labbra, non conosce ancora quel Dio che, senza saperlo, venera nel suo libro. Sopraggiunge Filippo e gli mostra Gesù, che la lettera teneva chiuso e nascosto. Che meravigliosa potenza ha l’uomo sapiente! Immediatamente l’eunuco crede, è battezzato e diviene fedele e santo; era discepolo e diventa, a sua volta, maestro…
Allora dimmi, fratello carissimo: vivere fra i testi sacri, meditarli sempre, non conoscere altro, non cercare altro, non ti pare che sia già, fin da quaggiù, un modo di abitare nel regno dei cieli? Non vorrei che tu nel leggere la sacra Scrittura fossi urtato dalla semplicità e, direi quasi, dalla banalità del linguaggio, che può dipendere da una traduzione difettosa o da un accorgimento appositamente studiato, per rendere più facile la comprensione: in una sola e medesima frase, l’uomo colto e l’ignorante potranno cogliere significati diversi, a seconda della loro capacità. Non sono tanto sfacciato e stupido da illudermi di conoscere tutte queste cose: sarebbe come voler cogliere in terra i frutti di un albero che ha le radici piantate in cielo. Confesso però che ne ho il desiderio: non me ne starò certo ozioso, e se rifiuto di prendere il posto del maestro, prometto di esserti compagno. A chi chiede si dà, a chi bussa viene aperto e chi cerca trova. Sforziamoci di imparare qui in terra quelle verità la cui conoscenza ci sarà data per sempre in cielo.

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 19 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

BEENEEDETTO XVI: « TESTIMONIARE ALL’UOMO DEL NOSTRO TEMPO IL DIO VIVENTE »

http://www.zenit.org/article-29289?l=italian

« TESTIMONIARE ALL’UOMO DEL NOSTRO TEMPO IL DIO VIVENTE »

