Archive pour le 19 janvier, 2012

Madre di Dio di Akhtyrka Ru

 Madre di Dio di Akhtyrka Ru dans immagini sacre Madre-di-Dio-di-Akhtyrka-Ru

http://www.lakinzica.it/museo-delle-icone-russe-francesco-bigazzi

Publié dans:immagini sacre |on 19 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Girolamo, Lettera 53 (a Paolino)

http://www.midbar.it/pagine_scelte_i.html

Girolamo, Lettera 53 (a Paolino)

C’è una sapienza di Dio, nascosta e avvolta nel mistero, che Dio aveva destinato a noi prima di tutti i secoli (1Cor 2,7). Questa sapienza di Dio è Cristo: Cristo infatti è potenza e sapienza di Dio… In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza: lui, nascosto nel mistero, era già stato destinato per noi prima di tutti i secoli. Sì, predestinato e prefigurato nella legge e nei profeti. I profeti infatti erano chiamati veggenti proprio perché a loro era dato di vederlo, mentre gli altri non lo vedevano. Abramo ha visto il suo giorno e la gioia l’ha invaso. Per Ezechiele i cieli erano aperti, mentre il popolo peccatore non ne poteva penetrare il segreto. Toglimi il velo dagli occhi – dice Davide – e contemplerò le meraviglie della tua legge (Sal 118,18). La legge è infatti spirituale ed è necessario che venga tolto il velo che la nasconde, per poterla capire e per contemplare la gloria di Dio a viso scoperto (cf. 2Cor 3,14-18).
Nell’Apocalisse viene presentato un libro chiuso da sette sigilli. Se lo dai da leggere a un uomo istruito, ti risponderà: «Come posso leggerlo se è sigillato?». Quante persone oggi si ritengono istruite e tengono in mano un libro sigillato! E non possono aprirlo, se non lo dischiude colui che ha la chiave di Davide: se apre, nessuno potrà chiudere e se chiude nessuno riuscirà ad aprire (Ap 3,7).
Negli Atti degli apostoli, l’eunuco – o più esattamente «l’uomo» etiope eunuco: così infatti lo chiama la Scrittura – mentre legge Isaia, è interrogato da Filippo: Pensi di capire quello che stai leggendo? E lui risponde: Come posso capirlo, se nessuno me lo spiega? (At 8,30-31). Quanto a me, non sono certo più santo di quest’eunuco e neppure più studioso. Quest’uomo parte dall’Etiopia, cioè dagli estremi confini del mondo, abbandonando la corte regale per venire al tempio: ed è tanto grande il suo amore per la legge e per la conoscenza di Dio, che perfino sul suo carro continua a leggere la sacra Scrittura. Malgrado però tenga il libro in mano e cominci a comprendere qualcosa delle parole del Signore, malgrado le articoli con la lingua e le pronunci con le labbra, non conosce ancora quel Dio che, senza saperlo, venera nel suo libro. Sopraggiunge Filippo e gli mostra Gesù, che la lettera teneva chiuso e nascosto. Che meravigliosa potenza ha l’uomo sapiente! Immediatamente l’eunuco crede, è battezzato e diviene fedele e santo; era discepolo e diventa, a sua volta, maestro…
Allora dimmi, fratello carissimo: vivere fra i testi sacri, meditarli sempre, non conoscere altro, non cercare altro, non ti pare che sia già, fin da quaggiù, un modo di abitare nel regno dei cieli? Non vorrei che tu nel leggere la sacra Scrittura fossi urtato dalla semplicità e, direi quasi, dalla banalità del linguaggio, che può dipendere da una traduzione difettosa o da un accorgimento appositamente studiato, per rendere più facile la comprensione: in una sola e medesima frase, l’uomo colto e l’ignorante potranno cogliere significati diversi, a seconda della loro capacità. Non sono tanto sfacciato e stupido da illudermi di conoscere tutte queste cose: sarebbe come voler cogliere in terra i frutti di un albero che ha le radici piantate in cielo. Confesso però che ne ho il desiderio: non me ne starò certo ozioso, e se rifiuto di prendere il posto del maestro, prometto di esserti compagno. A chi chiede si dà, a chi bussa viene aperto e chi cerca trova. Sforziamoci di imparare qui in terra quelle verità la cui conoscenza ci sarà data per sempre in cielo.

