Archive pour novembre, 2011

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

dal sito:

http://www.centropoiesis.it/mediacri/pregare_il_silenzio.htm

Pregare il Silenzio.          

A cura di Giuseppe Sulis

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

Che il silenzio è quella “cosa bella” (Gn 1,12), di cui l’Artista Divino si compiace (gli è riuscita bene!).

Che il silenzio  è quella “bella azione” che Lui tanto gradisce, come il profumo della donna (Mc 14,6). Che il silenzio “risuona? nell’universo. Pochi sono convinti che il silenzio può essere la lingua più adatta per la preghiera. C’è chi ha imparato a pregare con le parole, solo con le parole. Ma non riesce a pregare solo con il silenzio. “ … Un tempo per tacere e un tempo per parlare”, ammonisce il Qohelet (3, 7). Qualcuno, però, anche condizionato dalla formazione ricevuta, il tempo per tacere nella preghiera – e non solo nella preghiera – proprio non riesce a indovinarlo. Eppure T. Merton sostiene che “il silenzio costituisce la vita di preghiera”. E Saint-Exupéry assicura: “La preghiera è un esercizio del silenzio”. San Giovanni della Croce, da parte sua, ha coniato una formula indimenticabile: “tacere per consentire a Dio di parlare”. Del resto, i Padri latini avevano detto, con altrettanta concisione: “Verbo crescente, verba deficiunt”. Ossia, a mano a mano che la Sua Parola si impossessa del tuo essere, le parole vengono meno. Potremmo parafrasare così: la preghiera “cresce” dentro di te in maniera inversamente proporzionale alle parole. O, se preferiamo, il progresso nella preghiera è parallelo al progredire nel silenzio. L’acqua che cade in una brocca vuota fa molto rumore. Quando però il livello dell’acqua aumenta, il rumore si attenua sempre più, fino a sparire del tutto allorché il vaso è colmo. Per molti, invece, il silenzio nella preghiera risulta imbarazzante, quasi sconveniente. Non si sentono a loro agio nel silenzio. Affidano il tutto alle parole. E non si rendono conto che unicamente il silenzio esprime il tutto (per dire il niente ci voglio tante parole …). Il silenzio è pienezza. Stare in silenzio, nella preghiera, equivale a stare in ascolto. Proprio come gli alberi che, nel bosco, captano messaggi segreti portati dal vento. Il silenzio è la lingua del mistero. Non ci può essere adorazione senza silenzio. Il silenzio è rivelazione. Il silenzio è il linguaggio della profondità. Direi che il silenzio non rappresenta tanto l’altra faccia della Parola, ma è Parola esso stesso. Dopo aver parlato, Dio tace, ed esige da noi il silenzio, non perché la comunicazione sia terminata, ma perché restano altre cose da dire, altre confidenze, che possono essere espresse unicamente dal silenzio. Le realtà più segrete vengono affidate al silenzio. Il silenzio è il linguaggio dell’amore. “Quando l’amante parla all’amata, l’amata da più ascolto al silenzio che alla parola: “Taci”, sembra sussurrare, “taci perché possa udirti”” (Max Picard). Il silenzio è il modo adottato da Dio per bussare alla porta. E il silenzio è il tuo modo di aprirGli. Il Signore lascia dire ai libri, agli individui che parlano a nome Suo. Lui, però, sta dietro alle pagine e alle parole, taciturno. Aspetta che quelli abbiano finito, perché tu ti accorga del tuo Suo silenzio e capisca, attraverso il silenzio, ciò che di essenziale c’è da capire. Quello è il Suo modo più convincente di spiegarsi. Se le parole di Dio non risuonano come silenzio, non sono nemmeno parole di Dio. Dio tace di fronte alle tue domande, non interviene nei “colloqui” di cui tanto ti compiaci, non dice nulla neppure delle sciocchezze che fai. Sembra che Dio non abbia nulla da dire, non voglia sapere nulla. In realtà, Lui ti parla tacendo, e ti ascolta senza sentirti. Non per nulla i veri uomini di Dio sono dei solitari e dei taciturni. Chi si avvicina a Lui, si allontana necessariamente dalle chiacchiere e dal rumore. E chi Lo trova, normalmente non ritrova più le parole. Fare silenzio, in certi casi, non vuole dire semplicemente sospendere il parlare, ma disimparare a parlare. La vicinanza di Dio ammutolisce. La luce è esplosione di silenzio. Prega, dunque nel silenzio. Prega col silenzio. Prega il silenzio. Il silenzio rappresenta il rito più bello, la liturgia più grandiosa.

