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L’azione dello Spirito Santo nella nostra vita (il pensiero di San Paolo) – per la festa della Conversione di San Paolo

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L’azione dello Spirito Santo nella nostra vita

(5 luglio 1956)

DIVO BARSOTTI

Tutto l’Antico Testamento parla dell’era messianica come di un’era che sarebbe venuta nell’effusione dello Spirito su ogni carne, ma per rendersi conto dell’importanza del dono dello Spirito nella vita cristiana basta vedere la Lettera ai Romani e il IV Vangelo che hanno un solo fine: presentare una dottrina dello Spirito Santo.
Nei primi sette capitoli della Lettera ai Romani S. Paolo, dopo aver detto che tanto i giudei quanto i pagani hanno bisogno del Sangue di Cristo, dimostra quali nemici ha vinto Cristo morendo sulla croce: la morte, il peccato, la legge. Ma come si manifesta questa vittoria? Nel dono dello Spirito.
Oggi l’uomo, nel possesso dello Spirito, vive nella libertà dei figli di Dio. La legge del cristiano è lo Spirito Santo che vive nel cuore dell’uomo; non c’è una legge che costringa dall’esterno, soltanto lo Spirito che vive dentro di te e al quale devi abbandonarti è la tua vita e la tua legge.
Sant’Ireneo dice che il Verbo e lo Spirito sono le due mani con cui l’uomo fu plasmato all’inizio e con cui viene plasmato oggi secondo l’immagine di Dio. L’uomo, vivendo come figlio di Dio, supera la morte; l’immortalità è propria di Dio, è il dono della vita divina; e l’immortalità che comporta la resurrezione della carne, è legata al dono dello Spirito. Dio, vivendo nei nostri cuori, cancella il peccato e dà la vita divina.
Il IV Vangelo è tutto ordinato alla promessa del Paraclito che Gesù fa dopo la cena nel suo grande discorso.
S. Giovanni ci vuol dare la storia di Gesù come promessa di quello che sarà la vita sacramentale del cristiano dopo la morte di Lui. Gli uomini sono entrati ormai nell’era escatologica, in cui domina Dio; ma Dio domina per opera dello Spirito Santo, il quale ricorderà agli uomini tutto quello che Gesù ha detto e li farà vivere come Gesù. I discepoli da poveri uomini sono trasformati in Cristo. Tutta la vita di Gesù è ordinata a questo dono, in cui termina il disegno della salvezza.
Secondo alcuni, il dono dello Spirito avviene nel momento in cui Gesù muore, secondo altri nel momento dell’Ascensione. Ma non si può legarlo ad avvenimenti concreti: l’effusione dello Spirito avviene continuamente. Lo Spirito dimora nel mondo, non è intermittente come nel Vecchio Testamento. L’inizio clamoroso e visibile di questa effusione è la Pentecoste, ma in modo invisibile essa s’inizia con la morte di Cristo. S. Giovanni, per dire che Gesù morì, dice che « dette lo Spirito ». L’ultimo suo respiro fu l’atto con cui gli uomini entrano in possesso dello Spirito Santo.
Che cos’è il dono dello Spirito? Per rendersene conto bisogna cercare di penetrare la vita intima di Dio. Ci sono due concezioni del Mistero trinitario. La concezione occidentale vede lo svolgersi della vita divina come un circolo chiuso; la concezione orientale, invece, come una linea retta. Il Padre genera il Figlio e attraverso il Figlio spira lo Spirito Santo. Secondo Sant’Ireneo, la vita divina in quanto vuol comunicarsi all’uomo si manifesta in un processo onde nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Verbo lo strumento, e nello Spirito Santo il termine nel quale quella volontà si compie. Nello Spirito Santo la creazione entra nella vita di Dio. Nell’unità dello Spirito Santo, che ci fa tutti una sola cosa, per Cristo, la Creazione tende al Padre.
Nel Padre vi è il disegno e la volontà, nel Figlio lo strumento della nostra salvezza, e questa salvezza si applica a noi nel dono dello Spirito, che ci applica i meriti di Cristo. Nello Spirito è l’esecuzione del Disegno.
L’unità chiesta da Gesù -ut unum sint – è unità con Dio che l’uomo può realizzare soltanto nel dono dello Spirito. Nel dono dello Spirito tutta la creazione viene assorbita in Dio. Lo Spirito Santo nuovamente ci crea e ci fa uno, ma allora siamo Cristo, e in Cristo torniamo al Padre.
Il cammino dell’anima è il cammino di Dio che ha preso e portato anche te là dove è il principio e il termine di tutto: nel seno del Padre.
Che cos’è dunque il dono dello Spirito? È Dio stesso che in Sé ti accoglie e in cui tu vivi.
L’argomento della nostra meditazione è il dono dello Spirito Santo; ma è troppo vasto e noi dobbiamo cercare di circoscriverlo. E in questo ci aiuterà un brano della Lettera ai Romani (8, 12-17):
« Fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! ». Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo ».
L’Epistola ci descrive la spiritualità che è centrata sul mistero dell’adozione filiale.
Prima di tutto S. Paolo distingue una duplice dipendenza dell’anima umana. Quello che S. Paolo qui sottolinea è dottrina comune di tutto l’antico giudaismo: l’uomo è soggetto a due spiriti e può camminare secondo due vie: la via della vita e la via della morte. La dipendenza dell’anima umana dai due spiriti è già chiaramente insegnata nei libri che sono stati scoperti sulle rive del Mar Morto e che appartenevano agli Esseni. Ma questa dottrina si ritrova anche negli scritti delle prime origini cristiane, in particolare nella Didachè e nella lettera dello Pseudo-Barnaba. Non soltanto però in queste lettere si accenna alle due vie che l’uomo può seguire – questo era proprio di tutte le tradizioni religiose e filosofiche dell’umanità: uno può esser buono o può essere cattivo – è una cosa semplice! La peculiarità di questa dottrina è che, nell’un caso come nell’altro, l’uomo dipende sempre da uno spirito che lo muove.
L’uomo non è mai autonomo, autosufficiente, pienamente indipendente: o è servo di Dio è servo del Maligno. In S. Paolo questa duplice dipendenza dell’uomo si trasforma e divine la dipendenza dalla carne e la dipendenza dallo Spirito. Ma per dipendenza dalla carne non dobbiamo intendere soltanto una dipendenza dagli istinti della nostra carne, si deve intendere invece tutti gli istinti che non sono gli istinti di Dio.
Per carne S. Paolo intende l’uomo in quanto dopo il peccato è divenuto debolezza, è stato vulnerato nel peccato, fatto schiavo del Maligno, è divenuto servo del male.
La libertà dell’uomo di fronte a questa schiavitù, che è la schiavitù al peccato, al demonio, la si ottiene soltanto nel dono dello Spirito: e lo Spirito ci è stato già dato. Ci è stato dato coi Sacramenti – dice S. Paolo. All’uomo rimane però, anche dopo aver ricevuto il dono dello Spirito, una duplice possibilità: di vivere cioè guidato dagli istinti della carne o di vivere guidato dagli istinti nuovi dello Spirito che gli è stato dato.
È questa intanto la condizione dell’uomo quaggiù: mai egli è pienamente redento e mai, d’altra parte, è così estraneo allo Spirito Santo che non possa e non deva sperare nella sua salvezza. Siamo sempre in bilico: la nostra anima è il campo dove si scontrano le due opposte potenze; e non soltanto il campo dove si scontrano, ma anche la posta del gioco, e ognuno dei due cerca di impadronirsi e di possedere interamente quest’anima.
La carne e lo Spirito. Da qui deriva quel carattere drammatico che ha tante volte la vita cristiana – è sempre un combattimento quello che si svolge in noi. E non siamo noi soli a combattere, ma noi piuttosto o da una parte o dall’altra di un esercito che in noi stessi si scontra: il demonio e Dio. Noi dobbiamo sottrarci alle opere della carne, non dobbiamo ascoltare la carne nelle sue suggestioni, quanto cioè l’uomo vecchio, l’uomo non redento, schiavo del male, ci può suggerire. Dobbiamo sottrarci a queste suggestioni. Dobbiamo liberarci da questa schiavitù. E in che modo? Non per una nostra propria forza – l’uomo non è mai autonomo, si diceva. E questo lo comprendeva qualche decennio fa Dostojevskij: l’uomo non può mai essere uomo, per essere uomo bisogna che sia o demonio o Dio.
Per liberarsi da questa schiavitù l’uomo ha bisogno di una forza estranea, perché non potrebbe mai farcela contro un nemico a sé superiore. E qual è questa forza? Lo Spirito Santo. Di qui deriva che la vita cristiana è tutta in dipendenza da questo Spirito che Dio ci ha donato e che agisce in noi e si fa sensibile al nostro cuore per gli effetti della sua grazia.
In un primo tempo, di fronte agli assalti del demonio e agli istinti che dipendono dalla nostra schiavitù al peccato, si oppongono gli angeli custodi.
Ogni anima fin dalla nascita è disputata da due angeli: quello buono e quello cattivo: ma l’angelo buono in questa sua azione nell’anima nostra di cura, di provvidenza, di custodia, di difesa, non oltrepassa mai quelle che sono le possibilità della nostra natura. Bisogna rendersi conto che gli spiriti, secondo anche S. Tommaso d’Aquino, non sono altro che coloro cui è affidata la natura perché essi la facciano agire secondo le proprie leggi. Per questo, l’azione degli spiriti noi non l’avvertiamo mai: noi siamo sempre difesi, custoditi dall’angelo custode, ma questa custodia e questa difesa non l’avvertiamo perché in definitiva si confonde con lo stesso nostro modo naturale di agire; però l’angelo porta la natura ad agire in modo sano, retto. L’angelo cattivo porta ad agire in modo non buono, non retto – è la natura decaduta che diviene complice dello spirito cattivo, mentre invece la natura sana diviene sempre strumento delle operazioni angeliche.
Sicché, praticamente, queste ispirazioni buone, che derivano da una custodia angelica, non le avvertiamo, ma abbiamo motivo di crederci. Quest’azione non si distingue dall’azione della natura sorretta e guidata che oggi certi teologi (che sono stati condannati dall’Enciclica Humani generis) hanno posto in dubbio, come hanno fatto per l’esistenza del diavolo e degli angeli: gli angeli e il diavolo non sarebbero altro che le passioni o le virtù degli uomini. No, veramente le passioni sono il segno, le stigmate del peccato – come dice Clemente Alessandrino – e indubbiamente servono al Maligno, mentre la natura, risanandosi, diviene lo strumento dell’angelo, l’angelo si serve di questa natura e la conduce.
Non si tratta ancora di una direzione dello Spirito di Dio. Intendiamoci, lo Spirito Santo ci è stato donato già con i Sacramenti, ma ancora non vive in noi, o almeno noi non abbiamo questa testimonianza dello Spirito. La testimonianza dello Spirito suppone che l’anima viva già ultra humanum modum. Fintanto che gli angeli ci guidano noi siamo dei bambini, dei bambini che ancora non agiscono nel pieno uso delle loro potenze.
Dice la filosofia scolastica che l’operare segue la natura di ogni essere – operari seguitur esse. Ora, noi già col Battesimo abbiamo ricevuto una partecipazione alla vita divina. Ma il nostro operare risponde veramente a questa natura divina che abbiamo ricevuto? Certo, il nostro operare, nel suo principio, è reso soprannaturale da una grazia che riceviamo – nel suo principio però, non nella sua espressione, nel suo modo. Ora invece, per essere l’operare conforme a natura, bisogna che anche il modo sia conforme alla natura. Un bambino ancora non agisce da uomo pur essendo per natura uomo – bisogna che raggiunga una sua perfezione naturale perché abbia l’uso pieno di questa sua natura e il suo operare sia conforme alla natura ricevuta. Il cristiano ha ricevuto col Battesimo una partecipazione alla Natura divina: è vero che il suo operare risponde, è conforme a questa natura di cui è venuto in possesso?
Fintanto che il nostro operare è umano, non è conforme alla natura che abbiamo ricevuto, perché la natura che abbiamo ricevuto è una partecipazione alla natura di Dio. Bisogna che il nostro agire, il nostro operare sia divino, non umano soltanto. Bisogna che l’uomo agisca non soltanto nel modo umano, ma ultra humanum modum, come dice S. Tommaso d’Aquino.
È qui che interviene lo Spirito Santo. Finora noi lo possedevamo, ma il possesso di questo Spirito era come una potenza che non aveva ancora la capacità di tradursi in atto. Lo Spirito Santo interviene nella vita dell’uomo quando il cristiano diviene maturo, adulto, perfetto. Perché riceviamo il Sacramento della Cresima e lo riceviamo giunti all’uso di ragione? Perché è il Sacramento della perfezione cristiana – dice S. Tommaso d’Aquino. È il Sacramento infatti che ci fa perfetti cristiani, nel senso che ci dà il potere prossimo di agire non più come uomini soltanto, ma come figli di Dio.
Mediante i doni dello Spirito Santo, con la Cresima, se fossimo veramente puri, se fossimo giunti veramente a quella pienezza di grazia (non ancora perfezione) che il Battesimo comporta, immediatamente in noi si metterebbero in atto i doni dello Spirito Santo e saremmo perfetti anche come cristiani. Praticamente, invece, la maggior parte degli uomini rimangono dei bambini, degli infanti nella vita spirituale. Si muore anche a ottant’anni e non si lascia l’età dell’infanzia – si agisce ancora umanamente. Non che si faccia del male, si vive anche una vita di grazia, non si commettono mai peccati mortali, si evitano magari i peccati veniali e abitualmente non vi cadiamo nemmeno – e tuttavia il nostro è uno stato di infanzia. Non quello stato di infanzia che è la perfezione del cristiano, ma uno stato che indica precisamente una immaturità del cristiano, nel senso che, pur avendo dei poteri, delle potenze, l’anima cristiana non ha la capacità di tradurli in atto.
In questo passaggio interviene lo Spirito Santo che tu hai ricevuto nella Cresima, ma che è legato ancora in te da una tua mancanza di fede interiore.
Quando interviene lo Spirito, ordinariamente, attraverso i suoi doni? Quando l’uomo agisce in un modo che è sovrumano, che supera il modo proprio della natura umana. E allora l’anima dà una testimonianza di questa vita di Dio in sé; e allora l’anima ha un suo criterio per riconoscere l’azione di Dio in sé; ha la testimonianza che lo Spirito vive in lei – come dice S. Paolo. Perché? Perché tutto il suo agire dimostra la presenza di Uno più grande di noi nell’anima nostra; dimostra che un Altro ci ha invaso – noi diveniamo lo strumento di un Altro. Dipendiamo anche, nella nostra natura umana, dagli angeli, ma non ci accorgiamo della loro presenza, non possiamo avere testimonianza, certezza, l’esperienza anzi di quest’azione angelica nella nostra vita. Dell’azione dello Spirito in noi dobbiamo invece averla. Se è lo Spirito che agisce, naturalmente l’azione dello Spirito importa sempre in noi questo superamento dei modi umani onde l’anima può avere una certa testimonianza di questa presenza.
Il cristiano perfetto, dunque, è colui la cui vita già trasparisce Dio, già rende testimonianza di Dio: la rende agli altri, la rende anche a sé medesimo, nel senso che il cristiano acquista una certezza, una certa assicurazione di questa presenza di Dio in sé. Per questo, nella vita cristiana dei perfetti sempre abbondano espressioni che indicano una esperienza di questo Dio che in loro vive. Se voi prendete S. Ignazio di Lojola (e non per nulla molto spesso è stato sottoposto all’Inquisizione, avanti di essere fondatore dei Gesuiti, ma già aveva scritto il libretto degli Esercizi e faceva fare gli Esercizi a molti) il termine « sentire » ricorre frequentissimamente; e non solo questo termine, ma la parte più nuova e originale degli Esercizi è precisamente la parte dedicata al discernimento degli spiriti, alla discretio spirituum.
E non è soltanto d’Ignazio, questo, è proprio di tutti i maestri della spiritualità e di tutti i santi. Del discernimento degli spiriti ha trattato il primo grande santo monaco eremita: S. Antonio. Il discorso riportato da S. Atanasio nella sua Vita è un discorso sul discernimento degli spiriti. E non soltanto S. Antonio: è il tema centrale della spiritualità monastica di Cassiano e, nell’Oriente, di di Diadoco di Fotica; nell’Occidente, oltre Sant’Ignazio, se vogliamo avere un testo che ci è sempre fra mano, per riconoscere questo tema basterebbe aprire il libro dell’Imitazione di Cristo, al cap. 54 del Libro II.
Lo Spirito Santo agisce in noi e noi lo sentiamo, lo gustiamo. Le espressioni della vita spirituale sono tali che spesso invocano tutti i sensi dell’uomo a significare e tradurre una esperienza indicibile in sé. Sentire, vedere, gustare, toccare, ascoltare. Tutte queste espressioni ricorrono sempre: si ascolta Dio, si vede Dio, lo si gusta, lo si sente, siamo toccati… – quante volte ricorrono! Che cosa indicano? Indicano chiaramente un’esperienza; non siamo soltanto sul piano della fede, di una fede che viene ricevuta soltanto ex auditu. All’inizio della vita spirituale, di fatto, l’uomo è di fronte a Dio come un estraneo: Dio è estraneo a lui e lui è estraneo a Dio; se Dio parla, gli parla attraverso la Chiesa, ex auditu gli viene la fede e, se Dio comanda, la legge gli viene dall’esterno, attraverso la Chiesa, e l’anima si costringe a una legge esteriore e non sente Dio come legge della sua stessa vita, della sua stessa crescita, del suo stesso essere cristiano che sale, che cresce. Fintanto siamo bambini è così; quando il cristiano comincia ad entrare nell’età adulta, l’età della perfezione, la legge di Dio non è più esteriore, l’uomo non si costringe più ad una legge esteriore, ma si abbandona ad un impulso interiore, ed essendo docile a quello che sente, a quello che vive, egli vive anche la volontà del Signore, perché la volontà di Dio si distingue, sì, dalla sua volontà, ma non è separata, divisa, dalla volontà sua, è sempre più conforme alla divina volontà.
Così ancora per quel che riguarda l’ascoltare la parola di Dio. Prima L’uomo l’ascoltava soltanto ex audito, ora la sente interiormente e tanto la sente che può dar ragione a S. Giovanni l’Apostolo il quale dice: « E voi non avete bisogno che alcuno v’insegni, ma come l’unzione di Dio rimane in voi, così voi rimanete in questa unzione che non è menzognera ». L’unzione, nella I Lettera di S. Giovanni, è precisamente l’azione segreta dello Spirito nel cuore cristiano onde il cristiano ha un suo fiuto, un suo gusto della verità. Non c’è una infallibilità soltanto nel magistero, propria dei Vescovi e del Papa, c’è una infallibilità anche in voi, in tutta la Chiesa: infallibilità discente. Voi non dovete insegnare, ma c’è una infallibilità nel fiutare, nel sentire che quella è la verità. Prima che il Papa avesse definito il dogma dell’Assunzione, questa assunzione di Maria era un dogma per il popolo cristiano. Era una verità sentita e abbracciata e vissuta da tutto il popolo credente che aveva imposto la festa; non la teologia aveva imposto la festa, ma il popolo, piano piano, alla Chiesa. Così per l’Immacolata i teologi eran contro, e non i teologi di piccola taglia, ma i più grandi. S. Bernardo, il dottore mariano per eccellenza, il più grande devoto di Maria, diceva ai canonici di Lione: « Guardatevi bene dall’ammettere questa festa, voi compromettete l’unicità del Mediatore, di Cristo – non potete parlare, altrimenti andate contro la santità di Gesù. Lui solo è il Mediatore, il Redentore… Siete degli eretici se mettete questa festa nel vostro Capitolo ». Questo diceva S. Bernardo.
E dopo S. Bernardo, uno ancor più grande è stato contrario all’immacolato concepimento di Maria: S. Tommaso d’Aquino. Nonostante ciò, la festa dell’Immacolata si è imposta alla Chiesa. Perché? perché la Chiesa, certo, ha una sua infallibilità, infallibilità che non è mai soffocata e compromessa dai teologi, perché questa infallibilità, come l’infallibilità del Magistero è sempre conservata per l’assistenza dello Spirito Santo. Però questa infallibilità dice che la fede non è soltanto una parola che ascolto dal predicatore, è anche una verità che sento interiormente, che magari non so tradurre in un modo preciso, ma la sento; e se gli altri dicono qualche verità che a questa verità non risponde, immediatamente mi metto sulle difese. C’è una pronta difesa dell’anima cristiana di fronte a dagli errori che non sappiamo ribattere, in che modo vincere; ma se uno mi dice che nel Vangelo c’è scritto questo e questo, e quello che mi dice è contrario alla verità, io, anche se non ho letto il Vangelo, anche se non so fare un’esegesi precisa di quel passo, tuttavia sento che non è vero. Si ha un gusto della verità, della verità interiore, perché la legge è divenuta interiore. Tu hai una certa connaturalità con l’Essere divino; lo Spirito Santo, appunto, immergendoti in Dio fa sempre più connaturale la tua anima a Dio stesso – onde Dio non è più un estraneo a te né la sua vita ti rimane estranea, in modo che tu debba piegarti, costringerti, per riceverla, per possederla. No, è invece nella docilità, nell’abbandono a una certa mozione interiore, a un certo gusto interiore che tu invece vieni a possederla sempre di più. Lo Spirito Santo ora vive in te, ma non vive in te come totalmente Altro da te, ma come principio della tua medesima vita, come la tua guida, come Colui che ti dirige, ti domina, ti possiede, e tu divieni strumento nelle sue mani onde Egli – come dicono le Odi di Salomone – suona su te come su di una cetra il suo cantico di amore, sale da te la sua lode a Dio, attraverso di te come da un’arpa – come dicono le Odi di Salomone.
