Archive pour le 21 janvier, 2012

Il Profeta Giona

Il Profeta Giona dans immagini sacre Giona

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Omelia (22-01-2012) : La terapia dell Amore

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Omelia (22-01-2012)

don Marco Pedron

La terapia dell Amore

Siamo nel vangelo di Mc, il vangelo che ci accompagnerà quest’anno.
Il vangelo di oggi inizia dicendo: « Dopo che Giovanni fu arrestato » (Mc 1,14).
L’attività di Gesù inizia dopo che Giovanni Battista è stato messo a tacere dal potere. Mc segnala la stupidità del potere, che crede di mettere a tacere una voce, una voce profetica, ma non sa che poi ogni volta Dio ne suscita una ancora più grande.
Il potere sta tranquillo perché ha messo a tacere la voce di Giovanni Battista ma ecco che Dio ne suscita una molto più potente, che è quella di Gesù, il figlio di Dio.
Allora cosa fa Gesù dopo l’arresto del Battista? Predica il vangelo (Mc 1,14).
La parola « vangelo » vuol lett. « buona notizia ». E qual è la buona notizia che Gesù annuncia: non un Dio buono, ma un Dio esclusivamente buono, un Dio dal cui amore nessuna persona si può sentire esclusa, qualunque sia la sua condotta, qualunque sia il suo comportamento.
In Atti 10,38 di Pietro, dopo il suo travagliato processo di conversione, dice: « Dio mi ha mostrato che nessun uomo può essere considerato impuro ». La religione divide tra puri e impuri, tra meritevoli e non. Ma Dio no. Per Dio non c’è nessuna persona che possa essere escluda dal suo amore; questa è la buona notizia che l’umanità attendeva. L’Amore di Dio è più grande di ogni nostro errore. 1 Gv 3,30 dice: « Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore ».
Poi Gesù dice: « Il tempo è compiuto » (Mc 1,15). Ma quale tempo?
Dio aveva stipulato un patto con il suo popolo. In cosa consisteva questo patto? Dio aveva dato le sue leggi al suo popolo e questo popolo, osservando le sue leggi, doveva essere in una qualità tale di vita che i popoli circostanti avrebbero dovuto ammettere che il Dio di Israele era il più grande. Ogni nazione aveva una sua divinità, ma, vedendo lo stile di vita di Israele, avrebbero dovuto ammettere che il popolo di Israele era quello che aveva un Dio più grande.
In Dt 15,4 c’è scritto: « Nel mio popolo nessuno sia bisognoso ». Allora: una nazione dove nessuno è bisognoso è chiaro che quella nazione ha qualcosa di divino. Ma tutto questo non c’è stato, anzi. Infatti l’ingiustizia veniva esercitata in nome di Dio. E questo era intollerabile. Per questo Gesù dice: « Il tempo è compiuto » (Mc 1,15). Adesso basta: il tempo è venuto meno ed è finito.
Anche se è difficile dobbiamo aver il coraggio dire: « Questo è finito; questo s’ha da chiudersi ».
Ciò che è finito, è finito. Se una cosa si è chiusa, se ha fatto il suo tempo, dev’essere chiusa. Se una relazione è finita, è finita. Se un amore è finito, è finito. Se un progetto è finito, è finito. E’ inutile insistere o attaccarsi all’impossibile. Se un’idea non è buona o è passata, è inutile continuarla. Se non dà più niente, non dà più niente. Basta. Se un’opinione è falsa, bisogna cambiarla. Perché altrimenti si diventa menzogneri. Se una persona se ne è andata, è inutile trattenerla. Perché non c’è più e non ci si può attaccare alla morte. Se un periodo si è chiuso, è inutile ricordare i bei tempi. La vita è oggi, adesso; ieri è passato. Se una porta è chiusa, non ha senso continuare a bussare. Perché per di lì non si può più entrare. Se un sistema è finito, va chiuso. Ha dato, ma ha fatto il suo tempo. Essere uomini e donne vuol dire far nascere e far morire, aprire e chiudere, accendere e spegnere quando è il caso, quando la situazione lo chiede. Anche se sé difficile, anche se costa.
Poi Gesù dice: « Il regno di Dio è vicino » (Mc 1,15).
L’espressione « regno di Dio » ad un ebreo evocava una memoria non molto piacevole. Israele aveva voluto la monarchia e il re. Tutti i profeti erano contrari, ma il popolo lo volle lo stesso. I profeti volevano che fosse Dio stesso a regnare (il regno di Dio) ma il popolo volle, invece, un vero re.
Il profeta Samuele aveva detto al suo popolo: « Ma guardate che il re prenderà i vostri figli per la guerra e li farà morire in battaglia; prenderà le vostre figlie e diverranno « madame » di corte e sue donne; prenderà i vostri terreni e i vostri prodotti migliori; prenderà i vostri schiavi (i lavoratori del tempo), vi metterà tasse, ecc., e voi griderete a causa del re che voi avete voluto eleggere » (1 Sam 8,11-18). Vi farà fare le cose peggiori che voi potete immaginare e pensare.
