Archive pour le 15 janvier, 2012

Agnus Dei

Agnus Dei dans immagini sacre AGNUS+DEI

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Publié dans:immagini sacre |on 15 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

La tentazione del Natale (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2011/296q01b1.html

(L’Osservatore Romano 24 dicembre 2011)

La tentazione del Natale

di JULIÁN CARRÓN

Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più opportuna di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonia: « Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele ». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché « il Signore ha revocato la tua condanna ».
Il primo contraccolpo provocato in me da queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con occhi che riescono a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: « Il Signore revoca la tua condanna », cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? « Tu non temerai più alcuna sventura ». Una positività inesorabile domina la vita. Per questo, continua il brano biblico, « non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia ». Perché? Perché « il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente ». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: « Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia » (3, 14-17).
Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: « La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti – un realismo inaudito » (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bimbo che porta nel grembo, Giovanni, sussulta di gioia (cfr. Luca, 1, 39-45). Quelle del profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale.
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa? Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è uno in mezzo a noi che fa sussultare il « bambino » che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo.
È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del « devoto ricordo », di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare – vederlo all’opera in segni e fatti che lo documentano presente – è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un « devoto ricordo ». Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna. È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di « quella » nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.

L’INFLUSSO ORIENTALE NELLA CHIESA AMBROSIANA

http://www.zenit.org/article-23288?l=italian

L’INFLUSSO ORIENTALE NELLA CHIESA AMBROSIANA

ROMA, sabato, 24 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo ampi stralci della conferenza che l’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi ha tenuto mercoledì 21 luglio in Libano, presso il convento Mar Roukoz di Dekwaneh, alla periferia di Beirut, alla presenza di autorità religiose e politiche del Paese.