Così è lo Spirito. E allora viene che non tanto sei tu che ami, ti sforzi, che tendi a Dio, che lo vuoi, quanto invece è lo Spirito, che è il Soggetto primo delle tue operazioni. Dio agisce, vive, attraverso di te – tu sei lo strumento, l’organo attraverso il quale Egli medesimo vive. Certo, tu costringi sempre questa vita divina, sempre tu la soffochi un poco, nella misura della tua poca fede, del tuo poco abbandono. Perciò la cooperazione dell’uomo consisterà nell’aprirsi, nell’abbandonarsi docilmente a quest’azione divina, sicché i tuoi concetti, i tuoi poveri ragionamenti umani, i tuoi piccoli affetti umani non debbano costringere, limitare, soffocare questa vita immensa che vuole aprirsi un varco attraverso di te, che vuol trovarsi un vaso sempre più proporzionato alla sua ampiezza divina, alla sua immensità, alla sua divina grandezza. Tutto il tuo atto consisterà non tanto nel fare quanto nel patire, non tanto nel muoverti quanto nel lasciarti portare. Tutta la cooperazione dell’anima è una pura passività di fronte al Signore. Quella passività che si esprime magnificamente nella parola di Maria Santissima: « Ecco la serva del Signore: si faccia di me secondo la tua parola »…
Lo Spirito Santo dunque entra in azione quando l’anima è giunta a una certa sua perfezione morale, quando la natura è risanata, quando noi ci siano già sottratti alle suggestioni del male, almeno in modo abituale, perché mai siamo totalmente redenti, intendiamoci bene, siamo sempre più o meno soggetti a delle suggestioni, e degli istinti che non soltanto sono della nostra natura, ma anche della nostra natura decaduta. Però, quando l’anima è giunta a una certa perfezione, interviene, come si diceva, lo Spirito; e allora l’anima vive già la vita di Dio, la esperimenta in sé. E noi dobbiamo abbandonarci alle mozioni dello Spirito, aprirci alla sua luce, affidarci al suo magistero. Non più la nostra intelligenza, ma il dono del Consiglio; non più la nostra volontà, ma il dono della Sapienza; non più i nostri modi di agire, ma invece quello che il dono della Forza, della Pietà o il dono del Timor di Dio ci suggeriscono volta per volta; e in quello che questi doni ci suggeriscono noi non abbiamo mai una piena spiegazione sul piano naturale ed umano – supera quello che è il nostro modo di pensare e di agire, di giudicare. Tu sei portato, ma non sai dove, eppure devi abbandonarti a Colui che ti guida.
Come riconoscere gl’istinti divini? Specialmente all’inizio di questa nuova vita più alta, più spirituale, in cui l’anima non ha altro dovere che la docilità all’azione dello Spirito, come riconoscere l’azione dello Spirito Santo? Mi sembra che si possa riconoscerla da due criteri fondamentali. Bisognerebbe rendersi conto che lo Spirito Santo e il Verbo sono le mani di Dio, onde Egli plasma l’uomo secondo l’Immagine. Lo Spirito Santo dunque ci crea secondo un disegno divino, conforme a un modello divino e il modello divino è Cristo, perché è Lui l’Uomo secondo l’Immagine. Conformes fieri imagini Filii sui dice S. Paolo. Questo è il termine: farci conformi all’Immagine del Figlio suo.
Ma se lo Spirito deve operare questa nova creazione secondo il divino Modello, qual è il criterio per riconoscerlo? La continuità. Dio ti conduce in una sola direzione, e ti muove continuamente: c’è continuità nella direzione e nel tempo. L’uomo è mutevole, successivo nei pensieri e nel volere: Dio è immutabile nel suo disegno. Tu non sai dove vai e puoi anche cambiar mèta, ma quando cambiamo c’è sempre da temere che subentri la passione umana. Può darsi che lo Spirito operi un cambiamento nella nostra vita, ma non è detto che abbia cangiato il Signore; siete voi che siete cangiati nei confronti di Dio, non che Dio sia cangiato nei vostri confronti. La continuità di questa mozione divina rimane: rimane come criterio fondamentale del nostro vivere. E intendiamoci bene: non saremo mai santi che nella misura che ci abbandoneremo a questa mozione che ci porterà in un certo senso. Voi potete magari cercare di contrattare con Dio una vostra libertà, una vostra indipendenza da Lui cercando di compensare con qualche altra cosa quello che vi chiede. Ma anche in questo caso non sarete mai santi. Voi potete moltiplicare le vostre mortificazioni, digiunare tutti i giorni, mettervi il cilicio… non sarete mai santi se non vi abbandonerete a quella che è l’azione del Signore, dello Spirito Santo. Non sarete mai santi!
Bisogna abbandonarsi a questa azione. Non ci facciamo santi secondo il nostro disegno, ma soltanto incarnando, realizzando un piano di Dio, ma soltanto conformando sempre più la nostra volontà alla Volontà del Signore. Docilità allo Spirito: non intralciamo l’opera sua! Anche le virtù possono essere d’intralcio: si cerca di far tanto bene per non fare quello che il Signore vuole, che può essere anche meno, ma ci costa di più perché importa una nostra rinuncia. Ci iscriviamo all’Azione Cattolica, diventiamo dirigenti di Azione Cattolica, poi facciamo tanto bene intorno a noi, carità… poi moltiplichiamo i nostri atti di virtù, le nostre devozioni, novene, meditazioni… però non vogliamo, no, lasciare la famiglia, certi impegni di vita mondana, certe amicizie… E il Signore magari vuole proprio questo, e tutto quello che gli dai in cambio non vale nulla, sentirai sempre nel tuo cuore questa chiamata, Dio non è soddisfatto, tu non rispondi alla tua vocazione, quello che fai è perduto. Facessi anche miracoli, quello che fai è perduto, non ti crea, tu non aumenti nella tua vita, perché l’aumento della tua vita deriva solo dall’azione della grazia. Fintanto che non eri condotto dallo Spirito potevi giungere ad una certa perfezione, perfezione della natura umana risanata in cui tu sei chiamato ad agire, ma in questo caso tu non avverti lo Spirito. Giunti però ad una certa perfezione cristiana, a uno stato abituale di grazia, a una certa purificazione interiore anche riguardo ai peccati veniali… ecco, tu avverti lo Spirito Santo. Ora non puoi più essere tu a comandare il cammino. Cosa disse Gesù a S. Pietro? Anche S. Pietro voleva fuggire: « Un altro ti condurrà ».
E siamo veramente condotti da un Altro. E se ci lasceremo condurre da quest’Altro noi cresceremo, altrimenti rimarremo sempre allo stesso livello. La moltiplicazione dei nostri atti non ci farà superare lo stato di natura, di natura redenta, ma di natura; non ci porterà mai a vivere ultra humanum modum, cioè in questo aumento progressivo continuo di assimilazione a Dio che lo Spirito opera.
È nella pura docilità all’azione di Dio che l’anima cresce. Non sono le moltiplicazioni delle preghiere, non sono le mortificazioni che noi facciamo, non è nulla di tutto questo che ci fa crescere: è la docilità allo Spirito Santo. Docilità che ci può chiedere anche la mortificazione, ma può anche non chiederla, almeno quella che noi intendiamo, ce ne chiede altre che noi non siamo disposti ad offrire. Il Signore ti potrà chiedere anche meno preghiera o una preghiera diversa da quella che tu fai e, anche in questo, quante volte l’anima resiste! L’anima è chiamata ad una preghiera più semplice, di puro sguardo, e l’anima ha paura di abbandonarsi alle attrattive divine e rimane legata alle sue devozioni, ai suoi modi di preghiera cui era rimasta fino ad allora fedele, fedele a certi libri, a certe letture, a certi metodi, a certe preghiere. Non ci si lascia, non ci si abbandona all’azione dello Spirito.
Il primo criterio è la continuità. Ascoltate interiormente, ma fate silenzio nell’intimo vostro; guardate di mantenere l’anima vostra in una pura quiete. Redi anima mea ad tranquillitatem tuam dice il Salmo: ricomporre l’anima nostra in una grande pace interiore. Allora noi ascolteremo quello che Dio ci dice, noi sentiremo che quello che ci dice oggi ce l’ha detto dieci anni fa, cinquant’anni fa, e ancora noi non l’abbiamo compiuto e, forse, sempre abbiamo resistito. Oggi dobbiamo abbandonarci.
Nulla cambia in Dio. Egli rimane, Lui che è l’amore. Abbandonati a Lui. La continuità è il primo segno.
Ma un altro segno noi possediamo, ed è la pace. Abbandonandoti a Dio non vi può esser contrasto tra Dio e te, non puoi sentire alcuna resistenza, l’anima tua si ricompone sempre di più. C’è un’inquietudine, naturalmente, propria dell’uomo: l’uomo non può mai essere soddisfatto di sé: se fosse così non sarebbe più cristiano, perché appunto il cammino del cristiano non conosce mai meta, dal momento che noi siamo chiamati ad assomigliare a Dio, ad essere come Dio. Eppure l’anima possiede la pace, possiede la pace in Dio a cui si abbandona.
Volta per volta l’anima è portata più su, ma è nell’esser portata che trova la pace; non tanto in quello che l’anima possiede, in quello che ha raggiunto, ma nel fatto che si è abbandonata a questo istinto che, continuo, le fa superare volta per volta dei limiti nuovi per portarla più su, per innalzarla al Signore.
Si è detto che S. Ireneo paragona il Verbo e lo Spirito alle mani stesse di Dio, onde Dio plasmò il primo Adamo; egli dice che Dio mai lasciò Adamo, mai: l’ha tenuto sempre nelle sue mani, perché una volta caduto egli potesse essere riplasmato secondo l’Immagine, secondo il disegno che Dio aveva progettato. Di questo noi dobbiamo renderci conto.
Dio non ha mai lasciato Adamo. Siamo nelle mani di Dio. L’azione dello Spirito Santo non è soltanto continua nel senso che Egli ci conduce in una direzione sola, che Egli ci muove secondo un suo disegno preciso, ma nel senso che Egli mai lascia di condurci, mai Egli interrompe questa sua guida divina.
Non solo noi dobbiamo adorare Dio che è presente nell’anima nostra, non soltanto dobbiamo renderci conto che siamo tempio vivente di Dio. Dobbiamo anche renderci conto che tutto quello che abbiamo ricevuto da Lui deve essere istante per istante da Lui mosso, da Lui usato, adoperato.
Dobbiamo essere non soltanto il tempio di Dio, ma lo strumento della sua azione, perché Dio non abita in noi statico, fermo; non abita in noi perché lo adoriamo. Egli abita in noi per agire, soprattutto per trasformarci e renderci simili a Lui.
Quale responsabilità è la nostra di sottrarci alla sua azione! Conviene per noi ascoltarlo, è necessario rimanere docili alla sua azione, ma dobbiamo anche renderci conto che questa docilità non può interrompersi mai. Se in un istante noi compiamo una nostra volontà, un nostro desiderio, noi ci separiamo dal Signore: Egli tutto vuole da noi. Istante per istante Egli esige questa dedizione totale dell’anima, questa docilità piena dello spirito.
Come vivere questa docilità continua e perfetta? Certo, la prima cosa che si esige dall’anima perché tutto questo sia possibile, è che noi manteniamo un grande raccoglimento, un grande silenzio interiore e una interiore e perfetta libertà. La mozione dello Spirito è una parola che ci illumina, una parola che Egli ci dice, un comando che Egli ci dà – comando però che porta insieme una forza, un impulso che ci muove. E se l’azione di Dio è parola, Egli aspetta da noi l’attenzione, una vigilanza umile e pura onde noi l’ascoltiamo, onde noi non lasciamo perdere nessuna sua parola. In perfetta calma interiore, in perfetta pace dello spirito, l’anima deve riposare per accogliere questa divina parola, come un giorno l’accoglieva Maria Maddalena, ai piedi di Gesù: Sedendo ai piedi di Gesù, ella ascoltava le sue parole.
Non soltanto si impone questo raccoglimento interiore continuo. Non possiamo mai allontanarci da Dio, mai fare vacanza: siamo con Lui, con Lui dobbiamo rimanere, in ogni istante, ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo. Non siamo con Lui soltanto quando siamo in chiesa: siamo con Lui anche al mercato; non soltanto Egli ci parla nell’orazione, ma anche quando stiamo spazzando la casa, anche quando camminiamo per le strade. La nostra anima deve mantenersi in attenzione a Lui che ci parla.
Ma perché la sua parola abbia la capacità di muoverci e veramente ci spinga, ci porti, ci sollevi, bisogna che l’anima, oltre che l’attenzione pura a questa divina parola, conservi una sua interiore libertà: bisogna non essere attaccati a nulla. Nella misura che noi siamo attaccati a qualcosa, lo Spirito di Dio non ha potere di muoverci, e noi rimaniamo fermi, nonostante che Egli ci inviti.
Quante volte abbiamo lasciato perdere la grazia proprio per questa mancanza di libertà interiore! Certo, Dio può vincere le resistenze delle nostre anime: Egli è il Creatore, è onnipotente. Ma Dio si adatta alla nostra debolezza e povertà; Egli ci muove delicatamente, in segreto, con una dolcezza, una pace interiore che esige da parte dell’anima la più perfetta libertà. Bisogna essere totalmente disponibili a Lui. Ad Elia, Dio non parla attraverso l’uragano o il terremoto, parla attraverso il leggero soffio dell’aria. Soltanto se l’anima sarà libera e leggera questo soffio la potrà portare.
Diceva S. Vincenzo de’ Paoli: « Mai io ho avuto grandi illuminazioni da parte di Dio, grandi grazie che mi abbiano sconvolto fino nell’intimo: Dio mi ha sempre parlato con un linguaggio che sembrava il mio medesimo, mi ha sempre illuminato con una luce che era appena un raggio, un raggio però che bastava al mio cammino, a illuminare quel passo che io dovevo fare, nel momento che Egli credeva ».
Non possiamo pretendere che Egli ci illumini sull’avvenire, che Egli ci muova con una forza straordinaria a compiere un atto comune. Siccome noi progrediamo nelle vie del Signore con una continuità mirabile, che ripete nell’ordine soprannaturale le leggi dell’ordine naturale, cioè si progredisce lentamente, si matura lentamente, così l’azione di Dio si adatta alla nostra povertà. Egli potrebbe spezzare le nostre resistenze, ma invece preferisce sciogliere lentamente tutti i legami, muoverci secondo il nostro passo.
Mantenerci liberi. Non deve esserci nulla che ci faccia opporre resistenza a Lui.
Quante volte facciamo delle riserve! quante volte, credendo di obbedire a Dio, obbediamo al subcosciente! La psicanalisi ha illuminato molto in questo campo. La paura della responsabilità fa sì che tanti non si sposino e credano magari di avere una vocazione religiosa; molti entrano nel sacerdozio perché obbediscono a un senso di infantilismo; molti credono di amare Dio e invece obbediscono a motivi di interesse, entrano nello stato religioso per destare ammirazione e affetto… Non possiamo liberarci da questo complesso di istinti che non conosciamo bene neanche noi, dalle insidie del nostro temperamento; bisogna darci a Dio così come siamo, ma bisogna che l’azione dello Spirito ci penetri fino in fondo. Noi non possiamo pretendere di conoscerci, ma lo Spirito Santo ci conosce. Non sappiamo qual è la via del Signore, ma quel che importa è che crediamo alla saggezza dello Spirito, che ci rendiamo conto che la nostra vita è nelle mani di un Altro che solo può condurci alla perfezione.
Abbiamo detto che uno dei criteri per riconoscere l’azione dello Spirito Santo è la continuità. Dio ha su di te un disegno fin dall’eternità. Ti ha chiamato a un ideale perché, cooperando con Lui, tu potessi raggiungerlo. Non ti resta che seguire questo cammino. Se tu, che ti sei consacrato in questa famiglia religiosa, ti credessi ora chiamato al Carmelo, questo desiderio sarebbe un’ispirazione diabolica, del Maligno, fino a prova contraria. Credere di dover entrare in un’altra congregazione religiosa più perfetta, che ha più santi… sono tutte illusioni diaboliche. Egli già vi ha chiamato qua: com’è che ci siete venuti? Se riandate un poco al passato, voi vedete che tutto si è fatto quasi senza di noi; nessuno di noi sapeva dove Dio ci avrebbe condotto, né ora lo sappiamo. Ora abbiamo imparato precisamente questo: che siamo nelle mani di Uno che sa, e ci possiamo affidare a Lui, sentiamo di poterci affidare a Lui, ed è precisamente nel lasciarci portare da Lui che la nostra vita si costruisce, che noi siamo veramente edificati come tempio di Dio.
Continuità. Certo, se voi foste venuti qui per sfuggire a un’altra chiamata di Dio, questa chiamata vi avrebbe lasciato sempre un’inquietudine interna e mai la pace. Voi invece avete sentito il contrario, che solo quando l’anima vostra si abbandonava senza difese alle esigenze di Dio, che si esprimevano per voi nella spiritualità della Comunità e in ciò che la Comunità richiedeva, voi avete sentito allora che la vostra anima si quietava e riceveva la luce.
Continuità nel cammino di Dio. Non cercate altra cosa, non chiedete altra via, non guardate altra luce. Continuità nel seguire la voce: una voce che per voi tutti è uguale e che per ciascuno di voi è diversa. È uguale per tutti voi che vivete nella Comunità, ma ciascuno di voi raggiungerà la santità solo realizzando quanto la Comunità vuole da lui. Una voce che per ognuno è diversa perché, pur essendo uguale la perfezione che viene proposta, ognuno di voi la realizzerà in un suo modo, con un suo timbro personale. I santi, pur essendo di una sola famiglia religiosa, sono anche fra loro diversi. Così voi. E voi dovete mantenervi docili all’azione dello Spirito che si esercita in tutta la Comunità, e dovete essere docili all’azione di Dio che si esprime e vi muove anche nell’intimo vostro. Non potete pretendere che lo Spirito Santo agisca in voi indipendentemente dalla Comunità. E via via che matura la Comunità, matura anche la vostra anima, che acquista luce, acquista forza e certezza. E proprio vivendo intensamente la vita di questo progresso, di questa vitalità che è propria di tutta la famiglia religiosa, la vostra vocazione particolare e personale si chiarirà, e voi l’adempirete. Non sarà nulla di nuovo, sarà tutto quello che voi sapevate all’inizio, ma che sapevate in modo vago e confuso, e che invece giorno per giorno si chiarisce, si delinea più preciso.
Che cosa sapevate all’inizio? Forse era soltanto poesia, ma una poesia che in fondo vi chiedeva tutto e praticamente vi chiedeva così poco: vi chiedeva soltanto l’entusiasmo dei vostri anni giovanili. Ora invece c’è forse meno poesia, ma quanto più chiaro l’ideale! Come veramente si fa più concreto il vostro dono al Signore!
Vivete in un’umile docilità all’azione continua dello Spirito che vi porta sempre avanti, sempre a una luce maggiore, a una dedizione più piena, a una immolazione sempre più pura di tutti voi stessi. Questo voi dovete vivere, questo!
Lo Spirito Santo è all’opera. Quello che si compie nell’intimo di ciascun uomo è più grande di quello che si compie nell’universo intero sul piano della natura. « Il grado di bene di una sola anima è più grande di tutto il bene dell’universo », dice S. Tommaso d’Aquino. Pensate alla grandezza dell’opera di Dio nella creazione! La creazione oggi esce dalle mani di Dio: la creazione non è un atto onde Dio intervenne milioni di secoli fa per suscitare le cose dal nulla; questo atto continua. Se Dio sospendesse per un istante il suo atto creatore, tutto l’universo franerebbe nel nulla! E come Dio è continuamente al lavoro (e lo dice Gesù nel Vangelo di S. Giovanni: Come il Padre continuamente opera, così anch’io), come Dio è continuamente al lavoro nella creazione del mondo, così è continuamente al lavoro nell’anima tua. E questo lavoro è più importante, più sacro, più grande, e impegna di più l’onnipotenza, la sapienza, l’amore di Dio, di tutto il lavoro dell’universo. Pensa dunque con quale delicatezza tu devi abbandonarti al Signore e con quale senso di responsabilità.
D’altra parte, mentre la creazione non resiste all’opera di Dio, tu puoi resistergli. Ecco tutto il potere dell’uomo: quello di intralciare questa onnipotenza, di rendere in qualche modo inefficace la volontà stessa dell’Onnipotente.
Con quale delicatezza noi dobbiamo abbandonarci al Signore! Con quale umiltà dobbiamo accogliere la parola di Dio, con quale docilità dobbiamo affidarci all’azione della grazia, giorno per giorno… Perché giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto Dio lavora; non c’è mai un istante in cui Dio cessi di lavorare in te: se Dio cessasse di lavorare in te, cesserebbe di essere in te, perché l’essere di Dio è il suo operare. Egli è in te per operare, non è in te per essere soltanto, ma per crearti, per rinnovarti, per farti simile a Sé e riempirti di Sé.
Diceva Suor Elisabetta della Trinità: « Com’è serio ogni minuto! Costa il Sangue di Cristo! ».
Ogni minuto costa Dio stesso, perché il prezzo del tempo è Dio: in ogni istante tu lo ricevi, tu devi riceverlo; in ogni istante tu puoi anche chiuderti e rifiutarti, e lo rifiuti nella misura che a questa grazia non ti abbandoni, e lo rifiuti e ti chiudi nella misura che tu non sei docile a Dio, non lo ascolti o non lo accogli in te.
Dobbiamo aprirci, dunque, con umiltà e con amore, a questo Dio che ci chiede soltanto di lasciarci amare da Lui, che vuole darci Se stesso e farci come Egli ci vuole.