« Volete ancora un re, nonostante questo? ». « Sì » (1 Sam 8,19). Al che anche Dio s’arrende e dice a Samuele: « E dagli sto re! » (1 Sam 8,22). « Se ne pentiranno! ». E così fu perché fu un’esperienza disastrosa. Ma Dio rispetta sempre la libertà degli uomini, anche quando è contraria alla sua volontà, così concede la monarchia e il « suo re » ad Israele e da qui ebbe inizio la tragedia di questo popolo. I re furono uno peggio dell’altro: la scissione, la divisione, l’occupazione e la deportazione.
Tutto questa delusione, frustrazione, aveva fatto nascere la speranza, l’attesa di un regno dove Dio stesso sarebbe diventato re. Quindi quando Gesù parla di regno di Dio non intende un regno dell’aldilà, il Paradiso o cose del genere, ma un regno nell’aldiqua, dove Dio stesso governa il suo popolo.
L’uomo ha il culto dell’autorità. L’uomo ha bisogno di un capobranco che lo guidi, lo domini e lo gestisca. E più l’uomo è bambino, immaturo, e più cerca qualcuno che faccia « da padre ». I dittatori non nascono dal caso: possono nascere perché c’è un popolo che crede che miracolisticamente qualcuno possa risolvere tutte le loro questioni e i loro problemi. Allora affida al « leader » tutto il potere, il potere di fare tutto.
Più un uomo è maturo e più rifiuta l’autorità perché diventa egli stesso autorità a sé. Più un uomo è maturo e meno vende il proprio cervello a qualche credo o a qualche « sapiente ». Einstein: « Per qualcuno il cervello è di troppo, un optional ». Non affittate a nessuno il vostro cervello, chiunque esso sia. Siate i re a casa vostra e della vostra vita.
Gesù allora arriva e dice: « Il regno di Dio è vicino: convertitevi » (Mc 1,15).
Perché dice « che è vicino » e non che c’è già? Perché per entrarci esige una condizione: la conversione.
La parola conversione si dice in due modi: c’è un modo religioso che significa « tornare indietro », cioè « tornare al Signore ». Ad esempio in Tobia 13,8 si dice: « Convertitevi o peccatori e operate la giustizia davanti a Lui; chi sa che non torni ad amarvi e vi usi misericordia ». Questa conversione vuol dire tornare al culto, alla preghiera, perché Dio venga. Ma per il vangelo Dio non deve venire perché c’è già, quindi basta accoglierlo.
Qui si usa un’altra parola, metanoia, che vuol dire « cambiamento di pensieri, di comportamenti ». In Atti 17,30 si legge: « Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi che si convertano » (metanoeo). Per entrare nel regno di Dio bisogna essere in un continuo cambiamento, in una continua evoluzione.
Un vescovo una volta ha detto: « Gli uomini non adorano Dio, ma se stessi ». Cioè: non si rivolgono a Dio ma a quei loro pensieri che chiamano « Dio ». Per questo bisogna sempre cambiare, convertirsi, non fossilizzarsi: Dio, la Vita, è più grande e non la si conosce mai del tutto, ma neanche minimamente!
Quando sono nato « Dio » era mia madre. Poi mi sono accorto che c’era anche un altro « Dio »: mio padre. Poi ho scoperto che il mio « Dio » erano gli amici. Ma cammin facendo è diventato il mio « compagno »: lui era tutto per me. Poi ho scoperto che « Dio » è Dio. Ma oggi non so se ciò che chiamo « Dio » sia proprio Dio. La vita è così: cambiare, crescere, divenire, evolvere, in una parola essere vivi.
Nell’acqua che scorre c’è vita e nell’acqua ferma muore tutto.
« Il tempo è compiuto, il regno è vicino (altrove dice qui) » per me vuol dire anche: « Vivi adesso ».
Le persone dicono: « Quando sarò grande, quando avrò tempo, quando ci saranno altre condizioni, quando cambieranno le cose, quando i figli saranno grandi, quando sarò meno pieno di cose, quando starò bene ».
La vita è adesso, non domani. E mi chiedo: e se non lo fai oggi perché lo dovresti fare domani? E ancora: ma se non senti il desiderio oggi, come potrai sentirlo domani?
