Archive pour le 13 janvier, 2012

Saint Hilaire de Poitiers

Saint Hilaire de Poitiers dans immagini sacre st_hilaire

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Onnipresenza di Dio (S. Ilario di Poitiers, La Trinità,1, 6)

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20000728_ilario_it.html

Onnipresenza di Dio

S. Ilario di Poitiers, La Trinità,1, 6

« Tutta l’immensità del cielo sta nel palmo di Dio e tutta la vastità della terra è racchiusa nel suo pugno. Ma la parola di Dio, se giova certo a formarci un’idea irradiata di religiosità, ha piú significato, per una comprensione profonda, di quanto esteriormente si percepisca. Infatti il cielo, racchiuso nel palmo di Dio, è anche il suo trono; e la terra, contenuta nel suo pugno, è anche lo sgabello dei suoi piedi. Ma né il trono, né lo sgabello si possono interpretare nel senso estensivo del corpo che siede, perché quell’Essere infinito può afferrare e racchiudere nel pugno ciò che gli serve da sgabello e da trono. In tutte queste realtà create ab origine, dentro e fuori, si deve riconoscere Dio ad esse trascendente e insieme intimo, cioè circonfuso e infuso in tutte; infatti il palmo e il pugno che tutto contengono, manifestano il suo dominio esteriore sulla natura, invece il trono e lo sgabello manifestano che tutte le cose sono a lui soggette come ciò che è esterno a chi risiede nell’intimo. Cosí egli, nella sua completezza, tutto contiene in sé e fuori di sé perché, per la sua infinità, egli non è lontano da tutto, eppure tutte le cose sono esterne a lui,che è infinito.
In questi pensieri su Dio, tanto pregni di religiosità, l’animo mio – tutto preso dallo studio della verità – trovò il suo diletto… E questa nostra pia conoscenza fu poi chiaramente raffermata dal profeta che dice: Dove me ne andrò lontano dal tuo spirito, e dove fuggirò dal tuo volto? Se salgo in cielo, tu ci sei; se scendo nel profondo, anche lí sei presente. Se prendo le mie penne prima della luce e mi rifugio all’estremita del mare, anche lí mi conduce la tua mano e la tua destra mi stringe (Sal.138, 7-10). Non vi è luogo senza Dio, né luogo non in Dio. Egli è nei cieli, e nel profondo, è al di là dei mari. E’ presente nel loro intimo, li trascende all’esterno. Perciò egli ha, ed ha avuto; egli non è in qualcuno, ma a nessuno manca. »

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Benedetto XVI: Sant’Ilario di Poitiers – memoria facoltativa il 13 gennaio

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071010_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 10 ottobre 2007

