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San Sebastiano martire

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San Sebastiano Martire

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San Sebastiano Martire

20 gennaio – Memoria Facoltativa

Milano, 263 ca. – Roma, 304 ca.

Le notizie storiche su san Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo. Ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come santo patrono. San Sebastiano fu sepolto nelle catacombe che ne hanno preso il nome. Il suo martirio avvenne sotto Diocleziano. Secondo i racconti della sua vita sarebbe stato un cavaliere valsosi dell’amicizia con l’imperatore per recare soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio. Avrebbe fatto anche opera missionaria convertendo soldati e prigionieri. Lo stesso governatore di Roma, Cromazio, e suo figlio Tiburzio, da lui convertiti, avrebbero affrontato il martirio. Tutto ciò non poteva passare inosservato a corte, tanto che Diocleziano stesso convocò Sebastiano. Inizialmente si appellò alla vecchia familiarità: «Ti avevo aperto le porte del mio palazzo e spianato la strada per una promettente carriera e tu attentavi alla mia salute». Poi passò alle minacce e infine alla condanna. Venne legato al tronco di un albero, in aperta campagna, e saettato da alcuni commilitoni. (Avvenire)

Patronato: Atleti, Arcieri, Vigili urbani, Tappezzieri
Etimologia: Sebastiano = venerabile, dal greco

Emblema: Freccia, Palma
Martirologio Romano: San Sebastiano, martire, che, originario di Milano, venne a Roma, come riferisce sant’Ambrogio, al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni e vi subì la passione; a Roma, pertanto, dove era giunto come ospite straniero, ebbe il domicilio della perpetua immortalità; la sua deposizione avvenne sempre a Roma ad Catacumbas in questo stesso giorno.
Le notizie storiche su s. Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo, ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come santo patrono.
Le fonti storiche certe sono: il più antico calendario della Chiesa di Roma, la ‘Depositio martyrum’ risalente al 354, che lo ricorda al 20 gennaio e il “Commento al salmo 118” di s. Ambrogio (340-397), dove dice che Sebastiano era di origine milanese e si era trasferito a Roma, ma non dà spiegazioni circa il motivo.
Le poche notizie storiche sono state poi ampliate e diciamo abbellite, dalla successiva ‘Passio’, scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane.
Ne facciamo qui il riassunto integrando le due fonti, dando prima una introduzione storica.
Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione del suo cesare Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.
Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.
A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da papa s. Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.
Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova del già citato s. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.
Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.
Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.
La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.
Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.
Sulla Via Appia si costruì un’altra basilica costantiniana la “Basilica Apostolorum”, in memoria dei due apostoli.
Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ di s. Pietro e s. Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di S. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.
S. Sebastiano è considerato patrono degli arcieri e archibugieri, tappezzieri, fabbricanti di aghi e di quanti altri abbiano a che fare con oggetti a punta simili alle frecce.
Patrono di Pest a Budapest e dei Giovani dell’Azione Cattolica, è invocato nelle epidemie, specie di peste, così diffusa in Europa nei secoli addietro.
Nell’arte antica s. Sebastiano fu variamente raffigurato come anziano, uomo maturo con barba e senza barba, vestito da soldato romano o con lunghe vesti proprie di un uomo del Medioevo.
Dal Rinascimento in poi diventò nell’arte, l’equivalente degli dei ed eroi greci, celebrati per la loro bellezza come Adone o Apollo, poi ispirandosi ad una leggenda dell’VIII secolo, secondo la quale il martire sarebbe apparso in sogno al vescovo di Laon, nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori cominciarono a raffigurarlo come un bellissimo giovane nudo, legato ad un albero o colonna e trafitto dalle frecce.
Il soggetto si presentava ad una libera interpretazione del primo martirio delle frecce, (non si teneva conto che fosse poi morto con il flagello) e secondo l’estro dell’artista per un compiaciuto virtuosismo anatomico, applicato ad un soggetto religioso.
Anche Michelangelo nel “Giudizio Universale”, lo immaginò nudo e possente come un Ercole, mentre stringe in pugno un fascio di frecce, interpretazione guerriera del mite santo, beato nella comunione del Signore.
Innumerevoli sono le opere d’arte che lo raffigurano e quasi tutti gli artisti, pittori e scultori, si cimentarono nell’opera, anzi la semplicità del soggetto, uomo nudo legato ad una colonna, fu congeniale specie agli scultori.
Ancora vivente, il papa lo denominò “difensore della Chiesa”, e celeste patrono e difensore fu denominato da intere città, capolavoro di questo tema è l’affresco di Benozzo Gozzoli nella chiesa di S. Agostino, della turrita San Gimignano (1465), dove s. Sebastiano come le iconografie della Madonna della Misericordia, accoglie gli abitanti della città sotto il suo mantello, sorretto da angeli e contro il quale si spezzano le frecce scagliate dal cielo da Dio.
Infine è da ricordare che insieme a s. Giovanni Battista, è molto raffigurato nei gruppi di santi che circondano il trono della Madonna o che sono posti ai lati della Vergine.