Tutto il nostro progresso sta nel vivere come figli dinanzi al Volto del Padre. E ci dice S. Paolo: « Sono figli di Dio coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio ». Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filli Dei.
Esser mossi dallo Spirito vuol dire per noi essere figli. Siamo figli solo nella misura in cui siamo docili alla sua azione divina. L’opera dello Spirito è precisamente il farci a immagine di Gesù, il trasformarci nel Cristo.
L’azione dunque dello Spirito Santo ci mette in rapporto col Figlio Unigenito, con Cristo Signore. E come ci mette in rapporto con Cristo? Prima di tutto ci fa incontrare Gesù. È lo Spirito Santo che ravviva in noi ciò che la fede ci aveva insegnato. Quello che noi finora avevamo imparato attraverso l’insegnamento della Chiesa ora acquista una vita, una luce nuova, diventa vivo ogni mistero. Non che noi ne abbiamo una comprensione piena: il mistero rimane mistero, eppure diviene più luminoso e più vivo, come se la prima volta non l’avessimo conosciuto.
Ora, l’azione dello Spirito Santo per prima cosa ci fa incontrare Gesù. Come ce lo fa incontrare? Per incontrarci con Lui bisogna che Egli a noi divenga presente. Si potrebbe dire che vi sono quattro modi in cui può avvenire l’incontro tra l’anima e Cristo:
1) Gesù è presente in noi perché per la fede abita nell’anima di ciascuno di noi.
2) Vi è una presenza di Cristo che è propria di ogni uomo: Hai veduto un fratello, hai veduto il Signore. Ogni uomo non soltanto ci rappresenta il Signore, ma veramente lo rende per noi presente, in un modo certo molto misterioso, che non sappiamo nemmeno definire, ma reale.
3) C’è un modo di incontrare Gesù nella Chiesa, perché: Chi ascolta voi ascolta me. Nella Chiesa è presente il Mistero di Cristo; l’anima può incontrarsi con Gesù precisamente attraverso il suo rapporto con la Chiesa.
4) L’uomo poi incontra Gesù nel Mistero eucaristico, perché nel Mistero eucaristico Gesù è presente.
In quanti modi l’anima può incontrare il Signore! Lo Spirito Santo vuole che noi incontriamo Gesù in questo quadruplice modo.
Prima di tutto dobbiamo riconoscerlo in noi. Che cos’è la vita spirituale, secondo gli insegnamenti degli antichi, se non la nascita del Logos, del Verbo, nell’anima nostra? se non il vivere di Cristo in noi? Non è questo l’insegnamento di Paolo? Se mediante la fede Gesù abita nel cuore dell’uomo, la vita cristiana che altro sarà se non il crescere di Cristo nell’anima nostra fino alla sua perfetta età? Proprio così l’uomo si incontra prima di tutto con Dio. All’uomo si sostituisce un Altro e l’anima sente che un Altro la invade, la domina, la penetra tutta. Un Altro l’assume e fa dell’uomo il suo corpo onde Egli vive; e tutta la vita dell’anima tende precisamente a realizzare quanto S. Paolo diceva di sé: Vivo io e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Non siamo più soli, non soltanto perché Dio abita in noi come in un tempio, ma perché il Verbo di Dio in qualche modo ci assume e noi diveniamo il suo medesimo corpo; e attraverso di noi Egli vive, e via via che noi cresciamo nella vita spirituale, sempre più Egli ci invade, ci penetra tutti; sempre più la sua anima, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, la sua volontà, si sostituiscono alla nostra volontà, ai nostri pensieri, ai nostri affetti, ai nostri modi di vedere, ai nostri sentimenti. Hoc sentite in vobis quod est in Cristo Jesu.
È un crescere di Cristo in noi per una imitazione che non moltiplica l’esemplare – tanti Gesù – ma piuttosto ci assimila sempre più al Signore, ci fa sempre più una sola cosa con Lui, tanto che all’estremo noi siamo trasformati nel Cristo. Ed è questo il primo incontro che l’anima fa col Signore: non più come un estraneo, ma come un amico, uno sposo, l’anima dell’anima sua, come un altro se stesso o, piuttosto, come il vero se stesso.

