Archive pour novembre, 2011

San Carlo Borromeo

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4 novembre : San Carlo Borromeo Vescovo

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/24950

San Carlo Borromeo Vescovo

4 novembre

Arona, Novara, 1538 – Milano, 3 novembre 1584

Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant’Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all’interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un’opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentanto. Durante la peste del 1576 assistì personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584. (Avvenire)

Patronato: Catechisti, Vescovi
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.
(3 novembre: A Milano, anniversario della morte di san Carlo Borromeo, vescovo, la cui memoria si celebra domani).   
Quella che oggi ci giunge dalla pagina del Calendario, è la voce di uno dei più grandi Vescovi nella storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell’apostolato, ma grande soprattutto nella pietà e nella devozione.
« Le anime – dice questa voce, la voce di San Carlo Borromeo – si conquistano con le ginocchia « . Si conquistano cioè con la preghiera, e preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi.
Era nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia, dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a soli 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo cappello cardinalizio, poiché il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle  » Notti Vaticane « . Inviato al Concilio di Trento vi fu, secondo la relazione di un ambasciatore,  » più esecutore di ordini che consigliere « . Ma si rivelò anche un lavoratore formidabile, un vero forzato della penna e della carta.
Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi a capo della famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a 25 anni.
Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta come un regno, stendendosi su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri.
Nello stesso tempo, difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d’archibugio, sparato da un frate indegno, mentre pregava nella sua cappella. La palla non lo colpì, e il foro sulla cappamagna cardinalizia fu la più bella decorazione dell’Arcivescovo di Milano.
Durante la terribile peste del 1576 quella stessa cappa divenne coperta dei miti, assistiti personalmente dal Cardinale Arcivescovo. La sua attività apparve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici.
Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da Roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi.
Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando.
Fino all’ultimo, continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas.
Il 3 novembre dei 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile fatica. Aveva soltanto 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro grande Vescovo milanese, Sant’Ambrogio.

Fonte: Archivio Parrocchia

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Vivere alla luce della Pasqua (Dionigi Tettamanzi, 14.4.2010)

dal sito:

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Intervento dell’Arcivescovo Dionigi Tettamanzi al Centro San Fedele nell’incontro di dialogo ebraico-cristiano a conclusione del ciclo “Percorsi di riscatto nella città”.
 
Autore: Dionigi Tettamanzi
  
Tratto da: Chiesa di Milano del 14/04/2010

Terzo incontro: “Vivere alla luce della Pasqua”

S.E.R. Cardinale Dionigi Tettamanzi
Milano – Centro Culturale S. Fedele

Martedì 13 aprile 2010
 
 
Per noi cristiani la Pasqua è al centro della nostra fede e del culto liturgico. Essa investe della propria luce la spiritualità cristiana in ogni aspetto della nostra esistenza personale e comunitaria, della comunione e missione ecclesiale. Ora, trattare in pochi minuti un così vasto e importante tema è impossibile. Ho perciò pensato di limitarmi a tre flash, cercando di mettere in luce alcuni aspetti che mi sembrano più pertinenti al contesto di questo incontro a due voci.
Intendo innanzitutto richiamare, come fondamento della fede cristiana, il fatto che Gesù ha vissuto la sua vita e la sua “ora” nella luce della Pasqua ebraica. E in questa prospettiva resto convinto che sia davvero di grande importanza e arricchimento ascoltare sempre la sapienza spirituale ebraica, come avviene in questi incontri a due voci. In secondo luogo vorrei dire in quale direzione mi sembra si debba cercare la luce nuova che caratterizza la Pasqua di Gesù e il suo annuncio da parte dei cristiani. Infine aggiungerei una nota che può illuminare l’atteggiamento del cristiano che incontra oggi, in atteggiamento di dialogo, fratelli e sorelle di altre fedi.
 