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 19 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

BEENEEDETTO XVI: « TESTIMONIARE ALL’UOMO DEL NOSTRO TEMPO IL DIO VIVENTE »

http://www.zenit.org/article-29289?l=italian

« TESTIMONIARE ALL’UOMO DEL NOSTRO TEMPO IL DIO VIVENTE »

Le parole del Papa rivolte ai pellegrini durante l’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 18 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo della catechesi tenuta oggi da Papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza generale del mercoledì, svoltasi questa mattina alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle!
Inizia oggi la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che, da oltre un secolo, viene celebrata ogni anno da cristiani di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, per invocare quel dono straordinario per cui lo stesso Signore Gesù ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: « Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv17,21). La pratica della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani fu introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificum, del 25 febbraio 1916.
L’ottavario di preghiera fu sviluppato e perfezionato negli anni trenta del secolo scorso dall’Abbé Paul Couturier di Lione, che sostenne la preghiera « per l’unità della Chiesa così come vuole Cristo e conformemente agli strumenti che Lui vuole ». Nei suoi ultimi scritti, l’Abbé Couturier vede tale Settimana come un mezzo che permette alla preghiera universale di Cristo di « entrare e penetrare nell’intero Corpo cristiano »; essa deve crescere fino a diventare « un immenso, unanime grido di tutto il Popolo di Dio », che chiede a Dio questo grande dono. Ed è precisamente nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni. Questo appuntamento spirituale, che unisce cristiani di tutte le tradizioni, accresce la nostra consapevolezza del fatto che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre.
Ogni anno i sussidi per la Settimana di Preghiera vengono preparati da un gruppo ecumenico di una diversa regione del mondo. Vorrei soffermarmi su questo punto. Quest’anno, i testi sono stati proposti da un gruppo misto composto da rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio Ecumenico Polacco, che comprende varie Chiese e Comunità ecclesiali del Paese. La documentazione è stata poi rivista da un comitato composto da membri del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Anche questo lavoro fatto insieme in due tappe è un segno del desiderio di unità che anima i cristiani e della consapevolezza che la preghiera è la via primaria per raggiungere la piena comunione, perché uniti verso il Signore andiamo verso l’unità. Il tema della Settimana di quest’anno – come abbiamo sentito – è preso dalla Prima Lettera ai Corinzi: – « Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore » (cfr 1 Cor 15,51-58), la sua vittoria ci trasformerà. E questo tema è stato suggerito dall’ampio gruppo ecumenico polacco che ho citato, il quale, riflettendo sulla propria esperienza come nazione, ha voluto sottolineare quanto forte sia il sostegno della fede cristiana in mezzo a prove e sconvolgimenti, come quelli che hanno caratterizzato la storia della Polonia. Dopo ampie discussioni è stato scelto un tema incentrato sul potere trasformante della fede in Cristo, in particolare alla luce dell’importanza che essa riveste per la nostra preghiera in favore dell’unità visibile della Chiesa, Corpo di Cristo. Ad ispirare questa riflessione sono state le parole di san Paolo che, rivolgendosi alla Chiesa in Corinto, parla della natura temporanea di ciò che appartiene alla nostra vita presente, segnata anche dall’esperienza di « sconfitta » del peccato e della morte, in confronto a ciò che porta a noi la « vittoria » di Cristo sul peccato e sulla morte nel suo Mistero pasquale.