… E se proprio non puoi fare a meno di parlare, accetta tuttavia che le tue parole vengano inghiottite nella profondità del silenzio di Dio.

… Silenzio

(testi tratti dagli scritti di A. Pronzato)

Publié dans:spiritualità  |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE (Giianfranco Ravasi)

dal sito:

http://digilander.libero.it/davide.arpe/AngeliNondiviniRavasi.htm

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE

da “Bibbia: domande scomode” a cura di Gianfranco Ravasi  

Nel calendario liturgico il 2 ottobre reca la memoria degli Angeli custodi, una celebrazione piuttosto recente all’interno della liturgia cattolica (l’introduzione nel calendario romano ha la data del 1615). Pochi giorni prima, il 29 settembre, si è avuta invece la festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: la data fu scelta sulla base dell’antico martirologio del VI secolo che in quel giorno commemorava la dedicazione, avvenuta nel V secolo, di una basilica in onore di san Michele sulla via Sala­ria a Roma. Ecco, noi vorremmo, in modo molto sintetico, illustrare questa figura biblica di forte rilievo e dai contorni piuttosto variegati.
Infatti, dalla prima pagina della Bibbia con i «Cherubini dalla fiamma della spada folgorante», posti a guardia del giardino dell’Eden (Gen 3,24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, le Sacre Scritture sono animate dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con moda­lità differenti. Il nome stesso ebraico, mal’ak, e greco, ànghelos, ne denota la funzione: significa, infatti, “messaggero”. Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la “necessità” (L ‘angelo necessario è il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari (a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietà popolare. Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e “altro” rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il “messaggero”. E per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto “l’angelo del Signore”, ma subito dopo è «Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè!» (cf Esodo 3,2-4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. [...] Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (34,8; 91,11-12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell”’angelo custode”, bene raffigurata nell’angelo Azaria­Raffaele del libro di Tobia. Il compito dell’angelo è, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, «gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella risurrezione e nell’ascensione come splendore della ascesa in Dio». La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta. L’angelo è un segno dell’Unico che dev’essere adorato, Dio; è solo un indice puntato verso l’unico mistero, quello divino; è un mediatore al servizio dell’unico perfetto Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Signore: «A quale degli angeli — si chiede la Lettera agli Ebrei (1,5) — Dio ha detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?»
È, quindi, pericolosa la deriva cui ha condotto il movimento di New Age con l’immissione di elementi magico-esoterici e di “misteriose presenze” nella concezione degli angeli. L’angelo può, infatti, per questa via sconfinare parados­salmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare, ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la Lettera di Giuda che parla di «angeli che non conservarono lo loro dignità ma lasciarono la propria dimora» (v. 6); oppure ci si può riferire alla Seconda Lettera di Pietro che presenta «gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno» (2,4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene.

Gianfranco Ravasi, Angeli: figure sovrumane, ma non divine in Vita Pastorale, periodici S. Paolo n. 10/2006 p. 56.

Publié dans:angeli, Arcangeli, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

The Good Shepherd

The Good Shepherd dans immagini sacre Good%2BShepherd%2Bicon

http://4.bp.blogspot.com/_F9j1lmEgVJA/TTenwD7CGuI/AAAAAAAAHwQ/SgZsnQjfizU/s1600/Good%2BShepherd%2Bicon.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 14 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

I cambiamenti della spiritualità (Enzo Bianchi)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus00/0001je/0001je61.htm