* * *
La Chiesa di Milano è sempre stata aperta all’Oriente. Questo rapporto è attestato da moltissime testimonianze, a partire dalla tradizione — sebbene leggendaria — secondo la quale l’origine della Chiesa milanese risalirebbe a san Barnaba, il levita di Cipro protagonista con san Paolo della prima evangelizzazione in Asia minore. Ancor oggi la Chiesa ambrosiana ricorda il 25 settembre tutti i santi vescovi milanesi dei primi secoli, tra i quali spiccano molti nomi chiaramente greci o orientali: così Anàtalo, Calimero, Mona, Eustorgio, Dionigi, Màrolo originario della provincia del Tigri, Lazzaro ed Eusebio. Ancora: la prima chiesa cattedrale di Milano era dedicata a santa Tecla, martire della chiesa di Siria, le cui reliquie principali sono venerate nella chiesa di Ma‘alula dove, sulle aspre montagne tra Damasco e il Libano, si continua a parlare l’aramaico come ai tempi di Gesù.
Mi pare che l’atteggiamento del credente ambrosiano è riassumibile nella felice formula latina Ex oriente lux, dove l’Oriente è divenuto simbolo di tutti i misteri, dei quali il vertice è il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Ora fin dai suoi inizi la Chiesa ha accolto la ricca molteplicità dei significati propri dell’Oriente: significati che rimandavano alle potenze dell’universo — la luce, l’energia, il fuoco, la nascita, la risurrezione, la forza, la sapienza — e che venivano vivificati con la riflessione dei Padri. Il loro pensiero dalle scuole catechetiche di Siria e di Cappadocia, di Palestina e d’Egitto, è passato alla Chiesa di Milano, grazie alla mediazione di Ambrogio.
L’influsso orientale è rimasto vivo — e lo è tuttora — nella Chiesa di Milano come emerge dai moltissimi aspetti della sua vita liturgica. Le melodie dei canti sacri, i ritmi del digiuno e delle feste che danno rilievo al sabato, le processioni come quelle del santo Chiodo della Croce e dei santi Magi, il rito della Lampada che dalla chiesa di San Sepolcro viene portata nella notte pasquale ad accendere il cero pasquale in Duomo, le particolari anafore e i cicli di letture sacre, sono tutti segni che ancora saldano in Milano la tradizione d’occidente con quella d’oriente. Ma è soprattutto nei riti della Settimana santa che si manifesta un’originale e felice sintesi tra la mistica bizantina della luce mite e gioiosa, che celebra la gloria della creazione e della redenzione, e il pragmatismo occidentale, romano e gallicano.
È importante rilevare come la Chiesa di Milano abbia svolto un servizio umile e prezioso per l’unità cattolica nell’ecumene cristiana quando, agli inizi del secolo iv, cominciava a manifestarsi il pericolo della dottrina ariana. I vescovi Protaso ed Eustorgio i promossero la fede professata nel concilio di Nicea, e dopo di essi nel 355 il vescovo Dionigi sopportò con coraggio l’esilio impostogli dall’imperatore Costanzo, per il fatto che aveva rifiutato di sottoscrivere l’eresia ariana. Soprattutto Ambrogio con i suoi principali scritti teologici (De fide, De Spiritu sancto, De incarnationis dominicae sacramento) contribuì a formare una solida teologia trinitaria latina, alimentata da fonti greche.
Particolarmente grave fu la separazione che s’introdusse tra la Chiesa latina e quella greco-bizantina, e alcuni errori tragici — come lo scisma con la Chiesa bizantina del 1054, il sacco crociato di Costantinopoli, gli atteggiamenti di disprezzo e di antisemitismo — segnarono questo lungo periodo storico.
In questo quadro piuttosto buio, la tradizione ambrosiana continuò a offrire un po’ di luce, perché specialmente nell’architettura sacra e nella liturgia mantenne vivo nel popolo il senso d’uno stretto rapporto con l’Oriente. Intorno all’anno 1000 sorge sull’area del Foro, ormai abbandonato, una chiesa che col tempo viene ristrutturata sul modello della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e per questo chiamata con il nome di San Sepolcro. Questo tempio, collocato nel cuore della Milano romana, medievale e moderna, divenne ben presto centro della spiritualità del movimento di riforma della Chiesa ambrosiana, contribuendo a mantenere fisicamente e spiritualmente viva, fino a oggi, la devozione e la coscienza di un rapporto diretto e peculiare fra Milano, Roma, Costantinopoli e Gerusalemme. San Sepolcro costituisce per noi, ancora oggi, un invito e un appello all’unità ecumenica della Chiesa indivisa di Cristo, e alla solidarietà con il popolo primogenito dell’Alleanza, Israele «secondo la carne». Ci è chiesta, oggi, una più viva coscienza del debito di grazia che ci lega con l’Oriente: c’è una ricchezza spirituale e di umanità che, lungo i secoli e in modalità diverse, ci è stata donata. E ciò deve suscitare in noi ammirazione, gratitudine e insieme rinnovata responsabilità per il presente e il futuro delle nostre Chiese. Per alimentare questa coscienza siamo chiamati a una maggiore conoscenza della vostra situazione, non solo sociale, economica, culturale e politica, ma anzitutto religiosa ed ecclesiale. Il localismo rischia, infatti, di trasformarsi per tutti in isolazionismo. Al contrario il fenomeno storico della crescente globalizzazione e ancor più la natura universalistica della Chiesa del Signore ci spingono a essere più attenti — direi più curiosi — delle vicende difficili e promettenti dei nostri popoli e delle nostre comunità religiose.
La conoscenza passa, in modo più concreto, popolare ed efficace, attraverso la visita e la presenza sul territorio delle Chiese orientali. È quanto avviene soprattutto con i pellegrinaggi che con il concilio Vaticano ii e il postconcilio hanno ricevuto un particolare impulso e un’ampia diffusione. Per la Terra Santa vorrei ricordare l’esperienza della Chiesa ambrosiana, che vede nell’arcivescovo milanese Andrea Carlo Ferrari il primo cardinale che porta i suoi diocesani a visitare Gerusalemme e la terra del Signore e a diffonderne la pratica. Per stare poi agli anni a noi più vicini non posso dimenticare il mio predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini, per la sua intensa attività pastorale ecumenica e, conclusa la sua guida pastorale della diocesi, per la sua presenza per alcuni anni a Gerusalemme, favorendo così una straordinaria fioritura di pellegrinaggi dalla diocesi di Milano. In questo momento, a distanza di poco più d’un mese dalla tragica morte di monsignor Luigi Padovese, ricordo la serie di pellegrinaggi in terra di Turchia in occasione dell’Anno paolino.
Una provvidenziale occasione a noi vicina, dal 10 al 24 ottobre di quest’anno, è la celebrazione del Sinodo dei vescovi come Assemblea speciale per il Medio Oriente, dal tema «La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza».
L’impegno immediato che ci viene affidato è la lettura dell’Instrumentum laboris con le riflessioni che suscita e i confronti che stimola. Da questo testo, che riferisce peraltro le risposte fornite dai rappresentanti delle Chiese particolari del Medio Oriente al questionario dei Lineamenta, risulta che la situazione della fede e della vita ecclesiale si rivela piuttosto ricca di convergenze sia nell’ambito occidentale che in quello orientale, evidentemente con la presenza di differenze inevitabili dovute alla tipicità dei singoli popoli e delle circostanze concrete. È dunque un testo meritevole di essere affrontato nei problemi posti con un discernimento evangelico condiviso.
Vorrei soffermarmi su tre passaggi dell’Instrumentum laboris che ritroviamo nella conclusione sotto l’interrogativo: «Quale avvenire per i cristiani del Medio Oriente?». Siamo rimandati a ritrovarci tutti quanti, fratelli e sorelle, nella preoccupazione per le difficoltà del momento presente e nella speranza, fondata sulla fede cristiana, in un futuro migliore, pieno di filiale affidamento alla divina Provvidenza.
«La storia ha fatto sì che diventassimo un piccolo gregge. Ma noi, con la nostra condotta, possiamo tornare a essere una presenza che conta. Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione» (n. 118).
E quindi: «Anche se, a volte, pastori e fedeli possono cedere alla sconforto, dobbiamo ricordare che siamo discepoli del Cristo risorto, vincitore del peccato e della morte. Abbiamo quindi un avvenire e dobbiamo prenderlo in mano. Ciò dipenderà in gran parte dalla maniera con cui sapremo collaborare con gli uomini di buona volontà in vista del bene comune delle società di cui siamo membri. Ai cristiani del Medio Oriente, si può ripetere ancora oggi: “Non temere, piccolo gregge” (Luca, 12, 32), tu hai una missione, da te dipenderà la crescita del tuo Paese e la vitalità della tua Chiesa, e ciò avverrà solo con la pace, la giustizia e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini!» (n. 119).
Infine: «La speranza, nata in Terra Santa, anima tutti i popoli e le persone in difficoltà nel mondo da 2.000 anni. Nel mezzo delle difficoltà e delle sfide, essa resta una fonte inesauribile di fede, carità e gioia per formare testimoni del Signore risorto, sempre presente tra la comunità dei suoi discepoli» (n. 120). Di questa speranza, che viene dal Risorto e dal suo Spirito, tutti abbiamo immenso bisogno.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 15 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

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