Vivi adesso, vivi qui. Hai un problema da affrontare? Fallo adesso, perché altrimenti diverrà più grande. Hai una rabbia da esprimere? Fallo adesso perché avvelenerà il tuo sangue e i tuoi giorni. Hai un mostro o uno scheletro da tirar fuori? Fallo adesso prima che sia troppo tardi. Hai un cambio radicale da operare? Fallo adesso perché il tempo è ora. Domani potrebbe essere mai. Hai da ringraziare chi ti ama, chi ti sostiene? Fallo adesso così il tuo cuore si sentirà amato. Hai del pianto trattenuto? Libera il tuo cuore dall’oppressione e dalla tensione: piangi! Devi dire un « no » o un « si » difficile? Fallo adesso, subito, e ti sentirai libero.
Ogni volta che noi rimandiamo ciò che dobbiamo fare al nostro profondo arriva il messaggio: « Non vali niente. Tu hai paura e per questo non lo fai. Se non avessi paura lo faresti adesso. Vedi: non ne sei capace ». E quindi non solo non lo facciamo ma avremo anche sempre meno forza per farlo. E’ una spirale perversa: meno si agisce oggi e meno si agirà domani (perché la stima di noi diminuisce).
Adesso vuol dire: « Essere presenti al presente! ».
Ogni tanto mi devo chiedere: « Ma dove sono? ». Perché mentre io sono qui la mia mente è altrove. Quando uno ti parla, sii presente. Ascolta cosa ti dice: non pensare alla risposta, ascolta il suo cuore, non ti alterare se dice delle cose dite: è il suo sentire, non la verità assoluta. Quando bevi la birra, gustala. Non pensare ad altro. Quando sei con un amico, sii presente. E invece, cosa fa la mente? Inizia a pensare: « Ma, è interessato a me? Ma, ho detto una « stronzata »? Ma, mi vuole bene? ».
Se domani avete un incontro con il capo e sapete che potrebbero essere « dolori », che potrebbe spostarvi, licenziarvi o quant’altro, non fate altro che pensare a questo. Da una parte è normale. Ma dall’altra a che serve? Il pensiero serve in realtà per difendervi dal pericolo possibile: così se succede, ci avete così tanto pensato che siete « quasi » pronti. Solo che questo vi impedisce di vedere l’amore di vostra moglie, la gioia dei vostri figli che vi abbracciano; vi impedisce di sorridere, di rilassarvi, di star bene. Ne vale la pena? Cosa potete cambiare di quello che sarà? Niente! E visto che non potete cambiare niente, vale la pena di rovinarsi l’oggi con il domani? Perché c’è chi vive sempre nel « domani » perché l’oggi, la vita, l’intensità della vita gli fa troppo paura.
Un ragazzo nel ghetto di Varsavia nel 1941 ha scritto questa poesia: « Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi sarò contento: a che serve essere tristi, a che serve? Perché soffia un vento cattivo? Perché dovrei dolermi, oggi, del domani? Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro. Forse domani splenderà ancora il sole. E non vi sarà ragione di tristezza. Da domani sarò triste, da domani. Ma oggi, sarò contento; e ad ogni amaro giorno dirò: « Da domani sarò triste. Oggi no ».
Anthony De Mello: « La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti ». Pablo Neruda: « Spesso ho vissuto vite che non sono mai esistite ».
Ogni volta che « viaggio », che mi faccio una « canna » di pensieri, che la paura mi porta a tutto il possibile nefasto immaginabile, a ciò che potrebbe succedere, a ciò che gli altri potrebbero fare, mi devo dire con forza: « Ritorna alla realtà! Torna qui! Piedi per terra, vivi adesso, vivi qui ».
Poi il vangelo di Mc continua e Gesù finché cammina lungo il mare chiama alcuni uomini (Mc 1,16-20).
Chiama due coppie di fratelli Simone e Andrea, (Mc 1,16) e Giacomo e Giovanni (Mc 1,19). Poi Gesù ne chiamerà altri fino a formare un gruppo di circa Dodici (Mc 3,13-19).
Questi quattro, in Mc, sono i primi chiamati (non così ad esempio in Gv) e sono pescatori. Poi saranno Dodici, ma dodici è un numero simbolico. Dodici erano state le tribù di Israele e dodici saranno gli apostoli.
Le dodici tribù avevano stipulato l’alleanza; istituendo di nuovo dodici uomini Gesù vuole rifondare un nuovo gruppo, con uno stile totalmente diverso dal primo. Quindi nella mente di Gesù i Dodici sono un nuovo inizio.
Gesù fa loro un invito enigmatico: « Vi farò diventare pescatori di uomini » (Mc 1,17). Perché è strano?
1. Nell’A.T. la pesca viene associata alla cattura degli empi, di quelli sottoposti a giudizio (Ger 16,16). Quindi non è affatto un’immagine positiva. L’A.T. parla del raduno delle pecore non della pesca dei pesci.
2. Nella mentalità del tempo era il demonio che « pescava gli uomini ».
3. L’immagine dev’essere risultata di difficile comprensione, tant’è vero che poi i missionari non furono mai chiamati « pescatori di uomini ». Questo è strano visto che Gesù stesso li aveva definiti così.