I cambiamenti della spiritualità

Fedeli alla terra

di Enzo Bianchi      

    Bisogna trovare e amare Dio in ciò che egli ci dà… A colui che lo trova nella sua felicità terrena e lo ringrazia, Dio non farà mai mancare delle ore in cui gli verrà ricordato che le cose terrene sono transitorie e che è opportuno abituare il proprio cuore all’eternità». Questa riflessione del teologo protestante Bonhoeffer, scritta dal carcere nel dicembre 1943, una manciata di mesi prima di essere messo a morte dal regime nazista che aveva avversato, mi pare fornirci una chiave per cogliere la svolta che la spiritualità ha conosciuto in questo nostro secolo, tragicamente ricco di appelli ad «abituare il cuore all’eternità», e nel contempo il lascito affidato alle generazioni che verranno. Restare consapevolmente fedeli alla terra nell’attesa di un regno che viene, ricercare la novità annunciata dai « segni dei tempi » per una ripresa fedele dell’antica sequela di «Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre», riscoprire la solidarietà con il creato nell’unicità irripetibile di ogni avventura umana: questa la sfida che il nostro tempo ha lanciato ai credenti.
Alcuni elementi antropologici sono emersi con forza, a volte anche disordinatamente, nel pensiero collettivo di questo nostro secolo: la percezione del ruolo del corpo nel dipanarsi della vita interiore, la comprensione della sessualità come linguaggio dialogico e non come mera tecnica procreativa, l’attenzione al creato come parte integrante e non come semplice cornice ambientale dell’esistenza umana. Aspetti diversi di un unico fenomeno che potremmo indicare come la riscoperta del « peso » della terra nelle questioni del « cielo », del fecondo legame tra le radici e le ali, di quella realtà che per i cristiani è il mistero salvifico dell’incarnazione del Figlio di Dio, il farsi carne della Parola.
La spiritualità cristiana non ha potuto evitare di tener conto di questo graduale ma non certo agevole passaggio da un comptentus mundi – uno sguardo di distacco se non di disprezzo verso ciò che è terreno – a una ritrovata fedeltà alla terra, nella sequela di un Signore Gesù capace di guardare ai gigli dei campi come agli uccelli dell’aria, di scrutare il tramonto purpureo e il vento impetuoso, di conoscere i tempi e le stagioni di mietiture e vendemmie. Un Gesù capace, proprio per questo, di soddisfare la fame di pane e quella di parola che esce dalla bocca di Dio, di offrire ristoro ai corpi affaticati e acqua fresca ai cuori aridi, di piangere con chi piange la morte della persona amata e di offrire parole di vita eterna.
Fedeltà alla terra che può sì correre il rischio di far perdere di vista l’orizzonte escatologico proprio della fede cristiana, ma che consente di far emergere in tutto il suo fascino la vita esemplare di Gesù di Nazareth: una vita bella e buona, piena di senso, una vita umanamente felice, vissuta nella compagnia degli uomini, allietata dal balsamo dell’amicizia, sostenuta dalla consolazione della comunione fraterna; una vita piena che illumina di senso anche la croce che ne ha sigillato il percorso umano: è infatti l’intera vicenda di Gesù Cristo a svelare il volto radioso della croce e non la croce a proiettare una lugubre ombra sull’esistenza terrena di colui che amava essere chiamato « Figlio dell’uomo ». Questa svolta nella spiritualità non significa perciò ripiegamento sul temporale a scapito dell’eterno, bensì irruzione del Regno nelle nostre vite, povere sì, ma di una povertà bella, gioiosa.
Ancora Dietrich Bonhoeffer, indirizzandosi idealmente a un neonato, scriveva nel 1944: «Non sta a noi predire il giorno – ma il giorno verrà – in cui gli uomini saranno nuovamente chiamati a pronunciare la Parola di Dio in modo tale che il mondo ne sarà trasformato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso, ma capace di liberare e redimere, come quello di Gesù, tanto che gli uomini ne saranno spaventati e tuttavia vinti dalla sua potenza, il linguaggio di una nuova giustizia e di una nuova verità, il linguaggio che annuncia la pace di Dio con gli uomini e la vicinanza del suo Regno».

Enzo Bianchi
(priore della Comunità monastica di Bose)

Publié dans:Enzo Bianchi, spiritualità  |on 14 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Cura del corpo e sostegno dell’uomo (Osservatore Romano)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2010/033q04a1.html

da: L’Osservatore Romano 10 febbraio 2010

Il 9 e il 10 febbraio in Vaticano un simposio internazionale sulla lettera apostolica «Salvifici doloris» e sul motu proprio «Dolentium hominum» di Giovanni Paolo II