Le parole del Papa rivolte ai pellegrini durante l’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 18 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo della catechesi tenuta oggi da Papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza generale del mercoledì, svoltasi questa mattina alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle!
Inizia oggi la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che, da oltre un secolo, viene celebrata ogni anno da cristiani di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, per invocare quel dono straordinario per cui lo stesso Signore Gesù ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: « Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv17,21). La pratica della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani fu introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificum, del 25 febbraio 1916.
L’ottavario di preghiera fu sviluppato e perfezionato negli anni trenta del secolo scorso dall’Abbé Paul Couturier di Lione, che sostenne la preghiera « per l’unità della Chiesa così come vuole Cristo e conformemente agli strumenti che Lui vuole ». Nei suoi ultimi scritti, l’Abbé Couturier vede tale Settimana come un mezzo che permette alla preghiera universale di Cristo di « entrare e penetrare nell’intero Corpo cristiano »; essa deve crescere fino a diventare « un immenso, unanime grido di tutto il Popolo di Dio », che chiede a Dio questo grande dono. Ed è precisamente nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni. Questo appuntamento spirituale, che unisce cristiani di tutte le tradizioni, accresce la nostra consapevolezza del fatto che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre.
Ogni anno i sussidi per la Settimana di Preghiera vengono preparati da un gruppo ecumenico di una diversa regione del mondo. Vorrei soffermarmi su questo punto. Quest’anno, i testi sono stati proposti da un gruppo misto composto da rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio Ecumenico Polacco, che comprende varie Chiese e Comunità ecclesiali del Paese. La documentazione è stata poi rivista da un comitato composto da membri del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Anche questo lavoro fatto insieme in due tappe è un segno del desiderio di unità che anima i cristiani e della consapevolezza che la preghiera è la via primaria per raggiungere la piena comunione, perché uniti verso il Signore andiamo verso l’unità. Il tema della Settimana di quest’anno – come abbiamo sentito – è preso dalla Prima Lettera ai Corinzi: – « Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore » (cfr 1 Cor 15,51-58), la sua vittoria ci trasformerà. E questo tema è stato suggerito dall’ampio gruppo ecumenico polacco che ho citato, il quale, riflettendo sulla propria esperienza come nazione, ha voluto sottolineare quanto forte sia il sostegno della fede cristiana in mezzo a prove e sconvolgimenti, come quelli che hanno caratterizzato la storia della Polonia. Dopo ampie discussioni è stato scelto un tema incentrato sul potere trasformante della fede in Cristo, in particolare alla luce dell’importanza che essa riveste per la nostra preghiera in favore dell’unità visibile della Chiesa, Corpo di Cristo. Ad ispirare questa riflessione sono state le parole di san Paolo che, rivolgendosi alla Chiesa in Corinto, parla della natura temporanea di ciò che appartiene alla nostra vita presente, segnata anche dall’esperienza di « sconfitta » del peccato e della morte, in confronto a ciò che porta a noi la « vittoria » di Cristo sul peccato e sulla morte nel suo Mistero pasquale.
La storia particolare della nazione polacca, che ha conosciuto periodi di convivenza democratica e di libertà religiosa, come nel XVI secolo, è stata segnata, negli ultimi secoli, da invasioni e disfatte, ma anche dalla costante lotta contro l’oppressione e dalla sete di libertà. Tutto questo ha indotto il gruppo ecumenico a riflettere in maniera più approfondita sul vero significato di « vittoria » – che cosa è la vittoria – e di « sconfitta ». Rispetto alla « vittoria » intesa in termini trionfalistici, Cristo ci suggerisce una strada ben diversa, che non passa attraverso il potere e la potenza. Egli infatti afferma: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti » (Mc9,35). Cristo parla di una vittoria attraverso l’amore sofferente, attraverso il servizio