Archive pour le 10 janvier, 2012

Gerusalemme, città vecchia

Gerusalemme, città vecchia dans immagini sacre citta-vecchia-1

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Publié dans:immagini sacre |on 10 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Cattedrali cuore d’Europa (Osservatore Romano)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2011/047q04a1.html

Cattedrali cuore d’Europa

(Osservatore Romano 26 febbraio 2011)

di TIMOTHY VERDON

Al cuore di ogni città europea di qualche importanza, vi è una cattedrale, segno della presenza – in un arco di secoli più o meno lungo – di una comunità cristiana operosa. Tipicamente grande, questa struttura s’impone sulla coscienza del cittadino come del turista, costituendosi un tratto significativo della fisionomia del luogo. Depositaria d’innumerevoli cimeli del passato, invita a cogliere l’identità storica degli abitanti del posto, e a collegarla allo slancio creativo ingenerato dalla fede; la bellezza dell’edificio e dell’arte che l’arricchisce infatti fornisce una chiave di lettura della vita interiore di coloro che l’hanno voluta, costruita e mantenuta, cifra sicura dei valori collettivi che da due millenni plasmano l’esperienza spirituale d’Europa.
Il primo di questi valori è religioso: quello di un rapporto privilegiato con Dio. Le cattedrali sono emblematiche di questo rapporto: sono chiese ossia case di preghiera per un popolo che si crede convocato da Dio.
Sono chiese speciali, poi, normalmente più grandi e belle di altre perché – come il biblico tempio di Gerusalemme – accolgono la vita non dei soli abitanti del posto ma di tutti coloro che Dio chiama; ogni cattedrale infatti simboleggia l’universalità della vocazione cristiana e merita il nome che la Bibbia attribuisce all’antico tempio ebraico: « Una casa di preghiera per tutti i popoli » (Isaia, 56, 7). Proprio questa frase verrà citata da Gesù quando, prima della sua passione, Egli libera il tempio di Gerusalemme da venditori e cambiavalute, dicendo: « Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri! » (Marco, 2, 17; cfr. Matteo, 21, 12-13; Luca, 19, 46).
Ogni cattedrale simboleggia cioè l’universalità di un rapporto con Dio purificato da Cristo, e si offre come quel « luogo » di cui egli parlava alla Samaritana, dove « i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori » (Giovanni, 4, 23). Le cattedrali sono case di preghiera per coloro che, rispondendo a Dio, si lasciano trasformare in veri adoratori; sono segni permanenti di un rapporto dinamico, che trasforma l’uomo nei suoi rapporti con altri uomini, anzi con « tutti i popoli ».
All’interno di questi edifici vi è poi un altro segno, che spiega pienamente il senso del termine « cattedrale »: la cattedra o sedia del vescovo, spesso realizzata in materiali nobili e forme monumentali. Ciò che distingue una cattedrale da altre chiese è infatti la presenza di questa sedia del ministro ecclesiastico considerato un successore degli apostoli inviati da Cristo a tutte le nazioni, l’episcopus o vescovo. L’universalità della cattedrale dipende, in effetti, dall’universalità della missione affidata da Cristo ai suoi apostoli dopo la risurrezione, quando disse loro: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato » (Matteo, 28, 19-20). In pratica, la cattedra posta in prossimità all’altare esplicita le funzioni assegnate in quell’occasione da Cristo, di ammaestrare e santificare tutte le nazioni. Il magistero dei vescovi al servizio della santificazione di successive generazioni, nei luoghi dove sorgono cattedre e cattedrali, è poi un elemento costitutivo della promessa trasformazione dei credenti in veri adoratori del Padre.
Insieme all’insegnamento e alla santificazione dei popoli loro affidati, i vescovi hanno una terza funzione, pure questa comunicata dalla cattedra e dall’associata struttura architettonica: quella di governare in persona Christi.
Il comando di ammaestrare e battezzare tutte le nazioni, nell’appena citato brano del Vangelo, viene infatti introdotto e completato da frasi che riguardano l’eccelsa autorità del Salvatore perdurante nei suoi inviati. « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra », dice; e poi: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Matteo, 28, 18 e 20b).
La frequente presentazione della cattedra come trono e della cattedrale come aula regia (basilica) derivano da quest’ultima funzione, in cui sono effettivamente compendiate le altre due, perché l’obbedienza dei fedeli ai loro vescovi già implica l’acquisizione di una sapienza che santifica, secondo un principio enunciato da Cristo. Parlando agli apostoli, egli disse: « Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato » (Matteo, 10, 40).
