Archive pour le 7 janvier, 2012

IL BATTESIMO DI GESÙ

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BENEDETTO XVI ESORTA I CRISTIANI A SEGUIRE IL CAMMINO DEI MAGI

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BENEDETTO XVI ESORTA I CRISTIANI A SEGUIRE IL CAMMINO DEI MAGI

L’omelia del Papa nella Solennità dell’Epifania del Signore

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 6 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Alle ore 9.30 di questa mattina, giorno della Solennità dell’Epifania del Signore, Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella Basilica Vaticana.
Nel corso della celebrazione, il Papa ha conferito l’Ordinazione episcopale ai presbiteri: Mons. Charles John Brown, eletto Arcivescovo titolare di Aquileia e nominato Nunzio Apostolico in Irlanda e Mons. Marek Solczynski, eletto Arcivescovo titolare di Cesarea di Mauritania e nominato Nunzio Apostolico in Georgia e Armenia.
Hanno concelebrato con il Santo Padre il Cardinal Tarcisio Bertone, S.D.B., e il Cardinal William Joseph Levada, e i due Vescovi eletti.
Il rito di Ordinazione ha avuto luogo dopo la proclamazione del Santo Vangelo e l’annunzio del giorno della Pasqua, che quest’anno si celebra l’8 aprile.
Riportiamo di seguito l’omelia pronunciata dal Pontefice durante la Santa Messa:
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Cari fratelli e sorelle!
L’Epifania è una festa della luce. « Àlzati, [Gerusalemme,] rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te » (Is 60,1). Con queste parole del profeta Isaia, la Chiesa descrive il contenuto della festa. Sì, è venuto nel mondo Colui che è la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce. Egli dona loro il potere di diventare figli di Dio (cfr Gv 1,9.12). Il cammino dei Magi d’Oriente è per la liturgia soltanto l’inizio di una grande processione che continua lungo tutta la storia. Con questi uomini comincia il pellegrinaggio dell’umanità verso Gesù Cristo – verso quel Dio che è nato in una stalla; che è morto sulla croce e che, da Risorto, rimane con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20).
La Chiesa legge il racconto del Vangelo di Matteo insieme con la visione del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: il cammino di questi uomini è solo un inizio. Prima erano venuti i pastori – le anime semplici che dimoravano più vicino al Dio fattosi bambino e che più facilmente potevano « andare di là » (cfr Lc 2,15) verso di Lui e riconoscerLo come Signore. Ora, però, vengono anche i sapienti di questo mondo. Vengono grandi e piccoli, re e servi, uomini di tutte le culture e di tutti i popoli. Gli uomini d’Oriente sono i primi, ai quali tanti, lungo tutti i secoli, vengono dietro. Dopo la grande visione di Isaia, la lettura tratta dalla Lettera agli Efesini esprime la stessa cosa in modo molto sobrio e semplice: le genti condividono la stessa eredità (cfr Ef 3,6). Il Salmo 2 l’aveva formulato così: « Ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane » (Sal 2,8).
I Magi d’Oriente precedono. Inaugurano il cammino dei popoli verso Cristo. Durante questa santa Messa conferirò a due sacerdoti l’Ordinazione episcopale, li consacrerò Pastori del popolo di Dio. Secondo le parole di Gesù, precedere il gregge fa parte del compito del Pastore (cfr Gv 10,4). Quindi, in quei personaggi che come primi pagani trovarono la via verso Cristo, possiamo forse cercare – nonostante tutte le differenze nelle vocazioni e nei compiti – indicazioni per il compito dei Vescovi. Che tipo di uomini erano costoro? Gli esperti ci dicono che essi appartenevano alla grande tradizione astronomica che, attraverso i secoli, si era sviluppata nella Mesopotamia e ancora vi fioriva. Ma questa informazione da sola non basta. C’erano forse molti astronomi nell’antica Babilonia, ma solo questi pochi si sono incamminati e hanno seguito la stella che avevano riconosciuto quale stella della promessa, quale indicatore della strada verso il vero Re e Salvatore.
Essi erano, possiamo dire, uomini di scienza, ma non soltanto nel senso che volevano sapere molte cose: volevano di più. Volevano capire che cosa conta nell’essere uomini. Probabilmente avevano sentito dire della profezia del profeta pagano Balaam: « Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele » (Nm 24,17). Essi approfondirono quella promessa. Erano persone dal cuore inquieto, che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto. Erano uomini alla ricerca della promessa, alla ricerca di Dio. Ed erano uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso ed insistente. Ma erano anche uomini coraggiosi e insieme umili: possiamo immaginare che dovettero sopportare qualche derisione, perché si incamminarono verso il Re dei Giudei, affrontando per questo molta fatica.
Per essi non era decisivo ciò che pensava e diceva di loro questo o quello, anche persone influenti ed intelligenti. Per loro contava la verità stessa, non l’opinione degli uomini. Per questo affrontarono le rinunce e le fatiche di un percorso lungo ed incerto. Fu il loro coraggio umile a consentire ad essi di potersi chinare davanti al bambino di gente povera e di riconoscere in Lui il Re promesso, la cui ricerca e il cui riconoscimento era stato lo scopo del loro cammino esteriore ed interiore.