Cosa vuol dire allora quest’espressione? Per gli ebrei il mare è il caos, l’abisso, l’orrore del mondo, il male. D’altronde non erano un popolo di pescatori e il mare era considerato il nemico numero uno per eccellenza. Mare=male.
E cosa saranno Gesù e gli apostoli? Saranno coloro che libereranno le persone dal potere del male di satana, cioè dalle malattie, dai demoni, dalle infermità del corpo, della mente e dell’anima. In tutti i vangeli, non a caso, la prima cosa che devono fare gli apostoli è guarire (« scacciare gli spiriti immondi e guarire ogni sorta di infermità » Mt 10,1; Mc 3,14-15; 6,7; Lc 9,1). « Pescare uomini » è nient’altro questo: gli uomini sono nel male, nella malattia (mare) e gli apostoli li pescano (per salvarli=guarirli).
Il metodo di « guarigione » gli apostoli lo imparano direttamente vedendo Gesù.
Cose semplici, come l’amore, che però fanno miracoli e guariscono.
La tenerezza: Gesù accoglie i piccoli, gli ultimi e i bambini e li fa sentire amati.
L’accoglienza: Gesù è aperto a tutti; tutti possono andare da lui, nessuno è escluso o tagliato fuori. Tutti sono degni dell’incontro con lui. Lui ha misericordia e abbracci per tutti.
Le emozioni: Gesù non è mai indifferente verso la sofferenza delle donne, dei lebbrosi, degli ammalati e dei morti. E da questa sofferenza si lascia toccare e colpire.
La passione: Gesù difende la dignità di tutti, perfino delle adultere, delle prostitute e dei pubblicani. Ama le persone, sempre, e si schiera dalla parte dell’umanità, ricordando a tutti che amare l’uomo è più divino di amare le regole religiose (« il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato » Mc 2,27).
La libertà: Gesù rompe le regole, i cerimoniali, le tradizioni, la religiosità e il buon senso. Lui tocca, abbraccia, si fa avanti, si lascia toccare e baciare. Non gli interessa il giudizio della gente o l’essere a posto con le regole; lui sta dalla parte delle persone e dell’amore.
La fiducia: a tutti dice di « non aver paura » o, che è la stessa cosa, di « andare in pace ». Suscita nelle persone fiducia in sé, nella proprie capacità, nel proprio valore, nella possibilità di essere diversi e nuovi.
E’ un metodo semplice, basato sull’amore, ma funziona: la gente, i lebbrosi, i morti, i ciechi, gli esclusi, i bloccati, veramente guariscono fuori e dentro.
Allora cos’è tutto questo che Gesù e gli apostoli fanno? E’ essere nel mare dell’abisso, della morte, della malattia, è essere disperati, persi e poi incredibilmente pescati alla vita. E’ il metodo dell’amore. Si era morti e poi qualcuno ti riporta in vita: questa sì che è una buona notizia (=vangelo)!
Gesù non fu un medico, né uno psicologo, fu un guaritore. Ma realmente guarì. E quello che fece lui lo fecero anche gli apostoli e tanti altri uomini pieni di fiducia e d’amore.
La Chiesa ha dimenticato tutto questo, è diventata cerebrale, fredda e per questo non sa più guarire. Ma una Chiesa che non « guarisce, salva » gli uomini in questa vita, come può essere credibile per salvarli nell’altra? Bisogna ritornare al metodo di Gesù, al metodo dell’amore.
Gesù guardava le persone e le amava col cuore, con l’anima e con il corpo (le toccava, abbracciava). Questo giungeva ai malati e questi guarivano. Impossibile?
Bernard Grad ha fatto tenere in mano per diverso tempo delle soluzioni saline da persone depresse, nevrotiche e da guaritori. Le piante innaffiate con l’acqua dei guaritori crebbero più velocemente!
Watkins e sua moglie hanno pregato con amore con l’intenzione di risvegliare prima dei topi anestetizzati: questi si svegliavano tutti quattro secondi prima degli altri.
Nel 1993 a Washington: finché 4000 meditatori meditavano insieme, il tasso di crimine violento cadeva e continuava a scendere. Dopo lo scioglimento del gruppo il tassò continuò ad alzarsi, purtroppo.
Roger Nelson ha esplorato centinaia di luoghi sacri: il luogo dove le persone hanno pregato, amato o vi erano morte, contiene una carica di energia coerente maggiore.
Gesù fu il più grande terapeuta: la sua terapia era l’amore. Ma l’amore concreto: accoglienza di tutto, abbracci, non giudizio, ascolto, empatia, emozioni, pianto, gioia, fiducia nell’altro.
Abbiamo bisogno di tornare a sentire, a percepire (che non è il pensiero mentale), a toccare, l’amore di Dio che scende su di noi e ci trasforma. E’ l’amore che guarisce. E’ l’amore che salva.