1.      La luce della Pasqua ebraica nella spiritualità di Gesù
Siamo divenuti più consapevoli, rispetto al passato, dell’ebraicità di Gesù. Ma non è facile in sede storica collocare l’originalità del suo rinnovamento spirituale nel quadro dei diversi giudaismi esistenti ai suoi tempi. Ad esempio, potremmo chiederci quali presupposti abbia la sua decisione di legare l’offerta di sé alla Pasqua, allora celebrata secondo diversi calendari: sacerdotale, esseno, galilaico, samaritano. Tre erano le principali feste ebraiche caratterizzate dal pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Perché Gesù sceglie Pésach e non Shavuòt o Sukkòt? Nell’ebraismo attuale non sembra esserci un motivo cogente che induca a privilegiare la festa della Pasqua come solenne contesto per celebrarvi il senso della sua “ora”. E ai tempi di Gesù?
Sappiamo che nella letteratura targumica esiste un testo, il Poema delle Quattro Notti, la cui origine viene fatta risalire a prima del cristianesimo. Impossibile dire se fosse noto o meno a Gesù. È però di indubbio interesse constatare che la notte di Pasqua vi appare come perno di tutta la storia della salvezza, tra il suo inizio (la prima notte è quella della creazione) e la fine (la quarta notte è quella escatologica). La seconda è la notte in cui Dio si manifestò ad Abramo (il Poema accosta Pasqua e sacrificio di Isacco) e la terza quella in cui si manifestò nell’esodo (il “passaggio” salvifico di Dio colpisce i primogeniti degli Egiziani per la liberazione del popolo di Israele). A caratterizzare questo testo è la visione sintetica che legge i quattro avvenimenti in un’unica azione coerente di Dio. Egli in quattro diverse tappe si rivela salvando.
Questo poema comunque attesta l’esistenza, ai tempi di Gesù, di una interpretazione della Pasqua come luogo della rivelazione di Dio e centro della storia della salvezza. Dice infatti la sua conclusione: “È la notte della Pasqua per il nome di Adonai: notte fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele”. In particolare, la quarta notte esprime una convinzione, diffusa in Israele ai tempi del Nuovo Testamento, che l’apparizione del Messia e l’inaugurazione del mondo nuovo avverranno durante la notte di Pasqua. La spiritualità ebraica espressa da questo Poema appare del tutto consona a quella che probabilmente spinge Gesù a incentrare sulla Pasqua la sua vita e la sua offerta al Padre e a farne il centro della storia della salvezza.
Nel titolo del nostro incontro viene richiamato il salmo 118, l’Hallel che Gesù ha recitato con i discepoli al termine del suo seder pasquale, uscendo dal Cenacolo per recarsi al Getsemani. Per intuire come Gesù ha vissuto la Pasqua con spiritualità ebraica, in piena sintonia con la fede ebraica del suo popolo, è però opportuno leggere questo salmo mettendosi in ascolto dei molteplici sensi che la ricca e articolata tradizione ebraica hanno dato e danno di esso, come di ogni altro testo biblico. È evidente che nel solco di questa tradizione Gesù ha pregato il salmo e ne ha assunto il messaggio, cioè che l’amore di Dio è per sempre.
La parola chiave del salmo è “misericordia”. Questa parola indica una relazione di alleanza che, da parte di Dio, eccede ogni logica di contraccambio e di reciprocità. La misericordia è l’amore unilaterale di Dio. Il Nuovo Testamento così lo esprime: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5,8). Ma è dalle Scritture ebraiche che Gesù attinge l’ispirazione per testimoniare l’unilateralità dell’amore di Dio. Nel patto dell’alleanza non c’è simmetrica reciprocità e l’iniziativa è di Dio.
La preghiera di Gesù si era certamente nutrita di questo inno pasquale ebraico, l’Hallel del salmo 118, che passa dal grido di lamento (“Nell’angoscia ho gridato al Signore”) al ringraziamento (“Ti rendo grazie… La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”), al giubilo e allo stupore (“Grida di giubilo e di vittoria… Ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi”). La memoria che “Questo è il giorno fatto dal Signore” ha una forza così propulsiva, nella spiritualità ebraica di Gesù, che lo spinge ad affidarsi a Dio fino a perdere la propria vita per poi ritrovarla. Infatti “Dio il Signore è nostra luce …” ed è alla luce della Pasqua ebraica, cantata dal salmo 118, che Gesù affronta la sua ora con l’amore capace di trasfigurarla in una Pasqua piena di luce.
 