Sant’Ilario di Poitiers – memoria facoltativa il 13 gennaio

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare di un grande Padre della Chiesa di Occidente, sant’Ilario di Poitiers, una delle grandi figure di Vescovi del IV secolo. Nel confronto con gli ariani, che consideravano il Figlio di Dio Gesù una creatura, sia pure eccellente, ma solo creatura, Ilario ha consacrato tutta la sua vita alla difesa della fede nella divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio come il Padre, che lo ha generato fin dall’eternità.
Non disponiamo di dati sicuri sulla maggior parte della vita di Ilario. Le fonti antiche dicono che nacque a Poitiers, probabilmente verso l’anno 310. Di famiglia agiata, ricevette una solida formazione letteraria, ben riconoscibile nei suoi scritti. Non sembra che sia cresciuto in un ambiente cristiano. Egli stesso ci parla di un cammino di ricerca della verità, che lo condusse man mano al riconoscimento del Dio creatore e del Dio incarnato, morto per darci la vita eterna. Battezzato verso il 345, fu eletto Vescovo della sua città natale intorno al 353-354. Negli anni successivi Ilario scrisse la sua prima opera, il Commento al Vangelo di Matteo. Si tratta del più antico commento in lingua latina che ci sia pervenuto di questo Vangelo. Nel 356 Ilario assiste come Vescovo al sinodo di Béziers, nel sud della Francia, il «sinodo dei falsi apostoli», come egli stesso lo chiama, dal momento che l’assemblea fu dominata dai Vescovi filoariani, che negavano la divinità di Gesù Cristo. Questi «falsi apostoli» chiesero all’imperatore Costanzo la condanna all’esilio del Vescovo di Poitiers. Così Ilario fu costretto a lasciare la Gallia durante l’estate del 356.
Esiliato in Frigia, nell’attuale Turchia, Ilario si trovò a contatto con un contesto religioso totalmente dominato dall’arianesimo. Anche lì la sua sollecitudine di Pastore lo spinse a lavorare strenuamente per il ristabilimento dell’unità della Chiesa, sulla base della retta fede formulata dal Concilio di Nicea. A questo scopo egli avviò la stesura della sua opera dogmatica più importante e conosciuta: La Trinità. In essa Ilario espone il suo personale cammino verso la conoscenza di Dio e si preoccupa di mostrare che la Scrittura attesta chiaramente la divinità del Figlio e la sua uguaglianza con il Padre, non soltanto nel Nuovo Testamento, ma anche in molte pagine dell’Antico, in cui già appare il mistero di Cristo. Di fronte agli ariani egli insiste sulla verità dei nomi di Padre e di Figlio e sviluppa tutta la sua teologia trinitaria partendo dalla formula del Battesimo donataci dal Signore stesso: «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Il Padre e il Figlio sono della stessa natura. E se alcuni passi del Nuovo Testamento potrebbero far pensare che il Figlio sia inferiore al Padre, Ilario offre regole precise per evitare interpretazioni fuorvianti: alcuni testi della Scrittura parlano di Gesù come Dio, altri invece mettono in risalto la sua umanità. Alcuni si riferiscono a Lui nella sua preesistenza presso il Padre; altri prendono in considerazione lo stato di abbassamento (kénosis), la sua discesa fino alla morte; altri, infine, lo contemplano nella gloria della risurrezione. Negli anni del suo esilio Ilario scrisse anche il Libro dei Sinodi, nel quale riproduce e commenta per i suoi confratelli Vescovi della Gallia le confessioni di fede e altri documenti dei sinodi riuniti in Oriente intorno alla metà del IV secolo. Sempre fermo nell’opposizione agli ariani radicali, sant’Ilario mostra uno spirito conciliante nei confronti di coloro che accettavano di confessare che il Figlio era somigliante al Padre nell’essenza, naturalmente cercando di condurli verso la piena fede, secondo la quale non vi è soltanto una somiglianza, ma una vera uguaglianza del Padre e del Figlio nella divinità. Anche questo mi sembra caratteristico: lo spirito di conciliazione che cerca di comprendere quelli che ancora non sono arrivati e li aiuta, con grande intelligenza teologica, a giungere alla piena fede nella divinità vera del Signore Gesù Cristo.
