Archive pour le 3 janvier, 2012

SS. Nome di Gesù

SS. Nome di Gesù dans immagini sacre 28060377

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La nascita di Gesù nel silenzio (SBF Jerusalem)

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La nascita di Gesù nel silenzio

G. Claudio Bottini

Studio Biblico Francescano, Gerusalemme

Chi non ha mai ascoltato, e forse anche cantato, con commozione melodie natalizie come: « Che magnifica notte di stelle /… Quale pace divina, solenne / hai prescelto o Bambino— In notte placida / per muto sentier /… Nell’aura è il palpito / d’un grande mister — Fermarono i cieli / la loro armonia »? Sono versi che esprimono lo stupore attonito e la trepida attesa con cui tutto l’universo dovette accompagnare la venuta al mondo di Gesù, Figlio di Dio e di Maria.
Probabilmente molti pensano che si tratti solo di un ingenuo abbellimento poetico del quadro natalizio: dinanzi al Dio Bambino tutti gli uomini tornano fanciulli in un mondo di sogno. Forse non tutti sanno che questo « motivo » è antichissimo e non è soltanto ispirato dalla poesia
1. La tradizione apocrifa
Si sa che attorno al Natale son fioriti racconti popolari e leggende che, prendendo spunto dai Vangeli canonici, hanno dato origine a dei complessi cicli letterari.
L’apocrifo « Protovangelo di Giacomo » o « Natività di Maria », molto antico e tanto diffuso, raccontando la nascita di Gesù, riferisce questa visione di Giuseppe: « Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita di stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l’alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso » (XVII 2-3; L. Moraldi, Apocrifi del N.T., Torino 1971,83).
Questo tema della sospensione della vita nell’universo si ritrova pure in due testi gemelli sul vangelo della natività, in parte dipendenti dal « Protovangelo ». I codici « Arundel 404″ « Hereford 0.3.9″ riportano la tradizione nel racconto che ne fa l’ostetrica chiamata da san Giuseppe per assistere la Madonna: « Nel più grande silenzio, in quel momento si sono fermate, tremanti, tutte le cose: infatti cessarono i venti, non dando più il loro soffio, non s’è più mossa alcuna foglia degli alberi, non s’è più udito alcun rumore di acque, non scorsero più i fiumi, non ci fu più il flusso del mare, tacquero tutte le fonti di acqua, non risuonò più alcuna voce umana: c’era un grande silenzio. In quel momento, lo stesso polo cessò l’agile movimento del suo corso. Le misure delle ore erano quasi tramontate. Con timore grande, tutte le cose tacevano stupite, mentre noi eravamo nell’attesa della venuta della maestà, del termine dei secoli » (72; Moraldi, 139 e 181 ).
Anche il « Vangelo armeno delI’infanzia » conosce il miracolo cosmico e lo racconta con vivacità: « E mentre (Giuseppe) camminava, vide che la terra si era sollevata e che il cielo si era abbassato, e alzò le mani come per toccare il punto in cui essi si congiungevano. E vide intorno a sé gli elementi intorpiditi e attoniti; i venti e l’aria del cielo, divenuti immobili, avevano interrotto il loro corso; gli uccelli e i volatili avevano trattenuto il loro volo. E, guardando a terra, vide una giara appena modellata: presso di essa era un vasaio che aveva impastato l’argilla e faceva il gesto di congiungere in aria le mani, ma quelle non si riavvicinavano. Tutti gli altri guardavano fisso in alto. Vide anche delle greggi condotte al pascolo: non avanzavano, non camminavano e non pascolavano. Il pastore brandiva il bastone e non poteva battere i montoni, ma teneva la mano sospesa in alto. Guardò pure un torrente in un burrone e vide dei cammelli che, passando di lì, tendevano la bocca sulle sponde del burrone e non mangiavano. Così, nel momento del parto della Vergine santa, tutti gli elementi restavano come immobili nel loro atteggiamento » (VIII, 10; C. Michel – P. Peeters, Evangiles Apochryphes, Paris 1911, 123s). Queste testimonianze mostrano che la tradizione era ampiamente diffusa e, di riflesso, che ad essa si dava importanza per il suo significato. Il fatto che la vita dell’universo si fermi come d’incanto al momento della nascita di Gesù indica la partecipazione cosmica, cioè di tutte le creature, all’avvenimento.
