Archive pour le 8 janvier, 2012

San Giovanni Battista nel deserto

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Publié dans:immagini sacre |on 8 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

L’Epifania di Prudenzio – Poesia, di un triplice dono – Inos Biffi (O.R.)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2011/004q04b1.html

(L’Osservatore Romano 6 gennaio 2011)

L’Epifania di Prudenzio

Poesia

di un triplice dono

di Inos Biffi

L’adorazione dei Magi e il loro triplice dono d’oriente. È il tema dei versi di Prudenzio assegnati all’ufficio delle letture nella festa dell’Epifania: dimetri giambici acatalettici, non particolarmente ispirati, ma chiari e lineari. Essi volgono in poesia il passo di Matteo (2, 11): « I Magi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra », illustrati nel loro significato arcano.
Alludono infatti al sorprendente mistero racchiuso in quel bambino, invitato dal poeta a riconoscere il senso inteso da quelle insegne: « Riconosci, o bambino, i segni della potenza e della regalità che il Padre tuo ti ha assegnato ». E precisamente il prezioso tesoro dell’oro e l’odore fragrante dell’incenso ne simboleggiano la dignità regale e la divinità; mentre la polvere di mirra ne raffigura la mortalità e ne presagisce la sepoltura.
Quanto a Betlemme, si trova nobilitata e innalzata su tutte le città della Giudea, per il privilegio di aver dato i natali a Colui, che, disceso dal cielo e fattosi carne, è guida alla salvezza.
Per decisione del Creatore, in conformità con l’annuncio siglato dai Profeti, sarà lui – prosegue l’inno – a esercitare il giudizio e ad assumere il regno: « Un regno che si estende a tutto l’universo, da oriente a occidente, e comprende ciò che sta sopra i cieli o giace negli inferi ».
Sentiamo nei versi di Prudenzio echeggiare diversi richiami e motivi scritturistici. Vi sono intessuti l’oracolo di Michea, « E tu, Betlemme, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda » (5, 1-3); le promesse divine fatte al Messia: « Lo scettro del tuo potere stende il Signore (…) A te il principato nel giorno della tua potenza » (Salmi, 110 [109]); la sua esaltazione da parte di Dio, che « gli donò il nome che è al sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre » (Filippesi, 2, 9-11); l’implorazione per il re messianico: « O Dio, affida al figlio del re la sua giustizia » (Salmi, 72 [71], 1) o l’affermazione stessa di Gesù: « Il Padre ha dato ogni giudizio al Figlio » (Giovanni, 5, 22).
Il racconto della venuta dei sapienti d’oriente, attratti come primizie nella luce della stella, mentre rievoca le vicissitudini passate d’Israele, delinea, in anticipo profetico, la missione universale di Gesù, l’Israele nuovo, riconosciuto dalle nazioni ma rifiutato dalla sua gente. Nelle sue precoci tribolazioni si ripetono le vicissitudini dolorose del popolo ebraico oppresso in Egitto dal Faraone, ora riapparso nella figura di Erode che vanamente trama di uccidere il bambino.
Nella festa dell’Epifania, rievocando la venuta dei Magi che « si prostrarono e lo adorarono », la Chiesa rinnova la sua fede gioiosa in Gesù, Figlio di Dio, unico Salvatore del mondo e ne proclama la signoria. Tutta l’identità e la consistenza della Chiesa si risolvono e si raccolgono in questa assoluta adorazione. Nessun altro salvatore, che non sia l’identico Gesù incontrato a Betlemme da quei misteriosi scrutatori degli astri, riesce anche solo minimamente a incantarla o a distrarla. Al di fuori di lui, proclamato ogni giorno dalla medesima Chiesa come il suo « solo Signore », ci sono solo ingannevoli idoli, intenti a traviarla. Anzi, essa stessa, la Chiesa, sa di brillare nel mondo come l’esclusiva e provvida stella che a tutti gli uomini rischiara la strada e si ferma dove si trova il bambino.