L’anima deve incontrarsi con Gesù anche nel rapporto con tutti gli uomini. Com’è più misterioso questo incontro con Cristo! eppure, come più concreto e reale!
Io non posso sottrarmi mai a questo incontro con Cristo nei miei fratelli; ma fintanto che lo Spirito Santo non agisce, non illumina, non muove il cuore, è soltanto per la fede che io riconosco in ogni fratello il Signore. Quando lo Spirito Santo invece vive in me, mi trascina, mi illumina, mi porta, mi dirige, non è più soltanto perché la fede me lo insegna che io riconosco negli altri il Signore, ma veramente gli altri divengono il segno della Sua presenza, traspariscono Dio, traspariscono veramente la Sua presenza, e divengono agli occhi miei veramente trasparenti. E io vedo e amo in tutti il Signore. Ogni mio rapporto con gli altri diviene un mio rapporto con Gesù, diviene in me un modo di vivere la mia comunione con Cristo. Il rapporto dell’inferiore con il superiore è il rapporto di Maria con il suo Salvatore; il rapporto fra amici è il rapporto di Gesù coi discepoli; il rapporto fra gli sposi è il rapporto fra Cristo e la Chiesa. Come concreta è questa comunione con Gesù, ma come misteriosa! La mia parola, prima di giungere agli altri giunge a Dio; quel che faccio agli altri, lo faccio a Lui: Quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me.
Questo rapporto con tutti gli uomini deve anch’esso portarmi a una intimità col Signore così grande che non potrei pensarla maggiore. Per portarmi poi a vivere nel mio rapporto con gli altri l’amore stesso di Gesù per gli uomini tutti, deve portarmi a vedere negli altri Gesù, sicché, come diceva Agostino, nel mio rapporto con gli altri si realizza il mistero di Cristo che ama Se stesso. Dal momento che nel mio amore per gli altri è Gesù che ama, nel mio amore, nel mio rapporto con gli uomini praticamente si realizza in qualche modo l’unità del Corpo Mistico: tutti non siamo più che uno, siamo Gesù.
Comunione la più grande, la più mirabile, forse, se non ce ne fosse una maggiore; comunione che, comunque, noi difficilmente potremmo pensarla più grande. L’unità del Corpo Mistico si realizza in questo rapporto; ognuno di voi è uno solo: è Gesù. Ed io che vi amo sono Lui. In tutti noi non vive più che Uno, tutti noi non siamo più che Uno: non ci si può dividere, non ci si può distinguere senza in qualche modo essere noi sottratti a questa unità. Possono gli altri sottrarsi appunto perché non amano, ma tu che sei cristiano devi tutti amare, e di un solo amore: del Suo.
Si è detto altre volte che noi dobbiamo amare tutti di un medesimo amore: sì, dell’amore di Dio. Io non posso far distinzioni, differenze, dal momento che devo vedere in tutti il Signore. Se vedessi negli altri soltanto degli uomini, li amerei soltanto per i meriti loro; ma poiché in ognuno io debbo amare Cristo, poiché in ognuno devo ritrovare e amare Gesù, il mio amore per gli altri non può essere che uno solo, uguale per tutti.
E non soltanto questo mio amore deve essere uguale per tutti, ma deve anche essere tale che io in ogni istante totalmente mi dono. Perché, se posso amare limitatamente, di un amore più o meno grande, ciascuno di voi, secondo il merito più o meno grande che ciascuno di voi può possedere, di fronte a Dio ogni misura cade: l’unico modo di amare Dio è di amarlo senza misura, dice S. Bernardo. Se in voi tutti io debbo amare Gesù, il mio amore per voi non deve conoscere confine, non solo per voi tutti insieme, ma per ciascuno in particolare. Io devo amare anche il cattivo con tutto il mio amore, essere disposto anche a morire per lui, così come debbo amare il brutto e il bello, il virtuoso e il vizioso, l’ignorante e il sapiente, anche se il modo di amarli sarà diverso. Non diverso nell’intensità, perché ad ognuno tu devi dare tutto te stesso, ma diverso nel modo. Io non posso dare al Papa un tozzo di pane, e non sa che farsene di una mia riverenza il povero che ha fame. Amare dunque diversamente nel modo, ma non nell’intensità, perché sia all’uno che all’altro tu devi dare nulla di meno che te stesso. Devi morire per ciascuno, perché l’amore con cui devi amare gli altri, ha detto Gesù, è il Suo medesimo amore: Amatevi come io vi ho amato. È il Suo amore medesimo, e non solo l’esempio: è l’amore onde anche noi in Cristo si ama.
È Gesù dunque che attraverso di noi ama, e non ama in ciascuno di noi che Sé. Ed è in questo amore, dunque, che noi non siamo che uno, una sola unità: Cristo, il Cristo totale.
Attraverso questo amore, come noi totalmente ci portiamo negli altri, così gli altri, amandoci, si portano totalmente in noi e avviene quella immanenza reciproca che in qualche modo rinnova il mistero della cointimità divina, della « circuminsessione », per dire un termine teologico, onde il Padre è tutto nel Figlio e il Figlio tutto nel Padre. Voi dovete vivere tutti, ciascuno, l’uno nell’altro – è questa l’unità che deve prodursi , l’amore cristiano.

Lo Spirito Santo non porta soltanto a riconoscere Gesù nei propri fratelli e ad amarli con l’amore stesso di Cristo in tal modo da compiere questa mirabile unità, ma ci fa riconoscere Cristo nella Chiesa. Cristo vive nella Chiesa, dobbiamo rendercene conto. Per chi non ha fede, gli uomini di Chiesa sono uomini, e quanto uomini! tante volte più miseri degli altri, tante volte mediocri, deboli, incapaci. Eppure, se lo Spirito Santo ti illumina , ti muove, ecco tu lo vedi: nella Chiesa è presente il Signore: tu lo vedi nel Vescovo, lo veneri nel Papa.
E il nostro rapporto con gli uomini e con la Chiesa è un rapporto che in qualche modo è più concreto e più libero da illusioni di ogni altro rapporto, da ogni altra comunione con Lui. Una comunione con Gesù nel Sacramento eucaristico si presta a molte maggiori illusioni di una comunione con Cristo attraverso questo rapporto d’amore con i fratelli e nella Chiesa.
C’è un rapporto con Cristo nei fratelli e nella Chiesa che è assolutamente di necessità per la salute: se io non amo sono nella morte, dice S. Giovanni l’Apostolo. Anche se vivo fuori dalla Chiesa sono nella morte, non posso essere salvo. Ma una cosa è vivere nella Chiesa e avere un certo rapporto d’amore coi fratelli, altra cosa è riconoscere nei fratelli il Signore, per illuminazione divina: non saperlo soltanto per fede, e per fede non avere verso nessuno né odio, né risentimento, né rancore, né amarezza, ma veramente amarli come si ama Gesù. Per arrivare a questo, solo lo Spirito Santo ci può aiutare; vivendo in noi ce ne può dare il potere, perché è solo lo Spirito santo che, vivendo in noi, fa sì che anche in noi ci siano gli stessi sentimenti di Gesù.
Questo rapporto con Cristo è più concreto e più libero da illusioni. Bisogna saper riconoscere Gesù anche nella Chiesa, amarlo, onorarlo, adorarlo: nella Chiesa Egli continua la sua missione, continua a lavorare per la salvezza del mondo; attraverso gli uomini della Chiesa Egli rende presente la sua Redenzione, la sua Morte di Croce, la sua autorità, la sua predicazione, la sua parola. Nella parola del Papa tu ascolti la parola divina, nell’azione del Papa e del sacerdote vedi presente l’azione stessa di Cristo. Il sacerdote che consacra fa presente il Mistero della Croce, il Papa che parla fa presente nel suo Magistero, in qualche modo, la Parola stessa di Dio in quanto è infallibile e veritiera. In questa tua visione e consapevolezza tu vivi una tua comunione con Cristo ancora presente e operante nel mondo, e ti unisci a Lui operante nel mondo, e vivi con Lui questo suo atto, questa sua Redenzione, questo suo lavoro immenso di salvezza del mondo.
Questa è, in fondo, la mistica di S. Ignazio di Lojola. Nella sua visione di Cardonnet egli ha visto precisamente questo: Gesù non è soltanto Colui che sotto Ponzio Pilato morì per la salvezza degli uomini, ma è anche Colui che, risorto da morte, vive ancora in mezzo a noi il suo mistero di amore, la sua missione di salvezza, predicando, soffrendo, morendo per gli uomini; e tutto questo non solo nel Mistero eucaristico, ma anche nel Mistero della Chiesa che giorno per giorno insegna, soffre e muore nei suoi martiri.
Questo ha veduto S. Ignazio. E per lui la visione della Chiesa, il sentire cum Ecclesia, si identifica alla sua unione con Cristo. È qui che egli è giunto veramente alla più alta santità, perché l’unione nostra con Cristo deve realizzarsi sempre in questo quadruplice rapporto. Certo, ognuno di noi vive in modo particolare uno di questi rapporti, anche se non esclude gli altri. Escludere gli altri vuol dire non essere cristiani, perché non si può escludere il nostro rapporto con Cristo nell’amore del prossimo. Ma chi di noi realizza veramente nel prossimo la presenza di Cristo in modo da vivere questo amore totale in ogni fratello? Un S. Camillo de Lellis, che va in estasi davanti a un malato. Non certamente noi, che tante volte siamo sgarbati o indifferenti, superficiali o leggeri, nei nostri rapporti fraterni. Eppure, anche qui quanto ci sarebbe da fare! Com’è lungo il cammino a cui ci sforza lo Spirito! È un cammino di unità. È lo Spirito Santo che, vivendo e operando in noi questa unione con Cristo, mostrandoci Cristo in ogni fratello e facendoci amare Cristo in ogni fratello, compie questa unità, Lui che è l’anima del Corpo Mistico.