Pensiero della settimana
Vorrei che la vita di voi cristiani ci parlasse come una rosa,
che non ha bisogno di parole,
ma semplicemente diffonde il proprio profumo.
Anche un cieco che non vede la rosa ne percepisce la fragranza.
La vostra vita di cristiani deve diffondere
il profumo del messaggio di Cristo.
Questo per me è il solo criterio di giudizio: mettete in pratica il Vangelo
invece di fare lunghe discussioni su quello in cui credete.
(Gandhi, 1937)

ENZO BIANCHI – LESSICO DELLA VITA INTERIORE: VITA SPIRITUALE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/bianchi_lessicointeriore1.htm

ENZO BIANCHI: LESSICO DELLA VITA INTERIORE

VITA SPIRITUALE

Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in cui la vita ecclesiale, dominata dall’ ansia pastorale, ha assunto l’idea che l’esperienza di fede corrisponda all’impegno nel mondo piuttosto che all’ accesso a una relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario, radicata nell’ ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata dall’ eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità. Questa riduzione dell’ esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la vanificazione della fede.
La fede, invece, ci porta a fare un’ esperienza reale di Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito santo. Chi crede in Dio deve anche fare un’ esperienza di Dio: non gli può bastare avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si impone portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io non lo sapevo!» (Genesi 28,16), oppure con il Salmista: «Alle spalle e di fronte mi circondi [...]. Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là, se scendo agli inferi, eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’ aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: «Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può portarci.
L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l’esperienza spirituale è anche esperienza filiale. Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza spirituale diviene così null’ altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: «Tu sei mio figlio!». Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino dischiusi dal battesimo! Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli altri.
Alcuni elementi sono essenziali per l’autenticità del cammino spirituale. Anzitutto la crisi dell’immagine che abbiamo di noi stessi: questo è il doloroso, ma necessario inizio della conversione, il momento in cui si frantuma l’«io» non reale ma ideale che ci siamo forgiati e che volevamo perseguire come doverosa realizzazione di noi stessi. Senza questa «crisi» non si accede alla vera vita secondo lo Spirito. Se non c’è questa morte a se stessi non ci sarà neppure la rinascita a vita nuova implicata nel battesimo (cir. Romani 6,4). Occorrono poil’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, cioè l’adesione alla realtà, perché è nella storia e nel quotidiano, con gli altri e non senza di essi, che avviene la nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio. È a quel punto che la nostra vita spirituale può armonizzare obbedienza a Dio e fedeltà alla terra in una vita di fede, di speranza e di carità. È a quel punto che noi possiamo dire il nostro «sì» al Dio che ci chiama con quei doni e con quei limiti che caratterizzano la nostra creaturalità. Si tratterà dunque di immettersi in un cammino di fede che è sequela del Cristo per giungere all’esperienza dell’inabitazione del Cristo in noi. Scrive Paolo ai cristiani di Corinto: «Esaminate voi stessi se siete nella fede: riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?» (2 Corinti 13,5).
La vita spirituale si svolge nel «cuore», nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. La vita cristiana infatti non è un «andare oltre», sempre alla ricerca di novità, ma un «andare in profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che è il Santo dei Santi di quel tempio di Dio che è il nostro corpo! Si tratta infatti di «adorare il Signore nel cuore» (cfr. I Pietro 3, I 5). Quello è il luogo dove avviene la nostra santificazione, cioè l’accoglienza in noi della vita divina trinitaria: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23). Fine della vita spirituale è la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa chiamavano «divinizzazione». «Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio», scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in modo sublime: «La divinizzazione si realizza per innesto in noi della carità divina, fino al perdono dei nemici come Cristo in croce. Quand’è che tu diventi Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: « Padre, perdona loro », anzi: « Padre, per loro io do la vita »». A questo ci trascina la vita spirituale, cioè la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di Cristo.