Cura del corpo e sostegno dell’uomo

di Mario Ponzi
« Completo nella mia carne (…) quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa ». Le parole dell’apostolo Paolo, con le quali si inizia la lettera apostolica Salvifici doloris di Giovanni Paolo II, sono più volte riecheggiate martedì mattina, 9 febbraio, nell’aula nuova del Sinodo, in Vaticano. Sono state pronunciate nella relazione con la quale l’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha inaugurato la tre giorni di manifestazioni per celebrare il venticinquesimo di fondazione del dicastero. Così come avevano trovato ancor prima eco nella preghiera iniziale e rappresentazione visiva nella mostra realizzata dal pittore Francesco Guadagnolo, inaugurata proprio in apertura dei lavori, nell’atrio dell’aula Paolo vi.
Giovanni Paolo II è stato il vero protagonista di questa prima giornata all’insegna del motto « La Chiesa al servizio dell’amore per i sofferenti ». « A venticinque anni di distanza – ha esordito l’arcivescovo – è doveroso ma anche proficuo tanto al Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari quanto alla Chiesa tutta intera soffermarsi a rileggere, con la dovuta attenzione, il documento di Giovanni Paolo II e chiedersi quali siano state l’ampiezza e l’efficacia del suo impatto reale sulla vita della Chiesa nella sua varia e articolata struttura, in rapporto alla pastorale del mondo della sofferenza, della malattia e della salute ». Così come diventa imperativo dopo un quarto di secolo, fare il raffronto tra le sfide di ieri cui intendeva rispondere la Salvifici doloris, il cammino finora percorso e le problematiche odierne e future del mondo sanitario con cui i credenti di oggi, come quelli di domani, sono chiamati a confrontarsi coerentemente alla loro fede in Cristo, tanto più in un periodo come l’attuale nel quale si è fatta dominante quella cultura di morte che trova forme sempre nuove per affermarsi.
Per questo motivo eminenti personalità del mondo ecclesiale e culturale, illustri e competenti studiosi ed esperti in diversi ambiti del sapere sono stati convocati in questi giorni per illustrare la profonda ricchezza antropologica, teologica e pastorale di quel documento – dal quale è poi scaturita, come logica conseguenza, la fondazione del dicastero di cui si celebra oggi il giubileo d’argento – a partire dai fondamenti biblici e teologici. È stato proposto poi il confronto fra l’esperienza delle grandi religioni mondiali e quella delle culture contemporanee per cogliere in esse il contributo al significato da dare alla sofferenza e al dolore. Una ricerca di senso ricorrente in tutta la comunità umana, senza distinzione alcuna.
« La lettera apostolica Salvifici doloris – ha spiegato l’arcivescovo Zimowski, ricordando quanto detto dal cardinale Angelini a commento della stessa – deve considerarsi un « chiaro punto di riferimento, un illuminato indirizzo umano e spirituale, una precisa presa di posizione e una risposta della Chiesa sul significato più vero della sofferenza ». Credo che tale giudizio conservi tuttora la sua indiscussa validità e profetica lungimiranza. Esso faceva eco alle parole che il venerabile Giovanni Paolo II aveva rivolto due anni prima ai medici cattolici in occasione del loro congresso mondiale. Non senza aver ricordato il significato della qualifica di « cattolici » posta alla loro associazione, egli disse:  « L’esperienza insegna che l’uomo, bisognoso di assistenza, sia preventiva che terapeutica, svela esigenze che vanno oltre la patologia organica in atto. Dal medico egli non s’attende soltanto una cura adeguata – cura che, del resto, prima o dopo finirà fatalmente per rivelarsi insufficiente – ma il sostegno umano di un fratello, che sappia partecipargli una visione della vita, nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte. E dove potrebbe essere attinta, se non nella fede, tale pacificante risposta agli interrogativi supremi dell’esistenza? «  ». In tale prospettiva e con lo stesso spirito, « vogliamo rileggere oggi – ha spiegato il presidente del dicastero – la Salvifici doloris per ricavarne non solo un forte stimolo per proseguire i nostri sforzi, ma anche e soprattutto una profonda illuminazione spirituale che ci fa abbracciare l’umanità sofferente e ce ne rende amorevolmente solidali ». Lettura che è stata affidata all’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il quale – come emerge dagli stralci pubblicati in questa stessa pagina – ne ha proposto i fondamenti biblici e teologici-pastorali. A seguire si è svolta una tavola rotonda incentrata sul raffronto tra le concezione su dolore e sofferenza maturate nell’ebraismo, nell’induismo, nell’islamismo e nel buddismo. La mattinata si è conclusa con l’approfondimento dell’interpretazone della sofferenza e del dolore nelle culture africane e asiatiche.