Alla luce di paralleli rilevati in altre culture qualcuno ha parlato persino di derivazione di questo tema dalla religione indiana o dalla mitologia greca. Ma, a parte il fatto che un parallelo non implichi sempre e necessariamente una dipendenza, non sarebbe più spontaneo e più logico rifarsi alla tradizione biblica e giudaica antica? Gli studi recenti mostrano sempre più chiaramente che tanta parte della letteratura apocrifa cristiana ha attinto temi e metodo di interpretazione dal mondo biblico e giudaico.
2. La tradizione biblica
Nella Bibbia assai spesso il silenzio e l’immobilità accompagnano le manifestazioni di Dio e i suoi interventi. Citiamo solo due testi, ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Il Salmo 76,9s, parlando del giudizio salvifico di Dio, dice: « Hai fatto udire dai cieli la sentenza: la terra è sbigottita e tace, quando Dio si alza per giudicare, per recare salvezza agli umili della terra ». Il profeta Abacuc, contrapponendo la maestà del Dio vivente alla falsità degli idoli, proclama: « YHWH invece è nel suo santo tempio: faccia silenzio davanti a lui tutta la terra » (2,20; cf. pure Es 15,16; Lev 10, 3; Is 41,1; Sof 1,7; Zac 2,17; Apoc 8,1). In questi testi biblici il silenzio esprime, dunque, il timore, il rispetto e l’adorazione delI’uomo e della terra stessa dinanzi al Signore che si fa presente.
3. La tradizione giudaica antica
E’ noto che la tradizione giudaica ha arricchito e abbellito fatti e personaggi della Bibbia con commenti e tradizioni di carattere popolare. La aggadah, commento biblico di tipo edificante e esortativo, è presentata come una via per comprendere meglio la Parola divina e conoscerne l’Autore. Un detto rabbinico dichiara: « Se tu vuoi conoscere ‘Colui che parlò e il mondo esistette’ (Sal 33, 9), studia la aggadah, poiché attraverso di essa l’uomo conosce il Santo, Egli sia benedetto » (Sifré Deut 11,22). Un testo richiama l’attenzione, perché offre un interessante parallelo della leggenda natalizia degli Apocrifi. Il « Midrash Rabbâ », collezione di commenti al Pentateuco e ad altri libri biblici, descrivendo lo scenario nel quale Dio donò la Legge al suo popolo, riporta questa tradizione: « Rabbi Abbahu (300 ca.) diceva in nome di Rabbi Jochanan ( m. 279): Quando Dio diede la Legge nessun uccello cinguettava, nessun volatile volava, nessun bue muggiva, nessuno degli Ofanim (ruote del carro divino, cf. Ez 1,15ss) muoveva un’ala, i Serafini non dicevano ‘Santo, Santo, Santo’, il mare non mormorava, le creature tacevano, tutto l’universo era ammutolito in un silenzio senza respiro, e venne la voce: ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,2) » (Esodo Rabbâ 29,9 a 20,1).
Poi il Midrash aggiunge che anche nella manifestazione di Dio sul monte Carmelo, al tempo di Elia (cf. 1 Re 18,20-40), tutto l’universo restò attonito, in silenzio. Quindi richiamandosi a Rabbi Simeone ben Lachish (250 ca.), il testo rabbinico conclude: « (Se vi fu silenzio allora), quanto più naturale che nel momento in cui Dio parlò sul monte Sinai, tutto l’universo restasse in silenzio, così che tutte le creature potessero conoscere che non vi era altro (Dio) al di fuori di Lui » (ivi).
E’ interessante notare che in questa tradizione la sospensione cosmica della vita ha un chiaro significato teologico. Il silenzio e l’immobilità di tutte le creature del cielo e della terra manifestano all’uomo la rivelazione del Dio unico.