Introduzione al Vangelo di Marco

http://www.adonaj.net/old/lettura/vangelo_marco_intro.htm

VANGELO DI MARCO

Introduzione

Mediteremo il Vangelo di Marco cercando di non essere schematici, poiché c’è tanto da riflettere. I Vangeli, non scordiamolo mai, sono ispirati da Dio Padre, ma non sono scritti dal Creatore: questo vuol significare che L’Onnipotente muove a scrivere, ma parla attraverso l’uomo, attraverso la sua umanità.
Perché Marco in questo momento? Vorrei farvi un esempio: come sapete esistono tante versioni del « Dies Irae », e rammento quando ero ragazzino che ne preferivo uno in particolare, quello di Mozart (era il sacerdote della parrocchia che m’istruiva alla musica sacra). Poi, con l’avanzare degli anni, ho scoperto quello di Giuseppe Verdi e mi pareva più bello. Oggi che sono nonno, mi sono chiesto per qual motivo ne devo scegliere uno in particolare dal momento che ognuno ha una sua caratteristica peculiare. Così è dei Vangeli: sempre Vangelo è. Dobbiamo assaporarli tutti perché ciò significa approfondire la conoscenza di Gesù arricchirci di Lui.
Il Vangelo di Marco è il più breve tra i quattro e dalle ultime scoperte degli studiosi, è il più antico, ed è concentrato sulla persona di Gesù, sui suoi insegnamenti, potremmo dire sulla sua identità. Marco ci pone tre domande: Chi è Gesù? Conosco veramente Gesù? Sono veramente suo discepolo?
Chi era Marco? Diciamo subito che Marco non fu discepolo di Gesù, ma un simpatizzante, almeno da giovane. L’ultima cena si svolse proprio nella casa dei suoi genitori, e fu ritrovo anche dopo la crocifissione e, probabilmente, anche durante la manifestazione dello Spirito Santo. Nella notte dell’arresto, Marco aveva seguito Gesù e i discepoli nell’orto degli Ulivi, che era di proprietà della sua famiglia, e si era addormentato nel capanno degli attrezzi, quando fu risvegliato improvvisamente dal frastuono notturno; senza pensare e col solo lenzuolo, si era messo a seguire le guardie che conducevano via Gesù in catene. I discepoli di Gesù frattanto erano già fuggiti tutti. Anche Marco è catturato, ma con la sveltezza della gioventù, si lascia andare e tutto nudo fugge. Anni dopo, convertito e battezzato da Pietro, sarà al seguito prima di Paolo e Barnaba, e infine con Pietro a Roma.
Anche se Marco usa un vocabolario limitato (eccetto quando scrive di cose concrete e delle reazioni provocate da Gesù), le sue frasi legate in malo modo, i suoi verbi coniugati senza preoccupazione per la concordanza dei tempi, la sua stessa rozzessa, danno vita ad un racconto simile allo stile orale; infatti, Marco nel suo scritto ha seguito la predicazione di Pietro; il quale, parlando occasionalmente, sceglieva alcuni temi isolati della sua abituale catechesi, e indirizzandosi ai pagani preferiva ai discorsi di Gesù i fatti biografici di lui come più adatti a quegli uditori. E infatti Marco ha per buona parte l’aspetto di una raccolta di aneddoti biografici, che corrispondono a ciò che ricordava o cose di cui aveva redatto come promemoria.
Tuttavia sotto i dettagli « presi dal vero », si presenta spesso una trama schematica che rivela materiale già tradizionale o strutturato per l’uso nella comunità cristiana. Quando Marco cerca di far rivivere la scena, non presenta un puro resoconto di uno spettacolo immediato. D’altronde, l’assenza di una qualunque cronologia, l’indifferenza per la psicologia dei personaggi, il ritratto stereotipa della folla non permette di considerare questo Vangelo una semplice vita di Gesù. Marco si distingue nel presentarci il ritratto vivo di un uomo, in contrasto con le immagini già belle e fatte, con le sue reazioni imprevedibili; con la sua compassione e la sua rudezza, con la sua sorpresa o la sua parola tagliente. Tutta la sua anima si manifesta in uno sguardo, che può essere d’ira o d’amore, d’interrogazione o d’attenzione intensa, dallo stupore alla meraviglia, dalla diffidenza alla decisione di ucciderlo e, per i discepoli, dall’attaccamento cieco all’incomprensione e all’abbandono.

