Archive pour le 12 janvier, 2012

Hannukah – December 2011 21-28 Kislev 5772 / Tevet 5772 25-2

 Hannukah - December 2011  21-28  Kislev 5772 / Tevet 5772 25-2 dans immagini sacre hannukah1

http://www.focusjunior.it/Cose_curiose/Special/2011/dicembre/natale-nel-mondo-il-natale-ebraico-ovvero-hanukkah.aspx

Publié dans:immagini sacre |on 12 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Florenskij spiega perché ci vuole un amico per conoscere Dio e il mondo

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=126481

Florenskij spiega perché ci vuole un amico per conoscere Dio e il mondo

L’amicizia come nascita misteriosa del Tu è il luogo nel quale incomincia la rivelazione della Verità. L’amicizia è la contemplazione di se stesso, attraverso l’Amico, in Dio.

Ancora giovanissimo, da poco iscrittosi alla Facoltà di Matematica e Fisica dell’Università di Mosca, Pavel A. Florenskij scriveva profeticamente in una lettera alla madre di voler dedicare la propria vita a dar forma ad una nuova sintesi tra l’ecclesialità e la cultura universale, «far confluire l’intero insegnamento della Chiesa in una visione filosofico-scientifica e artistica del mondo».
Così, non appena discussa la sua tesi di laurea, che suscitò grande ammirazione tra i maggiori matematici dell’epoca, i quali gli offrirono la possibilità di intraprendere una brillante carriera accademica, nel 1904 sorprendentemente egli si iscrisse all’Accademia Teologica di Mosca per dedicarsi alla ricerca delle radici dottrinali e spirituali della cultura cristiana in rapporto alla conoscenza integrale del mondo.
L’obiettivo venne perseguito con tenacia dal giovane Florenskij, mettendo a frutto una molteplicità di competenze in svariati campi di ricerca, al punto tale da essere denominato dai suoi contemporanei il “Leonardo da Vinci della Russia”. In effetti, l’elaborazione scientifica complessiva di questo genio del pensiero russo che spazia nelle molteplici forme dello scibile con singolare competenza e padronanza dei più svariati registri formali, non finisce mai di stupire, sia per l’originalità del pensiero e delle intuizioni, sia per la competenza interdisciplinare che anticipano molti versanti della ricerca filosofica e scientifica contemporanea.
Nel pensiero di padre Florenskij, sacerdote scienziato, ma anche sposo e padre di cinque figli, poi martire della Chiesa ortodossa che ha saputo pensare, affermare e testimoniare la verità nel cuore della tragedia del Novecento, vita e pensiero, fede e ragione, cristianesimo e cultura, invenzione scientifica e creazione artistica costituiscono un’unica indissolubile realtà, un’unica totalità organica animata da un ininterrotto palpitare di nessi.
Consapevole dei rischi e delle persecuzioni in atto, Florenskij subisce tutte le umiliazioni e le violenze che conosciamo, fino all’atto estremo del sacrificio di sé per rendere possibile la liberazione di altri compagni di cella. Florenskij venne arrestato nel maggio del 1933 e dopo alcuni mesi di carcere condannato a dieci anni di lavori forzati, prima nel Campo siberiano di Skovorodino, poi nel terribile gulag delle isole Solovki. Verso la fine del 1937 egli venne improvvisamente trasferito a Leningrado per essere fucilato l’8 dicembre del 1937, all’età di 55 anni.
Un capolavoro del pensiero del XX secolo
Tra i frutti più maturi di questa prima fase di elaborazione filosofico-teologica spicca l’opera considerata generalmente il suo capolavoro, vale a dire La colonna e il fondamento della verità (Stolp i utverždenie istiny) pubblicato per la prima volta nel 1914. L’opera suscitò grande ammirazione e stupore, ma anche alcune reazioni critiche soprattutto da parte di alcuni esponenti della teologia ortodossa, piuttosto restii a cogliere la portata innovativa del metodo epistolare, messo in atto da questo singolare “trattato” teologico-filosofico, ma anche la radicalità spirituale dei contenuti ivi proposti.