Il cristiano vive ancora un altro rapporto: il rapporto con Cristo nel Mistero eucaristico. E anche questo, per precetto divino, è di necessità per la salvezza: Chi non mangerà la mia carne e non berrà il mio sangue non avrà la vita in sé, dice Gesù. Non avrà la vita eterna.
Noi dobbiamo incontrarci con Lui, dunque, anche nel Mistero eucaristico. E anche in questo caso, chi è se non lo Spirito Santo che veramente ci conduce? Lo sappiamo che nell’Eucarestia è presente Gesù, ma una cosa è saperlo per fede, ex auditu, dal Magistero della Chiesa, e altra cosa è realizzare questa Presenza, realizzarla e sentire la fame di Cristo Eucarestia, realizzarla e sentire il bisogno di vivere sempre alla Sua Presenza, realizzarla e sentire la necessità di una partecipazione sempre più intima al Mistero della Croce, alla Messa, al Sacrificio redentore. Realizzare questa Presenza, vivere questo incontro, questa comunione d’amore, onde la tua partecipazione a Cristo che muore e che risorge divenga lentamente tutta la tua vita, e tu veramente sia trasformato in Lui per trasformazione di amore: questo è opera dello Spirito Santo.
Ecco l’opera dello Spirito. È lo Spirito che ti conduce. Tu non sai attraverso quali modalità e per quali vie giungerai, ma sai che la meta è una sola: essere figli del Padre nello sguardo stesso di Cristo. E non possiamo essere davanti al Volto del Padre se non trasformati in Gesù. E la nostra trasformazione nel Cristo avviene attraverso questo incontro con Lui: incontro con Lui che abita il mondo, che è presente in ogni fratello, che è presente nella Chiesa, che è presente nell’Eucarestia. Incontro che è soltanto l’inizio di un rapporto di amore, di una trasformazione di amore onde al termine, attraverso questi rapporti, l’uomo non soltanto vive una comunione con Cristo, ma si trasforma realmente in Lui. Vive una comunione con Cristo nel rapporto coi fratelli, nel rapporto con la Chiesa, nella Comunione eucaristica, e attraverso questa comunione con gli uomini può giungere alla medesima trasformazione in Cristo quando il suo amore sarà così pieno e così uguale verso gli uomini tutti da essere Gesù che ama attraverso di lui e ama Gesù in tutti, operando così davvero la sua trasformazione in Cristo e la sua unità con tutta la Chiesa, l’unità del Corpo Mistico.
E questa comunione con Cristo realizzata nella Chiesa deve arrivare a tal punto da trasformarci ugualmente in Cristo: nel sacerdote, in Cristo che insegna, che dirige la Chiesa, che lavora, che continua la stessa sua missione. Ma in qualche modo così anche in voi, perché anche in voi continua la missione di Cristo. Voi vi incontrate nella Chiesa nella misura che vi sentite investiti da Essa anche davanti agli uomini, e cooperate a questa missione che è la sua, e vivete questa missione che è la sua, che è anzi la missione stessa di Gesù.
E così la vostra comunione con Gesù Eucarestia realizza al termine una vostra unità col Signore, perché attraverso l’Eucarestia voi dovete giungere a una vostra trasformazione in Gesù.
Così, davvero, noi siamo figli di Dio, perché mossi dallo Spirito giungiamo a questa pienezza. Anche i Padri dicevano che lo Spirito santo imprime in noi il suo suggello, e il suggello dello Spirito è l’immagine stessa del Figlio.
Divenire un solo Cristo; divenire, tutti noi, Gesù: ecco la nostra vocazione. È vero che la nostra vita cristiana ci impone di vivere come figli dinanzi al Padre Celeste, ma è anche vero che il Padre Celeste non ha che un Figlio: l’Unigenito. Gesù non è il Primogenito, ma il Figlio Unigenito del Padre. Si chiama anche « Primogenito fra molti fratelli », ma questi altri fratelli non sono sul suo medesimo piano; sono fratelli suoi e figli di Dio soltanto se sono in Lui, se sono trasformati in Lui.
Il Padre Celeste non ha che un solo Figlio. Noi dunque, se vogliamo vivere la vita dei figli, la vivremo soltanto se saremo trasformati in Lui, nel Cristo. A questa trasformazione d’amore che ci rende « uno solo » con Gesù, può portarci solo lo Spirito Santo, solo lo Spirito Santo la compie, e noi potremo giungervi soltanto nella misura della nostra docilità alla sua azione divina.
Ecco quello che il Signore ci insegna. Non si può separare lo Spirito dal Figlio, come non si può separare il Figlio dal Padre.
La vita cristiana è docilità allo Spirito, affinché si compia il disegno divino di assumere tutti nel Cristo onde, divenuti un solo Corpo in Cristo, divenuti in qualche modo un solo Figlio, noi viviamo dinanzi al Volto del Padre.
Cristo! Ecco la nostra vita. Per me vivere è Cristo. Cristo: ecco quello che dobbiamo essere. Dobbiamo perdere ogni nome, ogni nostra indipendenza e autonomia, per non essere più nostri, per essere in qualche modo una umanità che Egli assume e nella quale Egli vive il suo stesso Mistero.
E questa comunione con Cristo, appunto per questa presenza molteplice e misteriosa di Gesù, deve essere compiuta in ogni momento, perché in ogni momento noi dobbiamo vivere nella Chiesa, in ogni momento siamo in rapporto con gli uomini, in ogni momento possiamo vivere con Cristo Eucarestia, perché in ogni modo e in ogni momento noi portiamo Gesù nel nostro cuore.
Tutto il cammino dell’anima sta in questo essere trasformata dallo Spirito a immagine del Figlio, per vivere davanti al Volto del Padre. Ma quanto è lungo il cammino e quanta la nostra pochezza! Occorre la nostra docilità all’azione dello Spirito, e invece siamo attaccati a tante cose, e la nostra anima è così distratta!
Dio stesso ci offre l’esempio della nostra risposta in Maria. Quale virtù possiamo imparare da Lei se non la docilità, l’abbandono a Dio? S. Giovanni della Croce dice che « nessun movimento vi fu in Nostra Signora che non fosse di Spirito Santo ».
Maria non fu mai distratta: tutta l’anima sua era attenta alla Parola di Dio. La sua cooperazione all’azione della grazia fu la sua passività, che si esprime nelle sue parole: « Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la sua parola ». Non « farò », ma « si faccia »: non posso fare altro che offrirmi a Dio perché operi in me.
Che cosa imparare da Maria se non questo abbandono? Mettiamoci nelle mani di Dio, lasciamoci guidare da Lui; ci conduca per la tenebra o per la luce, per la gioia o per la sofferenza, faccia di noi quello che vuole: dobbiamo essere indifferenti, accettare tutto con la stessa pace, con lo stesso amore. Tutto deve essere uguale per noi, perché tutto porta il segno della sua volontà. Questo ci insegna Maria.
« Non pongo condizioni alla tua volontà, non mi sottraggo ai pesi di cui vuoi caricarmi ». Ecco l’esempio da tenere sempre davanti: più che la verginità di Maria e la sua umiltà, questa docilità, questo raccoglimento senza fondo, questo ascoltare la Parola di Dio.
Non scoraggiamoci! L’esempio è altissimo, ma Maria non è soltanto un esempio, è anche Madre, Madre di Gesù e di tutti coloro che devono somigliargli. Se dobbiamo essere figli di Dio, lo saremo soltanto se ci assimiliamo a Lei.
È Maria che ci genera nel suo Figlio. Diamoci a Lei, entriamo nel suo cuore.
Rivogliamoci a Lei come figli deboli e impotenti: ci ottenga Lei quel che da soli non possiamo ottenere. Le mamme amano di più i figli malati. Che Ella ci prenda e ci renda come ci vuole il Signore, ci ottenga Lei questa trasformazione.
Siamo tuoi figli, Maria, e poiché siamo tuoi figli vogliamo diventare Gesù. Per opera dello Spirito Santo concepisti Gesù, per opera dello Spirito Santo rendici simili a Cristo. La tua maternità deve continuare generandoci. Trasformati in Cristo, saremo un’anima sola con Lui.

U.S.F.P.V.

Un’antica iscrizione su pietra della parola « Shabbat » (sabato) è stata scoperta questa settimana vicino al lago di Tiberiade..

Un'antica iscrizione su pietra della parola

http://fuoridalghetto.blogosfere.it/2011/07/scoperta-una-pietra-di-confine-con-la-scritta-shabbat-in-ebraico.html

Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

La lectio divina esperienza di Israele e della Chiesa

http://www.zammerumaskil.com/catechesi/spiritualita/la-lectio-divina.html

La lectio divina esperienza di Israele e della Chiesa

Già nell’antica economia di Israele, si pregava con la Parola e si ascoltava la Parola nella preghiera. Si può vedere la descrizione di questa prassi comunitaria leggendo il c. 8 del profeta Neemia. Tale metodo che prevede la lettura, la spiegazione e la preghiera diventò il modo classico giudaico della preghiera che anche il cristianesimo ha ereditato (cf. 2 Timoteo 3,14-16), metodo non descritto ma testimoniato in diversi luoghi del Nuovo Testamento.
Generazioni di cristiani hanno continuato a pregare così, senza cedere a una pietà non biblica e non riconoscente la signoria assoluta della Parola nella vita di preghiera della chiesa. Tutti i Padri della chiesa d’oriente e d’occidente hanno praticato questo metodo della lectio divina, invitando i fedeli a fare altrettanto nelle loro case, e consegnandoci i loro splendidi commenti della Scrittura che ne erano il frutto essenziale.
Che dire poi dei monaci? Questi ne hanno fatto il centro della loro vita nei deserti e nei cenobi chiamandola l’ascesi del monaco, il suo cibo quotidiano, sicuri che «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf. Deuteronomio 8,3 e Matteo 4,4). A un certo punto si è anche sentita l’esigenza di fissare per iscritto il metodo, in modo da aiutare i neofiti a quest’acquisizione della Parola nello Spirito che non solo santifica ma anche divinizza.

Un tempo di silenzio perchè Dio parli
Cerca che il luogo della lectio divina e l’ora del giorno ti permettano il silenzio esteriore, preliminare necessario al silenzio interiore.
Il Maestro è qui e ti chiama (cf. Giovanni 11,28) e per udirne la voce devi far tacere le altre voci, per ascoltare la Parola devi abbassare il tono delle parole. Ci sono tempi più adatti al silenzio rispetto ad altri: nel cuore della notte, al mattino presto, alla sera… vedi tu secondo il tuo orario di lavoro, ma resta fedele al tempo e determinalo nella tua giornata una volta per tutte. Non è serio andare incontro al Signore quando hai un vuoto tra gli impegni da riempire con la preghiera come se il Signore fosse un tappabuchi. E non dire mai: «Non ho tempo!», perché così tu dichiari di essere idolatra: il tempo della giornata è al tuo servizio e non tu schiavo del tempo!
Sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita. Tu sai che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Luca 18,1-8 e 1 Tessalonicesi 5,17), ma sai anche che occorrono dei tempi precisi e specifici per fare questo esplicitamente e visibilmente onde sostenere la memoria Dei in tutta la tua giornata. Sei un innamorato del Signore o tendi a esserlo? Allora non disdegnare di consacrare a lui quel tempo che consacri abitualmente, senza fatica, ogni giorno a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi familiari, ai tuoi amici.

Da cuore a cuore
Se Dio ti ha chiamato alla solitudine silenziosa, in un tempo di dialogo, è per parlare al tuo cuore. Il cuore biblico è il centro, la sede delle facoltà intellettive dell’uomo, è l’intimo più profondo della tua persona. È dunque il cuore l’organo principale della lectio divina, perché è quel nucleo centrale in cui ogni uomo vive ed esprime la sua irripetibilità personale. Ma tu sai che questo cuore può essere non circonciso (Deuteronomio 30,6 e Romani 2,29), di pietra (Ezechiele 11,19), diviso (Salmo 119,113 e Geremia 32,29), cieco (Lamentazioni 3,65); tutte espressioní queste per indicare il cuore dell’uomo lontano da Dio, non toccato dalla fede. Il cuore del credente a volte può essere appesantito da dissipazioni, ubriachezze, affanni della vita (Luca 21,34), può essere indurito, malato di sclerocardia fino a non riconoscere e non capire le parole e l’azione del Signore (Marco 6,52 e 8,17), può essere instabile, incostante, portato dunque a dimenticare e traviare la Parola (2 Pietro 3,16 e Luca 8,13). Il cuore può essere questo se succhia la sua linfa dalla carne, dalle ideologie dominanti, dall’orgoglio che è il grande peccato. Tu che ti appresti all’ascolto di Dio prendi questo tuo cuore in mano, innalzalo a Dio, perché lui lo renda cuore di carne, lo unifichi, lo renda saldo e lo purifichi.

Invocazione dello Spirito Santo
Prendi la Bibbia, portala davanti a te con riverenza perché corpo di Cristo, fai l’epiclesi, l’invocazione dello Spirito. E lo Spirito che ha presieduto alla generazione della Parola, è lui che l’ha fatta parlare e scrivere attraverso i profeti, i sapienti, Gesù, gli apostoli, gli evangelisti, è lui che l’ha data alla chiesa e l’ha fatta migrare intatta fino a te. Dettata dallo Spirito santo, solo dallo Spirito santo è resa comprensibile (cf. Dei Verbum 12). Predisponi tutto perché lo Spirito scenda (Veni, Creator Spiritus!) in te e con la sua forza, la sua dynamis, tolga il velo ai tuoi occhi affinché tu veda il Signore (Salmo 119,18 e 2 Corinzi 3,12-16). È lo Spirito che dà vita, mentre la lettera sola uccide! Quello Spirito che è sceso sulla vergine Maria adombrandola con la sua potenza e generando in lei il Lógos, la Parola fatta carne (Luca 1,34), quello Spirito che, sceso sugli apostoli, ha concesso loro di pervenire alla verità intiera (Giovanni 16,13) deve fare altrettanto su di te: in te generare la Parola, della totalità della verità farti partecipe. Lettura spirituale significa lettura nello Spirito santo e con lo Spirito santo delle cose dettate dallo Spirito santo. Attendilo, perché se indugia egli non tarderà (Abacuc 2,3). Sii certo della parola di Gesù: «Se voi essendo cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono!» (Luca 11,13).
Tu udrai dentro di te la sua parola efficace: «Effatà! Apriti!» (Marco 7,34) e non ti sentirai più solo ma accompagnato di fronte al testo biblico: come l’etiope che leggeva Isaia ma non capiva finché giunse a lui Filippo che con lo Spirito santo ricevuto nella Pentecoste gli aprì il testo e gli mutò il cuore (cf. Atti 8.2638), come i discepoli cui il Signore risorto aprì la mente all’intelligenza delle Scritture (Luca 24,45). Senza epiclesi la lectio divina resta esercizio umano, sforzo intellettuale, tutt’al più apprendimento di saggezza e non di Sapienza divina: ma questo non discernere il corpo di Cristo significa leggere a se stessi la propria condanna (cf. 1Corinzi 11,29).
Prega come sei capace, come il Signore ti concede, oppure prega anche così: «Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo la tua Parola, sapienza uscita dalla tua bocca, che ha preso dominio su tutti i popoli della terra (Siracide 24,6-8). Tu hai voluto che essa prendesse una dimora in Israele e che attraverso Mosè, i profeti e i salmi (Luca 24,44) manifestasse la tua volontà e parlasse al tuo popolo del Messia Gesù.
Finalmente hai voluto che lo stesso tuo Figlio, Parola eterna presso di te, divenisse carne e ponesse la sua tenda tra di noi (Giovanni 1,1-14) quale nato da Maria e concepito dallo Spirito santo (Luca 1,35).
Manda ora su di me lo Spirito santo affinché mi dia un cuore capace di ascolto (1 Re 3,5), mi permetta di incontrarlo in queste sante Scritture e generi il Verbo in me. Questo tuo Spirito santo tolga il velo dai miei occhi (2 Corinzi 3,12-16), mi conduca a tutta la verità (Giovanni 16,13), mi dia intelligenza e perseveranza.
Te lo chiedo per Cristo, il Signore nostro, benedetto nei secoli dei secoli. Amen!».