Dagli inizi del cristianesimo, questo principio di obbedienza è stato riconosciuto come fondamentale alla comunione ecclesiale. Uno scrittore del II secolo, sant’Ignazio d’Antiochia, afferma che « Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, opera secondo la volontà del Padre, come i vescovi, costituiti in tutti i luoghi sino ai confini della terra, agiscono secondo la volontà di Gesù Cristo ». A questa frase il santo fa seguire poi l’appassionato invito « di operare in perfetta armonia con il volere del vostro vescovo », notando che il clero della comunità destinataria del suo testo era già « così armonicamente unito al vescovo, come le corde di una cetra; in tal modo, nell’accordo dei vostri sentimenti e nella perfetta armonia del vostro amore fraterno, s’innalzerà un concerto di lodi a Gesù Cristo » (Efesini, 2, 2; cfr. Franz Xaver Funk, Karl Bihlmeyer, Die apostolischen Väter, seconda edizione, Tübingen 1956, 1, pp. 175-177).
Nella logica di questo sistema spirituale, è facile comprendere i segni materiali che c’interessano. La cattedra in prossimità all’altare simboleggia l’armonica unità dei fedeli con il loro vescovo, del vescovo con Cristo e di Cristo con il Padre; e l’edificio che ospita la cattedra e l’altare a sua volta magnifica il simbolo.
Come afferma un moderno padre della Chiesa, Paolo VI: « La cattedrale è di Cristo, a Cristo ogni cattedrale appartiene. Per Lui si è innalzata una cattedra, sulla quale il suo apostolo, in sua vece, parlerà; per Lui un trono, sul quale chi tiene il suo posto siederà; per Lui un altare, dal quale chi lo rivive farà salire al Padre il suo stesso sacrificio; per Lui è qui riunita la Ecclesia, il popolo col suo vescovo, ed a Lui innalza il suo inno di gloria e la sua gemente preghiera; è da Lui che questo tempio acquista la sua misteriosa maestà » (discorso pronunciato nel rinnovato duomo di Crema nel 1959).
Ogni cattedra in ogni cattedrale va quindi visualizzata nei termini già suggeriti in un mosaico romano degli inizi del V secolo, dove a sedere sul trono in mezzo all’assemblea è Cristo stesso, glorioso sopra l’altare eucaristico. L’ubicazione di questo mosaico in una basilica romana, poi Santa Pudenziana, e la presentazione di Cristo come un imperator tra apostoli trasformati in patrizi togati, suggeriscono un altro aspetto del nostro tema: la compenetrazione della vita ecclesiastica cristiana dai simboli dell’antico impero romano. Già il linguaggio usato da Ignazio d’Antiochia per descrivere l’organizzazione della Chiesa nel II secolo (il periodo di massima espansione dell’impero romano), s’ispirava alla retorica dello stato avvezza di metafore musicali, e con l’accettazione ufficiale del cristianesimo al tempo di Costantino e l’assunzione da parte dei prelati cristiani di insegne derivanti dalla gerarchia civile quali i ceri e l’incenso, la metafora si traduceva in realtà.
Con la successiva definizione delle circoscrizioni ecclesiastiche secondo la ripartizione territoriale dell’impero in « diocesi » il sogno romano di unità politica e culturale venne assimilato alla visione cristiana di comunione ecclesiale che Ignazio d’Antiochia vide radicata nel rapporto tra Cristo e Dio Padre.
Consegue che, dalla fine dell’antichità e per tutto il medioevo, la sedia vescovile in una chiesa cattedrale evocava – oltre alla comunione della Chiesa locale col suo capo – l’aspirazione di ricostituire l’onnicomprensiva armonia dell’antico impero unito intorno al trono.
Questo grazie anche al ruolo legittimante del Pontefice romano, il Papa, la cui autorità sull’antica capitale sostituiva quella dei Cesari; la comunione col vescovo di Roma dei vescovi dell’Europa post-antica in qualche modo perpetuava, infatti, la struttura dell’antico stato, e l’identità ecclesiale cristiana, di nazione santa, s’innestava sull’identità civica tramandata dal tardo impero, il concetto giudeo-cristiano « popolo di Dio » sovrapponendosi a quello romano di plebs, un popolo autonomo con diritti e doveri, capace di difendersi e pronto al sacrificio.
Questa sovrapposizione concettuale contribuisce al prestigio delle cattedrali, che erano normalmente le uniche strutture cittadine con residue valenze universali, segni della trasformazione dell’antico sogno imperiale in dinamico progetto ecclesiastico.