Nel 360 o nel 361 Ilario poté finalmente tornare dall’esilio in patria e subito riprese l’attività pastorale nella sua Chiesa, ma l’influsso del suo magistero si estese di fatto ben oltre i confini di essa. Un sinodo celebrato a Parigi nel 360 o nel 361 riprende il linguaggio del Concilio di Nicea. Alcuni autori antichi pensano che questa svolta antiariana dell’episcopato della Gallia sia stata in larga parte dovuta alla fortezza e alla mansuetudine del Vescovo di Poitiers. Questo era appunto il suo dono: coniugare fortezza nella fede e mansuetudine nel rapporto interpersonale. Negli ultimi anni di vita egli compose ancora i Trattati sui Salmi, un commento a cinquantotto Salmi, interpretati secondo il principio evidenziato nell’introduzione dell’opera: «Non c’è dubbio che tutte le cose che si dicono nei Salmi si devono intendere secondo l’annunzio evangelico, in modo che, qualunque sia la voce con cui lo spirito profetico ha parlato, tutto sia comunque riferito alla conoscenza della venuta del Signore nostro Gesù Cristo, alla sua incarnazione, passione e regno, e alla gloria e potenza della nostra risurrezione» (Istruzione sui Salmi 5). Egli vede in tutti i Salmi questa trasparenza del mistero di Cristo e del suo Corpo, che è la Chiesa. In diverse occasioni Ilario si incontrò con san Martino: proprio vicino a Poitiers il futuro Vescovo di Tours fondò un monastero, che esiste ancor oggi. Ilario morì nel 367. La sua memoria liturgica si celebra il 13 gennaio. Nel 1851 il beato Pio IX lo proclamò Dottore della Chiesa.
Per riassumere l’essenziale della sua dottrina, vorrei dire che Ilario trova il punto di partenza della sua riflessione teologica nella fede battesimale. Nel De Trinitate Ilario scrive: Gesù «ha comandato di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cfr Mt 28,19), cioè nella confessione dell’Autore, dell’Unigenito e del Dono. Uno solo è l’Autore di tutte le cose, perché uno solo è Dio Padre, dal quale tutto procede. E uno solo il Signore nostro Gesù Cristo, mediante il quale tutto fu fatto (1 Cor 8,6), e uno solo è lo Spirito (Ef 4,4), dono in tutti … In nulla potrà essere trovata mancante una pienezza così grande, in cui convergono nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo l’immensità nell’Eterno, la rivelazione nell’Immagine, la gioia nel Dono» (2,1). Dio Padre, essendo tutto amore, è capace di comunicare in pienezza la sua divinità al Figlio. Trovo particolarmente bella la seguente formula di sant’Ilario: «Dio non sa essere altro se non amore, non sa essere altro se non Padre. E chi ama non è invidioso, e chi è Padre lo è nella sua totalità. Questo nome non ammette compromessi, quasi che Dio sia padre in certi aspetti, e in altri non lo sia» (ibid., 9,61).
Per questo il Figlio è pienamente Dio senza alcuna mancanza o diminuzione: «Colui che viene dal perfetto è perfetto, perché chi ha tutto, gli ha dato tutto» (ibid., 2,8). Soltanto in Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, trova salvezza l’umanità. Assumendo la natura umana, Egli ha unito a sé ogni uomo, «si è fatto la carne di tutti noi» (Trattato sui Salmi 54,9); «ha assunto in sé la natura di ogni carne e, divenuto per mezzo di essa la vite vera, ha in sé la radice di ogni tralcio» (ibid., 51,16). Proprio per questo il cammino verso Cristo è aperto a tutti – perché egli ha attirato tutti nel suo essere uomo –, anche se è richiesta sempre la conversione personale: «Mediante la relazione con la sua carne, l’accesso a Cristo è aperto a tutti, a patto che si spoglino dell’uomo vecchio (cfr Ef 4,22) e lo inchiodino alla sua croce (cfr Col 2,14); a patto che abbandonino le opere di prima e si convertano, per essere sepolti con Lui nel suo Battesimo, in vista della vita (cfr Col 1,12; Rm 6,4)» (ibid., 91,9).
La fedeltà a Dio è un dono della sua grazia. Perciò sant’Ilario chiede, alla fine del suo trattato sulla Trinità, di potersi mantenere sempre fedele alla fede del Battesimo. E’ una caratteristica di questo libro: la riflessione si trasforma in preghiera e la preghiera ritorna riflessione. Tutto il libro è un dialogo con Dio.
Vorrei concludere l’odierna catechesi con una di queste preghiere, che diviene così anche preghiera nostra: «Fa’, o Signore – recita Ilario in modo ispirato – che io mi mantenga sempre fedele a ciò che ho professato nel Simbolo della mia rigenerazione, quando sono stato battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Che io adori te, nostro Padre, e insieme con te il tuo Figlio; che io meriti il tuo Spirito Santo, il quale procede da te mediante il tuo Unigenito… Amen» (La Trinità 12,57).