***

Nel dolore è deposto un seme di eternità

di Gianfranco Ravasi
L’11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la lettera apostolica Salvifici doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell’esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia, « il libro della storia dell’uomo » e quindi « il grande libro sul dolore », delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza.
Certo,  come  affermava  Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti:  « people change, and smile:  but the agony abides » (« la gente cambia, riesce a sorridere, ma l’agonia-lotta della sofferenza permane »). Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell’Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva:  « Perché soffro? ». E concludeva:  « Questa è la roccia dell’ateismo ». Uno degli approdi estremi a cui può condurre l’esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell’apostasia, del rifiuto di Dio e dell’uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov dove Dostoevskij s’interroga:  « Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza ».
Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del « papiro di Berlino 3024″ (2200 prima dell’era cristiana), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L’accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’ »ateismo » che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13):  « Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui? ».
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi. Emblematica è l’affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau:  « Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male ». E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell’umanità, ricorrendo appunto a quella « teodicea » a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo – accanto al Dio buono e giusto – un’altra divinità negativa e ostile, un dio del male. Si è appellato alla cosiddetta « teoria della retribuzione », per altro ben attestata anche nella Bibbia:  il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un’espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell’innocente). Si riconoscerebbe, in tal modo, una sorta di funzione catartica al dolore. Per dirla con lo scrittore americano Saul Bellow, nel suo romanzo Il re della pioggia (1959), « la sofferenza è forse l’unico mezzo per rompere il sonno dello spirito ».
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale:  la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore Albert Camus osservava:  « C’è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no ». Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un’apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell’essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche. In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione.
Anche la Bibbia si trova di fronte a questo mostro proteiforme che in tutte le culture, pur essendo tematizzato in modo astratto, è declinato soprattutto a livello esperienziale, individuale, sociale, cosmico. Sempre in agguato è il rischio della semplificazione teoretica o del dogmatismo ideologico, come è ben attestato dalla polemica di Giobbe nei confronti degli amici « teologi », capaci solo di « raffazzonare menzogne » intonacando i muri delle loro costruzioni ideali (13, 4), pronti a elaborare innocui « decotti di malva » (6, 6) e a rivelarsi come « consolatori fastidiosi » (16, 2). Proprio per questo la Bibbia non offre mai una teoria definitiva, unitaria e sistematica sul tema del male ma cerca di gettare luce su questo groviglio oscuro e soprattutto di individuare qualche itinerario di senso e di redenzione.
Proprio in capite alle Scritture c’è subito una considerazione che ribalta la tradizionale impostazione della teodicea. Prima di interpellare Dio per le sue « responsabilità », i capitoli 2-3 della Genesi ci invitano a interrogare l’uomo, la sua libertà e coscienza perché un’ampia porzione del male disseminato nella storia ha una precisa sorgente umana. In quelle due pagine, costruite a dittico, da un lato si delinea il progetto della creazione e della storia secondo il Creatore:  armonia dell’umanità con Dio nel dialogo e nel comune « respiro » interiore (nishmat hajjim di 2, 7 è, di per sé, non tanto l’alito vitale ma la coscienza morale), armonia dell’umanità con le altre creature, simboleggiate negli animali, armonia dell’uomo col suo simile, incarnato nella donna, « carne della mia stessa carne » (2, 23).
D’altro lato, nel capitolo 3, ecco apparire il progetto alternativo ordito dall’uomo che ha deciso di definire in proprio « la conoscenza del bene e del male »:  Dio diventa un estraneo, relegato nel suo Eden trascendente; la terra è devastata e, ridotta a deserto, produce solo « spine e cardi » (3, 18); la donna, cioè il prossimo, è « dominata » dall’uomo che prevarica su di essa (3, 16). Le scelte libere umane, quando si pongono in contrasto con la morale trascendente, generano sofferenza, morte e male. È per questo che i sapienti di Israele ribadiscono con chiarezza la tesi della responsabilità umana:  « Non dire:  Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta non devi farlo (…) Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo volere (…) Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua:  là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte:  a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà » (Siracide, 15, 11-17).