La storia particolare della nazione polacca, che ha conosciuto periodi di convivenza democratica e di libertà religiosa, come nel XVI secolo, è stata segnata, negli ultimi secoli, da invasioni e disfatte, ma anche dalla costante lotta contro l’oppressione e dalla sete di libertà. Tutto questo ha indotto il gruppo ecumenico a riflettere in maniera più approfondita sul vero significato di « vittoria » – che cosa è la vittoria – e di « sconfitta ». Rispetto alla « vittoria » intesa in termini trionfalistici, Cristo ci suggerisce una strada ben diversa, che non passa attraverso il potere e la potenza. Egli infatti afferma: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti » (Mc9,35). Cristo parla di una vittoria attraverso l’amore sofferente, attraverso il servizio reciproco, l’aiuto, la nuova speranza e il concreto conforto donati agli ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati. Per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte, nella croce, che splende nella luce del mattino di Pasqua. Noi possiamo prendere parte a questa « vittoria » trasformante se ci lasciamo noi trasformare da Dio, solo se operiamo una conversione della nostra vita e la trasformazione si realizza in forma di conversione. Ecco il motivo per cui il gruppo ecumenico polacco ha ritenuto particolarmente adeguate per il tema della propria meditazione le parole di San Paolo: « Tutti saremo trasformati » dalla vittoria di Cristo, nostro Signore » (cfr 1 Cor 15,51-58).
La piena e visibile unità dei cristiani, a cui aneliamo, esige che ci lasciamo trasformare e conformare, in maniera sempre più perfetta, all’immagine di Cristo. L’unità per la quale preghiamo richiede una conversione interiore, sia comune che personale. Non si tratta semplicemente di cordialità o di cooperazione, occorre soprattutto rafforzare la nostra fede in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, che ci ha parlato e si è fatto uno di noi; occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi e sempre nuovamente ci dona; occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo.
Il Concilio Vaticano II ha posto la ricerca ecumenica al centro della vita e dell’operato della Chiesa: « Questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica » (Unitatis redintegratio, 4). Il beato Giovanni Paolo II ha sottolineato la natura essenziale di tale impegno, dicendo: « Questa unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti, non è un accessorio, ma sta al centro stesso della sua opera. Né essa equivale ad un attributo secondario della comunità dei suoi discepoli. Appartiene invece all’essere stesso di questa comunità » (Enc. Ut unum sint, 9). Il compito ecumenico è dunque una responsabilità dell’intera Chiesa e di tutti i battezzati, che devono far crescere la comunione parziale già esistente tra i cristiani fino alla piena comunione nella verità e nella carità. Pertanto, la preghiera per l’unità non è circoscritta a questa Settimana di Preghiera, ma deve diventare parte integrante della nostra orazione, della vita orante di tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo, soprattutto quando persone di tradizioni diverse s’incontrano e lavorano insieme per la vittoria, in Cristo, su tutto ciò che è peccato, male, ingiustizia, violazione della dignità dell’uomo.
Da quando il movimento ecumenico moderno è nato, oltre un secolo fa, vi è sempre stata una chiara consapevolezza del fatto che la mancanza di unità tra i cristiani impedisce un annuncio più efficace del Vangelo, perché mette in pericolo la nostra credibilità. Come possiamo dare una testimonianza convincente se siamo divisi? Certamente, per quanto riguarda le verità fondamentali della fede, ci unisce molto più di quanto ci divide. Ma le divisioni restano, e riguardano anche varie questioni pratiche ed etiche, suscitando confusione e diffidenza, indebolendo la nostra capacità di trasmettere la Parola salvifica di Cristo. In questo senso, dobbiamo ricordare le parole del beato Giovanni Paolo II, che nella sua Enciclica Ut unum sint parla del danno causato alla testimonianza cristiana e all’annuncio del Vangelo dalla mancanza di unità (cfr nn. 98, 99). E’ una grande sfida questa per la nuova evangelizzazione, che può essere più fruttuosa se tutti i cristiani annunciano insieme la verità del Vangelo di Gesù Cristo e danno una risposta comune alla sete spirituale dei nostri tempi.
Il cammino della Chiesa, come quello dei popoli, è nelle mani del Cristo risorto, vittorioso sulla morte e sull’ingiustizia che Egli ha portato e ha sofferto a nome di tutti. Egli ci fa partecipi della sua vittoria. Solo Lui è capace di trasformarci e renderci, da deboli e titubanti, forti e coraggiosi nell’operare il bene. Solo Lui può salvarci dalle conseguenze negative delle nostre divisioni. Cari fratelli e sorelle, invito tutti ad unirsi in preghiera in modo più intenso durante questa Settimana per l’Unità, perché cresca la testimonianza comune, la solidarietà e la collaborazione tra i cristiani, aspettando il giorno glorioso in cui potremo professare insieme la fede trasmessa dagli Apostoli e celebrare insieme i Sacramenti della nostra trasformazione in Cristo. Grazie.