Autore: Antonio Borrelli

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Aspetti e significati della presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

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Presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

Data: Domenica, 20 di Settembre del 2009

Argomento: Ortodossi

Aspetti e significati della presenza di Maria nella Chiesa Ortodossa

Il mistero mariano

Entrando in una Chiesa Ortodossa o assistendo ad una celebrazione liturgica, si rimane colpiti dalle manifestazioni della vivissima pietà mariana. La Theotokos è presente sempre e in ogni luogo e il suo nome scandisce ogni preghiera. Maria è ricordata non soltanto nelle feste a lei dedicate come l’Annunciazione, la Dormizione ed altre, ma anche in ogni Liturgia, nella Preghiera delle ore e nelle grandi tappe della Storia della Salvezza: Natale, Pasqua, Ascensione, Pentecoste. « Per le preghiere della Madre di Dio, Signore salvaci! »: questa è l’invocazione che attraversa tutta la Liturgia ortodossa.
Accanto a questa esuberanza della glorificazione liturgica di Maria, spicca la sobrietà delle enunciazioni dogmatiche che la concernono. Se si prescinde da quanto affermato dal Simbolo Niceno-Costantinopolitano « ….nato per opera dello Spirito Santo…nel seno della Vergine Maria » e dall’appellativo di Theotokos ufficialmente attribuito a Maria dal Concilio di Efeso nel 431, la Chiesa Ortodossa, dopo l’epoca patristica, non ha più fatto affermazioni dogmatiche a proposito di Maria. L’Ortodossia non ha conosciuto, quindi, « sviluppi dogmatici » paragonabili a quelli della Chiesa Cattolica, né conosce una « mariologia sistematica » con tutta la serie di opere connesse a questo sviluppo. Nell’esposizione della fede ortodossa, come ad es. nell’ormai classico libro di Sergij Bulgakov dal titolo « L’Ortodossia », la mariologia occupa uno spazio modesto di alcune pagine, all’inizio di un capitolo sul culto dei Santi.
Nella Chiesa Ortodossa, in contrasto con la domatizzazione della devozione mariana della Chiesa Cattolica, si constata la serena ma ferma persistenza di una pietà mariana tradizionale ancorata alla cristologia e trasmessa essenzialmente attraverso la poesia liturgica.
Ancorata al dogma della Maternità divina, la cui intenzionalità è chiaramente cristologica, la pietà mariana ortodossa, trova la sua pienezza e il suo sbocco naturale nella preghiera liturgica e si esprime sotto forme di simboli poetici proposti ad una meditazione che sia capace di sondarne il senso e scoprirne progressivamente il significato.