Cari amici, come non vedere in tutto ciò alcuni tratti essenziali del ministero episcopale? Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore inquieto che non si accontenta delle cose abituali di questo mondo, ma segue l’inquietudine del cuore che lo spinge ad avvicinarsi interiormente sempre di più a Dio, a cercare il suo Volto, a conoscerLo sempre di più, per poterLo amare sempre di più. Anche il Vescovo deve essere un uomo dal cuore vigilante che percepisce il linguaggio sommesso di Dio e sa discernere il vero dall’apparente.
Anche il Vescovo deve essere ricolmo del coraggio dell’umiltà, che non si interroga su che cosa dica di lui l’opinione dominante, bensì trae il suo criterio di misura dalla verità di Dio e per essa s’impegna: « opportune – importune ». Deve essere capace di precedere e di indicare la strada. Deve precedere seguendo Colui che ha preceduto tutti noi, perché è il vero Pastore, la vera stella della promessa: Gesù Cristo. E deve avere l’umiltà di chinarsi davanti a quel Dio che si è reso così concreto e così semplice da contraddire il nostro stolto orgoglio, che non vuole vedere Dio così vicino e così piccolo. Deve vivere l’adorazione del Figlio di Dio fattosi uomo, quell’adorazione che sempre di nuovo gli indica la strada.
La liturgia dell’Ordinazione episcopale interpreta l’essenziale di questo ministero in otto domande rivolte ai Consacrandi, che iniziano sempre con la parola: « Vultis? – volete? ». Le domande orientano la volontà e le indicano la strada da prendere. Vorrei qui brevemente menzionare soltanto alcune delle parole-chiave di tale orientamento, nelle quali si concretizza ciò su cui poc’anzi abbiamo riflettuto a partire dai Magi dell’odierna festa.
Compito dei Vescovi è il « praedicare Evangelium Christi », il « custodire » e « dirigere », il « pauperibus se misericordes praebere », l’ »indesinenter orare ». L’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il precedere e dirigere, il custodire il sacro patrimonio della nostra fede, la misericordia e la carità verso i bisognosi e i poveri, in cui si rispecchia l’amore misericordioso di Dio per noi e, infine, la preghiera continua sono caratteristiche fondamentali del ministero episcopale. La preghiera continua che significa: non perdere mai il contatto con Dio; lasciarsi sempre toccare da Lui nell’intimo del nostro cuore ed essere così pervasi dalla sua luce. Solo chi conosce personalmente Dio può guidare gli altri verso Dio. Solo chi guida gli uomini verso Dio, li guida sulla strada della vita.
Il cuore inquieto, di cui abbiamo parlato rifacendoci a sant’Agostino, è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. Il nostro cuore è inquieto in relazione a Dio e rimane tale, anche se oggi, con « narcotici » molto efficaci, si cerca di liberare l’uomo da questa inquietudine. Ma non soltanto noi esseri umani siamo inquieti in relazione a Dio. Il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato. Il cuore di Dio è inquieto, e per questo si è incamminato verso di noi – verso Betlemme, verso il Calvario, da Gerusalemme alla Galilea e fino ai confini del mondo.
Dio è inquieto verso di noi, è in ricerca di persone che si lasciano contagiare dalla sua inquietudine, dalla sua passione per noi. Persone che portano in sé la ricerca che è nel loro cuore e, al contempo, si lasciano toccare nel cuore dalla ricerca di Dio verso noi. Cari amici, questo era il compito degli Apostoli: accogliere l’inquietudine di Dio verso l’uomo e portare Dio stesso agli uomini. E questo è il vostro compito sulle orme degli Apostoli: lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto.
I Magi hanno seguito la stella. Attraverso il linguaggio della creazione hanno trovato il Dio della storia. Certo, il linguaggio della creazione da solo non basta. Solo la Parola di Dio che incontriamo nella Sacra Scrittura poteva indicare loro definitivamente la strada. Creazione e Scrittura, ragione e fede devono stare insieme per condurci al Dio vivente. Si è molto discusso su che genere di stella fosse quella che guidò i Magi. Si pensa ad una congiunzione di pianeti, ad una Super nova, cioè ad una di quelle stelle inizialmente molto deboli in cui un’esplosione interna sprigiona per un certo tempo un immenso splendore, ad una cometa, e così via. Continuino pure gli scienziati questa discussione. La grande stella, la vera Super nova che ci guida è Cristo stesso.
Egli è, per così dire, l’esplosione dell’amore di Dio, che fa splendere sul mondo il grande fulgore del suo cuore. E possiamo aggiungere: i Magi d’Oriente di cui parla il Vangelo di oggi, così come generalmente i Santi, sono diventati a poco a poco loro stessi costellazioni di Dio, che ci indicano la strada. In tutte queste persone il contatto con la Parola di Dio ha, per così dire, provocato un’esplosione di luce, mediante la quale lo splendore di Dio illumina questo nostro mondo e ci indica la strada. I Santi sono stelle di Dio, dalle quali ci lasciamo guidare verso Colui al quale anela il nostro essere.
Cari amici, voi avete seguito la stella Gesù Cristo, quando avete detto il vostro « sì » al sacerdozio e al ministero episcopale. E certamente hanno brillato per voi anche stelle minori, aiutandovi a non perdere la strada. Nelle Litanie dei Santi invochiamo tutte queste stelle di Dio, affinché brillino sempre di nuovo per voi e vi indichino la strada. Venendo ordinati Vescovi, siete chiamati ad essere voi stessi stelle di Dio per gli uomini, a guidarli sulla strada verso la vera Luce, verso Cristo. Preghiamo dunque in quest’ora tutti i Santi, affinché voi possiate sempre rispondere a questo vostro compito e mostrare agli uomini la luce di Dio. Amen.