Aiutati soprattutto, in questo tuo pregare preliminare, con il Salmo 119, il salmo dell’ascolto della Parola. È il salmo della lectio divina, il colloquio dell’Amato con l’Amante, del credente con il suo Signore!

ENZO BIANCHI, Pregare la Parola,
Introduzione alla «lectio divina»,
Piero Gribaudi Editore, Torino, 1990, pp. 94-96

Publié dans:LECTIO |on 23 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

LA TRAGEDIA DELLA COSTA CONCORDIA

http://www.zenit.org/article-29327?l=italian

LA TRAGEDIA DELLA COSTA CONCORDIA

Comunicato dell’Apostolato del Mare Italiano (AMI)

ROMA, domenica, 22 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il comunicato diffuso dall’Apostolato del Mare Italiano (AMI) in seguito alla tragedia della Costa Concordia, la nave da crociera naufragata nella notte del 13 gennaio scorso nei pressi dell’Isola del Giglio (Sardegna), provocando finora 13 vittime accertate e una ventina di dispersi. Il documento porta la data del 20 gennaio 2012 ed è firmato da Don Giacomo Martino, direttore nazionale per la pastorale degli addetti alla navigazione marittima ed aerea.
***
Ad una settimana dalla tragedia della Costa Concordia, l’Apostolato del Mare Italiano (AMI), che da molti anni opera sulle navi da crociera con i cappellani di bordo, per l’assistenza ai membri dell’equipaggio e ai passeggeri, vive un sentimento immutato, di dolore per le vittime e apprensione per i dispersi, insieme a tanta riconoscenza verso i membri dell’equipaggio che hanno compiuto il loro dovere con senso di responsabilità e dedizione.
L’Apostolato del Mare ha vissuto questa dramma in prima persona attraverso Don Raffaele Malena, il Cappellano che si trovava a bordo della Concordia, e che si è prodigato per salvare vite umane ed offrire parole di conforto e sostegno nei momenti drammatici della vicenda.
Una calamità che, in diverso modo, ha toccato tutto e tutti, e ha suscitato una rete di solidarietà spontanea e reale che poco spazio ha avuto sui media.
Gli equipaggi, i marittimi, gli “Invisibili del mare”, anche in questa circostanza, sono stati ignorati, se non colpevolizzati; eppure, nell’emergenza reale e non simulata, hanno fatto il loro dovere, fino in fondo. Se da una parte addolora che alcune persone abbiano perso la vita, dall’altra c’è la consapevolezza che quasi tutti, oltre quattromila persone, sono stati tratti in salvo.
Ora è vivo il desiderio di esprimere tutta la comprensione e tutta la solidarietà umana e spirituale a chi ha avuto delle perdite e a chi ha subito i disagi di questa grande tragedia. Altresì è doveroso, nei confronti di questi equipaggi “Invisibili”, che per l’Apostolato del Mare hanno un volto preciso, esprimere tutta la gratitudine e la stima per il senso del dovere e per l’alta professionalità dimostrata, anche e soprattutto in un momento come questo.
Abbiamo avvicinato queste persone, senza distinzione alcuna, cercando con questo di servire il movimento di Dio nel suo mondo, nel quale ogni persona, indipendentemente dalla nazionalità e dalla fede professata, è Sua creatura.
Anche il Direttore nazionale dell’Apostolato del Mare Italiano ha voluto essere presente, adoperandosi per alleviare la sofferenza e i disagi delle migliaia di persone coinvolte e coordinando tutto il lavoro dei volontari delle Stella Maris di Savona e Civitavecchia, nonché i volontari locali della Caritas.
Il sostegno dell’Apostolato del Mare, in questa particolare circostanza, è stato mirato a lenire le ferite umane e spirituali inflitte nel cuore e nei volti dei sopravvissuti.
In particolare, sabato 14, l’Ufficio nazionale e i volontari della Stella Maris locale hanno fatto accoglienza, ascoltando, dialogando e confortando le circa 1.500 persone ospitate nel Terminal di Savona.
La vicinanza della Chiesa è stata testimoniata anche dal Vescovo di Savona, Mons. Lupi, che è stato lungamente in colloquio con quanti erano ricoverati al Terminal Crociere, come pure dalla telefonata di vicinanza del Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Domenica 15 un team congiunto, in cui è stato coinvolto l’Apostolato del Mare, si è recato nei vari hotel di Grosseto, per incontrare, sostenere ed incoraggiare i membri dell’equipaggio, una giornata estenuante ma intensa che ha visto uno dei suoi momenti più alti nella celebrazione della Messa con i membri dell’equipaggio scampati al pericolo.
Lunedì 16 e martedì 17 il Team ha proseguito la sua missione, visitando gli ospedali di Grosseto, Orbetello e Siena. Al Direttore Nazionale e agli altri volontari si sono affiancati i vari Cappellani degli Ospedali. Ad assistere un membro dell’equipaggio indonesiano, ricoverato nell’ospedale di Siena, che ha subito diversi interventi a causa delle ferite riportate, è rimasto un ex cappellano di bordo.
Negli stessi giorni, a Roma e a Civitavecchia, i volontari della Stella Maris di Civitavecchia, il responsabile dell’Apostolato del Mare mondiale del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti, con alcuni seminaristi Scalabriniani, si sono adoperati nell’accoglienza di membri dell’equipaggio di origine Latino Americana, bisognosi di sostegno psicologico e necessità materiali (vestiti, medicine, scarpe ecc.) avendo perso tutto ciò che avevano.
Giorni spossanti, ma intensi, che hanno messo in luce l’importanza, in queste particolari circostanze, del counselling umano e spirituale e di tutta l’attività di debriefing verso i passeggeri e i membri dell’equipaggio. Lo si è notato nei volti delle migliaia di persone visitate. Vedere e sentire che qualcuno si è ricordato di loro, che era lì per loro e con loro, che si faceva carico dell’angoscia e anche della rabbia, va al di là del comfort delle giacche a vento, dei panini e dell’acqua minerale, che pur sono risultati utili.
La rete che mano a mano si è creata è stato un chiaro segno della bontà Divina, non siamo stati affatto soli e abbiamo sentito il conforto di tantissimi che si sono uniti a tutti noi, sostenendoci con la preghiera.
Lo testimoniano le tante mail ricevute, in particolare dagli altri Cappellani di bordo in servizio sulle varie navi in navigazione in diverse parti del mondo. Tramite loro è giunto a noi e, attraverso di noi, ai membri dell’equipaggio della Concordia il sostegno e la solidarietà di tutti gli equipaggi delle varie navi. Si è creata una sorta di ponte ideale grazie ai Cappellani di bordo, che hanno dimostrato, ancora una volta, il loro delicato e prezioso lavoro sulle navi, su cui seguono quotidianamente oltre 14 mila persone di equipaggio.
In questi giorni abbiamo dato, ma ancora di più abbiamo ricevuto. La dignità ferita dei tanti del personale di bordo, accusati ingiustamente, non si è affatto tramutata in rabbia. Dai loro racconti potremmo riscrivere la stessa tragedia da una prospettiva diversa e forse più giusta, lontana dai riflettori e dai processi a “rete” aperta.
Anche se fra qualche giorno calerà il silenzio mediatico, rimangono le ferite, fisiche e morali, alcune delle quali chiederanno tempi di guarigione molto lunghi; anche di questo si farà carico quest’Ufficio nazionale, garantendo l’assistenza per quelli che ancora non possono partire, anche attraverso la rete internazionale dell’Apostolato del Mare, per non lasciare nella solitudine gli equipaggi, i marittimi che – pur rientrando nei loro Paesi – si porteranno comunque il grave peso di quanto hanno vissuto.
Ai famigliari delle vittime e a tutti i passeggeri assicuriamo la nostra preghiera. Alla gente di mare tutta, che Dio ha affidato alla nostra cura, la nostra compagnia diventi sempre più “la casa lontano da casa”, sempre e ovunque. Il lavoro continua, con la modalità di sempre, attento, paziente e costante.

Genova, 20 gennaio 2012

Sac. Giacomo Martino
Direttore Nazionale per la pastorale
degli addetti alla navigazione marittima ed aerea


Il Profeta Giona

Il Profeta Giona dans immagini sacre Giona

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Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia (22-01-2012) : La terapia dell Amore

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Omelia (22-01-2012)

