Archive pour le 18 janvier, 2012

18 gennaio : Santa Prisca di Roma

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CHI SALVA L’ANIMA? (Bruno Forte)

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CHI SALVA L’ANIMA?

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 2 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il commento dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, al libro di Vito Mancuso intitolato L’anima e il suo destino (Milano 2007), apparso su “L’Osservatore Romano” (2 febbraio 2008).

* * *
« Salvarsi l’anima ». Questa espressione antica ha nel linguaggio della fede un senso che appare messo radicalmente in questione dal libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino (Milano 2007). Il volume ha suscitato un dibattito vivace, aperto dalla stessa lettera del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in apertura, che – pur con grande tatto – parla con chiarezza di « parecchie discordanze (…) su diversi punti ». L’autore si era fatto conoscere e apprezzare sin dalla sua opera prima, dal titolo suggestivo ed emblematico: Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del « Principe di questo mondo » (Casale Monferrato, Piemme, 1996). Libro significativo, questo, attraversato da una lucida critica al monismo hegeliano dello Spirito e da una drammaticità, che contra Hegel ribadisce l’inesorabile sfida del male che devasta la terra, precisamente nel suo volto diabolico e insondabile. Anche altri saggi di Mancuso mantengono viva questa tensione, che si condensa in pagine profonde lì dove egli tocca il mistero del dolore innocente o scandaglia le profondità sananti dell’amore. Anche a motivo di queste premesse, il libro sull’anima ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati.
La prima obiezione riguarda la potenza del male e del peccato: Mancuso non esita ad affermare che il peccato originale sarebbe « un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina » (167). È vero che l’intento dichiarato dall’autore non è di « distruggere la tradizione », ma di « rifondarla » (168), cercando di tenere insieme « la bontà della creazione e la necessità della redenzione »: in quest’ottica, il peccato originale non sarebbe altro che « la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla » (170).
La spiegazione non convince: dove va a finire in essa il dramma del male, la potenza del peccato? Kant ha affermato con ben altro rigore la serietà del male radicale: « La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, « di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia » (Romani, 6, 17-18). Nondimeno, l’uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta » (Immanuel Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, Milano 2001, 111). Come ha osservato Karl Barth, « quello che meraviglia non è che il filosofo prenda in generale in seria considerazione il male (…) bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale » (La teologia protestante nel XIX secolo, Milano 1979, 338). Vanificare il peccato originale e la sua forza attiva nella creatura vuol dire banalizzare la stessa condizione umana e la lotta col Principe di questo mondo, che proprio Mancuso aveva rivendicato contro l’ottimismo idealistico di Hegel.
La conseguenza di queste premesse è la dissoluzione della soteriologia cristiana: se non si dà il male radicale, e dunque il peccato originale e la sua forza devastante, su cui appoggia la sua azione il grande Avversario, la salvezza si risolve in un tranquillo esercizio di vita morale, che non vive più di alcuna tensione agonica e non ha bisogno di alcun soccorso dall’alto: « salvarsi l’anima » non sarebbe né più né meno che una sorta di autoredenzione. « La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo » – « La salvezza dell’anima non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo » (311).
La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, « non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare » (312). Mi chiedo come siano conciliabili queste affermazioni con quanto dice Paolo: « Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede » (Prima Corinzi, 15, 14). La confessione della morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo è l’articulum stantis aut cadentis fidei Christianae! Vanificata la soteriologia, ne consegue anche lo svuotamento del dramma della libertà e la negazione della possibilità stessa della condanna eterna: l’Inferno sarebbe un « concetto (…) teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile » (312). Convinzione della fede cattolica è al contrario che senza l’Inferno l’amore stesso di Dio risulterebbe inconsistente, perché non si darebbe alcuna possibilità di una libera risposta della creatura. « Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te »: il giudizio di Agostino richiama la responsabilità di ciascuno di fronte al suo destino eterno.
L’insieme di queste tesi si rifà a un’opzione profonda, che emerge da molte delle pagine del libro: quella che non esiterei a definire una « gnosi » di ritorno, presentata nella forma di un linguaggio rassicurante e consolatorio, da cui molti oggi si sentono attratti. « Io penso – afferma l’autore – che l’esercizio della ragione sia l’unica condizione perché il discorso su Dio oggi possa sussistere legittimamente come discorso sulla verità » (315). Il problema è di quale ragione si parla: quella totalizzante della modernità, che ha prodotto tanta violenza nelle sue espressioni ideologiche? O quella che il Logos creatore ha impresso come immagine divina nella creatura capax Dei? E se di questa si tratta, come si può assolutizzarla fino al punto da ritenere superfluo ogni intervento dall’alto, quasi che il lumen rationis escluda il bisogno del lumen fidei? Cristo sarebbe venuto invano? E la fragilità del pensare e dell’agire umano sarebbe inganno, perché nessuna debolezza originaria degli eredi del primo Adamo si opporrebbe alla potenza di una ragione ordinatamente applicata? Ben altro dice la testimonianza di Paolo, alla quale non può non attenersi una teologia, che voglia dirsi cristiana, preferendola a ogni illusoria apoteosi della ragione prigioniera di sé: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano » (Galati, 2, 20-22).
Dalla legge, da qualunque legge di autoredenzione, la salvezza non viene. Senza il dono dall’alto, nessuna salvezza è veramente possibile. Sta qui la verità della fede, il suo scandalo: proprio così, la sua potenza di liberazione, la sua offerta della via unica e vera per « salvarsi l’anima ». Pensare diversamente, non è teologia cristiana: è « gnosi », pretesa di salvarsi da sé.