reciproco, l’aiuto, la nuova speranza e il concreto conforto donati agli ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati. Per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte, nella croce, che splende nella luce del mattino di Pasqua. Noi possiamo prendere parte a questa « vittoria » trasformante se ci lasciamo noi trasformare da Dio, solo se operiamo una conversione della nostra vita e la trasformazione si realizza in forma di conversione. Ecco il motivo per cui il gruppo ecumenico polacco ha ritenuto particolarmente adeguate per il tema della propria meditazione le parole di San Paolo: « Tutti saremo trasformati » dalla vittoria di Cristo, nostro Signore » (cfr 1 Cor 15,51-58).
La piena e visibile unità dei cristiani, a cui aneliamo, esige che ci lasciamo trasformare e conformare, in maniera sempre più perfetta, all’immagine di Cristo. L’unità per la quale preghiamo richiede una conversione interiore, sia comune che personale. Non si tratta semplicemente di cordialità o di cooperazione, occorre soprattutto rafforzare la nostra fede in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, che ci ha parlato e si è fatto uno di noi; occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi e sempre nuovamente ci dona; occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo.
Il Concilio Vaticano II ha posto la ricerca ecumenica al centro della vita e dell’operato della Chiesa: « Questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica » (Unitatis redintegratio, 4). Il beato Giovanni Paolo II ha sottolineato la natura essenziale di tale impegno, dicendo: « Questa unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti, non è un accessorio, ma sta al centro stesso della sua opera. Né essa equivale ad un attributo secondario della comunità dei suoi discepoli. Appartiene invece all’essere stesso di questa comunità » (Enc. Ut unum sint, 9). Il compito ecumenico è dunque una responsabilità dell’intera Chiesa e di tutti i battezzati, che devono far crescere la comunione parziale già esistente tra i cristiani fino alla piena comunione nella verità e nella carità. Pertanto, la preghiera per l’unità non è circoscritta a questa Settimana di Preghiera, ma deve diventare parte integrante della nostra orazione, della vita orante di tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo, soprattutto quando persone di tradizioni diverse s’incontrano e lavorano insieme per la vittoria, in Cristo, su tutto ciò che è peccato, male, ingiustizia, violazione della dignità dell’uomo.
Da quando il movimento ecumenico moderno è nato, oltre un secolo fa, vi è sempre stata una chiara consapevolezza del fatto che la mancanza di unità tra i cristiani impedisce un annuncio più efficace del Vangelo, perché mette in pericolo la nostra credibilità. Come possiamo dare una testimonianza convincente se siamo divisi? Certamente, per quanto riguarda le verità fondamentali della fede, ci unisce molto più di quanto ci divide. Ma le divisioni restano, e riguardano anche varie questioni pratiche ed etiche, suscitando confusione e diffidenza, indebolendo la nostra capacità di trasmettere la Parola salvifica di Cristo. In questo senso, dobbiamo ricordare le parole del beato Giovanni Paolo II, che nella sua Enciclica Ut unum sint parla del danno causato alla testimonianza cristiana e all’annuncio del Vangelo dalla mancanza di unità (cfr nn. 98, 99). E’ una grande sfida questa per la nuova evangelizzazione, che può essere più fruttuosa se tutti i cristiani annunciano insieme la verità del Vangelo di Gesù Cristo e danno una risposta comune alla sete spirituale dei nostri tempi.
Il cammino della Chiesa, come quello dei popoli, è nelle mani del Cristo risorto, vittorioso sulla morte e sull’ingiustizia che Egli ha portato e ha sofferto a nome di tutti. Egli ci fa partecipi della sua vittoria. Solo Lui è capace di trasformarci e renderci, da deboli e titubanti, forti e coraggiosi nell’operare il bene. Solo Lui può salvarci dalle conseguenze negative delle nostre divisioni. Cari fratelli e sorelle, invito tutti ad unirsi in preghiera in modo più intenso durante questa Settimana per l’Unità, perché cresca la testimonianza comune, la solidarietà e la collaborazione tra i cristiani, aspettando il giorno glorioso in cui potremo professare insieme la fede trasmessa dagli Apostoli e celebrare insieme i Sacramenti della nostra trasformazione in Cristo. Grazie.