Conclusione
La leggenda natalizia apocrifa, letta sullo sfondo biblico e giudaico qui presentato, forse si comprende meglio nel suo linguaggio e significato. Al momento della nascita di Gesù a Betlemme tutte le cose sulla terra, arrestandosi in un improvviso silenzio, ne avvertono e ne rivelano la venuta nel mondo. Certo, un racconto popolare con caratteri leggendari, ma pure con un toccante significato teologico. La liturgia del tempo natalizio sembra aver raccolto, almeno in parte, questo tema. Facendo uso del senso accomodatizio essa applica all’Incarnazione del Verbo e alla nascita di Gesù questo testo del libro della Sapienza: « Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale » (18,14s; cf. Messale e Breviario romano, Tempo di Natale).

Forse S. Ignazio di Antiochia, martire a Roma nel 107, ricordava anche questa tradizione scrivendo ai cristiani di Efeso: « E la verginità di Maria, come pure il parto di lei, furono nascosti al demonio e così anche la morte del Signore; tre misteri di gloria, che furono compiuti nel silenzio » (Efes. 19). I maestri della vita spirituale e i mistici di tutti i tempi hanno fatto proprio il tema poetico e biblico-teologico. Il silenzio, nella loro esperienza e dottrina, è l’atteggiamento con cui il cristiano deve ascoltare e accogliere la grande Parola, che il Padre ha detto in un silenzio eterno, cioè il Suo Figlio Gesù Cristo.

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I carismi femminili. La donna è una cetra che canta la vita (di Pavel Evdokimov)

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17/09/2010

I carismi femminili. La donna è una cetra che canta la vita

Pubblichiamo un estratto dal volume La novità dello Spirito (Ancora, 1997) – tradotto dal francese con la supervisione di Tomás Spidlík nel 1979 – ricordandone così a quarant’anni dalla morte (16 settembre 1970) l’autore, celebre pensatore e teologo russo ortodosso che insegnò teologia all’Istituto di San Sergio a Parigi, fu attivamente impegnato nel movimento ecumenico e anche tra gli osservatori invitati al concilio Vaticano ii.