Similmente il libro della Sapienza non esiterà ad affermare che « Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra » (1, 13-14).
Delineato questo primo percorso nell’orizzonte del male, non si può, però, ignorare un fatto che il filosofo francese Philippe Nemo ha definito come « l’eccesso del male »:  c’è, infatti, un male che « eccede » la pura e semplice responsabilità umana individuale e sociale. È significativo che questa locuzione sia stata coniata dal filosofo per un suo libro su Giobbe. Questo celebre personaggio biblico, protagonista di una delle opere più alte della stessa letteratura universale, si scontra appunto con un male assurdo, che non può essere riportato alle deviazioni morali dell’uomo né che può essere annullato nella tesi che gli « amici » – incarnazione della teologia tradizionale – gli oppongono come spiegazione risolutiva. Si tratta di quella « teoria della retribuzione » a cui sopra si è accennato e che altro non è che un ricorso al giudizio divino sulla responsabilità peccaminosa dell’uomo e, quindi, un rientro per altra via nel percorso precedentemente descritto.
Certo, arduo è definire quale sia il tracciato ideale di Giobbe il cui discorso procede in modo ramificato, poetico e simbolico. Ma è indubbio che egli, in pagine grondanti ribellione, protesta e interrogazione, dichiara che non è sufficiente l’uomo a spiegare un certo tipo di male:  egli vuole, infatti, coinvolgere Dio in modo diretto nella soluzione del male enigmatico ed eccedente la ragione. E Dio accetta di deporre in questa sorta di processo al quale la vittima del male ha voluto fosse convocato. C’è un aspetto rilevante del male che non può essere « razionalizzato » e quindi Giobbe ha ragione nel protestare (si veda 42, 7):  il male urla con tutto il suo scandalo contro la mente dell’uomo, il suo scandalo è accecante. Ma Dio rivela (è, quindi, frutto di una conoscenza che avviene su un altro « canale » di intuizione) all’uomo che esiste una ‘esah (38, 2), cioè un « progetto », una razionalità trascendente, da mistero, superiore e totalizzante.
Giobbe, a questo punto, è contemporaneamente teso verso la rivolta e la disperazione a cui lo conduce « logicamente » la sua intelligenza di fronte all’ »eccesso del male », ma è spinto anche verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce « misticamente » la rivelazione divina, cioè la conoscenza di fede. È in questo territorio nuovo che può essere introdotto un altro percorso, quello che è aperto da una figura emblematica, il « Servo del Signore », presente nel libro di Isaia, in particolare nel capitolo 53, e ripreso dal Nuovo Testamento in chiave cristologica. C’è un male-dolore che piomba sul giusto – e qui siamo nell’ambito stesso di Giobbe – ma questa irruzione diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri:  « Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (53, 5).
È interessante citare al riguardo un passo delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via di Franz Kafka perché illustra in modo « laico » questa comunione nel dolore come via per la crescita comune e la trasformazione solidale dell’umanità. « Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi. Noi non abbiamo un solo corpo, ma abbiamo una crescita, e questo ci conduce attraverso tutti i dolori, in questa o quella forma. Come il bambino si evolve, attraverso tutte le età della vita, fino alla vecchiaia e alla morte (e ogni singolo stadio appare fondamentalmente irraggiungibile al precedente, sia nel desiderio che nella paura), così ci evolviamo anche noi (legati all’umanità non meno profondamente che a noi stessi) attraverso tutte le pene di questo mondo ».
La strada di solidarietà delineata dal Servo del Signore ci prepara ad accostarci al Nuovo Testamento, in particolare ai Vangeli, ove il male sembra incombere come una presenza drammatica ma non tragica. Mai come in questo caso dobbiamo segnalare i limiti di questa nostra analisi che vuole solo indicare un tracciato da seguire poi all’interno dei testi e attraverso una ricerca ben più ampia e sistematica. È significativo un fatto:  gli esegeti sono convinti che uno dei « protovangeli », cioè dei primi testi codificati – a noi non pervenuti ma ai quali attinsero gli evangelisti al punto tale da intravederne una presenza in filigrana ai loro racconti – dalla tradizione cristiana delle origini fu proprio una narrazione della passione e morte di Cristo. Il male fisico e morale, la morte e lo scandalo della sofferenza furono subito considerati centrali nell’annunzio cristiano, anche se illuminati dal fulgore della Pasqua. Diversamente dalle cosiddette « Vite degli eroi », molto popolari nel mondo greco-romano, il cristianesimo ha dato una prevalenza sorprendente proprio alla sconfitta del suo fondatore sotto l’impeto del male prima ancora di celebrarne i successi.