don Marco Pedron

La terapia dell Amore

Siamo nel vangelo di Mc, il vangelo che ci accompagnerà quest’anno.
Il vangelo di oggi inizia dicendo: « Dopo che Giovanni fu arrestato » (Mc 1,14).
L’attività di Gesù inizia dopo che Giovanni Battista è stato messo a tacere dal potere. Mc segnala la stupidità del potere, che crede di mettere a tacere una voce, una voce profetica, ma non sa che poi ogni volta Dio ne suscita una ancora più grande.
Il potere sta tranquillo perché ha messo a tacere la voce di Giovanni Battista ma ecco che Dio ne suscita una molto più potente, che è quella di Gesù, il figlio di Dio.
Allora cosa fa Gesù dopo l’arresto del Battista? Predica il vangelo (Mc 1,14).
La parola « vangelo » vuol lett. « buona notizia ». E qual è la buona notizia che Gesù annuncia: non un Dio buono, ma un Dio esclusivamente buono, un Dio dal cui amore nessuna persona si può sentire esclusa, qualunque sia la sua condotta, qualunque sia il suo comportamento.
In Atti 10,38 di Pietro, dopo il suo travagliato processo di conversione, dice: « Dio mi ha mostrato che nessun uomo può essere considerato impuro ». La religione divide tra puri e impuri, tra meritevoli e non. Ma Dio no. Per Dio non c’è nessuna persona che possa essere escluda dal suo amore; questa è la buona notizia che l’umanità attendeva. L’Amore di Dio è più grande di ogni nostro errore. 1 Gv 3,30 dice: « Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore ».
Poi Gesù dice: « Il tempo è compiuto » (Mc 1,15). Ma quale tempo?
Dio aveva stipulato un patto con il suo popolo. In cosa consisteva questo patto? Dio aveva dato le sue leggi al suo popolo e questo popolo, osservando le sue leggi, doveva essere in una qualità tale di vita che i popoli circostanti avrebbero dovuto ammettere che il Dio di Israele era il più grande. Ogni nazione aveva una sua divinità, ma, vedendo lo stile di vita di Israele, avrebbero dovuto ammettere che il popolo di Israele era quello che aveva un Dio più grande.
In Dt 15,4 c’è scritto: « Nel mio popolo nessuno sia bisognoso ». Allora: una nazione dove nessuno è bisognoso è chiaro che quella nazione ha qualcosa di divino. Ma tutto questo non c’è stato, anzi. Infatti l’ingiustizia veniva esercitata in nome di Dio. E questo era intollerabile. Per questo Gesù dice: « Il tempo è compiuto » (Mc 1,15). Adesso basta: il tempo è venuto meno ed è finito.
Anche se è difficile dobbiamo aver il coraggio dire: « Questo è finito; questo s’ha da chiudersi ».
Ciò che è finito, è finito. Se una cosa si è chiusa, se ha fatto il suo tempo, dev’essere chiusa. Se una relazione è finita, è finita. Se un amore è finito, è finito. Se un progetto è finito, è finito. E’ inutile insistere o attaccarsi all’impossibile. Se un’idea non è buona o è passata, è inutile continuarla. Se non dà più niente, non dà più niente. Basta. Se un’opinione è falsa, bisogna cambiarla. Perché altrimenti si diventa menzogneri. Se una persona se ne è andata, è inutile trattenerla. Perché non c’è più e non ci si può attaccare alla morte. Se un periodo si è chiuso, è inutile ricordare i bei tempi. La vita è oggi, adesso; ieri è passato. Se una porta è chiusa, non ha senso continuare a bussare. Perché per di lì non si può più entrare. Se un sistema è finito, va chiuso. Ha dato, ma ha fatto il suo tempo. Essere uomini e donne vuol dire far nascere e far morire, aprire e chiudere, accendere e spegnere quando è il caso, quando la situazione lo chiede. Anche se sé difficile, anche se costa.
Poi Gesù dice: « Il regno di Dio è vicino » (Mc 1,15).
L’espressione « regno di Dio » ad un ebreo evocava una memoria non molto piacevole. Israele aveva voluto la monarchia e il re. Tutti i profeti erano contrari, ma il popolo lo volle lo stesso. I profeti volevano che fosse Dio stesso a regnare (il regno di Dio) ma il popolo volle, invece, un vero re.
Il profeta Samuele aveva detto al suo popolo: « Ma guardate che il re prenderà i vostri figli per la guerra e li farà morire in battaglia; prenderà le vostre figlie e diverranno « madame » di corte e sue donne; prenderà i vostri terreni e i vostri prodotti migliori; prenderà i vostri schiavi (i lavoratori del tempo), vi metterà tasse, ecc., e voi griderete a causa del re che voi avete voluto eleggere » (1 Sam 8,11-18). Vi farà fare le cose peggiori che voi potete immaginare e pensare.
« Volete ancora un re, nonostante questo? ». « Sì » (1 Sam 8,19). Al che anche Dio s’arrende e dice a Samuele: « E dagli sto re! » (1 Sam 8,22). « Se ne pentiranno! ». E così fu perché fu un’esperienza disastrosa. Ma Dio rispetta sempre la libertà degli uomini, anche quando è contraria alla sua volontà, così concede la monarchia e il « suo re » ad Israele e da qui ebbe inizio la tragedia di questo popolo. I re furono uno peggio dell’altro: la scissione, la divisione, l’occupazione e la deportazione.
Tutto questa delusione, frustrazione, aveva fatto nascere la speranza, l’attesa di un regno dove Dio stesso sarebbe diventato re. Quindi quando Gesù parla di regno di Dio non intende un regno dell’aldilà, il Paradiso o cose del genere, ma un regno nell’aldiqua, dove Dio stesso governa il suo popolo.
L’uomo ha il culto dell’autorità. L’uomo ha bisogno di un capobranco che lo guidi, lo domini e lo gestisca. E più l’uomo è bambino, immaturo, e più cerca qualcuno che faccia « da padre ». I dittatori non nascono dal caso: possono nascere perché c’è un popolo che crede che miracolisticamente qualcuno possa risolvere tutte le loro questioni e i loro problemi. Allora affida al « leader » tutto il potere, il potere di fare tutto.
Più un uomo è maturo e più rifiuta l’autorità perché diventa egli stesso autorità a sé. Più un uomo è maturo e meno vende il proprio cervello a qualche credo o a qualche « sapiente ». Einstein: « Per qualcuno il cervello è di troppo, un optional ». Non affittate a nessuno il vostro cervello, chiunque esso sia. Siate i re a casa vostra e della vostra vita.
Gesù allora arriva e dice: « Il regno di Dio è vicino: convertitevi » (Mc 1,15).
Perché dice « che è vicino » e non che c’è già? Perché per entrarci esige una condizione: la conversione.
La parola conversione si dice in due modi: c’è un modo religioso che significa « tornare indietro », cioè « tornare al Signore ». Ad esempio in Tobia 13,8 si dice: « Convertitevi o peccatori e operate la giustizia davanti a Lui; chi sa che non torni ad amarvi e vi usi misericordia ». Questa conversione vuol dire tornare al culto, alla preghiera, perché Dio venga. Ma per il vangelo Dio non deve venire perché c’è già, quindi basta accoglierlo.
Qui si usa un’altra parola, metanoia, che vuol dire « cambiamento di pensieri, di comportamenti ». In Atti 17,30 si legge: « Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi che si convertano » (metanoeo). Per entrare nel regno di Dio bisogna essere in un continuo cambiamento, in una continua evoluzione.
Un vescovo una volta ha detto: « Gli uomini non adorano Dio, ma se stessi ». Cioè: non si rivolgono a Dio ma a quei loro pensieri che chiamano « Dio ». Per questo bisogna sempre cambiare, convertirsi, non fossilizzarsi: Dio, la Vita, è più grande e non la si conosce mai del tutto, ma neanche minimamente!
Quando sono nato « Dio » era mia madre. Poi mi sono accorto che c’era anche un altro « Dio »: mio padre. Poi ho scoperto che il mio « Dio » erano gli amici. Ma cammin facendo è diventato il mio « compagno »: lui era tutto per me. Poi ho scoperto che « Dio » è Dio. Ma oggi non so se ciò che chiamo « Dio » sia proprio Dio. La vita è così: cambiare, crescere, divenire, evolvere, in una parola essere vivi.
Nell’acqua che scorre c’è vita e nell’acqua ferma muore tutto.
« Il tempo è compiuto, il regno è vicino (altrove dice qui) » per me vuol dire anche: « Vivi adesso ».
Le persone dicono: « Quando sarò grande, quando avrò tempo, quando ci saranno altre condizioni, quando cambieranno le cose, quando i figli saranno grandi, quando sarò meno pieno di cose, quando starò bene ».
La vita è adesso, non domani. E mi chiedo: e se non lo fai oggi perché lo dovresti fare domani? E ancora: ma se non senti il desiderio oggi, come potrai sentirlo domani?
Vivi adesso, vivi qui. Hai un problema da affrontare? Fallo adesso, perché altrimenti diverrà più grande. Hai una rabbia da esprimere? Fallo adesso perché avvelenerà il tuo sangue e i tuoi giorni. Hai un mostro o uno scheletro da tirar fuori? Fallo adesso prima che sia troppo tardi. Hai un cambio radicale da operare? Fallo adesso perché il tempo è ora. Domani potrebbe essere mai. Hai da ringraziare chi ti ama, chi ti sostiene? Fallo adesso così il tuo cuore si sentirà amato. Hai del pianto trattenuto? Libera il tuo cuore dall’oppressione e dalla tensione: piangi! Devi dire un « no » o un « si » difficile? Fallo adesso, subito, e ti sentirai libero.
Ogni volta che noi rimandiamo ciò che dobbiamo fare al nostro profondo arriva il messaggio: « Non vali niente. Tu hai paura e per questo non lo fai. Se non avessi paura lo faresti adesso. Vedi: non ne sei capace ». E quindi non solo non lo facciamo ma avremo anche sempre meno forza per farlo. E’ una spirale perversa: meno si agisce oggi e meno si agirà domani (perché la stima di noi diminuisce).
Adesso vuol dire: « Essere presenti al presente! ».
Ogni tanto mi devo chiedere: « Ma dove sono? ». Perché mentre io sono qui la mia mente è altrove. Quando uno ti parla, sii presente. Ascolta cosa ti dice: non pensare alla risposta, ascolta il suo cuore, non ti alterare se dice delle cose dite: è il suo sentire, non la verità assoluta. Quando bevi la birra, gustala. Non pensare ad altro. Quando sei con un amico, sii presente. E invece, cosa fa la mente? Inizia a pensare: « Ma, è interessato a me? Ma, ho detto una « stronzata »? Ma, mi vuole bene? ».
Se domani avete un incontro con il capo e sapete che potrebbero essere « dolori », che potrebbe spostarvi, licenziarvi o quant’altro, non fate altro che pensare a questo. Da una parte è normale. Ma dall’altra a che serve? Il pensiero serve in realtà per difendervi dal pericolo possibile: così se succede, ci avete così tanto pensato che siete « quasi » pronti. Solo che questo vi impedisce di vedere l’amore di vostra moglie, la gioia dei vostri figli che vi abbracciano; vi impedisce di sorridere, di rilassarvi, di star bene. Ne vale la pena? Cosa potete cambiare di quello che sarà? Niente! E visto che non potete cambiare niente, vale la pena di rovinarsi l’oggi con il domani? Perché c’è chi vive sempre nel « domani » perché l’oggi, la vita, l’intensità della vita gli fa troppo paura.
Un ragazzo nel ghetto di Varsavia nel 1941 ha scritto questa poesia: « Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi sarò contento: a che serve essere tristi, a che serve? Perché soffia un vento cattivo? Perché dovrei dolermi, oggi, del domani? Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole. E non vi sarà ragione di tristezza. Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi, sarò contento; e ad ogni amaro giorno dirò: « Da domani sarò triste. Oggi no ».
Anthony De Mello: « La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti ». Pablo Neruda: « Spesso ho vissuto vite che non sono mai esistite ».
Ogni volta che « viaggio », che mi faccio una « canna » di pensieri, che la paura mi porta a tutto il possibile nefasto immaginabile, a ciò che potrebbe succedere, a ciò che gli altri potrebbero fare, mi devo dire con forza: « Ritorna alla realtà! Torna qui! Piedi per terra, vivi adesso, vivi qui ».
Poi il vangelo di Mc continua e Gesù finché cammina lungo il mare chiama alcuni uomini (Mc 1,16-20).
Chiama due coppie di fratelli Simone e Andrea, (Mc 1,16) e Giacomo e Giovanni (Mc 1,19). Poi Gesù ne chiamerà altri fino a formare un gruppo di circa Dodici (Mc 3,13-19).
Questi quattro, in Mc, sono i primi chiamati (non così ad esempio in Gv) e sono pescatori. Poi saranno Dodici, ma dodici è un numero simbolico. Dodici erano state le tribù di Israele e dodici saranno gli apostoli.
Le dodici tribù avevano stipulato l’alleanza; istituendo di nuovo dodici uomini Gesù vuole rifondare un nuovo gruppo, con uno stile totalmente diverso dal primo. Quindi nella mente di Gesù i Dodici sono un nuovo inizio.
Gesù fa loro un invito enigmatico: « Vi farò diventare pescatori di uomini » (Mc 1,17). Perché è strano?
1. Nell’A.T. la pesca viene associata alla cattura degli empi, di quelli sottoposti a giudizio (Ger 16,16). Quindi non è affatto un’immagine positiva. L’A.T. parla del raduno delle pecore non della pesca dei pesci.
2. Nella mentalità del tempo era il demonio che « pescava gli uomini ».
3. L’immagine dev’essere risultata di difficile comprensione, tant’è vero che poi i missionari non furono mai chiamati « pescatori di uomini ». Questo è strano visto che Gesù stesso li aveva definiti così.
Cosa vuol dire allora quest’espressione? Per gli ebrei il mare è il caos, l’abisso, l’orrore del mondo, il male. D’altronde non erano un popolo di pescatori e il mare era considerato il nemico numero uno per eccellenza. Mare=male.
E cosa saranno Gesù e gli apostoli? Saranno coloro che libereranno le persone dal potere del male di satana, cioè dalle malattie, dai demoni, dalle infermità del corpo, della mente e dell’anima. In tutti i vangeli, non a caso, la prima cosa che devono fare gli apostoli è guarire (« scacciare gli spiriti immondi e guarire ogni sorta di infermità » Mt 10,1; Mc 3,14-15; 6,7; Lc 9,1). « Pescare uomini » è nient’altro questo: gli uomini sono nel male, nella malattia (mare) e gli apostoli li pescano (per salvarli=guarirli).
Il metodo di « guarigione » gli apostoli lo imparano direttamente vedendo Gesù.
Cose semplici, come l’amore, che però fanno miracoli e guariscono.
La tenerezza: Gesù accoglie i piccoli, gli ultimi e i bambini e li fa sentire amati.
L’accoglienza: Gesù è aperto a tutti; tutti possono andare da lui, nessuno è escluso o tagliato fuori. Tutti sono degni dell’incontro con lui. Lui ha misericordia e abbracci per tutti.
Le emozioni: Gesù non è mai indifferente verso la sofferenza delle donne, dei lebbrosi, degli ammalati e dei morti. E da questa sofferenza si lascia toccare e colpire.
La passione: Gesù difende la dignità di tutti, perfino delle adultere, delle prostitute e dei pubblicani. Ama le persone, sempre, e si schiera dalla parte dell’umanità, ricordando a tutti che amare l’uomo è più divino di amare le regole religiose (« il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato » Mc 2,27).
La libertà: Gesù rompe le regole, i cerimoniali, le tradizioni, la religiosità e il buon senso. Lui tocca, abbraccia, si fa avanti, si lascia toccare e baciare. Non gli interessa il giudizio della gente o l’essere a posto con le regole; lui sta dalla parte delle persone e dell’amore.
La fiducia: a tutti dice di « non aver paura » o, che è la stessa cosa, di « andare in pace ». Suscita nelle persone fiducia in sé, nella proprie capacità, nel proprio valore, nella possibilità di essere diversi e nuovi.
E’ un metodo semplice, basato sull’amore, ma funziona: la gente, i lebbrosi, i morti, i ciechi, gli esclusi, i bloccati, veramente guariscono fuori e dentro.
Allora cos’è tutto questo che Gesù e gli apostoli fanno? E’ essere nel mare dell’abisso, della morte, della malattia, è essere disperati, persi e poi incredibilmente pescati alla vita. E’ il metodo dell’amore. Si era morti e poi qualcuno ti riporta in vita: questa sì che è una buona notizia (=vangelo)!
Gesù non fu un medico, né uno psicologo, fu un guaritore. Ma realmente guarì. E quello che fece lui lo fecero anche gli apostoli e tanti altri uomini pieni di fiducia e d’amore.
La Chiesa ha dimenticato tutto questo, è diventata cerebrale, fredda e per questo non sa più guarire. Ma una Chiesa che non « guarisce, salva » gli uomini in questa vita, come può essere credibile per salvarli nell’altra? Bisogna ritornare al metodo di Gesù, al metodo dell’amore.
Gesù guardava le persone e le amava col cuore, con l’anima e con il corpo (le toccava, abbracciava). Questo giungeva ai malati e questi guarivano. Impossibile?
Bernard Grad ha fatto tenere in mano per diverso tempo delle soluzioni saline da persone depresse, nevrotiche e da guaritori. Le piante innaffiate con l’acqua dei guaritori crebbero più velocemente!
Watkins e sua moglie hanno pregato con amore con l’intenzione di risvegliare prima dei topi anestetizzati: questi si svegliavano tutti quattro secondi prima degli altri.
Nel 1993 a Washington: finché 4000 meditatori meditavano insieme, il tasso di crimine violento cadeva e continuava a scendere. Dopo lo scioglimento del gruppo il tassò continuò ad alzarsi, purtroppo.
Roger Nelson ha esplorato centinaia di luoghi sacri: il luogo dove le persone hanno pregato, amato o vi erano morte, contiene una carica di energia coerente maggiore.
Gesù fu il più grande terapeuta: la sua terapia era l’amore. Ma l’amore concreto: accoglienza di tutto, abbracci, non giudizio, ascolto, empatia, emozioni, pianto, gioia, fiducia nell’altro.
Abbiamo bisogno di tornare a sentire, a percepire (che non è il pensiero mentale), a toccare, l’amore di Dio che scende su di noi e ci trasforma. E’ l’amore che guarisce. E’ l’amore che salva.