Publié dans:Enzo Bianchi, spiritualità  |on 21 janvier, 2012 |1 Commentaire »

La Scrittura nella vita spirituale (Enzo Bianchi)

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2011/09/07/ecumenismo-la-via-della-bibbia-di-enzo-bianchi.html

Ecumenismo, la via della Bibbia di Enzo Bianchi

Avvenire, 7.9.11

La Scrittura nella vita spirituale

Inizia oggi a Bose il XIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si protrarrà fino a sabato. A tema, “La parola di Dio nella vita spirituale”.Tra gli argomenti in dibattito, le ermeneutiche della Bibbia elaborate dai padri della Chiesa, la dimensione ecclesiale della Parola di Dio, l’oggi delle diverse chiese, la realtà della presenza della Scrittura nella vita dei credenti grazie anche alla testimonianza del monachesimo contemporaneo. Nella giornata inaugurale interverranno il priore di Bose, Enzo Bianchi (del quale pubblichiamo qui a lato una sintesi della relazione) e il metropolita Chrysostomos di Messenia (Chiesa ortodossa di Grecia). Concluderanno i lavori il metropolita Elpidophoros di Bursa del Patriarcato di Costantinopoli e il metropolita Ilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Saranno presenti come relatori anche esponenti dei Patriarcato di Antiochia, delle chiese ucraina, serba e bulgara, i cardinali Angelo Sodano e Achille Silvestrini, il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi presidente della Commissione ecumenismo e dialogo interreligioso della Cei.
«La Parola di Dio è simile a un grano di senape, sembra ben piccola prima d’essere coltivata. Ma quando è stata coltivata abbraccia il significato di tutti gli esseri»: così Massimo il Confessore applica alla Parola di Dio la similitudine che il Vangelo usa per indicare la realtà del regno di Dio. È con questa convinzione che la Chiesa indivisa ha saputo cogliere nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture sante la fonte viva della vita spirituale del credente, l’autentica vita secondo lo Spirito. Spirito che, entrato nel credente attraverso il battesimo, nutre e fa crescere la vita divina nel cristiano alimentato dalla Parola. Gregorio Magno aveva espresso questa verità spirituale con una formula icastica: Scriptura crescit cum legente, la comprensione della Scrittura si accresce con la maturazione spirituale di colui che la legge e la interpreta. Ma la lettura della Scrittura, soprattutto nella tradizione delle Chiese d’Oriente, è sempre una lettura nello Spirito, e quindi anche nella comunità dei credenti radunata dallo stesso Spirito, in unità vivente tra adempimento dei comandamenti, preghiera e rendimento di grazie nella liturgia. La lectio divina è l’incontro con una persona viva, con Dio stesso che parla, per questo, secondo i padri, presuppone un certo grado di maturità spirituale e non può essere svincolata da una vita di ascesi interamente orientata a Dio: «Qualunque cosa tu faccia, appoggiati sulla testimonianza delle sante Scritture», diceva Antonio, il padre dei monaci. Se le parole della Scrittura sono “spirito e vita” (Gv 6,63), la conoscenza che scaturisce dalla Scrittura è “insegnamento dello Spirito”, è conoscenza rivelata ai “piccoli” (cf. Mt 11,25-27) ed è frutto di interpretazione spirituale. La Scrittura stessa rimanda il lettore allo Spirito santo come proprio principio ermeneutico. «È in essa che si comprende lo Spirito», scrive Massimo il Confessore indicando la Scrittura come principio di trasfigurazione, di divinizzazione. Dal canto suo, Gregorio Magno afferma che la Scrittura è “interprete di se stessa”, riprendendo un adagio caro alla tradizione co­mune all’Oriente e all’Occidente che Pietro Damasceno ben sintetizza: «Chi cerca il fine della Scrittura, ha come maestro, come dicono il grande Basilio e san Giovanni Crisostomo, la Scrittura stessa». Guglielmo di Saint-Thierry (1075 ca.