Omelia , II settimana del T.O.: Lo sguardo puro che vede Dio

http://www.zenit.org/article-29217?l=italian

LO SGUARDO PURO CHE VEDE DIO

Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario

di padre Angelo del Favero*

ROMA, giovedì, 12 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Gv 1,35-42
“Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che tradotto significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.”
1Cor 6,13c-15a.17-20
“Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore e il Signore è per il corpo…Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta è fuori del suo corpo; ma chi si da all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi”.
Dopo aver contemplato il Signore immergersi nelle acque limpide del Giordano per essere battezzato da Giovanni, in questa II Domenica del Tempo Ordinario il nostro sguardo è attratto direttamente dal volto purissimo dell’Agnello di Dio, rivolto verso di noi.
Gesù mi fissa e mi chiede: “Che cosa cerchi?”. Rispondo: “Maestro, dove dimori?” (Gv 1,38), dove posso vederti ed incontrarti?
Ma la domanda di Gesù ne implica un’altra imprescindibile: “Amico, che sguardo hai?”.
Infatti, solo a chi ha gli occhi puri di un bambino è possibile vedere il luogo dove Gesù dimora, come Egli stesso insegna : “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Poiché ha a che fare con la visione di Dio, la beatitudine dei puri di cuore comporta necessariamente la castità dello sguardo.
Prolungando l’affermazione odierna di Paolo, possiamo perciò dire: fratelli, state lontani dall’impurità, se volete vedere Dio! Infatti “chi si da’ all’impurità, pecca contro il proprio corpo” (1 Cor 6,18), trasforma in cataratta la trasparenza della sua coscienza e diviene incapace di riconoscere Dio, la sua Verità e il suo Amore.
Per approfondire, non trovo parole migliori di quelle del beato Giovanni Paolo II sulla castità dell’amore umano:
“Per il bene dell’amore, per la realizzazione della sua essenza in ciascuna delle persone e tra loro, bisogna sapersi liberare da ogni erotismo. In quest’esigenza sta il vero nocciolo del problema della castità. La parola “castità” contiene l’idea di eliminazione di tutto ciò che “rende impuro”. Bisogna che l’amore sia trasparente; ogni atto che lo manifesta deve lasciar intravedere il riconoscimento del valore della persona. Di conseguenza, poiché i sensi e i sentimenti possono generare l’erotismo che priva l’amore di questa trasparenza, per preservarne il vero carattere e l’aspetto oggettivo è necessaria una virtù speciale: la castità”. (Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, parte III: La persona e la castità)
Abbiamo udito il monito di Paolo: “Qualsiasi peccato l’uomo commetta è fuori del suo corpo; ma chi si da’ all’impurità, pecca contro il proprio corpo” (1 Cor 6,18).
Per capirlo a fondo è necessario comprendere il significato che la Bibbia attribuisce al corpo:
“Nella concezione della Sacra Scrittura il corpo e l’anima operano insieme. L’uomo non risulta costituito dal corpo e dall’anima, ma è corpo e anima (Sal 63,2; 84,3). L’espressione “salvezza dell’anima” non è biblica, poiché nella Bibbia si pensa alla salvezza di tutto l’uomo.
Nel N.T. corpo per lo più significa “persona viva” (1Cor 6,19; Rm 8,23). Il corpo non è “cattivo”; esso è stato creato da Dio, però partecipa al peccato” (La nuova Bibbia per la famiglia, Piccolo Dizionario Biblico, p. 51).
Gloria di Dio e membra di Cristo è l’uomo vivente, e, appartenendo al Signore che glielo ha dato, il corpo (con la sua sessualità) è destinato alla Risurrezione ad opera di quello Spirito Santo che già dimora in esso.
“Che cosa cercate?” (Gv 1,38), ripete oggi l’Agnello di Dio a tutti e ad ognuno di noi, e significa: “Dove volete dimorare?”, cioè a dire: “Dove e che cosa guardano gli occhi del vostro cuore?”.
A queste parole, fino dal grembo di sua madre, non c’è uomo al mondo che non risponda: voglio dimorare nell’amore!
Sì, perché: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta, non lo fa proprio, non vi partecipa vivamente.” (G. Paolo II, Enciclica Redemptor Hominis, n. 10).
“State lontani dall’impurità!” (1Cor 16,18), grida oggi san Paolo in risonanza profonda con Giovanni Paolo II, “il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo” (1Cor 16,13): dimorate in Cristo!
Il nostro corpo è puro e santo, e va guardato, toccato e trattato con il rispetto sacro dovuto all’Eucaristia, che è il Corpo di Cristo. L’incarnazione del Verbo ha conferito al corpo umano un’immensa dignità; lo ha trasformato in oro puro fin dal concepimento, poichè il Figlio di Dio, prendendo un corpo nel corpo della purissima Vergine Maria, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Enciclica R. H., n. 8).
——–
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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