Pensiero della settimana
Vorrei che la vita di voi cristiani ci parlasse come una rosa,
che non ha bisogno di parole,
ma semplicemente diffonde il proprio profumo.
Anche un cieco che non vede la rosa ne percepisce la fragranza.
La vostra vita di cristiani deve diffondere
il profumo del messaggio di Cristo.
Questo per me è il solo criterio di giudizio: mettete in pratica il Vangelo
invece di fare lunghe discussioni su quello in cui credete.
(Gandhi, 1937)

ENZO BIANCHI – LESSICO DELLA VITA INTERIORE: VITA SPIRITUALE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/bianchi_lessicointeriore1.htm

ENZO BIANCHI: LESSICO DELLA VITA INTERIORE

VITA SPIRITUALE

Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in cui la vita ecclesiale, dominata dall’ ansia pastorale, ha assunto l’idea che l’esperienza di fede corrisponda all’impegno nel mondo piuttosto che all’ accesso a una relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario, radicata nell’ ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata dall’ eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità. Questa riduzione dell’ esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la vanificazione della fede.
La fede, invece, ci porta a fare un’ esperienza reale di Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito santo. Chi crede in Dio deve anche fare un’ esperienza di Dio: non gli può bastare avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si impone portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io non lo sapevo!» (Genesi 28,16), oppure con il Salmista: «Alle spalle e di fronte mi circondi [...]. Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là, se scendo agli inferi, eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’ aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: «Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può portarci.
L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l’esperienza spirituale è anche esperienza filiale. Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza spirituale diviene così null’ altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: «Tu sei mio figlio!». Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino dischiusi dal battesimo! Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli altri.
Alcuni elementi sono essenziali per l’autenticità del cammino spirituale. Anzitutto la crisi dell’immagine che abbiamo di noi stessi: questo è il doloroso, ma necessario inizio della conversione, il momento in cui si frantuma l’«io» non reale ma ideale che ci siamo forgiati e che volevamo perseguire come doverosa realizzazione di noi stessi. Senza questa «crisi» non si accede alla vera vita secondo lo Spirito. Se non c’è questa morte a se stessi non ci sarà neppure la rinascita a vita nuova implicata nel battesimo (cir. Romani 6,4). Occorrono poil’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, cioè l’adesione alla realtà, perché è nella storia e nel quotidiano, con gli altri e non senza di essi, che avviene la nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio. È a quel punto che la nostra vita spirituale può armonizzare obbedienza a Dio e fedeltà alla terra in una vita di fede, di speranza e di carità. È a quel punto che noi possiamo dire il nostro «sì» al Dio che ci chiama con quei doni e con quei limiti che caratterizzano la nostra creaturalità. Si tratterà dunque di immettersi in un cammino di fede che è sequela del Cristo per giungere all’esperienza dell’inabitazione del Cristo in noi. Scrive Paolo ai cristiani di Corinto: «Esaminate voi stessi se siete nella fede: riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?» (2 Corinti 13,5).
La vita spirituale si svolge nel «cuore», nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. La vita cristiana infatti non è un «andare oltre», sempre alla ricerca di novità, ma un «andare in profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che è il Santo dei Santi di quel tempio di Dio che è il nostro corpo! Si tratta infatti di «adorare il Signore nel cuore» (cfr. I Pietro 3, I 5). Quello è il luogo dove avviene la nostra santificazione, cioè l’accoglienza in noi della vita divina trinitaria: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23). Fine della vita spirituale è la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa chiamavano «divinizzazione». «Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio», scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in modo sublime: «La divinizzazione si realizza per innesto in noi della carità divina, fino al perdono dei nemici come Cristo in croce. Quand’è che tu diventi Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: « Padre, perdona loro », anzi: « Padre, per loro io do la vita »». A questo ci trascina la vita spirituale, cioè la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di Cristo.


Publié dans:Enzo Bianchi, spiritualità  |on 21 janvier, 2012 |1 Commentaire »

La Scrittura nella vita spirituale (Enzo Bianchi)

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2011/09/07/ecumenismo-la-via-della-bibbia-di-enzo-bianchi.html

Ecumenismo, la via della Bibbia di Enzo Bianchi

Avvenire, 7.9.11

La Scrittura nella vita spirituale

Inizia oggi a Bose il XIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si protrarrà fino a sabato. A tema, “La parola di Dio nella vita spirituale”.Tra gli argomenti in dibattito, le ermeneutiche della Bibbia elaborate dai padri della Chiesa, la dimensione ecclesiale della Parola di Dio, l’oggi delle diverse chiese, la realtà della presenza della Scrittura nella vita dei credenti grazie anche alla testimonianza del monachesimo contemporaneo. Nella giornata inaugurale interverranno il priore di Bose, Enzo Bianchi (del quale pubblichiamo qui a lato una sintesi della relazione) e il metropolita Chrysostomos di Messenia (Chiesa ortodossa di Grecia). Concluderanno i lavori il metropolita Elpidophoros di Bursa del Patriarcato di Costantinopoli e il metropolita Ilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Saranno presenti come relatori anche esponenti dei Patriarcato di Antiochia, delle chiese ucraina, serba e bulgara, i cardinali Angelo Sodano e Achille Silvestrini, il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi presidente della Commissione ecumenismo e dialogo interreligioso della Cei.
«La Parola di Dio è simile a un grano di senape, sembra ben piccola prima d’essere coltivata. Ma quando è stata coltivata abbraccia il significato di tutti gli esseri»: così Massimo il Confessore applica alla Parola di Dio la similitudine che il Vangelo usa per indicare la realtà del regno di Dio. È con questa convinzione che la Chiesa indivisa ha saputo cogliere nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture sante la fonte viva della vita spirituale del credente, l’autentica vita secondo lo Spirito. Spirito che, entrato nel credente attraverso il battesimo, nutre e fa crescere la vita divina nel cristiano alimentato dalla Parola. Gregorio Magno aveva espresso questa verità spirituale con una formula icastica: Scriptura crescit cum legente, la comprensione della Scrittura si accresce con la maturazione spirituale di colui che la legge e la interpreta. Ma la lettura della Scrittura, soprattutto nella tradizione delle Chiese d’Oriente, è sempre una lettura nello Spirito, e quindi anche nella comunità dei credenti radunata dallo stesso Spirito, in unità vivente tra adempimento dei comandamenti, preghiera e rendimento di grazie nella liturgia. La lectio divina è l’incontro con una persona viva, con Dio stesso che parla, per questo, secondo i padri, presuppone un certo grado di maturità spirituale e non può essere svincolata da una vita di ascesi interamente orientata a Dio: «Qualunque cosa tu faccia, appoggiati sulla testimonianza delle sante Scritture», diceva Antonio, il padre dei monaci. Se le parole della Scrittura sono “spirito e vita” (Gv 6,63), la conoscenza che scaturisce dalla Scrittura è “insegnamento dello Spirito”, è conoscenza rivelata ai “piccoli” (cf. Mt 11,25-27) ed è frutto di interpretazione spirituale. La Scrittura stessa rimanda il lettore allo Spirito santo come proprio principio ermeneutico. «È in essa che si comprende lo Spirito», scrive Massimo il Confessore indicando la Scrittura come principio di trasfigurazione, di divinizzazione. Dal canto suo, Gregorio Magno afferma che la Scrittura è “interprete di se stessa”, riprendendo un adagio caro alla tradizione co­mune all’Oriente e all’Occidente che Pietro Damasceno ben sintetizza: «Chi cerca il fine della Scrittura, ha come maestro, come dicono il grande Basilio e san Giovanni Crisostomo, la Scrittura stessa». Guglielmo di Saint-Thierry (1075 ca.-1148), monaco d’Occidente abbeverato alle fonti dell’Oriente, fa sua un’esortazione propria di Gerolamo che il concilio Vaticano II riprenderà nella costituzione dogmatica Dei Verbum: «occorre leggere le Scritture con quello Spirito con cui furono scritte, e con il medesimo Spirito occorre anche comprenderle » (cf. DV 12). S e questo è l’approccio che ogni battezzato è chiamato ad avere nei confronti della Scrittura, vi è anche una indispensabile dimensione ecclesiale della Parola di Dio. Lo Spirito santo, fecondando le Scritture nel grembo della Chiesa, svela il volto del Cristo, guida all’incontro con lui e orienta le esistenze personali e comunitarie a una vita in obbedienza alla Parola emersa dallo “sta scritto”. «Per mezzo della Parola di Dio, tutta la santa Chiesa rimane nella fede, è confermata e salvata per l’aiuto di Colui che ha parlato per mezzo dei profeti e degli apostoli», affermava san Tichon di Zadonsk. Del resto è nell’assemblea liturgica e non altrove che la Parola di Dio risuona e giunge alle orecchie e al cuore dei credenti. È lì, dove la Chiesa si ritrova convocata dall’unico Signore che la Parola stessa edifica la comunità, plasmandola secondo il volere di Dio. Ed è perciò determinante adottare come criterio ermeneutico per comprendere la Scrittura la vita concreta della comunità cristiana. Esegesi in ecclesia significa innanzitutto questo: vivere concretamente la vita comunitaria, ecclesiale. È da questa reale vita in koinonia che possono nascere quell’esperienza umana e spirituale, quella sensibilità e quel discernimento che consentono una penetrazione della vita di cui i testi sono, appunto, i testimoni. La vita comune può così diventare esperienza della Parola, come afferma Giovanni Cassiano in una delle sue Conferenze: «Le Scritture si rivelano a noi più chiaramente e ci aprono il loro cuore e quasi il loro midollo, quando la nostra esperienza non solo ci permette di conoscerle, ma fa sì che ne preveniamo la stessa conoscenza, e il senso delle parole non ci è rivelato da qualche spiegazione, ma dall’esperienza viva che ne abbiamo fatto». In questo senso la Scrittura è sottratta alla “privata spiegazione” (2Pt 1,20) trovando nella liturgia e nella quotidiana, concreta vita cristiana due “luoghi esegetici” fra loro complementari. Questa ecclesialità costitutiva della Scrittura fa sì che tutti i membri della Chiesa, dimore dello Spirito santo, siano chiamati a essere soggetto della sua interpretazione spirituale. La frequentazione assidua delle Scritture, l’immersione quotidiana in esse diviene così per ogni battezzato occasione di rinnovamento dell’immersione battesimale e di consolidamento della propria vocazione cristiana. È il primato della Parola allora che deve trasfigurare il volto della Chiesa, rendendolo luminoso come quello del suo Signore. Se le nostre comunità cristiane sapranno essere docili al magistero della Parola, anche il faticoso cammino verso l’unità dei cristiani conoscerà nuovo slancio e la nostra comune testimonianza ecclesiale sarà il più eloquente e credibile annuncio del Vangelo per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Publié dans:Enzo Bianchi |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

San Sebastiano martire

San Sebastiano martire dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=25800&pic=25800G.JPG&dispsize=Original&start=40

Publié dans:immagini sacre |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

San Sebastiano Martire

http://www.santiebeati.it/dettaglio/25800

San Sebastiano Martire

20 gennaio – Memoria Facoltativa

Milano, 263 ca. – Roma, 304 ca.

Le notizie storiche su san Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo. Ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come santo patrono. San Sebastiano fu sepolto nelle catacombe che ne hanno preso il nome. Il suo martirio avvenne sotto Diocleziano. Secondo i racconti della sua vita sarebbe stato un cavaliere valsosi dell’amicizia con l’imperatore per recare soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio. Avrebbe fatto anche opera missionaria convertendo soldati e prigionieri. Lo stesso governatore di Roma, Cromazio, e suo figlio Tiburzio, da lui convertiti, avrebbero affrontato il martirio. Tutto ciò non poteva passare inosservato a corte, tanto che Diocleziano stesso convocò Sebastiano. Inizialmente si appellò alla vecchia familiarità: «Ti avevo aperto le porte del mio palazzo e spianato la strada per una promettente carriera e tu attentavi alla mia salute». Poi passò alle minacce e infine alla condanna. Venne legato al tronco di un albero, in aperta campagna, e saettato da alcuni commilitoni. (Avvenire)

Patronato: Atleti, Arcieri, Vigili urbani, Tappezzieri
Etimologia: Sebastiano = venerabile, dal greco

Emblema: Freccia, Palma
Martirologio Romano: San Sebastiano, martire, che, originario di Milano, venne a Roma, come riferisce sant’Ambrogio, al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni e vi subì la passione; a Roma, pertanto, dove era giunto come ospite straniero, ebbe il domicilio della perpetua immortalità; la sua deposizione avvenne sempre a Roma ad Catacumbas in questo stesso giorno.
Le notizie storiche su s. Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo, ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come santo patrono.
Le fonti storiche certe sono: il più antico calendario della Chiesa di Roma, la ‘Depositio martyrum’ risalente al 354, che lo ricorda al 20 gennaio e il “Commento al salmo 118” di s. Ambrogio (340-397), dove dice che Sebastiano era di origine milanese e si era trasferito a Roma, ma non dà spiegazioni circa il motivo.
Le poche notizie storiche sono state poi ampliate e diciamo abbellite, dalla successiva ‘Passio’, scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane.
Ne facciamo qui il riassunto integrando le due fonti, dando prima una introduzione storica.
Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione del suo cesare Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.
Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.
A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da papa s. Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.
Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova del già citato s. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.
Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.
Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.
La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.
Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.
Sulla Via Appia si costruì un’altra basilica costantiniana la “Basilica Apostolorum”, in memoria dei due apostoli.
Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ di s. Pietro e s. Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di S. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.
S. Sebastiano è considerato patrono degli arcieri e archibugieri, tappezzieri, fabbricanti di aghi e di quanti altri abbiano a che fare con oggetti a punta simili alle frecce.
Patrono di Pest a Budapest e dei Giovani dell’Azione Cattolica, è invocato nelle epidemie, specie di peste, così diffusa in Europa nei secoli addietro.
Nell’arte antica s. Sebastiano fu variamente raffigurato come anziano, uomo maturo con barba e senza barba, vestito da soldato romano o con lunghe vesti proprie di un uomo del Medioevo.
Dal Rinascimento in poi diventò nell’arte, l’equivalente degli dei ed eroi greci, celebrati per la loro bellezza come Adone o Apollo, poi ispirandosi ad una leggenda dell’VIII secolo, secondo la quale il martire sarebbe apparso in sogno al vescovo di Laon, nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori cominciarono a raffigurarlo come un bellissimo giovane nudo, legato ad un albero o colonna e trafitto dalle frecce.
Il soggetto si presentava ad una libera interpretazione del primo martirio delle frecce, (non si teneva conto che fosse poi morto con il flagello) e secondo l’estro dell’artista per un compiaciuto virtuosismo anatomico, applicato ad un soggetto religioso.
Anche Michelangelo nel “Giudizio Universale”, lo immaginò nudo e possente come un Ercole, mentre stringe in pugno un fascio di frecce, interpretazione guerriera del mite santo, beato nella comunione del Signore.
Innumerevoli sono le opere d’arte che lo raffigurano e quasi tutti gli artisti, pittori e scultori, si cimentarono nell’opera, anzi la semplicità del soggetto, uomo nudo legato ad una colonna, fu congeniale specie agli scultori.
Ancora vivente, il papa lo denominò “difensore della Chiesa”, e celeste patrono e difensore fu denominato da intere città, capolavoro di questo tema è l’affresco di Benozzo Gozzoli nella chiesa di S. Agostino, della turrita San Gimignano (1465), dove s. Sebastiano come le iconografie della Madonna della Misericordia, accoglie gli abitanti della città sotto il suo mantello, sorretto da angeli e contro il quale si spezzano le frecce scagliate dal cielo da Dio.
Infine è da ricordare che insieme a s. Giovanni Battista, è molto raffigurato nei gruppi di santi che circondano il trono della Madonna o che sono posti ai lati della Vergine.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 20 janvier, 2012 |Pas de commentaires »
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