2.      La luce nuova della Pasqua di Gesù Cristo annunciata dalla fede cristiana
Dopo la Pasqua di morte e risurrezione, la comunità dei primi discepoli del Risorto radunata attorno a Lui ha arricchito l’interpretazione ebraica di nuove dimensioni che hanno portato alla successiva lettura cristologica.
È noto che il vangelo di Marco si concludeva con la sola notizia del sepolcro vuoto. A confronto con gli altri vangeli, questa conclusione appariva carente, tanto che la tradizione successiva vi aggiunse la conclusione deuterocanonica di Marco 16,9-20. In realtà l’originaria chiusura del racconto evangelico è più affascinante di quanto appaia. La paura delle donne e l’invito dell’angelo a cercare Gesù altrove, perché risorto, esprimono stupendamente ciò che sentiamo essere dentro il cuore di ogni creatura umana: il duplice ed opposto senso di un vuoto abissale, da una parte, e, dall’altra, di una grande speranza. Quale è la forza che fa coesistere in un’unica tensione due dati – vuoto e speranza – così opposti e apparentemente contraddittori?
Di fronte a questo interrogativo serve chiedersi, ad esempio, quale è il senso dell’annuncio evangelico di Gesù Cristo crocifisso e risorto. L’annuncio infatti non va inteso come racconto di due tappe distinte con cui si conclude la vicenda terrena di Gesù: la tragedia della sua morte in croce e poi, quale “lieto fine”, la sua risurrezione e glorificazione in cielo. Questa sarebbe una semplificazione dell’annuncio – una sorta di lectio facilior – anche se purtroppo una tale idea è molto diffusa tra credenti e non credenti. Per una integrale interpretazione del messaggio pasquale conviene sottolineare:
- che quella singolare morte di Gesù non è morte, ma pienezza di vita divina;
- che l’ora apparentemente senza Dio è proprio l’ora dello svelamento del vero volto di Dio;
- che l’epilogo fallimentare di un predicatore itinerante rifiutato e crocifisso è invece il prologo di una feconda opera di salvezza universale;
- che lo “spettacolo” di una infamante condanna a morte di un giusto innocente è invece il “luogo” della giustizia dell’amore inaudito e incondizionato di Dio;
- che quella maledizione della croce è, al contrario, la benedizione promessa che un giorno si rivelerà come luce per le genti e gloria per il popolo dell’alleanza.
È soprattutto il quarto vangelo a mostrarci che croce e gloria sono da intendersi come un unico evento, perché la gloria – la doxa, la shekinah di Dio – è sulla croce. Dalla croce il Cristo, elevato da terra, dona ed effonde il suo spirito, che per la fede cristiana è lo Spirito stesso di Dio. Come è possibile tutto questo? Dire che la morte sia vita non è forse contraddittorio quanto il dire che la notte è giorno? Questo linguaggio non è così paradossale da risultare stolto e scandaloso? Ma è proprio Paolo a parlare di scandalo e stoltezza (cfr. 1Corinzi 1,23) a proposito del cuore del messaggio cristiano.
 Se infatti consideriamo che cardine della fede biblica, in entrambi i testamenti, è l’annuncio che “nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37, cfr. Genesi 18,14), non possiamo escludere che la potenza di Dio realizzi ciò che i nostri limiti creaturali non saprebbero neppure immaginare. Dio infatti può tenere insieme anche ciò che a noi appare impossibile che sia tenuto insieme. Questo è il frutto dell’opera dello Spirito e avviene solo per la sua potenza.
Ritornando alla primitiva conclusione del Vangelo di Marco, possiamo risponderci che, anche se appare contraddittorio, è giusto e doveroso tenere insieme smarrimento e speranza. Anzi, di fronte al segno del sepolcro vuoto, la forza dello Spirito fa intuire, nella singolarità di quel segno, un’assenza che sa però suscitare la percezione di una presenza invisibile, perché interiore, ma non per questo meno reale. Ed è con la stessa forza interiore che il credente può attraversare l’esistenza umana, anche se esposta al rischio del “non senso” o di una vertiginosa sensazione di vuoto.