La Theotokos

L’attribuzione del titolo Theotokos a Maria, risale molto indietro nel tempo ed ha origini oscure. Il termine è già presente su un papiro del III Secolo: « Sotto la tua protezione ci rifugiamo o Madre di Dio…. » Il termine Theotokos acquista tuttavia il suo autentico significato teologico e spirituale sia nel contesto delle controversie che precedettero il Concilio di Efeso, come nel Concilio stesso, dove viene collegato indissolubilmente « all’Incarnazione del Verbo come salvezza dell’uomo ».
La controversia che precede il Concilio di Efeso del 431, è chiara ed ha la sua espressione nei due massimi protagonisti Nestorio e Cirillo d’Alessandria.
Nestorio afferma che bisogna distinguere nettamente in Cristo ciò che appartiene alla divinità e ciò che appartiene all’umanità. In Cristo c’è una simmetria del divino e dell’umano che sono però giustapposti senza comunione di idiomi. Gesù e, insomma, un’individualità umana assunta dalla Divinità che trova in essa un tempio perfetto e consono a sé. Maria, di conseguenza, non è Theotokos, ma Christotokos, madre, cioè dell’uomo Gesù e non del Verbo di Dio.
Cirillo d’Alessandria ed il Concilio affermano, invece, che la persona del Verbo di Dio assume la natura umana e proprio in questa inscindibile unione sta il segreto della vera redenzione e della vera salvezza dell’uomo. Dio, nascendo realmente come uomo da una donna, « si rende vulnerabile e mortale ed è nella sua morte che Cristo, calpestando la morte, dona la vita a coloro che erano nelle tombe. » Se non avesse realmente assunto la natura umana, Dio non l’avrebbe guarita, poiché può essere salvato solo quello che è unito a Dio.
Maria, madre del Dio fattosi realmente uomo, è perciò la Theotokos, la Madre vera di Dio. Questa realtà le apre, a pieno titolo, le porte della glorificazione nella Chiesa e ne precisa anche il senso e il fondamento: Maria è inseparabile dal suo Figlio e tutta la sua gloria deriva dalla sua maternità fisica e spirituale, ricevuta da Dio per opera dello Spirito Santo.

Maria nella liturgia

Il culto di Maria trova il suo significato nel mistero centrale della salvezza: il Dio con noi, l’Emanuele. Per questo la Chiesa Ortodossa non ha ritenuto necessaria la proclamazione di altri dogmi oltre quello della Theotokos di Efeso. Questo dato fondamentale della Maternità divina, è espresso in maniera costante in un linguaggio simbolico e poetico nella dossologia liturgica. La poesia è, quindi, il tramite di un profondo messaggio teologico, teoantropologico e spirituale. Ecco le principali feste liturgiche mariane della Chiesa Ortodossa.

ANNUNCIAZIONE
É la festa per eccellenza, nello stesso tempo festa del Figlio di Dio che si fa uomo e festa di Colei attraverso la quale si realizza l’umanizzazione del Verbo divino che irrompe nella storia. La festa ha, dunque, un triplice significato: la glorificazione del Verbo di Dio che si fa uomo; la glorificazione di Maria, madre del Verbo di Dio; l’annuncio della salvezza agli uomini.

LA DORMIZIONE DI MARIA
Viene evocata la morte naturale della Madre di Dio su cui non si può nutrire alcun dubbio e si lascia chiaramente intuire che Maria, dopo la morte, è stata misteriosamente glorificata proprio nel suo corpo. Gli uffici della festa recitano: « Aprite, aprite le vostre porte, accogliete la Madre della luce senza tramonto… Perché oggi il cielo apre il suo seno per riceverla…..Gli angeli cantano la SS. Dormizione che noi celebriamo con fede….Sussulti ogni figlio della terra e celebri la venerabile assunzione della Madre di Dio ». Pur non oggetto di una definizione dogmatica, negare l’assunzione di Maria, considerata segno escatologico per la Chiesa perché mostra quale sarà la glorificazione della creatura alla fine dei tempi, per un ortodosso equivale ad una bestemmia.