Commento su Marco 3,7-12 – Vangelo di oggi 19 gennaio 2012

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=17081

Commento su Marco 3,7-12

padre Lino Pedron

Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno II) 

Vangelo: Mc 3,7-12

Il rifiuto e la condanna a morte di Gesù, da parte dei farisei e degli erodiani, segna il nuovo inizio del popolo di Dio. L’efficacia evangelica è molto diversa dall’efficienza umana: trae la sua forza dall’impotenza dell’uomo e dalla potenza di Dio: « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2Cor 12,10). Perché Dio, contrariamente all’uomo, sa trarre successo dall’insuccesso e vita dalla morte.
Le località nominate sono sette, un numero che indica completezza, totalità. Tutti accorrono a Cristo per formare la sua Chiesa. Egli non ha raggiunto il successo mediante la brama di avere, di potere e di apparire, origine di ogni male, ma ha vinto tutto questo proprio con il suo insuccesso, con la povertà, con il servizio e l’umiltà di chi ama.
Gesù è presentato come il centro di un ampio movimento di gente che cerca e trova in lui la possibilità di guarire. L’uomo è malato e il pellegrinaggio verso Gesù nasce da questo bisogno di salvezza.
E’ bello vedere Gesù pressato da tanta gente. Ma perché accorrono? Per interesse o per fede? Marco ci fa capire che l’entusiasmo della folla è suscitato dall’azione guaritrice di Gesù, non dalla fede.
Solo i demoni conoscono l’identità di Gesù e la proclamano. Ma la loro propaganda è controproducente; il loro intento è di far fallire la rivelazione autentica di Gesù « bruciandola » anzitempo: di qui la reazione di Gesù che impone loro di tacere.
La trappola tesa a Gesù dai demoni sta nel fatto che satana vuole anticipare la manifestazione della gloria di Gesù prima della sua morte in croce, perché solo lì Gesù si rivela veramente Figlio di Dio (cfr Mc 15,39), che dona agli uomini la salvezza totale e definitiva, cioè la redenzione della loro esistenza nella comunione con Dio. E’ la tentazione che satana gli ripresenterà nuovamente per mezzo di Pietro (Mc 8,32-33).
La fede non è solo sapere chi è Gesù. Anche i demoni lo sanno, meglio e prima di noi. Come scrive s. Giacomo: « Credono, ma tremano » (2,19). Credere è prima di tutto fare esperienza di Gesù che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cfr Gal 2,20). Una fede ideologica, che tutto conosce, ma non fa esperienza dell’amore di Dio, è un anticipo dell’inferno. E’ la pena del dannato che conosce il bene, ma non lo possiede.
Il Signore non desidera la pubblicità da parte di nessuno (tanto meno da parte dei demoni!). Raggiunge tutti solo attraverso la debolezza di chi, conoscendolo veramente, lo annuncia come amore crocifisso, povero, umiliato e umile. La propaganda va esattamente nella direzione opposta e si serve proprio di quei mezzi che il Signore ha denunciato e rifiutato come tentazioni.