Publié dans:OSSERVATORE ROMANO (L') |on 10 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

« BEATI I PURI DI CUORE » : L’INVISIBILE DIO SI MOSTRA AI SUOI AMICI (Don Claudio Doglio)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio28.htm

« BEATI I PURI DI CUORE »

(Don Claudio Doglio)

L’INVISIBILE DIO SI MOSTRA AI SUOI AMICI

Introduzione

Iniziamo ricordando come le beatitudini ci pongano di fronte alle scelte morali decisive.
Tra le tante cose che possiamo dire a proposito delle beatitudini da un punto di vista generale, anche questa è importante: l’annuncio del Vangelo nella forma delle beatitudini ci pone davanti l’esigenza di una scelta, cioè di un’adesione al Signore maturata, intelligente, libera e voluta. Questa scelta comporta un impegno morale, cioè di vita, di comportamento.

Accogliere questo messaggio significa accogliere uno stile di vita, scegliere una mentalità.
Questa sera sviluppiamo la sesta beatitudine: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ».
La formula che caratterizza le persone che vengono proclamate beate è simile alla prima: i « poveri in spirito » e i « puri di cuore », due espressioni che grammaticalmente sono simili perché hanno entrambe un dativo di relazione, « poveri » in quanto allo spirito e « puri » in quanto al cuore. Si tratta di un modo di esprimersi parafrasabile con un’altra espressione: « chi ha il cuore puro », cioè i « puri di cuore » sono « coloro che hanno il cuore puro ».
Come sempre, dunque, cerchiamo di capire il significato dei termini che qui sono due: il « cuore » ed il concetto di « puro ».
Si tratta di termini facili, di elementi semplici della nostra lingua, ma che comunque hanno bisogno di essere approfonditi biblicamente, cioè di essere capiti nel contesto biblico, perché non sempre il nostro linguaggio corrisponde a quello della Bibbia.

Il significato del termine « cuore »
Nel nostro modo di parlare « cuore » è un termine che solitamente indica affetto: facciamo gli auguri « con tutto il cuore », ringraziamo « di vero cuore », sempre facendo riferimento al cuore come ad un simbolo sentimentale.
Invece, nel linguaggio biblico, il cuore è innanzitutto la sede dell’intelligenza; quando si parla di « cuore » si intende il pensiero. La nostra traduzione corretta sarebbe la « mente », per cui là dove nel linguaggio biblico si parla di « cuore » noi parliamo di mente. « I pensieri del suo cuore durano per tutte le generazioni »: ovviamente nel nostro linguaggio non si parla di cuore, ma di mente; si tratta infatti di metafore, di linguaggio traslato, perché il cuore di per sé non ha a che fare né con il sentimento né con l’intelligenza. È un modo poetico di parlare, per cui, cambiando l’ambito culturale, cambiano i riferimenti.
Per essere più completi dobbiamo dire che nel linguaggio biblico il cuore è il centro della vita personale. Più che alla mente, nel senso di intelligenza, dovremmo fare riferimento, con un linguaggio filosofico, all’ »io » personale: il cuore è la coscienza dell’individuo, molto simile allo « spirito ». Ricorderete che quando abbiamo parlato, a proposito della prima beatitudine, di « poveri in spirito », dicevamo che quell’aggiunta di « spirito » è un elemento tipicamente greco, perché il concetto di spirito come coscienza e intelligenza è ellenistico. Nel linguaggio semitico, invece, questa dimensione di coscienza intelligente, dell’io personale, è espressa con la terminologia del cuore.
Proviamo a vedere nel Vangelo di Matteo, dal quale traiamo le beatitudini, l’uso del termine cuore, limitandoci solo a tre citazioni, fra le molte esistenti, per far vedere la grande gamma di significati che il termine comporta.