Nonostante la sua assoluta rilevanza nella storia della cultura europea, tanto da essere considerata da parte di autorevoli studiosi «una delle opere fondamentali del pensiero cristiano del secolo XX», per una sorta di drammatica ironia essa resta ancora in gran parte un capolavoro sconosciuto della filosofia russa al culmine della sua fioritura. Lo Stolp (La colonna) è un sorprendente itinerarium filosofico, un’abbagliante teoria logica e gnoseologica, ma anche un maestoso trattato ascetico e spirituale, un sorprendente poema teologico e lirico. In essa coesistono in un perfetto equilibrio il linguaggio filosofico della logica formale e matematica con quello della metafisica e della mistagogia patristica, dell’ontologia personalista e della letteratura mistica. Esaminando l’impianto del testo ancora risuonano emblematiche le parole pronunciate dal filosofo Evgenij Trubeckoj dopo la lettura: «Forse, in tutta la letteratura mondiale, se si fa eccezione per Le Confessioni di Sant’Agostino, non c’è analisi più illuminante e tormentata dell’animo umano, lacerato dal peccato e dal dubbio, e nessun’opera ha saputo manifestare con tanta chiarezza la necessità di un aiuto dall’alto per soccorrere il dubbio, come quella di Pavel Florenskij».
A quasi un secolo dalla prima comparsa, l’opera custodisce ancora intatta tutta la sua inviolabile radicalità e la sua potenza di pensiero, la disarmante trasparenza e semplicità della confessione interiore unitamente all’ardita e implacabile trattazione filosofica e teologica alle prese con le questioni cruciali dell’esistenza umana e cristiana. I dodici capitoli dei quali l’opera si compone, concepiti come Lettere ad un amico, ancora oggi stupiscono non solo per vastità e complessità di conoscenza, per il coraggioso tentativo di far interagire tra loro i diversi saperi e le molteplici forme e possibilità della ragione, ma soprattutto per la profondità dello sguardo rivolto verso gli abissi dell’umano nell’agonica ricerca di una luce di salvezza, di un’autentica sapienza d’amore, che ha la sua fonte generatrice nel dialogo d’amore tra le tre persone della santissima Trinità.
Le dodici Lettere si configurano simbolicamente come le dodici porte attraverso le quali è possibile accedere, dopo un tormentato e appassionante cammino ascetico, alla soglia della città celeste, sul confine tra i due mondi, quello del visibile e quello dell’invisibile, dell’umano e del divino, fino ad abitare il mistero della divinoumanità. Lungo questo cammino dell’anima assetata di verità e di senso, il passaggio ad ogni porta disvela al lettore un differente angolo visuale, conducendolo gradualmente fino alla visione unitaria e integrale del mondo, alla contemplazione dell’unità della conoscenza e della sapienza faticosamente agognata. Ripensare la filosofia a partire dall’ontologia trinitaria, e quindi dal principio di consustanzialità, è infatti la sfida cruciale attorno alla quale si regge l’intera opera, un compito di una decisività irrevocabile per il filosofo chiamato a interpretare e a vivere il rapporto vitale tra “i due mondi” alla luce di tale principio. Proprio questa radicalità della prospettiva trinitaria estesa alla realtà conoscibile rimase allora incompresa, alimentando dubbi e perplessità.
Alla filosofia Florenskij riserva il compito di mettere in atto un rigoroso esercizio della ragione, evitando che questa si riduca ad astratto e vuoto razionalismo e schematismo concettuale, a ragione paga soltanto di una corrispondenza formale ad una norma. Al contrario, la ragione deve poter sussumere in sé la vita, instaurare un legame vitale con l’essere, poiché come afferma padre Pavel: «Se la ragione non partecipa dell’essere, neanche l’essere partecipa della ragione, cioè esso è alogico, e allora è inevitabile considerare illusoria ogni sorta di nichilismo, fino all’appassito e triste scetticismo» (p. 84).