18 gennaio : Santa Prisca di Roma

18 gennaio : Santa Prisca di Roma dans immagini sacre image-phpLQEpzq

http://ephemeridiae.over-blog.com/article-15628662.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

CHI SALVA L’ANIMA? (Bruno Forte)

http://www.zenit.org/article-13376?l=italian

CHI SALVA L’ANIMA?

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 2 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il commento dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, al libro di Vito Mancuso intitolato L’anima e il suo destino (Milano 2007), apparso su “L’Osservatore Romano” (2 febbraio 2008).

* * *
« Salvarsi l’anima ». Questa espressione antica ha nel linguaggio della fede un senso che appare messo radicalmente in questione dal libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino (Milano 2007). Il volume ha suscitato un dibattito vivace, aperto dalla stessa lettera del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in apertura, che – pur con grande tatto – parla con chiarezza di « parecchie discordanze (…) su diversi punti ». L’autore si era fatto conoscere e apprezzare sin dalla sua opera prima, dal titolo suggestivo ed emblematico: Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del « Principe di questo mondo » (Casale Monferrato, Piemme, 1996). Libro significativo, questo, attraversato da una lucida critica al monismo hegeliano dello Spirito e da una drammaticità, che contra Hegel ribadisce l’inesorabile sfida del male che devasta la terra, precisamente nel suo volto diabolico e insondabile. Anche altri saggi di Mancuso mantengono viva questa tensione, che si condensa in pagine profonde lì dove egli tocca il mistero del dolore innocente o scandaglia le profondità sananti dell’amore. Anche a motivo di queste premesse, il libro sull’anima ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati.
La prima obiezione riguarda la potenza del male e del peccato: Mancuso non esita ad affermare che il peccato originale sarebbe « un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina » (167). È vero che l’intento dichiarato dall’autore non è di « distruggere la tradizione », ma di « rifondarla » (168), cercando di tenere insieme « la bontà della creazione e la necessità della redenzione »: in quest’ottica, il peccato originale non sarebbe altro che « la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla » (170).
La spiegazione non convince: dove va a finire in essa il dramma del male, la potenza del peccato? Kant ha affermato con ben altro rigore la serietà del male radicale: « La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, « di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia » (Romani, 6, 17-18). Nondimeno, l’uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta » (Immanuel Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, Milano 2001, 111). Come ha osservato Karl Barth, « quello che meraviglia non è che il filosofo prenda in generale in seria considerazione il male (…) bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale » (La teologia protestante nel XIX secolo, Milano 1979, 338). Vanificare il peccato originale e la sua forza attiva nella creatura vuol dire banalizzare la stessa condizione umana e la lotta col Principe di questo mondo, che proprio Mancuso aveva rivendicato contro l’ottimismo idealistico di Hegel.
La conseguenza di queste premesse è la dissoluzione della soteriologia cristiana: se non si dà il male radicale, e dunque il peccato originale e la sua forza devastante, su cui appoggia la sua azione il grande Avversario, la salvezza si risolve in un tranquillo esercizio di vita morale, che non vive più di alcuna tensione agonica e non ha bisogno di alcun soccorso dall’alto: « salvarsi l’anima » non sarebbe né più né meno che una sorta di autoredenzione. « La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo » – « La salvezza dell’anima non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo » (311).
La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, « non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare » (312). Mi chiedo come siano conciliabili queste affermazioni con quanto dice Paolo: « Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede » (Prima Corinzi, 15, 14). La confessione della morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo è l’articulum stantis aut cadentis fidei Christianae! Vanificata la soteriologia, ne consegue anche lo svuotamento del dramma della libertà e la negazione della possibilità stessa della condanna eterna: l’Inferno sarebbe un « concetto (…) teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile » (312). Convinzione della fede cattolica è al contrario che senza l’Inferno l’amore stesso di Dio risulterebbe inconsistente, perché non si darebbe alcuna possibilità di una libera risposta della creatura. « Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te »: il giudizio di Agostino richiama la responsabilità di ciascuno di fronte al suo destino eterno.
L’insieme di queste tesi si rifà a un’opzione profonda, che emerge da molte delle pagine del libro: quella che non esiterei a definire una « gnosi » di ritorno, presentata nella forma di un linguaggio rassicurante e consolatorio, da cui molti oggi si sentono attratti. « Io penso – afferma l’autore – che l’esercizio della ragione sia l’unica condizione perché il discorso su Dio oggi possa sussistere legittimamente come discorso sulla verità » (315). Il problema è di quale ragione si parla: quella totalizzante della modernità, che ha prodotto tanta violenza nelle sue espressioni ideologiche? O quella che il Logos creatore ha impresso come immagine divina nella creatura capax Dei? E se di questa si tratta, come si può assolutizzarla fino al punto da ritenere superfluo ogni intervento dall’alto, quasi che il lumen rationis escluda il bisogno del lumen fidei? Cristo sarebbe venuto invano? E la fragilità del pensare e dell’agire umano sarebbe inganno, perché nessuna debolezza originaria degli eredi del primo Adamo si opporrebbe alla potenza di una ragione ordinatamente applicata? Ben altro dice la testimonianza di Paolo, alla quale non può non attenersi una teologia, che voglia dirsi cristiana, preferendola a ogni illusoria apoteosi della ragione prigioniera di sé: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano » (Galati, 2, 20-22).
Dalla legge, da qualunque legge di autoredenzione, la salvezza non viene. Senza il dono dall’alto, nessuna salvezza è veramente possibile. Sta qui la verità della fede, il suo scandalo: proprio così, la sua potenza di liberazione, la sua offerta della via unica e vera per « salvarsi l’anima ». Pensare diversamente, non è teologia cristiana: è « gnosi », pretesa di salvarsi da sé.