Dicevamo innanzitutto che il cuore significa « vita intellettuale ». Nel Vangelo di Matteo, Gesù si rivolge a degli scribi, che stanno pensando male di lui, con queste parole: « Perché pensate cose malvagie nei vostri cuori? » (Mt 9,4). Il cuore è la sede del pensiero: quelle persone stanno pensando delle cattiverie nei confronti di Gesù, perché « nel loro cuore meditano cose cattive », quindi è un pensiero, è una mente cattiva; noi diremmo: « Perché hai in testa queste idee? Hai la mente bacata? Perché pensi a queste cose cattive? ». Non ricorreremmo, come si vede, al termine « cuore », mentre invece nel linguaggio biblico ciò avviene: Gesù usa il termine « cuore » per parlare di una persona che sta pensando male di un’altra.
Troviamo anche una sfumatura di tipo volitivo, perché, al di là dell’intelligenza, l’io personale è caratterizzato dalla volontà. Ricorriamo ad un altro versetto di Matteo in cui Gesù dice: « Dal cuore provengono i propositi malvagi » (Mt 15,19), cioè dal cuore vengono fuori i desideri cattivi, la volontà; allora, il cuore esprime la sede della volontà, il cuore è l’organo con cui la persona « vuole », bene o male. Sono i propositi, che possono essere buoni o cattivi, ma è comunque dal cuore che emergono queste intenzioni, questi propositi.
Infine, il cuore indica anche un aspetto di tipo relazionale, come qualità di carattere; ricordate quel brano famoso, che abbiamo avuto modo di citare in altri passaggi, in cui Gesù dice: « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Questa è una formulazione molto simile alla nostra; umile « di cuore »: Gesù si presenta come persona mite e umile « nel cuore », quindi nel centro della sua persona, come suo modo di pensare, la sua intelligenza è mite e umile, la sua volontà è mansueta e umile.
Allora diventa chiaro che il cuore è l’origine dei rapporti umani, tutto parte dal cuore. Fate però attenzione a non leggere ciò che sto dicendo in chiave moderna: non sto dicendo che tutto nasce dal sentimento, sto dicendo invece che l’io, la coscienza personale è il punto di partenza della relazione: io mi relaziono con le altre persone in modo intelligente, voluto e partecipato anche dal sentimento – non lo escludo, ma non è l’unico per me.
Quindi, il cuore indica una persona completa nei suoi elementi di intelligenza, volontà e sentimento. Dunque, il cuore è l’origine della relazione, ma è anche l’unità, è ciò che caratterizza l’unità del rapporto, quello che fa « uno »: sono io, nei tuoi confronti, nei confronti delle altre persone e nei confronti di Dio. Dunque, potremmo dire che il cuore esprime la relazione personale di una persona con le altre persone e anche con Dio; una relazione personale implica intelligenza, volontà e affetto.