di Pavel Evdokimov

La Bibbia fa della donna l’organo della recettività spirituale della natura umana: infatti la promessa della salvezza è stata fatta alla donna; la donna riceve l’Annunciazione; a lei il Risorto appare per prima; la donna « vestita di sole » raffigura la Chiesa e la Città celeste nell’Apocalisse. Allo stesso modo, Dio sceglie l’immagine della sposa e della fidanzata per esprimere il suo amore verso l’uomo, e la natura nuziale della comunione. Infine, l’evento più importante: l’Incarnazione si compie nell’essere femminile della Vergine: è lei a dare al Verbo la sua carne e il suo sangue.
Alla paternità divina come specifico dell’essere di Dio, risponde direttamente la maternità femminile come specificità religiosa della natura umana, la sua capacità recettiva del divino. Il fine della vita cristiana è di fare di ogni essere umano una madre, un essere predestinato al mistero della nascita: « affinché Cristo sia formato in voi » (Galati, 4, 19).
La santificazione è l’azione dello Spirito che opera la nascita miracolosa di Gesù nel profondo dell’anima. Perciò la Natività simboleggia ed esprime il carisma di ogni donna, di generare Dio nelle anime devastate: « Il Verbo nasce sempre di nuovo nei cuori degli uomini », dice la Lettera a Diogneto. Per san Massimo, il mistico è colui nel quale si manifesta la nascita dei Signore. Quando san Paolo desidera esprimere la sua paternità spirituale, usa l’immagine della maternità: « Io provo i dolori del parto ».
La Bibbia indica nella donna il punto predestinato dell’incontro tra Dio e l’uomo. Se l’uomo partecipa all’Incarnazione con il suo silenzio, nella persona di san Giuseppe, è la donna invece a pronunciare il fiat a nome di tutti. Al fiat creativo del Padre risponde l’umile fiat della « serva del Signore ». Cristo non avrebbe potuto prendere carne e sangue umani se l’Umanità-Maria non glieli avesse dati liberamente, come dono, pura offerta. La Vergine è il punto di incontro, il luogo di convergenza dei due fiat.
Figura della Chiesa, la Vergine personalizza il suo principio di protezione materna, orante; è la preghiera della Chiesa, quella che intercede.
In greco, la castità significa integrità e integrazione, la potenza stessa di unire. Un’antica preghiera liturgica chiede alla purissima Madre di Dio: « Con il tuo amore, lega la mia anima »; dall’aggregato degli stati psichici, fa uscire l’unità, l’anima. Questa integrazione è la sola capace di arrestare l’opera di demolizione a cui si abbandona il genio maschile moderno. In verità, la salvezza della civiltà dipende dall’ »eterno-materno ».
Si coglie la sua potenza salvatrice se si comprende che Eva non fu tentata in quanto « sesso debole »; al contrario, è stata sedotta perché è lei che rappresenta il principio dell’integrazione religiosa della natura umana; colpita al cuore, questa soccombe immediatamente: Adamo la segue, docilmente (« la donna mi ha offerto il frutto »), senza offrire alcuna resistenza, senza formulare domanda.
Lasciato a se stesso, l’uomo si smarrisce nell’infinito delle sue astrazioni, in tecniche perfezionate di avvilimento; degradato, diventa degradante e crea un mondo che risponde ai suoi postulati disumanizzati – l’uomo è in agonia.
L’uomo si prolunga nel mondo con l’utensile; la donna lo fa con il dono di sé. Nel suo essere stesso essa è legata ai ritmi della natura. Se la caratteristica dell’uomo è « agire », quella della donna è « essere »: ed è lo stato religioso per eccellenza. L’uomo crea la scienza, la filosofia, l’arte, ma altera tutto con una tremenda obiettivazione della « verità organizzata ». La donna è l’opposto di ogni obiettivazione; il suo forte non è la creazione, ma la generazione. Nel suo essere stesso, essa è il criterio che corregge ogni astrazione per ricollocare al centro i valori, per fare in modo che si manifesti correttamente il verbo maschile. Istintivamente la donna difenderà sempre il primato dell’essere sulla teoria, dell’operativo sullo speculativo, dell’intuitivo sul discorsivo. Essa possiede il dono di penetrare immediatamente nell’esistenza dell’altro, la facoltà innata di cogliere l’imponderabile, di decifrare il destino. Proteggere il mondo degli uomini in qualità di madre, e purificarlo in qualità di vergine, dando a questo mondo un’anima, la sua anima: tale è la vocazione di ogni donna, religiosa, celibe o sposa.
L’uomo ex-statico è nell’estensione di se stesso, nella proiezione del suo genio al di fuori, per dominare il mondo; la donna in-statica è rivolta verso il proprio essere, verso l’essere. Il femminile si esercita a livello della struttura ontologica; non è il verbo, ma l’esse, il grembo della creatura. È questa la manifestazione della santità, quella santità dell’essere che è insopportabile ai demoni; e non mediante gli atti, ma nella sua purità-santità la donna ferisce il dragone alla testa.
In Eraclito, « la guerra è il padre di tutte le cose; al contrario, l’armonia, l’accordo, è la madre di ogni cosa ». Il padre-guerra è simboleggiato dall’arco, e la madre-sinfonia dalla cetra. Ora la cetra, si potrebbe dire, è l’arco sublimato, l’arco dalle molte corde; anziché la morte, essa canta la vita. Così il maschile guerriero, omicida, può essere « accordato » dal femminile e cambiato in vita, cultura, culto, liturgia dossologica.