Publié dans:Bruno Forte, STUDI |on 18 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

LEGGERE LA STORIA DI DON BOSCO CON IL CRITERIO DELLA CARITÀ PASTORALE

http://www.zenit.org/article-29279?l=italian

LEGGERE LA STORIA DI DON BOSCO CON IL CRITERIO DELLA CARITÀ PASTORALE

Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana

di Eugenio Fizzotti
ROMA, mercoledì, 18 gennaio 2012 (ZENIT.org).- «Abbiamo da poco iniziato il triennio di preparazione al Bicentenario della nascita di Don Bosco. Questo primo anno ci offre l’opportunità di avvicinarci di più a lui per conoscerlo da vicino e meglio. Se non conosciamo Don Bosco e non lo studiamo, non possiamo comprendere il suo cammino spirituale e le sue scelte pastorali; non possiamo amarlo, imitarlo ed invocarlo; in particolare, ci sarà difficile inculturare oggi il suo carisma nei vari contesti e nelle differenti situazioni. Solo rafforzando la nostra identità carismatica, potremo offrire alla Chiesa e alla società un servizio ai giovani significativo e ricco di frutti. La nostra identità trova il suo riferimento immediato nel volto di Don Bosco; in lui l’identità diventa credibile e visibile. Per questo il primo passo che siamo invitati a fare nel triennio di preparazione è proprio la conoscenza della storia di Don Bosco».
Inizia così il messaggio che D. Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, ha inviato a tutti i suoi confratelli e a tutti i membri della Famiglia Salesiana (exallievi, cooperatori, Figlie di Maria Ausiliatrice, Volontarie di Don Bosco, congregazioni religiose femminili fondate da salesiani in varie parti del mondo) in vista, come prima esperienza, delle Giornate di Spiritualità che avranno luogo dal 19 al 22 gennaio 2012 a Roma presso la Casa Generalizia in Via della Pisana 1111, e che avranno come tema la bella frase evangelica: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11 e punteranno attraverso conferenze e testimonianza ad approfondire la conoscenza di Don Bosco come educatore e pastore, fondatore, guida e legislatore, assumendo a livello personale e comunitario le sue ispirazioni, le sue motivazioni e le sue scelte in modo da «coltivare un amore costante e forte verso i giovani, specialmente i più poveri, che porta a rispondere ai loro bisogni più urgenti e profondi e alle loro situazioni di difficoltà: la povertà, il lavoro minorile, lo sfruttamento sessuale, la mancanza di educazione e di formazione professionale, l’inserimento nel mondo del lavoro, la poca fiducia in se stessi, la paura davanti al futuro, lo smarrimento del senso della vita».
Essere animati dallo spirito creativo di Don Bosco consente, sottolinea Don Chávez Villanueva, di «essere vicini ai giovani come “digital immigrates”, aiutandoli a superare il gap generazionale con i loro genitori e il mondo degli adulti. Ci prendiamo cura di loro durante tutto il loro cammino di crescita e maturazione, dedicando loro il nostro tempo e le nostre energie e stando con loro, nei momenti che vanno dalla fanciullezza alla giovinezza. Ci prendiamo cura di loro, quando difficili situazioni, come la guerra, la fame, la mancanza di prospettive, li portano all’abbandono della propria casa e famiglia ed essi si trovano soli ad affrontare la vita. Ci prendiamo cura di loro, quando dopo lo studio e la qualificazione, sono ansiosamente alla ricerca di una prima occupazione di lavoro e si impegnano a inserirsi nella società, talvolta senza speranza e prospettive di riuscita. Ci prendiamo cura di loro, quando stanno costruendo il mondo dei loro affetti, la loro famiglia, soprattutto accompagnando il loro cammino di fidanzamento, i primi anni del loro matrimonio, la nascita dei figli».
Per riscoprire la storia di Don Bosco le Giornate di Spiritualità consentiranno ai partecipanti di approfondire dal punto di vista biblico, attraverso la relazione di D. Juan José Bartolomé, l’essere “figli di un sognatore e realizzatori di una profezia”, tenendo ben presente che aveva appena 9 anni il piccolo Giovanni Bosco quando fece quel sogno straordinario nel quale la Vergine Maria gli fece comprendere che era importante impegnarsi per aiutare i suoi compagni, che manifestavano comportamenti aggressivi e violenti, a diventare buoni. E in tale prospettiva troverà ampio spazio una tavola rotonda sul tema “I volti dei giovani d’oggi” nella quale D. Hubert Geleen approfondirà le povertà culturali e spirituali, una Figlia di Maria Ausiliatrice dello Sri Lanka la povertà materiale e D. Jean-Marie Petitclerc le povertà sociali e affettive.
È comprensibile, quindi, che l’iniziativa ha come obiettivo di sottolineare che «Don Bosco rimane tuttora un personaggio di notevole levatura e di alto gradimento, una figura a tutto tondo, non riconducibile a semplici formule o a titoli giornalistici, una personalità complessa, fatta di realtà ad un tempo ordinarie ed eccezionali, di progetti concreti, ideali e ipotetici, di uno stile quotidiano di vita e azione, e insieme di particolari rapporti con il soprannaturale». E studiare la storia di Don Bosco vuol dire, richiama il Rettor Maggiore dei Salesiani, «conoscerlo come Fondatore, perché lo richiede la nostra fedeltà alla istituzione cui apparteniamo, conoscerlo come Legislatore, in quanto siamo tenuti ad osservare le Costituzioni e i Regolamenti che egli direttamente o i suoi successori ci hanno dato, conoscerlo come Educatore, affinché possiamo vivere il Sistema Preventivo, preziosissimo patrimonio che egli ci ha lasciato, conoscerlo in particolare come Maestro di vita spirituale, per il fatto che alla sua spiritualità attingiamo come suoi figli e discepoli; egli infatti ci ha offerto una chiave di lettura del vangelo; la sua vita è per noi un criterio per realizzare con caratteristiche peculiari la sequela del Signore Gesù».