Come? Affidandosi alla Parola di Dio. Ma se la Parola è promessa che non si attua? Se promette beni che non si vedono, anzi che sono sempre più negati o contraddetti? Se tutto continua, come se Dio non fosse né il liberatore né il salvatore? Se la morte continua a tenerci sotto scacco, fino al giorno in cui ci dà scacco matto? Il primo passo di una spiritualità pasquale consiste proprio nel non eludere la drammaticità e la debolezza del credere, di una fede contraddetta e sfidata dalla realtà del mondo e della storia. “Se tu sei figlio di Dio, scendi dalla croce” fu detto a Gesù, ma è come una voce che si fa obiezione, dubbio e smarrimento anche nel cuore del credente.
Riuscire a camminare lungo i sentieri della vita “nella speranza contro ogni speranza” è quell’impossibile alle risorse umane reso possibile dalle energie spirituali di chi “con la morte ha calpestato la morte”. La morte non è eliminata, ma è vinta da quel “morire alla morte” che è liberazione dalla paura della morte. Lo Spirito agisce interiormente per liberare da quella paura di morte che domina la nostra esistenza, condiziona le relazioni umane a tutti i livelli, crea il presunto nemico che attenterebbe al proprio vivere, produce una cultura che cerca di esorcizzare la morte e finisce con il procurarla. Proprio la liberazione interiore dalla paura e cultura di morte è l’ineffabile esperienza dello Spirito santo di Dio.
Sta proprio in questa esperienza la caratteristica cristiana, la cui novità consiste nel fatto che lo Spirito si è manifestato nella singolare persona di Gesù e nella singolare testimonianza della sua ultima Pasqua.
Ponendoci in questa ottica possiamo evitare la deriva della cosiddetta “teologia della sostituzione”, verso la quale il modo di sentire e di pensare dei cristiani è stato e resta tuttora tentato di lasciarsi sospingere. L’annuncio pasquale cristiano non consiste nell’affermare che la Pasqua del Signore Gesù ha abolito e sostituito quella dell’Esodo e che, pertanto, quella cristiana ha superato quella ebraica.
Questa interpretazione è falsa non solo perché la Pasqua ebraica è viva nella storia passata e presente del “popolo dell’alleanza mai revocata”, ma anche perché di fatto finisce per ignorare la novità in Gesù Cristo, che è data dalla manifestazione e dall’esperienza dello Spirito Santo, non da contenuti da contrapporre a quelli della Pasqua ebraica. È bene ricordare che Gesù non ha mai espresso l’intenzione di fondare una nuova religione alternativa e sostitutiva nei confronti di quella del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. E tuttavia il suo vangelo del Regno è dirompente rispetto ad ogni religione, che inevitabilmente definisce confini ed erige barriere tra chi la pratica e chi vi resta fuori.
L’annuncio è autenticamente cristiano nella misura in cui evita le deviazioni verso Scilla e verso Cariddi, ovvero verso letture della Pasqua che ignorino la novità cristiana o che la interpretino in termini antigiudaici. La fede cristiana proclama che il Figlio di Dio si è fatto carne non in un ebreo “alternativo” al suo popolo, ma in un ebreo che, all’interno di esso, ha vissuto e interpretato la Torà come nuovo Adamo aperto allo Spirito di Dio.
Gesù è nuovo Adamo perché il suo Spirito, senza essere alternativo alla religione delle Scritture ebraiche, è portatore di una santità universalmente offerta alla religiosità di ogni discendente di Adamo. La creatura umana nella  sua religiosità è sempre e comunque tentata di diventare come Dio nella conoscenza del bene e del male (cfr. Genesi 3,5), di cercare di procurarsi da sé la salvezza o il senso della vita. Qui sta l’inganno diabolico. Invece, fedele alle Scritture, Gesù le adempie in modo singolare e nuovo: egli non è come il primo adam, figura di un’umanità orgogliosa che presume di sapersi elevare fino al cielo.
Egli è invece il nuovo adam, così totalmente svuotato di sé da lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio. Ad agire in lui non è il protagonismo dell’io religioso come nel primo e in ogni adam, ma la presenza dello Spirito che procede dal Padre e che la persona del Figlio accoglie. Per questo il nuovo Adamo va alla ricerca dei peccatori e delle pecorelle perdute della casa d’Israele, e perfino oltre i limiti di esso. Attraverso il suo Spirito può raggiungere ogni creatura umana. E, il sabato santo, va ad abbassarsi fin nell’abisso della morte e degli inferi, va a prendere per mano l’ultimo dei peccatori.
 