La Didascalia lega ontologicamente il femminile al mistero dello Spirito Santo: « Il diacono ha il posto di Cristo, e voi lo amerete; onorerete le diaconesse al posto dello Spirito Santo ». Per questo nel simbolismo dell’assemblea liturgica, la donna è chiamata « l’altare » e rappresenta la preghiera. Immagine dell’anima in adorazione, essa è l’essere umano divenuto preghiera. Nell’affresco delle catacombe di San Callisto, l’uomo stende la sua mano sul pane dell’offerta, ed è il sacrificatore, il vescovo, colui che agisce, che celebra. Dietro a lui sta in piedi l’orante, la donna in preghiera, offerta pura e dono totale. Nel suo carisma di protezione essa eleva la vita, il mondo, gli uomini verso Dio. Essa è sotto il segno dello Spirito che aleggia – « cova », secondo il termine ebraico del racconto della Creazione – segno del Paraclito, Avvocato e Consolatore.
Il sacerdozio di ordine, l’episcopato e il presbiterato, è una funzione maschile di testimonio: il vescovo attesta la validità salvatrice dei sacramenti e possiede il potere di celebrarli; ha il carisma di vigilare sulla purezza del deposito della fede ed esercita il potere pastorale. Il ministero della donna appartiene al sacerdozio regale femminile, non è nell’attribuzione di funzioni, ma nella sua « natura ». Il ministero d’ordine (il sacerdozio) non si trova nei suoi carismi: sarebbe tradire il suo essere; tuttavia la sua vocazione personalizzata nella Vergine Maria non è inferiore: è semplicemente diversa. La spiritualità monastica è assai rivelatrice su questo punto: se su altri piani apparentemente la donna è un essere inferiore all’uomo, al contrario, sul piano carismatico l’uguaglianza tra uomini e donne è perfetta. Clemente Alessandrino nota: « La virtù dell’uomo e della donna è una medesima virtù, una stessa natura di condotta ». Teodoreto osserva che certe donne « hanno lottato non meno, se non di più degli uomini (…) con una natura più debole hanno mostrato la stessa risolutezza degli uomini ». Il loro forte è la « divina carità », e una grazia particolare per appassionarsi di Cristo. Nessuno le ritiene inferiori: sono giudicate capaci di dare la direzione spirituale alle religiose, alle stesse condizioni degli uomini. Una donna carismatica, theophòtistos, illuminata da Dio, riceve il titolo di ammas, madre spirituale. In genere sono le madri del loro monastero, come Pacomio lo era del suo. La gente di fuori veniva a trovarle e a chiedere loro consigli (sant’Eufrasia, sant’Irene).
L’abate Isaia compone un libro di sentenze delle Madri, il Materikon, simile al Paterikon, sentenze dei Padri. All’infuori del potere sacramentale, e di tenere le omelie nelle chiese durante gli uffici (riservato all’episcopato e al sacerdozio d’ordine), le Madri avevano esattamente le stesse prerogative e doveri dei Padri presso i monaci. Esse non sono le madri delle Chiese – prerogativa esclusiva dei Padri, dei Vescovi e dei Dottori – ma sono le madri spirituali e partecipano alla « propagazione della dottrina ». I testi liturgici celebrano come « uguali agli apostoli » quelle che predicano il Vangelo ai pagani, li illuminano con l’insegnamento del catechismo, partecipano attivamente all’evangelizzazione (sant’Elena, santa Nina).
Si può ricordare l’istituzione delle diaconesse. La Didaskalia (iii, 8) attribuisce loro il potere di imporre le mani ai malati. Le Costituzioni apostoliche (viii, 19, 20) parlano dell’ordinazione con imposizione delle mani e invocazione dello Spirito Santo: ciò che designa un ordine minore (…) le diaconesse « insegnano alle donne gli elementi della dottrina ». Nella chiesa nestoriana esse leggono i Vangeli nelle assemblee di donne. Su antiche pietre tombali si legge: Vidua sedit: rimasta vedova, catechizzò ed esortò, sedendo sulla cathedra. Tra quelle che hanno servito gloriosamente la Chiesa, troviamo Olimpiade, discepola e amica di san Giovanni Crisostomo, Procula e Pentadia, Anastasia, corrispondente di Severo di Antiochia, Macrina, sorella di san Basilio, Lampadia sua amica, Teosobia, moglie di san Gregorio Nisseno, e tante altre, conosciute e sconosciute.
La coscienza cristiana evolve. Se al tempo della letteratura rabbinica, un certo dottore in Israele dichiarava preferibile bruciare le parole della Legge piuttosto che affidarle a donne, ancora oggi alcuni ripetono il detto di san Paolo: Mulieres in ecclesiis taceant.
Il racconto di Marta e Maria mostra che il Vangelo eleva la donna a quel vertice spirituale in cui si apre l’accesso alla « sola cosa necessaria ». San Paolo, proclamando che « in Cristo non c’è né uomo né donna », ispira la pratica della Chiesa, ed egli stesso associa parecchie donne al proprio ministero apostolico. Basta ricordare i nomi celebri di Febe e di Priscilla che hanno esercitato un vero apostolato. Altre donne furono ripiene di Spirito Santo e profetavano (Atti, 21, 9). Se san Paolo, sollecito dell’ordine, regola le condizioni e in certe circostanze impedisce alle donne di parlare, resta la grande verità: « Non estinguete lo Spirito, non disprezzate le profezie » (1 Tessalonicesi, 5, 19). Accanto a 1 Corinzi, 14, un altro passo della medesima lettera (11, 3-16) ammette la legittimità della profezia e della parola da parte della donna, allo stesso titolo che da parte dell’uomo. C’era la parola che turbava l’ordine e quella che era dono di profezia. Certo, il mandato di insegnamento durante gli uffici è compito dell’episcopato. La donna è predestinata dai suoi carismi a uffici che tengono conto della sua natura particolare e del sacerdozio dei laici. Nell’apostolato laico, tutti e due, l’uomo e la donna, occupano ugualmente, ciascuno nella sua maniera propria, « la prima linea » nel combattimento per il regno di Dio nel mondo.