Publié dans:pastorale, Santi |on 18 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Pater noster

Pater noster dans immagini sacre Fridolin_Leiber_-_Pater_noster

http://en.wikipedia.org/wiki/File:Fridolin_Leiber_-_Pater_noster.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 17 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

QUANDO L’ARCOBALENO SPUNTÒ NEL CIELO DI AUSCHWITZ

http://www.zenit.org/article-29274?l=italian

QUANDO L’ARCOBALENO SPUNTÒ NEL CIELO DI AUSCHWITZ

La testimonianza di Gary Krupp, uno dei protagonisti del dialogo ebreo-cattolico

di Anita S. Bourdin
ROMA, martedì, 17 gennaio 2011 (ZENIT.org) – Uno dei più illustri protagonisti del dialogo-interreligioso è Gary Krupp, l’ebreo fondatore della Pave the Way Foundation (PTWF). In occasione della Giornata del dialogo ebreo-cattolico, Krupp ha rilasciato a Zenit un’intervista in esclusiva.
Signor Krupp, qual è lo scopo di Pave the Way?
Krupp: La fondazione Pave the Way è un’organizzazione non-settaria che punta a rimuovere gli ostacoli e le incomprensioni tra le religioni di tutto il mondo. Il dialogo ebraico-cattolico ha avuto una parte considerevole nella comprensione delle reciproche tradizioni e già questo è utile a spazzare via odio e pregiudizi. All’inizio si stabilisce un certo livello di fiducia, poi, si va dritti al compimento della nostra missione. Va cancellato il concetto di religione come mezzo per giustificare le nostre “agende private”: questo primo passo è fondamentale per rendere più facile il dialogo.
Il messaggio di Papa Benedetto XVI per la Giornata Mondiale per la Pace è centrato sull’educazione della gioventù alla giustizia e alla pace: com’è possibile mettere in pratica questo invito alla Pace tra le religioni?
Krupp: Il messaggio di Papa Benedetto XVI verte proprio su questo. È la gioventù che deve apprendere la verità sui problemi di oggi, se vogliamo sperare di risolverli. Il vero problema sta nei mezzi di comunicazione internazionali e nel loro immenso potere di controllo delle idee e del pensiero. Oggi l’informazione, intenzionalmente, condiziona le agende private, infangando la verità e creando ostilità, odio e, in certi casi, morte. Assieme alle osservazioni del Papa, vorrei aggiungere un suggerimento alla gioventù d’oggi: andare alle fonti originali per cercare la vera storia. Fare attenzione a soppesare cosa si apprende dai notiziari e dai mass media. E infine trovare una soluzione basata sui fatti, non condizionata da alcun pregiudizio.
Lei è venuto molte volte a Roma ed è stato ricevuto sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI: c’è stato un incontro particolarmente importante per lei?
Krupp: I fantastici incontri con gli ultimi due pontefici hanno davvero cambiato la mia vita. Fu il 29 luglio 2000 che ricevetti una telefonata da monsignor Renato Martino, che mi annunciava che il Papa mi aveva nominato Cavaliere dell’Ordine Equestre di San Gregorio Magno. Questa investitura ha cambiato il corso d’opera della mia vita e mi ha spinto a fondare, assieme a mia moglie Meredith, la Pave the Way Foundation.
Uno degli incontri più importanti si tenne il 18 gennaio 2005, quando PTWF organizzò un’udienza semplicemente per ringraziare Giovanni Paolo II per tutto quello che aveva fatto per la riconciliazione con gli Ebrei. I tre rabbini che benedivano il Santo Padre in ebraico nella Sala Clementina e le lacrime del Papa sono immagini che rimarranno per sempre stampate nella mia memoria.