Gesù nel Vangelo di Marco.
Gesù inizia la sua attività in Galilea, a Cafarnao e nei dintorni del lago, compie alcune puntate fuori dei confini della Palestina per avviarsi poi verso la capitale, in Giudea, dove si consumerà la tragedia della sua morte violenta. Se cerchiamo di utilizzare le magre notazioni di Marco per ricostruire la geografia dell’attività di Gesù, rimaniamo delusi. Marco parla genericamente di montagna o della riva del lago, della barca; della casa, della sinagoga, ecc…Una volta è menzionata Nazareth, due volte Betsaida e Betania. Marco non riteneva importante la geografia, quanto, piuttosto, ciò che Gesù faceva e diceva. Infatti, la seconda impressione che ricaviamo dal contatto con il Vangelo di Marco è quella di una narrazione condotta secondo uno schema biografico drammatico. Il racconto inizia con l’entusiasmo della folla in Galilea, si snoda attraverso le incertezze della crisi e della rottura e culmina con la catastrofe di Gerusalemme. In questo schema il Vangelo di Marco presenta momenti forti e rilevazioni tematiche che ci suggeriscono un piano preciso. I momenti forti e i relativi temi ci suggeriscono l’articolazione di questo dramma spirituale.
L’attività inaugurale si snoda all’inizio attorno al lago, sintetizzata nella solenne proclamazione del regno di Dio, accompagnata da alcuni segni, i miracoli. La sezione è preceduta dall’introduzione che unisce Gesù con l’attività di Giovanni il Battista e con il battesimo, dove si ha la prima rivelazione dell’identità di Gesù: lui è il Figlio di Dio unico. A seguire due raccolte, una di parabole, l’altra di miracoli, permettono a Marco di svolgere i due temi: quello del regno di Dio, che matura nella storia di Gesù, e quello della ricerca circa l’identità di Gesù: chi è questo Maestro che comanda le potenze del mare?
La giornata tipo di Cafarnao ci presenta, quasi una sorta di diario, vale a dire la sintesi dell’attività di Gesù. Già in questo primo inizio della sua opera si disegnano le varie prese di posizione di fronte all’annuncio del regno nella persona di Gesù: quella della folla che accorre da ogni parte; l’adesione sincera dei discepoli; la perplessità e la paura dei parenti e dei compagni, e infine il sospetto e l’ostilità dei circoli dirigenti che hanno il loro punto di riferimento nella capitale, Gerusalemme. Il dramma del regno e di Gesù, protagonista del regno è già enunciato e individuato nelle sue grandi linee di sviluppo. Due episodi molto espressivi segnano le tappe successive della vicenda evangelica: il rifiuto di Gesù a Nazareth e la proclamazione messianica a Cesarea di Filippo. Il tema unificante in questa sezione è sintetizzato dal « pane »: pane dato generosamente nel deserto al popolo senza guida e nutrimento, « pane dei figli » dato anche agli esclusi, i pagani.
Ancora una volta attorno a questo pane, che rappresenta il dono messianico o definitivo di Dio che si fa presente in Gesù, si rivelano le diverse reazioni: quella della folla dall’entusiasmo facile e ambiguo; la difficoltà crescente dei discepoli a comprendere il significato profondo dei gesti esterni di Gesù; l’ottusità gretta e maligna della classe dirigente. La parte centrale del vangelo segna la svolta decisiva: Gesù lascia la Galilea e si avvia a Gerusalemme; accetta la proclamazione messianica dei discepoli, fatta da Pietro, ma d’ora in poi annuncia la morte e risurrezione del Figlio dell’uomo. Una nuova proclamazione divina, analoga a quella del battesimo, conferma la vera identità di Gesù in questa svolta critica della sua vicenda: lui è il Figlio di Dio, unigenito, rivelatore autorevole della volontà del Padre. Il cammino d’avvicinamento a Gerusalemme è contrassegnato dalla progressiva chiarificazione del progetto messianico di Gesù.