Ed è anzitutto il servizio della fede mediante la parola e la testimonianza vivente. Il primo còmpito di insegnamento è nella famiglia e nella scuola; ma la donna ha pure una funzione kerigmatica nella parrocchia, nel lavoro dei catechisti laici. È ancora lei forse – con il silenzio orante più ancora che con la parola – a partecipare alla funzione liturgica della comunione dei Santi.
« Mai nel corso della storia, diceva Pio xii, gli avvenimenti hanno richiesto dalla donna tanto eroismo quanto ai nostri giorni ».
« Vi sono diversità di carismi(…), di ministeri(…), di operazioni(…) Tutto è opera di un solo medesimo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno in particolare, come egli vuole », dice san Paolo (1 Corinzi, 12, 4-5). Lo stato coniugale, o celibatario, o religioso, rappresenta diverse forme di vocazioni personalissime della « diaconia ». L’immagine originale della pura essenza femminile toglie di mezzo le frontiere empiriche della natura e fa apparire la grazia della « madre spirituale » e della « diaconessa ».
Alla Russia del xx secolo è stato dato di passare attraverso il baratro di un destino storico unico; questa esperienza è ricolma di un senso profetico per quelli che sanno leggerla nel libro del tempo.
I grandi spirituali, gli starcy, hanno manifestato un interesse tutto speciale verso la diaconia della donna. Così gli starcy Macario e Ambrogio di Optina, seguendo l’esempio profetico di san Serafino di Sarov, si sono consacrati alla missione femminile, alla formazione apostolica della donna, e ciò testimonia la loro sorprendente chiaroveggenza.
La donna ha una percezione intuitiva – dal suo stesso grembo – dei valori dello Spirito: è dotata di senso religioso; « l’anima è naturalmente cristiana » è detto anzitutto delle donne. I marxisti l’hanno avvertito perfettamente. L’emancipazione delle donne e l’uguaglianza dei sessi sono in primo piano nelle loro preoccupazioni. La virilizzazione della donna tende a modificare il suo tipo antropologico, a renderla perfino nella sua « psiche » identica all’uomo. Questo progetto di livellamento nasconde una lotta delle più violente contro la legge di Dio e mira all’annientamento dello stato carismatico femminile. Ora, la testimonianza è oggi unanime: la fede nella Russia sovietica è conservata dalla donna russa; e tutti sono meravigliati per la parte della donna nella trasmissione della fede. Il rinnovamento religioso e la continuità della tradizione sono dovute alla sposa e alla madre. La donna, la ragazza russa, in pieno movimento di socializzazione, aspirano il più spesso e in una maniera sorprendente a interiorizzare e a vivere la verità che esse leggono sulle icone della Theotòkos. La loro femminilità discreta sembra ispirarsi più alle « Vergini della tenerezza » che all’ideale essenzialmente virile del regime. È la donna russa, con i suoi carismi, che, senza violenza, conserva i valori eterni, e rifà dal di dentro la Russia cristiana.
Dopo aver formulato il fiat, è ancora la donna predestinata a dire: Non, non sic futurum esse, non possumus. Non senza motivo i grandi spirituali hanno prestato un’attenzione unanime, illuminata di speranza, all’approfondimento del ministero femminile carismatico.
Dal cuore della donna scaturisce spontaneamente, istintivamente, la resistenza invincibile al materialismo e a tutti gli elementi demoniaci della decomposizione della civiltà moderna.
La salvezza del mondo non verrà che dalla santità; ora, questa è più interiore alla donna nelle condizioni della vita moderna.
Secondo gli spirituali, il silenzio possiede un valore immenso. Il silenzio attivo è popolato di presenze: « Chi sa ascoltare il Verbo, sa ascoltare il silenzio ». In un certo senso, anche la liturgia è il silenzio dello spirito che ascolta cantando, e questo silenzio è parte integrale dell’ufficio, come lo sono i silenzi di una sinfonia. Così la Vergine « conservava le parole del Figlio nel suo cuore » (Luca, 2, 51). Ogni donna ha una intimità innata, quasi una complicità con la tradizione, la continuità della vita. « Le parole conservate nel suo cuore » sono quelle che la donna può annunciare, come « Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli » ciò che aveva visto ed ascoltato; come le donne mirrofore « annunciarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri »; come le donne chiamate dalla liturgia « uguali agli apostoli ». La donna ha questo ministero carismatico di testimoniare e di essere serva della Parola, alla sua maniera, alla maniera dello Spirito Santo che manifesta, rivela il Verbo e si nasconde dietro la figura della colomba e della lingua di fuoco pentecostale.
Il « velo », segno del sacro e del mistero, di cui parla san Paolo, passa, nel tempo pre-apocalittico, all’immagine della donna vestita di sole, della donna rivestita del Verbo. Con tutto il suo essere essa lo predica; con una irradiazione ontologica, lo genera; dalle profondità del suo grembo, del suo cuore, essa porge la Parola al mondo.

(L’Osservatore Romano – 17 settembre 2010)

Publié dans:Ortodossia, Teologia |on 3 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

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