 
3.    Vivere alla luce della Pasqua l’incontro con le altre fedi
Alla luce di questo annuncio della Pasqua i cristiani potrebbero anche prospettare un modo evangelico di rapportarsi con altre tradizioni ed esperienze religiose caratterizzato da trepidazione e umiltà. Infatti il messaggio evangelico è notizia lieta ed esaltante riguardo all’inaudita iniziativa della misericordia di Dio per la salvezza di tutti. Gesù non è venuto a predicare il sistema dottrinale di una nuova religione. Pertanto il suo messaggio non può essere confuso con la pretesa di metafisica assolutezza che, ora più ora meno, sempre accompagna e caratterizza ogni proposta religiosa. In particolare, il suo Spirito sapeva discernere i frutti dell’opera che lo stesso Spirito di Dio aveva già prodotto nel cuore della persona che incontrava. È in forza di questo discernimento spirituale che egli rivolgeva parole di un’inattesa gratificazione: “la tua fede ti ha salvato!…”.
Gesù sapeva ascoltare il cuore della creatura umana e svelarle la sua bellezza interiore. Agli occhi suoi la persona, anche se peccatrice, è sempre immagine della Gloria di Dio. Questo annuncio riempie di gioia, perché svela una bellezza sconosciuta alla persona stessa. Non potrebbero i cristiani oggi essere testimoni di questo stesso annuncio? Infatti è il dono pasquale dello Spirito santo che suggerisce ai cristiani di avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù.
Egli aveva invitato a imparare da lui che era mite ed umile di cuore (cfr. Matteo 11,9). Mitezza ed umiltà di cuore sono condizione per ogni forma di dialogo: in particolare quando si incontrano rappresentanti di altre fedi, depositarie di antica sapienza e di preziosi doni spirituali. Mitezza e umiltà di cuore suscitano il senso del limite e la coscienza della propria fragilità. Sono all’origine anche di quella necessaria revisione autocritica di cui ha bisogno sia la singola persona, sia la comunità di fede, sia ogni istituzione religiosa. La bellezza, forse la più vera e la più santa, da scoprire nell’altro con cui si dialoga sta proprio in questa consapevolezza autocritica, di cui hanno bisogno anche le religioni. Non può che essere un frutto dello Spirito nei cuori miti e umili.
Il dialogo è vano se in noi nulla cambia ed è dannoso se produce forme di sincretismo o “meticciato” religioso. Ora il dialogo è serio quando i partner di esso ne escono arricchiti e in qualcosa cambiati. Ma cambiati in che senso? Cambiati ad essere meno apologetici, meno arroccati sulle difese, più coscienti dei propri limiti. Cambiati soprattutto a diventare più se stessi, più consapevoli della propria fede e più innamorati di essa.
Ad esempio, dal dialogo ebraico-cristiano l’ebreo dovrà uscire più ebreo e il cristiano più cristiano. Evidentemente non in un’ottica di contrapposizione delle identità, ma nell’amore che gode delle positive differenze, le coltiva, le riconduce alle fonti e all’ispirazione originaria. E avverrà che le nostre due fedi a confronto, più condurranno le nostre persone e le nostre comunità ad essere se stesse, più si sentiranno vicine all’unico e medesimo Dio e più sapranno collaborare insieme a servizio dell’umanità intera e del mondo creato.
 