NATIVITÀ DI MARIA
Questa nascita, ha il significato della vittoria del Dio vivo sulla sterilità umana ed è considerata come la realizzazione delle promesse fatte da Dio ai « giusti » dell’Antico Testamento. La Liturgia celebra Maria come il « fiore di Jesse », il « ramo fiorito della sua radice ». Eva, di cui Maria è figlia come ogni essere umano, esulta di gioia e proclama beata la sua figlia lontana. Pur affermando la santità di Maria sin dalla nascita, la Chiesa Ortodossa non afferma la « Concezione Immacolata », ritenendo che questa esenzione dal peccato sia incompatibile con la piena solidarietà di Maria col genere umano.

PRESENTAZIONE AL TEMPIO DI MARIA
La Chiesa Ortodossa non si pronuncia sulla storicità di questo evento, ma celebra in questa festa la santità di Maria che entra nel « Santo dei Santi ». Maria è la Panaghia « Tutta Santa », « più onorabile dei Cherubini, senza confronto più gloriosa dei Serafini ». La sua santità consiste nell’essere il primo tempio del Salvatore, pieno della grazia dello Spirito Santo che stende su di Lei la sua ombra e la rende capace di dare alla luce il Dio – Uomo. Maria è il tempio vivente di Dio che santifica quello costruito in pietra.

INTERCESSIONE DELLA MADRE DI DIO
Festa molto cara al popolo russo che si ricollega ad un’apparizione di Maria nella Costantinopoli del X secolo. Accompagnata da una schiera di Santi guidati da Giovanni Battista, Maria sarebbe apparsa ad Andrea e al suo compagno Efraim. Sollevato il suo velo Ella lo avrebbe esteso su di loro e sull’intera città di Costantinopoli in segno di perenne protezione.

Maria e la Chiesa, Maria e la nuova umanità

MARIA E LA CHIESA
Anche la Chiesa Ortodossa, come la Cattolica, pone uno stretto legame tra Maria e la Chiesa. Essa, tuttavia esita a proclamare Maria « Madre della Chiesa » perché considerando Maria la personificazione della Chiesa, la vede più madre nella che della Chiesa.
Come Madre nella Chiesa, Maria à la Pneumatofora, madre ed origine dell’umanità nuova. Causa di ciò che l’ha preceduta, Ella presiede al tempo stesso a ciò che è venuto dopo di Lei. E’ per Lei che gli uomini e gli angeli ricevono la grazia. Nessun dono è ricevuto nella Chiesa senza l’assistenza della Madre di Dio, primizia della Chiesa glorificata.
Maria è il volto della Chiesa, sposa di Cristo, è il cuore della Chiesa, il suo centro misterioso, ciò che ne produce il dinamismo e ciò che la orienta al fine ultimo che è Dio in tutto e in tutti.
Nella Chiesa e per la Chiesa Maria è il segno che anticipa questo fine: segno del regno di Dio già avvenuto, della creazione già salvata e, contemporaneamente, in attesa di Colui che viene.

MARIA E LA NUOVA UMANITA’
Maria è, nella visione ortodossa, l’umile ancella nella quale il Signore compie meraviglie e che il Signore stesso associa come persona libera e liberata dalla grazia, all’attuazione del proprio disegno di amore, facendo di Lei, la Madre del Figlio di Dio, la sovrana e al guida del popolo di Dio nella sua marcia verso il regno. Maria è il « segno », in una persona umana totalmente santificata dallo Spirito, della venuta del Regno, della Creazione interamente glorificata nella speranza.
Senza essere né un nume tutelare, né il modello della donna, Maria è il volto della nuova umanità, l’archetipo e la guida di coloro che, uomini o donne, aspirano a far nascere Cristo nel proprio cuore e le chiedono, perciò, di intercedere per loro, di far discendere su di loro i doni dello Spirito.

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