Commento su Marco 3,7-12 – Vangelo di oggi 19 gennaio 2012

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=17081

Commento su Marco 3,7-12

padre Lino Pedron

Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno II) 

Vangelo: Mc 3,7-12

Il rifiuto e la condanna a morte di Gesù, da parte dei farisei e degli erodiani, segna il nuovo inizio del popolo di Dio. L’efficacia evangelica è molto diversa dall’efficienza umana: trae la sua forza dall’impotenza dell’uomo e dalla potenza di Dio: « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2Cor 12,10). Perché Dio, contrariamente all’uomo, sa trarre successo dall’insuccesso e vita dalla morte.
Le località nominate sono sette, un numero che indica completezza, totalità. Tutti accorrono a Cristo per formare la sua Chiesa. Egli non ha raggiunto il successo mediante la brama di avere, di potere e di apparire, origine di ogni male, ma ha vinto tutto questo proprio con il suo insuccesso, con la povertà, con il servizio e l’umiltà di chi ama.
Gesù è presentato come il centro di un ampio movimento di gente che cerca e trova in lui la possibilità di guarire. L’uomo è malato e il pellegrinaggio verso Gesù nasce da questo bisogno di salvezza.
E’ bello vedere Gesù pressato da tanta gente. Ma perché accorrono? Per interesse o per fede? Marco ci fa capire che l’entusiasmo della folla è suscitato dall’azione guaritrice di Gesù, non dalla fede.
Solo i demoni conoscono l’identità di Gesù e la proclamano. Ma la loro propaganda è controproducente; il loro intento è di far fallire la rivelazione autentica di Gesù « bruciandola » anzitempo: di qui la reazione di Gesù che impone loro di tacere.
La trappola tesa a Gesù dai demoni sta nel fatto che satana vuole anticipare la manifestazione della gloria di Gesù prima della sua morte in croce, perché solo lì Gesù si rivela veramente Figlio di Dio (cfr Mc 15,39), che dona agli uomini la salvezza totale e definitiva, cioè la redenzione della loro esistenza nella comunione con Dio. E’ la tentazione che satana gli ripresenterà nuovamente per mezzo di Pietro (Mc 8,32-33).
La fede non è solo sapere chi è Gesù. Anche i demoni lo sanno, meglio e prima di noi. Come scrive s. Giacomo: « Credono, ma tremano » (2,19). Credere è prima di tutto fare esperienza di Gesù che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cfr Gal 2,20). Una fede ideologica, che tutto conosce, ma non fa esperienza dell’amore di Dio, è un anticipo dell’inferno. E’ la pena del dannato che conosce il bene, ma non lo possiede.
Il Signore non desidera la pubblicità da parte di nessuno (tanto meno da parte dei demoni!). Raggiunge tutti solo attraverso la debolezza di chi, conoscendolo veramente, lo annuncia come amore crocifisso, povero, umiliato e umile. La propaganda va esattamente nella direzione opposta e si serve proprio di quei mezzi che il Signore ha denunciato e rifiutato come tentazioni.

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31