EPIFANIA E RE MAGI TRA MITO E REALTÀ

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EPIFANIA E RE MAGI TRA MITO E REALTÀ

La solennità che si celebra oggi ha chiare origini orientali

di Pietro Barbini

ROMA, venerdì, 6 gennaio 2012 (ZENIT.org) – Si celebra oggi la festa conosciuta con il nome di Epifania, dal greco “apparizione”, “rivelazione”, commemorativa dell’arrivo dei Re Magi, giunti a Betlemme al tempo del regno di Erode, per rendere omaggio al “Re dei Giudei” attraverso i doni di Oro, dono riservato ai re, l’Incenso, simbolo della divinità, e la Mirra, segno della sua umanità.
Questa è una festa ci è pervenuta dall’Oriente: se ne ha notizia a partire dal 215, data che fondamentalmente corrisponde al nostro Natale. Con il tempo, sia in Oriente che in Occidente, la festa diviene giorno teofanico, dedicato al battesimo di Gesù. Solo più tardi, e in alcuni luoghi, rispetto al battesimo prevale il mistero di un’altra teofania, ossia quella dei Magi, consolidatasi sempre di più nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri.
Fondamentalmente non esiste nessun documento sicuro che attesti quale fosse la provenienza di questi personaggi, quanti realmente fossero, quali fossero i loro nomi (alcune fonti, infatti, riferiscono nomi diversi rispetto ai canonici Melchiorre, Baldassarre e Gaspare) ma soprattutto che cosa fecero dopo la loro comparsa nella storia della Natività.
Nel Milione Marco Polo afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, in Persia, ritenuta loro città d’origine, confermando anche i tre consolidati nomi e affermando anche che si trovavano riposti all’interno di tre tombe distinte, ancora incorrotti, con barba e capelli. Il beato Odorico da Pordenone, recatosi nel 1320 proprio in quella regione, confermerebbe quanto narrato da Marco Polo.
Dei Magi se ne parla nel Vangelo di Matteo (2,1-12), considerato la fonte più accreditata, e in alcuni vangeli apocrifi, oltre che nella profezia di Davide, che riferisce dei Magi già nell’Antico Testamento, e in tutte le altre documentazioni relative gli stessi sono postume. Si è pressoché concordi nell’identificare questi personaggi come appartenenti ad una casta sacerdotale persiana, studiosi di astronomia e astrologia, ed intimi discepoli e custodi della dottrina di Zoroastro. La credenza consolidata che fossero dei re prende origine dalla profezia del Salmo 72 che dice: “I re di Tarsis gli offriranno tributi”, e non da meno dal fatto che i doni offerti dagli stessi avevano un valore non comune, che a buon diritto potremo definire regale.
C’è una buona concordia anche nell’attribuire la loro provenienza dalla Mesopotamia, Persia e Caldea. Un dato è certo: dopo l’adorazione del Bambin Gesù, dei Magi non si ha più notizia. “Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”: così nel Vangelo di Matteo si conclude l’episodio relativo i Magi. Esistono alcune storie, leggende e racconti, ma niente di certo.
Dopo la Natività i tre ricompaiono solamente “da morti”. Le testimonianze riferiscono che i corpi furono recuperati in India da Sant’Elena e portati a Costantinopoli, arrivati poi a Milano, nel periodo delle Crociate, vi rimasero fino al 1164, anno in cui furono trasferiti da Federico Barbarossa a Colonia e qui riposti all’interno della Cattedrale dove vengono tutt’ora custoditi e adorati da numerosi pellegrini.