Ma come uscire da questo «pantano del relativismo»? Occorre considerare la ragione umana nella sua forza reale, nella sua attività, mostrando come la ragione partecipi dell’essere e l’essere della razionalità. Per Florenskij «la ragione non è un sistema di funzioni meccaniche sempre uguali a se stesse, ugualmente applicabili a qualunque materiale e a qualunque situazione. No, essa è qualcosa di vivo e di teleologico, un organo dell’essere umano, un modus di interazione dinamica del soggetto conoscente con l’oggetto conoscibile, vale a dire un tipo di relazione vitale con la realtà».
Proprio questa relazione vitale con la realtà spetta alla dialettica del pensiero. In tal modo si esce gradualmente dal sistema dei concetti chiusi e rassicuranti del quieto possesso, dallo schematismo della ragione logica, formale e calcolante, per inoltrarsi verso lo spazio aperto dei compossibili e delle differenti forme della conoscenza resi attingibili dalla «ragione nuova», fino a scorgerne gli immensi spazi della razionalità e della sapienza. Sono questi i nuovi orizzonti dilatati dalle dinamiche forme dialettiche del pensiero messe in atto da Florenskij (ragione relazionale, simbolica, comunionale, poetica, mistica ecc.) che scaturiscono dalla comune relazione vitale con la realtà indagata e contemplata oltre il suo apparente strato fenomenico, anticipando una sorprendente consonanza con quanto più recentemente sostenuto dal magistero di Benedetto XVI circa la necessità di una ragione aperta, allargata, trascendente.
Conoscenza e amore
Nei primi quattro capitoli dello Stolp, da matematico e rigoroso uomo di scienza, Florenskij delinea un’esemplare ricerca della verità colta nel suo valore logico, ontologico e salvifico, come cammino verso la sapienza dell’amore. Dapprima egli persegue la sua ricerca attraverso la messa in atto di una ragione esigente, di un rigoroso esercizio delle forme logiche e gnoseologiche della ragione. Qui si esplicano i criteri della veridicità e dell’attendibilità, si analizzano i concetti accessori ed in più l’autore in maniera specifica e rigorosa delimita le riflessioni con gli strumenti della filosofia razionale con le regole della sillogistica formale nel loro diverso grado di attendibilità dimostrativa, conducendole fino alle loro estreme possibilità, tanto da percepire (sulla scorta di Pascal e dell’ultimo Schelling) una sorta di «abisso della ragione» che fa precipitare la coscienza nel più tormentato inferno scettico.
Gli approdi di questa prima tappa sono insostenibili, poiché nessuna legge d’identità e principio di ragion sufficiente, quali criteri logici fondativi della ragione filosofica, possono di fatto corrispondere alla legge universale dell’essere, in quanto questa si disvela soltanto nel «volto interiore della profondità della vita inaccessibile al raziocinio; e in questa vita esso può avere la sua radice e la sua giustificazione» (p. 82). È questo uno dei momenti più delicati e complessi de La colonna, in cui l’argomentazione logica subisce uno snodo decisivo, passando dallo schematismo astratto della legge dell’identità, chiuso nella sua statica e mortifera tautologia, alla concezione viva e vivificante che per la prima volta lascia intravedere la possibilità di definirsi in relazione ad un’alterità.
Per Florenskij l’autentica conoscenza è la conoscenza essenziale della verità che avviene attraverso la partecipazione ontologica alla verità stessa e questo implica l’accoglimento dell’amore quale sostanza divina, un «entrare nelle viscere della Divina Unitrinità». Attraverso l’esperienza dell’amore, si esce dall’empirico per entrare nel Regno della verità triipostatica attraverso l’esperienza di una «conoscenza che si fa amore», custodita nel dogma dell’unica e indivisibile sostanza della Trinità.
La filosofia dell’amicizia