 
In conclusione
L’espressione “ci sarebbe bastato”, posta a titolo dell’incontro di questa sera, è la traduzione dell’ebraico dayenu, parola che viene conclamata dai commensali della cena ebraica come risposta ad ognuna delle varie proposizioni pronunciate dall’ufficiante per evocare di quanti prodigi Dio ha ricolmato il suo popolo. In questo originale canto di lode e ringraziamento le proposizioni sono formulate in modo ipotetico, come mostra l’esempio degli ultimi due dayenu che cito:
“Se ci avesse dato la Legge, senza introdurci nel paese d’Israele…
dayenu, ci sarebbe bastato!
Se ci avesse introdotto nel paese d’Israele, senza erigere per noi il Tempio…
dayenu, ci sarebbe bastato!”.
Mi chiedo: come cristiani potremmo forse permetterci di prolungare questo elenco dei prodigi di Dio con la memoria della Pasqua del Nuovo Testamento? E forse osare aggiungere, a nostra volta, questi altri “ci sarebbe bastato!”?
Se ci avesse illuminato con il riflesso della sua gloria splendente sul suo popolo liberato dall’Egitto, senza mostrarci tutto il suo amore e la sua misericordia infinita per Israele…
Se ci avesse mostrato tutto il suo amore e la sua misericordia infinita per Israele suo popolo, senza innestarci su di lui nella sua Alleanza con la Pasqua di Cristo…
Se ci avesse innestato nella sua Alleanza con la Pasqua di Cristo, senza l’effusione dello Spirito…
Se ci avesse donato la forza interiore dello Spirito santo, senza miracoli o segni esteriori…
dayenu, ci sarebbe bastato!
In conclusione potremmo dire che dei beni promessi per i tempi messianici ci basta l’esperienza interiore dello Spirito che si è manifestato nel cuore di Cristo nuovo Adamo e che continua ad operare nel silenzio e nel nascondimento in cuori rinnovati dalla sua misteriosa azione: è un’esperienza però che non resta intimistica o spiritualistica, ma si traduce in atti visibili di carità e di servizio, di solidarietà e di dialogo, di impegno per la giustizia, la pace, la ricerca del bene comune per la polis e per la terra. Queste azioni concrete di misericordia, di compassione e di fraternità sono i segni miracolosi che l’umanità si aspetta da tutti noi.