Il concetto di « puro » e di « purità »
Adesso siamo pronti per aggiungere l’aggettivo « puro ». Se quello detto prima è il « cuore », quando è « puro »?
Anche qui dobbiamo ricercare nell’ambito biblico l’aiuto per comprendere questo aggettivo.
È un problema, perché il mondo biblico dell’Antico Testamento ha un linguaggio molto differente dal nostro: la « purità » o l’ »impurità » sono concetti legati da una distinzione che segue dei criteri che noi abbiamo completamente superato.
Ad esempio, viene considerato impuro il suino, per cui il salame è cibo impuro e mangiarne è un peccato impuro. Nel nostro linguaggio non corrisponde affatto, noi abbiamo tutt’altra idea di impurità o di atto impuro, ma tutto questo è frutto di una mentalità morale differente.
Il mondo biblico dell’Antico Testamento pensa che è puro ciò che è conforme a Dio, che appartiene alla sfera di Dio, che rende graditi a Dio, che è secondo la sua legge; quindi, il concetto di « puro » implica l’appartenenza a Dio. Vi chiederete allora che cosa c’entri il salame: proprio perché viene proibito da una legge il consumo di certi alimenti, quegli alimenti diventano impuri in quanto proibiti.
Nel Nuovo Testamento troviamo il titolo di « impuro » attribuito a quattro tipi di realtà:
la lebbra. È la malattia impura, – il lebbroso è condannato a dire: « Immondo! Immondo! », un termine che è sinonimo di impuro – ed è considerata così proprio perché veniva giudicata una maledizione, una punizione di Dio, è il segno della lontananza da Dio.
i demoni, i diavoli. Sono chiamati « spiriti impuri, immondi », perché in opposizione a Dio; il diavolo è chiamato « spirito immondo » perché non ha niente a che fare con Dio, è in rotta con lui, è in disaccordo.
i sepolcri, le tombe. Sono considerati impuri perché la morte è impura; difatti, il sacerdozio dell’Antico Testamento si guarda bene dal toccare le tombe o i cadaveri perché contaminano. La morte non ha niente a che fare con Dio: Dio è « il vivente » e la morte è la negazione di Dio, quindi viene definita impura per dire che è diversa, separata da Dio.
i cibi e le mani. I cibi sono divisi in puri e impuri e le mani sono « immonde » se sono sporche; si tratta di un uso tipicamente farisaico, per cui alcuni elementi vengono sottolineati come impuri, in quanto violano la legge, non sono conformi alla parola di Dio.
Allora, se il titolo di « impuro » viene dato a questa realtà, noi riusciamo a ricostruire l’idea di « puro ».
Il « cuore puro », l’ »io personale puro » devono allora corrispondere alla parola di Dio: il cuore è puro quando è conforme alla volontà di Dio. La relazione personale è pura quando è accogliente nei confronti di Dio, quando non è chiusa. Il cuore è puro quando è libero da tendenze e da impulsi contrari a Dio, quando è interamente dedicato a lui, è pienamente conforme alla sua volontà: cuore puro significa cuore totalmente di Dio, conforme a lui.
A questo punto sorge una perplessità: se il cuore, per essere puro, deve essere così totalmente unito a Dio, io mi domando se sono in grado di esserlo; è un obiettivo grandioso che mi viene presentato come un ideale futuro a cui tendere. Ma io, di fatto, adesso, sono così?
Proviamo a vedere qualche altro passo biblico in cui si parla di « cuore puro », forse ci aiuta a capire meglio, rischiamo di avere esagerato nella precedente analisi. Vediamo due salmi, significativi da questo punto di vista. Nel salmo 23 ci si domanda « Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? » e si risponde « Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronuncia menzogna » (Sal 23, 3÷4b). Dato che nel linguaggio biblico si adopera, in poesia soprattutto, il parallelismo, cioè si ripete due volte la stessa cosa in modo parallelo, noi, dal raddoppiamento, siamo aiutati a capire un significato. Le mani innocenti, in qualche modo, spiegano il cuore puro: intenzione e azione; il non dire menzogna spiega il cuore puro: è un cuore non menzognero, non falso. Potrebbero, queste, essere indicazioni preziose.
Un altro salmo ci viene in aiuto, il salmo 50, il famoso « Miserere »: « Cor mundum crea in me, Deus », « Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo » (Sal 50, 12), è la grande domanda già dell’antico orante. Siamo nel parallelismo: « cuore puro » equivale a « spirito saldo ». Eravamo già arrivati prima a dire che « cuore » e « spirito » si assomigliano; adesso ci viene detto che il « cuore puro » è parallelo allo « spirito saldo »: « saldo » indica una chiarezza, una coerenza, una coscienza solida e matura. Ma l’orante chiede a Dio « Crea in me un cuore puro », quindi chiede qualcosa che non ha, che riconosce di non avere; chiede al Signore che crei, cioè che, con un’opera di creazione, intervenga nella sua vita per creare ciò che non c’è.