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LEGGERE LA STORIA DI DON BOSCO CON IL CRITERIO DELLA CARITÀ PASTORALE

http://www.zenit.org/article-29279?l=italian

LEGGERE LA STORIA DI DON BOSCO CON IL CRITERIO DELLA CARITÀ PASTORALE

Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana

di Eugenio Fizzotti
ROMA, mercoledì, 18 gennaio 2012 (ZENIT.org).- «Abbiamo da poco iniziato il triennio di preparazione al Bicentenario della nascita di Don Bosco. Questo primo anno ci offre l’opportunità di avvicinarci di più a lui per conoscerlo da vicino e meglio. Se non conosciamo Don Bosco e non lo studiamo, non possiamo comprendere il suo cammino spirituale e le sue scelte pastorali; non possiamo amarlo, imitarlo ed invocarlo; in particolare, ci sarà difficile inculturare oggi il suo carisma nei vari contesti e nelle differenti situazioni. Solo rafforzando la nostra identità carismatica, potremo offrire alla Chiesa e alla società un servizio ai giovani significativo e ricco di frutti. La nostra identità trova il suo riferimento immediato nel volto di Don Bosco; in lui l’identità diventa credibile e visibile. Per questo il primo passo che siamo invitati a fare nel triennio di preparazione è proprio la conoscenza della storia di Don Bosco».
Inizia così il messaggio che D. Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani, ha inviato a tutti i suoi confratelli e a tutti i membri della Famiglia Salesiana (exallievi, cooperatori, Figlie di Maria Ausiliatrice, Volontarie di Don Bosco, congregazioni religiose femminili fondate da salesiani in varie parti del mondo) in vista, come prima esperienza, delle Giornate di Spiritualità che avranno luogo dal 19 al 22 gennaio 2012 a Roma presso la Casa Generalizia in Via della Pisana 1111, e che avranno come tema la bella frase evangelica: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11 e punteranno attraverso conferenze e testimonianza ad approfondire la conoscenza di Don Bosco come educatore e pastore, fondatore, guida e legislatore, assumendo a livello personale e comunitario le sue ispirazioni, le sue motivazioni e le sue scelte in modo da «coltivare un amore costante e forte verso i giovani, specialmente i più poveri, che porta a rispondere ai loro bisogni più urgenti e profondi e alle loro situazioni di difficoltà: la povertà, il lavoro minorile, lo sfruttamento sessuale, la mancanza di educazione e di formazione professionale, l’inserimento nel mondo del lavoro, la poca fiducia in se stessi, la paura davanti al futuro, lo smarrimento del senso della vita».
Essere animati dallo spirito creativo di Don Bosco consente, sottolinea Don Chávez Villanueva, di «essere vicini ai giovani come “digital immigrates”, aiutandoli a superare il gap generazionale con i loro genitori e il mondo degli adulti. Ci prendiamo cura di loro durante tutto il loro cammino di crescita e maturazione, dedicando loro il nostro tempo e le nostre energie e stando con loro, nei momenti che vanno dalla fanciullezza alla giovinezza. Ci prendiamo cura di loro, quando difficili situazioni, come la guerra, la fame, la mancanza di prospettive, li portano all’abbandono della propria casa e famiglia ed essi si trovano soli ad affrontare la vita. Ci prendiamo cura di loro, quando dopo lo studio e la qualificazione, sono ansiosamente alla ricerca di una prima occupazione di lavoro e si impegnano a inserirsi nella società, talvolta senza speranza e prospettive di riuscita. Ci prendiamo cura di loro, quando stanno costruendo il mondo dei loro affetti, la loro famiglia, soprattutto accompagnando il loro cammino di fidanzamento, i primi anni del loro matrimonio, la nascita dei figli».
Per riscoprire la storia di Don Bosco le Giornate di Spiritualità consentiranno ai partecipanti di approfondire dal punto di vista biblico, attraverso la relazione di D. Juan José Bartolomé, l’essere “figli di un sognatore e realizzatori di una profezia”, tenendo ben presente che aveva appena 9 anni il piccolo Giovanni Bosco quando fece quel sogno straordinario nel quale la Vergine Maria gli fece comprendere che era importante impegnarsi per aiutare i suoi compagni, che manifestavano comportamenti aggressivi e violenti, a diventare buoni. E in tale prospettiva troverà ampio spazio una tavola rotonda sul tema “I volti dei giovani d’oggi” nella quale D. Hubert Geleen approfondirà le povertà culturali e spirituali, una Figlia di Maria Ausiliatrice dello Sri Lanka la povertà materiale e D. Jean-Marie Petitclerc le povertà sociali e affettive.
È comprensibile, quindi, che l’iniziativa ha come obiettivo di sottolineare che «Don Bosco rimane tuttora un personaggio di notevole levatura e di alto gradimento, una figura a tutto tondo, non riconducibile a semplici formule o a titoli giornalistici, una personalità complessa, fatta di realtà ad un tempo ordinarie ed eccezionali, di progetti concreti, ideali e ipotetici, di uno stile quotidiano di vita e azione, e insieme di particolari rapporti con il soprannaturale». E studiare la storia di Don Bosco vuol dire, richiama il Rettor Maggiore dei Salesiani, «conoscerlo come Fondatore, perché lo richiede la nostra fedeltà alla istituzione cui apparteniamo, conoscerlo come Legislatore, in quanto siamo tenuti ad osservare le Costituzioni e i Regolamenti che egli direttamente o i suoi successori ci hanno dato, conoscerlo come Educatore, affinché possiamo vivere il Sistema Preventivo, preziosissimo patrimonio che egli ci ha lasciato, conoscerlo in particolare come Maestro di vita spirituale, per il fatto che alla sua spiritualità attingiamo come suoi figli e discepoli; egli infatti ci ha offerto una chiave di lettura del vangelo; la sua vita è per noi un criterio per realizzare con caratteristiche peculiari la sequela del Signore Gesù».

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