Publié dans:Cardinali, meditazioni |on 3 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

A cinquanta anni dalla morte di Dag Hammarskjöld: L’impegno di un cristiano

dal sito.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2011/223q01b1.html

(L’Osservatore Romano 28 settembre 2011)

A cinquanta anni dalla morte di Dag Hammarskjöld

L’impegno di un cristiano

di ULLA GUDMUNDSON

Ambasciatore di Svezia presso la Santa Sede

Lo scorso 18 settembre, la Svezia e il mondo hanno commemorato il cinquantesimo anniversario della morte di Dag Hammarskjöld, Segretario generale delle Nazioni Unite dal 1953 al 1961, deceduto in un incidente aereo a Ndola, attualmente nello Zambia.
Durante il suo mandato, Hammarskjöld divenne noto come difensore coraggioso del diritto delle Nazioni piccole a non essere calpestate dalle grandi potenze. Hammarskjöld interpretò la Carta delle Nazioni Unite in maniera creativa per dare al Segretario generale la libertà di agire e di elaborare nuove modalità per prevenire conflitti e ripristinare la pace. I caschi blu dell’Onu, utilizzati per la prima volta in un’operazione di pace a Suez nel 1956, sono stati visti da allora in molte altre parti del mondo. Sono un esempio dell’interpretazione creativa di Hammarskjöld della missione delle Nazioni Unite. La « diplomazia silenziosa », oggi quasi un luogo comune nelle relazioni internazionali, è un’espressione coniata da Dag Hammarskjöld in contrapposizione alla « diplomazia delle riunioni » del tempo. Credeva fermamente nell’incontro confidenziale e personale al più alto livello come modo per superare le situazioni di stallo. Celebre fu il suo viaggio a Pechino per incontrare il Premier cinese Chou-en Lai. Fu durante il viaggio per andare a sondare l’animo di Moïse Tshombe, capo della Repubblica autonomista di Katanga, sulle possibilità di riconciliare un Congo lacerato dalla guerra civile, che Hammarskjöld trovò la morte, in un volo oscurato e silenzioso, nel 1961. Una volta, in un’intervista, Hammarskjöld descrisse le Nazioni Unite come una « Chiesa » secolare.
Essenzialmente intendeva che l’Organizzazione mondiale era l’espressione di un’idea universale, dell’idea dell’uguaglianza di esseri umani e di Nazioni e del desiderio di pace. Pare che abbia trascorso le sue prime tre settimane di mandato facendo visita e stringendo la mano a ognuno dei tremila uomini e donne del Segretariato delle Nazioni Unite.
Tuttavia, Dag Hammarskjöld non avrebbe avuto successo come Segretario generale se fosse stato un idealista e un utopista. Piuttosto, il suo successo si basò su una valutazione realistica della situazione mondiale e del campo delle possibilità, per citare Antonio Gramsci. Era un visionario concreto. Sosteneva la supremazia del diritto internazionale sulla forza bruta, ma non voleva che il diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza fosse rimosso dalla Carta perché quel veto rispecchiava la divisione reale del potere nel mondo. « Quando potremo rimuovere il veto, significherà che non avrà più importanza », disse, citando il politico indiano Krishna Menon. Nel suo libro sulla dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti umani, A World Made New, Mary Ann Glendon, avvocato e già Ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, cita Hammarskjöld per aver istruito il capo del dipartimento dei Diritti umani nel Segretariato a « non dare all’aereo più gas di quanto è necessario per volare » (un’osservazione dalla sfumatura stranamente profetica, date le circostanze della sua morte). Probabilmente Hammarskjöld comprese il potenziale esplosivo della nozione di diritti umani universali, potenziale che, vent’anni dopo, durante il periodo della distensione tra le superpotenze, sarebbe stato iscritto nell’Accordo di Helsinki e avrebbe dato impulso a movimenti per la libertà quali Solidarno?? in Polonia e Charta 77 in Cecoslovacchia.
Tuttavia questo accadeva negli anni Cinquanta. Il mondo tratteneva il respiro di fronte alla minaccia della guerra nucleare. A sostenere le enormi pressioni del suo mandato e a conservarlo integro come persona furono la sua profonda spiritualità e la sua devozione a Dio. A un attento ascoltatore dei suoi discorsi ufficiali e delle interviste non sfugge questa dimensione spirituale. È non certo una coincidenza che il testo di Hammarskjöld che viene letto più spesso sia Markings (« Tracce di cammino »), la sua autobiografia spirituale che consta di schizzi e aforismi la cui profondità parla direttamente all’anima e rivela la lotta interiore di una persona che è stata in costante « negoziato con Dio ». Ai suoi occhi la maturità spirituale era la qualità più importante dei leader mondiali, dei funzionari civili e dei diplomatici. Per lui la libertà non equivaleva a un limitato individualismo, ma al coraggio e all’umiltà di seguire una vocazione e di vivere secondo la propria coscienza. Si resta colpiti dalla somiglianza fra questa definizione di libertà e quella espressa da Benedetto XVI, nel libro intervista con Peter Seewald. Ascoltare una conversazione fra loro sarebbe stato affascinante, anche se non necessariamente avrebbero concordato su tutto. Il cammino personale di Dag Hammarskjöld verso Dio fu decisamente cristiano ed è stato sottollineato che « Gesù è presente in ogni pagina di Markings ». Fu la forza mistica e unificatrice della ricerca onesta e infinita di Dio, intrapresa dall’uomo lungo numerose vie, a essere centrale nella sua vita.