Questo avviene non solo nel triplice annuncio fatto ai discepoli della morte e risurrezione del figlio dell’uomo, ma anche nell’approfondimento delle sue conseguenze per coloro che seguono Gesù. In questa sezione la folla sta sullo sfondo come orizzonte, in primo piano sono i discepoli sconcertati e impauriti o sconvolti dalla nuova prospettiva del regno. Gli avversari sono già inquadrati nel loro ruolo di protagonisti della passione. I tre giorni dell’attività a Gerusalemme sono il preludio della passione e risurrezione. Il confronto con i circoli dirigenti della capitale verte sull’identità di Gesù e sul suo progetto messianico.
I temi e i motivi del rifiuto di Gesù e della sua condanna a morte sono anticipati in modo palese. Anche qui, come all’inizio, si tracciano le posizioni dei protagonisti: la folla è ancora favorevole e simpatizzante per Gesù; discepoli bene o male sono raccolti attorno a Gesù; gli avversari, dirigenti spirituali e religiosi (anziani, sacerdoti, Sadducei, Scribi e Farisei), sono bloccati in una opposizione radicale che aspetta solo l’occasione buona per diventare violenza repressiva. Infine, dopo il discorso di raccomandazioni e di addio riservato agli amici intimi, costruito sullo stile delle apocalissi; il dramma culmina nella condanna a morte violenta di Gesù.
Si tratta dei versetti più appariscenti che proiettano la loro luce su tutto il resto del Vangelo. I temi più importanti annunciati e sviluppati nell’arco dell’intera vicenda vengono ripresi e chiariti. Il titolo di Cristo, Messia, dato dal gruppo dei discepoli nella solitudine di Cesarea, ora è ripreso e riferito pubblicamente davanti alla suprema autorità giudaica: il Sinedrio presieduto dal sommo sacerdote (Caifa), il titolo di Figlio di Dio riecheggiato nelle due rivelazioni divine, nel battesimo, e nella trasfigurazione, ora è formulato nel momento vertice della passione, sulla collina del Golgota, da parte dell’ufficiale pagano che assiste alla morte di Gesù: « Veramente quest’uomo era Figlio di Dio! »
Il merito del Vangelo di Marco è di avere fissato i ricordi di Gesù al momento in cui la vita delle Chiese sparse fuori della Palestina e la riflessione teologica favorita dall’incontro con culture straniere, rischiava di perdere il contatto con l’ origine del Vangelo. Marco è riuscito a mantenere viva, incancellabile la visione di una esistenza movimentata, difficile a comprendere, anche ai nostri giorni, ponendosi la domanda: « Chi è dunque quest’uomo? ». La risposta che Marco ci suggerisce, è la stessa dei primi credenti che furono i primi testimoni.
Gesù è il Messia, Figlio di Dio, ma non secondo le attese e le prospettive umane. La croce e la risurrezione contraddistinguono in maniera inequivocabile il suo compito e la sua identità. Tuttavia, per chi si limitasse a ripetere questa risposta, Marco riapre il problema e rammenta che la fede viene messa alla prova nell’impegno senza compromessi a seguire Gesù, il quale, tramite il Vangelo, è sempre all’opera in mezzo agli uomini, fino alla fine dei tempi.
Ecco, cari fratelli e sorelle, con questa frase, che suggella il Vangelo, Marco dà piena giustificazione alla solenne proclamazione: « Inizio dell’evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio ».

Publié dans:Bibbia - Nuovo Testamento |on 8 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

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