Se storicamente non abbiamo molti documenti relativi all’identità di questi curiosi personaggi, non si può dire lo stesso per ciò che concerne il forte valore simbolico di questa vicenda. La venuta dei Re Gentili, infatti, è fondamentale per il Cristianesimo, in quanto furono i primi a riconoscere il Salvatore e proprio loro gettarono le basi alla nascita della Chiesa Cristiana. La nuova Ecclesia, infatti, si genera dai sudditi dei Re Magi, diversi rispetto al popolo eletto, in quanto pagani, i cosiddetti non-circoncisi. Si dice anche che, in quanto sacerdoti del dio Ahura Mazda, seguendo la “lettura” del cielo, avevano rintracciato e riconosciuto il loro Salvatore universale, diventando così loro stessi l’anello di congiunzione tra il Cristianesimo, nascente, e i culti misterici orientali (nell’antichità si credeva che gli eventi importanti fossero preannunciati da fenomeni celesti particolari).
Per alcuni i Re Gentili indicherebbero le tre razze umane, discendenti dai tre figli di Noè, ossia, Sem, Cam e Iafef. Il Cardini dice che i Magi sono il simbolo delle età dell’uomo e delle dimensioni del tempo cosmico, espressioni dunque del presente, passato e futuro rotanti attorno al Cristo Kosmokrator e Kronokrator. Marsilio Ficino, invece, descrive i doni dei tre Magi come doni dedicati al “Signore delle stelle da parte di tre Signori dei pianeti” (oro=Giove; incenso=Sole; mirra=Saturno). I tre doni possono anche rappresentare i 3 continenti dell’antica tradizione (Europa, Africa, Asia).
Questo mito, insomma, porta con sé molteplici significati e interpretazioni. Il solo fatto che il tutto ci sia pervenuto dall’Oriente è indicativo. L’Oriente è il paese dove sorge il sole, dove la luce si diffonde, dove Dio è venuto al mondo. Dunque la ricerca della luce, anche nelle stesse rappresentazioni artistiche, si trasformava nel discorso metafisico della ricerca del sommo bene, dell’Assoluto e dunque di Dio. Bisogna ricordare inoltre che quando si parla di mito (dal greco mythos, cioè racconto) si intende un racconto di come qualcosa o qualcuno ha avuto origine.
A volte l’immagine dei Magi e la loro vicenda è stata interpretata come metafora del viaggio che ogni cristiano deve intraprendere nella propria vita per arrivare alla “Gerusalemme Celeste”. Spesso anche le rappresentazioni artistiche, realizzate intorno alla metà del ‘400, si sono fatte portatrici di valori laico-cavallereschi, che simbolicamente raffiguravano il viaggio interiore che ogni cavaliere doveva intraprendere nel corso della propria vita per raggiungere la purezza interiore.
Bisogna tenere bene a mente che anche nelle fiabe e nelle favole per bambini, tramandate da secoli e secoli, con il passare del tempo non esenti da manipolazioni fantasiose, c’è sempre un fondo di verità, un qualcosa che ha a che fare con la realtà. Le cose, insomma, non nascono dal nulla. Il mito, dunque, è un qualcosa che, per quanto possa o convincere o no, affascina, in quanto ci trascende e l’uomo in quanto tale, sin dalle sue origini, è attratto da tutto ciò che non riesce a contenere, da tutto ciò che lo oltrepassa, perché l’uomo in quanto tale, essere finito, aspira all’infinito, sempre alla ricerca di qualcosa che possa riempire quel perenne vuoto interiore che ciclicamente si ripresenta nel corso della propria vita, che non riesce mai a colmare definitivamente. Un vuoto che solamente Dio è in grado di riempire, la storia dell’uomo ne è la prova tangibile. Un vuoto interiore, o se si preferisce la mancanza di un senso, che i Magi hanno colmato facendo la scelta di seguire quella stella, quella stella che li ha condotti verso la luce, quella luce che ha rischiarato il mondo e cambiato le sorti dell’umanità e dell’uomo.