Ma la radicalità di Florenskij sta nell’aver introdotto questa categoria della consustanzialità, in analogia con la consustanzialità trinitaria, all’interno dei rapporti umani. Per il pensatore russo, infatti, l’amicizia è qui sulla terra quasi l’emanazione della forza divina irradiante da Dio che ama. Non certo per caso il destinatario delle Lettere dello Stolp, il placido fratello, il caro, alato amico al quale si rivolge Florenskij, diversamente da quanto ipotizzato in passato, è Sergej S. Troickij, con il quale condivise gli studi all’Accademia Teologica di Mosca, che sposò poi nel 1909 la sorella di Pavel e poco dopo venne tragicamente ucciso. La morte dell’amico più caro avvenuta al culmine della composizione dello Stolp, determinò in padre Florenskij un profondo turbamento interiore, con la conseguente necessità di rivedere l’impianto stilistico dell’opera trasformandola in un dialogo ininterrotto con l’amico ormai inesorabilmente lontano, eppure «eternamente vicino».
La scelta della forma epistolare non ha nulla di casuale, di arbitrario e tanto meno di «artificioso», in quanto risponde alla più interiore necessità teoretica di un raccordo sostanziale tra ragione e passione. Per Florenskij il dialogo con l’amico si configura come l’intima adesione alla verità dell’amore trinitario, entro il flusso e il ritmo della vita stessa, nella profonda convinzione, come attesta La colonna, che «l’amicizia come nascita misteriosa del Tu è il luogo nel quale incomincia la rivelazione della Verità (…) Questa rivelazione si compie nell’amore personale e sincero di due persone, nell’amicizia, quando a chi ama è concesso in forma previa, di distruggere l’autoidentità, di abolire i confini dell’Io, di uscire da se stesso e di trovare il proprio Io nell’Io dell’altro» (p. 404).
La “filosofia dell’homoousìa” che intesse da cima a fondo l’architettura del suo capolavoro, va compresa alla luce della filosofia dialogica dell’amicizia, la quale ha la pretesa di rivelare nientemeno che una consustanzialità anticipata o una «anticipata conoscenza della Verità». Nella lettera su L’amicizia il pensatore russo porta ai suoi esiti più maturi l’ethos ontologico trinitario che ha nella relazione personale di amicizia, quale riverbero radioso delle «dimore celesti», la sua concretizzazione esistenziale. L’amicizia, che è sempre esodo verso la terra inesplorata dell’altro, verso il suo mistero e forse la sua impenetrabilità, è anche la cifra di una «consustanzialità anticipata», e proprio in quanto tale essa «non è solo etica e psicologica, ma prima di tutto ontologica e mistica, e così l’hanno veduta in tutti i tempi coloro che hanno contemplato le profondità dell’esistenza (…). L’amicizia è la contemplazione di se stesso, attraverso l’Amico, in Dio » (p. 448).
Nell’epoca della frammentazione e dell’atomizzazione analitica della cultura, Florenskij ha avuto il coraggio di proporre questa originale Summa, rilanciando con vigore teoretico e spirituale un rinnovato confronto e incontro tra filosofia e teologia, rinsaldando quei nessi vitali tra ragione ed essere, tra ragione e passione, tra conoscenza e amore, tra sapienza e amore, legami palpitanti di vita che il pensiero moderno e contemporaneo ha spesso smarrito o intenzionalmente abbandonato.
Egli resta così uno dei rari pensatori del Novecento che sia riuscito nella delicatissima impresa di assumere l’esperienza teorica e pratica dell’amore come cardine di un nuovo pensare, evitando il rischio incombente delle astratte costruzioni edificanti e moralistiche o delle fughe spiritualistiche. La filosofia della religione di padre Florenskij ha infatti la sua chiave ermeneutica nell’amore quale fulcro dell’esperienza rivelativa e della conoscenza; un’intellezione d’amore che restituisce alla filosofia la sua originaria vocazione sapienziale, instaurando un legame vivo con il mistero fontale dell’amore trinitario.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 12 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