Il secondo memorabile incontro fu il 22 gennaio 2007, quando presentammo il Papiro Bodmer a Papa Benedetto XVI con il nostro meraviglioso amico e benefattore Frank Hanna III. Dopo la cerimonia donai al Papa un frammento della foto dell’arcobaleno apparso nel cielo, quando lui benedisse il memoriale di Auschwitz. Scattai questa fotografia quando accompagnammo il Papa in Polonia con Jerzy Kluger, il 27 maggio 2006. Benedetto XVI si commosse nel ricevere questo apparentemente insignificante regalo. Mi chiese: “è Auschwitz?”. E io gli risposi: “Sì, Santo Padre, l’ho scattata io la foto”. Era emozionato di questa piccola foto dell’arcobaleno, un segno dell’approvazione di Dio, almeno quanto lo era nel ricevere il più importante manoscritto cristiano esistente.
Quanto è importante la ricerca per il Giusto tra le nazioni dello Yad Vashem nel dialogo tra Ebrei e Cattolici?
Krupp: La ricerca dello Yad Vashem è attenta ed esatta e io credo sia estremamente importante nelle relazioni ebreo-cattoliche. Il riconoscimento da parte di PTWF dell’evidenza del caso di Eugenio Pacelli come “Giusto tra le Nazioni” dovrebbe dimostrare che la leggenda nera contro papa Pio XII è confutata dalla verità dei fatti. È una responsabilità degli Ebrei dal momento in cui abbiamo accumulato un grande mucchio di prove sul fatto che Eugenio Pacelli fu davvero uno dei grandi eroi per gli Ebrei durante l’Olocausto. L’ingratitudine è uno dei peggiori difetti nell’Ebraismo. L’accettazione della verità sull’eroismo personale di Pacelli, credo sia essenziale per portare i miei fratelli e sorelle ebrei alla redenzione. La reputazione di Eugenio Pacelli deve essere riscattata, laddove intenzionalmente il KGB iniziò la più grande campagna diffamatoria del XX secolo. Questa operazione del KGB fu portata a termine con successo per isolare gli Ebrei dai Cattolici, al momento della riconciliazione avvenuta con il documento conciliare Nostra Aetate.
Come possono i media contribuire ad un cambiamento nella mentalità e a promuovere la pace?
Krupp: In tutti questi anni il lavoro di Zenit è stato esemplare nel riferire la verità e sempre in maniera positiva. Posso solo incoraggiarvi a riportare argomenti sensibili riguardo alla Terra Santa, con notizie che riflettono entrambi i punti di vista del conflitto. Spesso troppi reporter menzionano le sofferenze dei Palestinesi, soprassedendo ogni riferimento alle sofferenze degli Israeliani con tutti gli attacchi contro la popolazione civile. Dal momento in cui vi sono 1.100.000 cittadini di Israele che sono arabi e musulmani, le violenze contro gli israeliani sono anche contro i musulmani e i cristiani. Sono questi atti di violenza, che inizialmente hanno suggerito la necessità di blocchi navali, checkpoint e muri di sicurezza. Se la violenza viene meno, anche queste misure così tanto criticate potranno essere rimosse. Se si cerca la pace, ognuno deve mettersi nei panni dell’altro.
Cosa si augura nel dialogo ebreo-cattolico per il 2012?
Krupp: Il mio auspicio è che l’intenso lavoro di diffusione di documenti, articoli e video con testimonianze sull’operato della Santa Sede durante la Seconda Guerra Mondiale possa finalmente essere studiato in modo serio, di modo che gli ostacoli nelle relazioni ebreo-cattoliche possano essere definitivamente sradicati. Il nostro desiderio è che Dio garantisca la saggezza dei negoziatori negli Accordi fondamentali tra Israele e la Santa Sede. Gli ostacoli diplomatici dovrebbero essere presto completamente risolti dopo 17 anni di negoziati. La Fondazione Pave the Way riconosce che la risoluzione di queste due problematiche spianerà la strada a positive e meravigliose relazioni tra Ebrei e Cattolici.

123456...9

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31