« MOSTRATE IL VOLTO GIOVANE, ATTIVO E BELLO DELLA CHIESA DI CRISTO »

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« MOSTRATE IL VOLTO GIOVANE, ATTIVO E BELLO DELLA CHIESA DI CRISTO »

Il messaggio del cardinale Turkson per la 4a Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terra Santa

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 7 gennaio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il messaggio del cardinale Peter K.A. Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, per la 4a Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terra Santa, in programma il 28 e il 29 gennaio prossimi.
***
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
in vista della 4° Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terra Santa che si celebrerà il prossimo 28-29 gennaio 2012, desidero far pervenire il saluto del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e l’assicurazione che vi accompagniamo nel vostro momento di fiduciosa preghiera.
La Chiesa da sempre guarda alla Terra Santa con affetto e attenzione. Lo scorso novembre il Santo Padre Benedetto XVI, rivolgendosi ai membri dell’Israeli Religious Council ricevuti in udienza, ha affermato che «la giustizia, insieme con la verità, l’amore e la libertà, è un requisito fondamentale per una pace sicura e duratura nel mondo. Il movimento verso la riconciliazione richiede coraggio e lungimiranza nonché la fiducia nel fatto che sarà Dio stesso a indicarci la via».
Quest’anno inoltre il Santo Padre ha donato al mondo un fiducioso e accorato Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in cui i giovani hanno un ruolo fondamentale, da protagonisti. Per esserlo occorre che vi lasciate coinvolgere in un processo di educazione alla giustizia e alla pace. Non solo. Occorre che siate voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, prendendo coscienza delle vostre potenzialità, non chiudendovi in voi stessi, lavorando per un futuro migliore soprattutto per i vostri coetanei.
In particolare, occorre assumere l’apprezzamento per il valore positivo della vita, alimentando il desiderio di spenderla al servizio del Bene.
I giovani sono e possono essere una risorsa per la pace se vivono la loro libertà in relazione con il vero, il bene e con Dio. Solo co sì pongono radici profonde al loro impegno per la giustizia e la pace. È solo l’incontro con Dio che permette di vivere pienamente la propria vocazione di costruttori di giustizia e di pace. Il periodo della giovinezza è quella stagione della vita in cui si guarda con entusiasmo ai grandi valori che oggi, purtroppo, sembrano essere fortemente indeboliti: la verità, la libertà, l’amore, la fraternità.
Nel Messaggio per la Giornata della Pace il Santo Padre vi esorta a non scoraggiarvi. Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace, occorre alzare gli occhi a Dio, perché Egli è fonte dell’amore, garante della nostra libertà – solo nella relazione con Lui se ne comprende il significato -, fondamento di ciò che è veramente buono e vero, misura di ciò che è giusto.
Cari giovani, il vostro contributo alla affermazione della Pace, in modo particolare in Terra Santa, vi ha già visto partecipi nelle Giornate di Preghiera che avete celebrato negli ultimi tre anni in comunione con il Patriarcato di Gerusalemme, con la Custodia di Terra Santa e con tutti i fratelli e le sorelle di buona volontà che vivono in quella terra.
Mi sento vicino a voi mentre vi preparate a vivere anche quest’anno un appuntamento importante che vi coinvolge tutti in una “cordata” di solidarietà e di preghiere che salgono a Dio da tutte le parti del mondo. Sentitevi ricordati con affetto e con amicizia. Mi unisco a voi pregando Colui che è Padre di tutti. Mi piace consegnarvi queste parole di Benedetto XVI: «Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo […] La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace».
Queste dunque le parole del Santo Padre che vi affido, sentendovi vicini. Vi ringrazio, perché mostrate il volto giovane, attivo e bello della Chiesa di Cristo.

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