CON IL DONO DI SÉ GESÙ CELEBRA LA SUA PASQUA

http://www.zenit.org/article-29212?l=italian

CON IL DONO DI SÉ GESÙ CELEBRA LA SUA PASQUA

La catechesi di Benedetto XVI sulla preghiera di Cristo nell’Ultima Cena

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 11 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza Generale di questa mattina, nell’Aula Paolo VI.
***
Cari fratelli e sorelle,
nel nostro cammino di riflessione sulla preghiera di Gesù, presentata nei Vangeli, vorrei meditare oggi sul momento, particolarmente solenne, della sua preghiera nell’Ultima Cena.
Lo sfondo temporale ed emozionale del convito in cui Gesù si congeda dagli amici, è l’imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina. Da lungo tempo Gesù aveva iniziato a parlare della sua passione, cercando anche di coinvolgere sempre più i suoi discepoli in questa prospettiva. Il Vangelo secondo Marco racconta che fin dalla partenza del viaggio verso Gerusalemme, nei villaggi della lontana Cesarea di Filippo, Gesù aveva iniziato «a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31). Inoltre, proprio nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo era segnata dall’avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua. L’Ultima Cena si inserisce in questo contesto, ma con una novità di fondo. Gesù guarda alla sua Passione, Morte e Risurrezione, essendone pienamente consapevole. Egli vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione.
Questa novità ci viene evidenziata dalla cronologia dell’Ultima Cena nel Vangelo di Giovanni, il quale non la descrive come la cena pasquale, proprio perché Gesù intende inaugurare qualcosa di nuovo, celebrare la sua Pasqua, legata certo agli eventi dell’Esodo. E per Giovanni Gesù morì sulla croce proprio nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli pasquali.
Qual è allora il nucleo di questa Cena? Sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa. Ma guardiamo più da vicino questo momento.
Anzitutto, le tradizioni neotestamentarie dell’istituzione dell’Eucaristia (cfr 1 Cor 11,23-25; Lc 22, 14-20; Mc 14,22-25; Mt 26,26-29), indicando la preghiera che introduce i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino, usano due verbi paralleli e complementari. Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: «prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 22,19). Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto dieulogia/benedizione: «prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Mc 14,22). Ambedue i termini greci eucaristeìn e eulogeìn rimandano alla berakha ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti. Le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. La berakha, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto: nell’Ultima Cena di Gesù, si tratta del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente. Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della berakha diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù.
Prima delle parole dell’istituzione vengono i gesti: quello dello spezzare il pane e quello dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso.
Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù dare, in quel momento, Se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis. Con il dono del pane e del vino che offre nell’Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: «Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). Egli quindi offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo.
Ancora una volta nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi. Contemplando i gesti e le parole di Gesù in quella notte, vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell’amore, il «Sacramentum caritatis». Per due volte nel cenacolo risuonano le parole: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24.25). Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico. Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: «Cristo, nostra Pasqua [il nostro Agnello pasquale!], è stato immolato! Celebriamo dunque la festa … con azzimi di sincerità e di verità» (1 Cor 5,7-8).
L’evangelista Luca ha conservato un ulteriore elemento prezioso degli eventi dell’Ultima Cena, che ci permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno. Partendo dalla preghiera di ringraziamento e di benedizione, Gesù giunge al dono eucaristico, al dono di Se stesso, e, mentre dona la realtà sacramentale decisiva, si rivolge a Pietro. Sul finire della cena, gli dice: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). La preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli, sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato. E la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L’evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui: «In quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto» (Lc 22,60-61).
Cari fratelli e sorelle, partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; cfr 1Cor 11, 24-26); ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù. Fin dall’inizio, la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell’amore accogliente del Figlio (cfr Gesù di Nazaret, II, pag. 146). Partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata.
Cari amici, chiediamo al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli. Grazie.

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31