Nella prima lettera di Pietro troviamo questa indicazione: « Amatevi – dice l’apostolo – di cuore puro » (11 Pt 1,22); sembra un’espressione dei nostri auguri. Pensate un po’ a come avreste scritto: dopo « Amatevi … » avreste messo « puro » o un altro aggettivo? Io avrei messo « di vero cuore », è una formula che corre nei nostri auguri: « di vero cuore, Le auguro ogni bene », « La ringrazio di vero cuore ». In genere, l’aggiunta di un aggettivo a « cuore » insiste sulla verità, la sincerità, la limpidezza.
Nella lettera di Giacomo (Gc 4,8) l’apostolo dà questa indicazione: « Santificate i vostri cuori », cui fa seguito un’espressione che, nella traduzione in italiano « o irresoluti » forse non rende il significato. Nel testo greco viene usato il termine « dipsychoi », cioè persone che hanno due anime, doppie nell’animo, dal cuore doppio. « Santificate i vostri cuori », ma santificare e purificare sono attribuzioni di Dio: santo è Dio, come puro è Dio. « Santificate i vostri cuori, o animi doppi » significa « unificate il vostro centro spirituale », « siate coerenti, siate unitari, non doppi ». Quando si dice « di cuore puro » si intende esattamente quello che intendiamo noi quando diciamo « di vero cuore ». Tante volte si dice una cosa, ma se ne pensa un’altra; ci sono, nella nostra esperienza di vita, delle doppie tensioni: si fa una cosa, ma con due intenzioni, ci sono doppi fili. La vita è piena di doppiezze, non c’è spesso limpidezza, non abbiamo il coraggio di dire a certe persone quello che effettivamente pensiamo, perché è pericoloso, perché possiamo rimetterci, perché non ci fa comodo; e allora facciamo perfino finta di essere generosi e di accettare pazientemente tutto, ma non è vero, perché dentro reagiamo male, ma esternamente non lo diamo a vedere, non abbiamo il coraggio di reagire anche esternamente. In questi casi la faccia non dice quello che ho nel cuore, il cuore è doppio; e non dico ciò che penso perché andrebbe contro il mio interesse, perché non voglio rimetterci. Tanto per fare un esempio, penso ad una poesia di Trilussa, una delle tante variazioni sul lupo e l’agnello, nella quale il lupo chiede all’agnello di dirgli chiaramente cosa pensi di lui: l’agnello ammette di sentirsi troppo debole per potersi permettere di essere sincero. Quindi non può essere sincero perché altrimenti ci rimetterebbe, e allora deve nascondersi. Si potrebbero fare altri esempi per constatare l’atteggiamento falso che tante volte domina i nostri rapporti.
Il cuore puro non ha niente a che fare con la sessualità o la mentalità sessuale, ma indica una limpidezza d’animo, è sinonimo di sincerità, di schiettezza.
Quando parliamo di oro dicendo che è « puro » intendiamo una sua qualità importante: significa che è solo oro, che non c’è nient’altro insieme, è tutto oro, è pulito proprio perché è stato tolto ogni elemento estraneo, sono state eliminate le scorie. Analogamente, il cuore è puro quando è limpido, quando è semplice, schietto. A questo punto siamo tornati da capo, siamo tornati al discorso che avevamo fatto prima: il cuore puro, come adesione totale a Dio. Allora, se l’oro per diventare puro ha bisogno di una purificazione in un crogiolo, anche il cuore ha bisogno di una purificazione dalle « scorie », da ciò che noi chiamiamo « peccati », il male che c’è dentro di noi. Il cuore diventa puro quando vengono eliminati i peccati, intesi soprattutto come inclinazioni negative, come adesioni sbagliate, come legami affettivi a qualche cosa di negativo: è la divisione della persona che « sta un po’ con Dio, ma senza esagerare », che « sa ciò che dice il Vangelo, ma poi deve stare nel mondo e si devono seguire altre regole », quindi « religiosi sì, aderire a Dio sì, ma senza esagerare, non proprio tutto! ». Per cui « se non ho il cuore doppio, come faccio a sopravvivere? » e allora « do una parte del cuore a Dio, ma l’altra parte deve essere attaccata ad altri criteri, al resto del mondo, mi interessano altre cose! ».
Non è questione di un semplice interesse mondano, il problema è rappresentato da una mentalità che scelga altri criteri; il cuore doppio è proprio l’atteggiamento contrario, cioè della persona divisa, della persona che deve dividere il proprio amore almeno con due amanti, se non con una serie. Ecco perché i profeti parlavano di idolatria come di prostituzione, cioè di un amore diviso, per cui non si può dire « Il mio amore è totalmente tuo », perché non è vero; il cuore, in realtà, è diviso fra tanti interessi. L’impurità del cuore sta nella divisione dell’intelligenza, della volontà e dell’affetto, in un atteggiamento di divisione del legame affettivo, volitivo e intelligente, mentre il cuore puro è totalmente orientato a Dio.