-1148), monaco d’Occidente abbeverato alle fonti dell’Oriente, fa sua un’esortazione propria di Gerolamo che il concilio Vaticano II riprenderà nella costituzione dogmatica Dei Verbum: «occorre leggere le Scritture con quello Spirito con cui furono scritte, e con il medesimo Spirito occorre anche comprenderle » (cf. DV 12). S e questo è l’approccio che ogni battezzato è chiamato ad avere nei confronti della Scrittura, vi è anche una indispensabile dimensione ecclesiale della Parola di Dio. Lo Spirito santo, fecondando le Scritture nel grembo della Chiesa, svela il volto del Cristo, guida all’incontro con lui e orienta le esistenze personali e comunitarie a una vita in obbedienza alla Parola emersa dallo “sta scritto”. «Per mezzo della Parola di Dio, tutta la santa Chiesa rimane nella fede, è confermata e salvata per l’aiuto di Colui che ha parlato per mezzo dei profeti e degli apostoli», affermava san Tichon di Zadonsk. Del resto è nell’assemblea liturgica e non altrove che la Parola di Dio risuona e giunge alle orecchie e al cuore dei credenti. È lì, dove la Chiesa si ritrova convocata dall’unico Signore che la Parola stessa edifica la comunità, plasmandola secondo il volere di Dio. Ed è perciò determinante adottare come criterio ermeneutico per comprendere la Scrittura la vita concreta della comunità cristiana. Esegesi in ecclesia significa innanzitutto questo: vivere concretamente la vita comunitaria, ecclesiale. È da questa reale vita in koinonia che possono nascere quell’esperienza umana e spirituale, quella sensibilità e quel discernimento che consentono una penetrazione della vita di cui i testi sono, appunto, i testimoni. La vita comune può così diventare esperienza della Parola, come afferma Giovanni Cassiano in una delle sue Conferenze: «Le Scritture si rivelano a noi più chiaramente e ci aprono il loro cuore e quasi il loro midollo, quando la nostra esperienza non solo ci permette di conoscerle, ma fa sì che ne preveniamo la stessa conoscenza, e il senso delle parole non ci è rivelato da qualche spiegazione, ma dall’esperienza viva che ne abbiamo fatto». In questo senso la Scrittura è sottratta alla “privata spiegazione” (2Pt 1,20) trovando nella liturgia e nella quotidiana, concreta vita cristiana due “luoghi esegetici” fra loro complementari. Questa ecclesialità costitutiva della Scrittura fa sì che tutti i membri della Chiesa, dimore dello Spirito santo, siano chiamati a essere soggetto della sua interpretazione spirituale. La frequentazione assidua delle Scritture, l’immersione quotidiana in esse diviene così per ogni battezzato occasione di rinnovamento dell’immersione battesimale e di consolidamento della propria vocazione cristiana. È il primato della Parola allora che deve trasfigurare il volto della Chiesa, rendendolo luminoso come quello del suo Signore. Se le nostre comunità cristiane sapranno essere docili al magistero della Parola, anche il faticoso cammino verso l’unità dei cristiani conoscerà nuovo slancio e la nostra comune testimonianza ecclesiale sarà il più eloquente e credibile annuncio del Vangelo per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Publié dans:Enzo Bianchi |on 21 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

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