La scala di Giacobbe

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http://www.letarot.it/page.aspx?id=110

Publié dans:immagini sacre |on 2 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

I NOSTRI CARI SONO CON CRISTO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28533?l=italian

I NOSTRI CARI SONO CON CRISTO

Omelia del cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra

ROMA, mercoledì, 2 novembre 2011 (ZENIT.org).-Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata oggi, mercoledì 2 novembre, dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, durante la messa in suffragio di tutti i defunti, celebrata nella Chiesa Monumentale di S. Girolamo alla Certosa.

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Cari fratelli e sorelle, quando in questi giorni veniamo presso la tomba dei nostri cari, ci troviamo di fronte all’enigma più indecifrabile: la morte delle persone amate. Ed è inevitabile che ci interroghiamo sulla loro condizione attuale: che ne è di loro? Sono definitivamente scomparsi nel nulla? Oppure vivono ancora sia pure con una modalità diversa dalla nostra?
Dio è venuto in aiuto alla nostra incapacità di rispondere a queste domande; ci ha dato la risposta nella sua parola. Quale? Iniziamo la nostra riflessione dalla prima lettura, quella del profeta.
1. «Eliminerà la morte per sempre; il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto». Questa è la promessa più grande che Dio ha fatto all’uomo, quella di eliminare la morte per sempre.
La realtà, tuttavia, questo luogo in particolare sembra smentire la promessa che il Signore ci ha fatto mediante il profeta: il luogo in cui ci troviamo dice che la morte non è eliminata; che non sono state asciugate le lacrime su ogni volto.
Cari fratelli e sorelle, è accaduto tuttavia un fatto nel quale la morte è stata eliminata, un sepolcro non ha conosciuto la corruzione di chi vi era stato deposto. E il fatto è la risurrezione di Gesù nel suo vero corpo. È l’unico caso in cui la morte non ha celebrato le sue vittorie. Dio, il Dio della vita, ha investito e come penetrato il corpo esanime di Gesù. E lo ha fatto rivivere di una vita immortale.
Riascoltiamo ora l’apostolo Paolo. «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo». Sia pure brevemente fermiamoci su queste parole:
Ci è stato donato lo Spirito, cioè la fonte stessa della vita eterna [nel Credo non diciamo forse: credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita?]. O meglio: mediante lo Spirito, colui che crede e riceve i santi Sacramenti, viene vivificato dalla vita stessa del Signore risorto. Entriamo in Cristo e quindi con Lui, nello spazio della vita definitiva. Il nostro cibo, l’Eucarestia, è la medicina della immortalità, è il pane della vita eterna.
Ma l’Apostolo dice qualcosa che ci illumina ancora più profondamente di fronte al mistero della morte. Dice che siamo diventati «eredi di Dio» in quanto siamo «coeredi di Cristo». Scrivendo al suo discepolo Tito, l’Apostolo è ancora più esplicito e dice che siamo «eredi della vita eterna» [Tit 3. 7]. E l’apostolo Pietro scrivendo ai suoi fedeli, dice che proprio mediante la risurrezione di Gesù il Padre-Dio ci ha rigenerato «per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce»[1Pt 1, 3-4].
Ecco, fratelli e sorelle, come la promessa fatta dal profeta si è compiuta. Dio ha risuscitato Gesù ed ha impedito che conoscesse la corruzione del sepolcro. Chi crede in Lui e riceve i sacramenti della fede, diventa partecipe della stessa vita immortale del Signore risorto.
2. Ma voi, soprattutto in questi giorni, vi fermerete davanti al sepolcro dei vostri cari e vi chiederete: che ne è di loro? Quale la loro condizione? Se teniamo presente quanto detto finora, il morire significa «essere con Cristo». I nostri cari sono con Cristo. Lui è la vita, e niente e nessuno potrà separarci da Lui. La morte è l’ingresso in una condizione di vita che consiste nel «vivere con Cristo». «Saremo sempre col Signore», dice l’Apostolo [1Tess 4, 17]. Questa è la condizione dei nostri morti.
Certamente il corpo dei nostri cari resta nel sepolcro. Questo ci aiuta a capire una verità assai importante che ci riguarda. La nostra persona non è riducibile al suo corpo. Essa è una realtà spirituale, per sua natura immortale. Noi chiamiamo questa dimensione spirituale della nostra persona “anima”. L’anima è ciò che fa di ciascuno di noi una persona immortale, anche quando il nostro corpo si dissolve.
Ecco, fratelli e sorelle: Dio ha risposto alle nostre domande sulla morte e sulla sorte dei nostri cari, perché “non continuiamo ad affliggerci come gli altri che non hanno speranza” [cfr. 1Tess 4, 13].
«Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi ed irremovibili» nella fede in Gesù risorto, «prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» [1 Cor 15, 58].

Benedetto XVI: La Commemorazione di tutti i fedeli defunti (2 novembre 2011)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111102_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 2 novembre 2011

La Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Cari fratelli e sorelle!

Dopo avere celebrato la Solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci invita oggi a commemorare tutti i fedeli defunti, a volgere il nostro sguardo a tanti volti che ci hanno preceduto e che hanno concluso il cammino terreno. Nell’Udienza di questo giorno, allora, vorrei proporvi alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di Cristo, e per rinnovare la nostra fede nella vita eterna.

Come già dicevo ieri all’Angelus, in questi giorni ci si reca al cimitero per pregare per le persone care che ci hanno lasciato, quasi un andare a visitarle per esprimere loro, ancora una volta, il nostro affetto, per sentirle ancora vicine, ricordando anche, in questo modo, un articolo del Credo: nella comunione dei santi c’è uno stretto legame tra noi che camminiamo ancora su questa terra e tanti fratelli e sorelle che hanno già raggiunto l’eternità.
Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo sco­priamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.
Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.
Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è igno­to. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.
Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.
Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.
Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può an­che vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: «Io so­no la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).
Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2). Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha at­traversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare sen­za alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attra­verso l’oscurità.
Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.

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