Vedere Dio
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Come sempre, l’elemento importante della beatitudine sta nella motivazione: « vedranno Dio » è ciò che conta.
In genere, noi avevamo trovato dei verbi al passivo per giudicare un’azione di Dio: « saranno trattati con misericordia », saranno consolati », « saranno saziati », ma abbiamo trovato anche dei verbi attivi come « erediteranno la terra »; però avevamo sottolineato che anche lì c’è un’azione di Dio: i miti ereditano la terra perché Dio gliela lascia in eredità, quindi l’azione determinante è di Dio.
Anche nel caso di questa beatitudine dobbiamo ragionare così: « vedranno Dio » non è un’azione degli uomini, ma un’azione di Dio.
Nel linguaggio biblico si insiste con forza nel dire che « nessuno può vedere Dio », e il prologo di san Giovanni culmina con la grande affermazione « Dio non l’ha mai visto nessuno »: l’uomo non può vedere Dio, se Dio non si lascia vedere.
E allora, la promessa « vedranno Dio » equivale a dire: « Il Signore si farà vedere, mostrerà loro il suo volto »; li lascia eredi della terra, li tratta con misericordia, si fa vedere.
Ricordate, nel libro dell’Esodo, il grande desiderio di Mosè: « Mostrami il tuo volto, fammi vedere il tuo volto »; e Dio che risponde che non si può vedere il suo volto, al massimo potrai avere un’intuizione, un barlume di esperienza quando passerò su di te mentre sarai nella cavità della roccia.
Gesù, in qualche modo, annuncia che si può vedere il volto di Dio. Ma qual è il significato simbolico di questa espressione che è molto ricca? Vedere Dio significa stare alla sua immediata presenza, faccia a faccia; significa sperimentare la sua realtà, quella che si chiama la sua gloria, la sua luminosità, la sua essenza divina.
Ma « vedere Dio » significa essere trasformati, non è semplicemente uno spettacolo che tu osservi dall’esterno: vedere Dio implica una comunione profondissima. Prendiamo la prima lettera di Giovanni: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è »(1 Gv 3, 2). Vederlo come egli è significa diventare come lui, essere trasformati a sua perfetta somiglianza. Gesù aggiunge: « Dio si fa vedere a voi, si offre a voi, vi mostra il suo volto, vi prende cioè nella sua intimità, vi rende conformi a lui; potete essere puri di cuore, potete essere limpidi, potete trovare la forza di diventare sinceri, potete smetterla di essere doppi e di aver paura di rimetterci. Potete attaccarvi a lui perché lui si fa vedere e vi rende simili a sé ». È il grande momento della trasformazione: questa beatitudine sottolinea la grandezza dell’incontro personale con Dio. Dovrebbe esserci, nel nostro cuore di credenti, il desiderio di vedere Dio e di incontrarlo.
Una vignetta orientale parla di un discepolo che esprime al suo maestro il desiderio di vedere Dio; il maestro risponde che, per ottenere ciò, deve desiderarlo con tutte le sue forze. Il discepolo insiste dicendo:  » È ciò che io desidero, ma come posso vederlo? », e il maestro replica: « Devi desiderarlo di più ». Un giorno, mentre facevano il bagno nel fiume, il maestro improvvisamente prese la testa del discepolo e la tenne sott’acqua con forza, mentre il discepolo si dibatteva per liberarsi. Finalmente il maestro lasciò riemergere la testa del discepolo, che poté ricominciare a respirare e subito chiese che cosa significasse il gesto che aveva subito. Ed ecco la risposta sapiente del maestro: « Quando desidererai Dio come desideravi l’aria fino ad un momento fa, allora lo vedrai ».
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Giovanni, nella sua prima lettera, continua dicendo: « Chiunque ha questa speranza in sé, purifica se stesso, come egli è puro » (1 Gv 3, 3). Chi ha fortemente in sé il desiderio di vedere Dio, purifica il proprio cuore e l’occhio del cuore riesce a vedere Dio, ma perché Dio si è fatto vedere.
Beati voi! Potete essere sinceri, schietti e limpidi, perché Dio si fa vedere da voi.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento |on 10 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

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