Questo aspetto è capitale all’interno della teologia dell’Incarnazione. L’Incarnazione è, infatti, la scelta di Dio – che per sua natura è oltre la morte, il dolore, il male – di penetrare e assumere in sé la sarx, cioè la « carne », il limite creaturale, così da condividerla e redimerla dall’interno. In Cristo, Dio e uomo, non si ha tanto la giustificazione o la decifrazione dello scandalo del male in un sistema ideologico o etico coerente. Si ha, invece, la condivisione per amore, che non è però una mera adesione eroica che ha come sbocco l’immolazione della croce, ultimo e conclusivo approdo. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, egli assumendo il male, il dolore e la morte lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. L’amore divino non ci protegge « da » ogni male ma ci sostiene « in » ogni male facendocelo superare.
L’esperienza del male rimane angosciante come un carcere. L’ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta:  esso non è sbarrato per sempre, in un’immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un « oltre ». Questo « oltre » è illustrato in modo nitido sia attraverso i miracoli compiuti da Cristo sia attraverso la sua Pasqua. La Pasqua è l’inaugurazione di questo riscatto che dovrà distendersi passo per passo durante tutto l’itinerario della storia così da redimerla e far sì che il duello col male e la morte sia condotto a termine (1 Corinzi, 15, 54-57) e « Dio sia tutto in tutti » (15, 28). Alla meta della storia il cristianesimo pone la Pasqua universale umana e cosmica. Essa è stata inaugurata da Cristo con la sua sofferenza, morte e Pasqua. Allora si compirà quello che l’Apocalisse delinea nel suo affresco della Gerusalemme nuova e perfetta:  « Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio – attraverso l’incarnazione del Figlio suo – ha deposto un seme di eternità e di salvezza che cresce silenzioso, per diventare « stelo, spiga e chicco pieno di spiga » (Marco, 4, 28).
Noi, però, vorremmo ora – molto più modestamente – indicare due conclusioni sulla base delle considerazioni finora sviluppate, pur consapevoli comunque del mistero che la sofferenza coinvolge. Eschilo nei Persiani pone l’eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell’umanità:  « Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell’ombra chi mi ascolterà? » (v. 635). La prima considerazione vuole porre l’accento sulla simbolicità del dolore. Come è noto, il termine « simbolo » deriva dal greco syn-ballein, cioè « mettere insieme »:  è il tentativo di unire in sé più significati nella stessa realtà. Ebbene, la sofferenza è di sua natura simbolica; è, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della scrittrice americana Susan Sonntag, la metafora di un’esperienza più alta (Illness as metaphor, 1978). È indice di un « male oscuro » e radicale, per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
Kafka nei suoi Diari annotava:  « Sono arrivato alla convinzione che la tubercolosi non sia una malattia particolare, un male degno di questo nome, ma soltanto una maggiore intensità del germe generale della morte, la mia ferita, della quale la lesione ai polmoni è solo un simbolo ». Similmente, anche se con maggior enfasi, Gabriele D’Annunzio nel suo Libro segreto (1935) dichiarava:  « So che le cause del mio male sono nell’oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi. V’è, se io sono infermo, un fallo di armonia non solo nella mia carcassa ma nella mia anima. Ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come un problema musicale. Ma forse son io quegli ». La sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge « simbolicamente » corporeità e spiritualità, la « carcassa » e l’ »anima ».
Essa può contemporaneamente generare disperazione e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione; riduce alla bestialità ma può anche trasfigurare, « distillando » come in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore e catarsi. Il grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che « nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto ».
Proprio per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l’approccio nei confronti del malato e del sofferente in genere non può essere parziale. Da un lato, è indubbia la necessità della terapia medica:  dopo tutto, quasi metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che « i Vangeli senza miracoli di guarigione sono come l’Amleto di Shakespeare senza il principe ». D’altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento di umanità. Mai come nel dolore ci si accorge di non « avere » un corpo ma di « essere » un corpo che è segno di una realtà interiore più profonda. Sono suggestive dal punto di vista simbolico le citate narrazioni evangeliche delle guarigioni dei lebbrosi:  come si diceva, contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari del tempo, Gesù « li tocca » e con questo gesto vuole quasi assumere su di sé il male, condividendone il peso e l’amarezza.
Mai come nel dolore l’uomo s’accorge della falsità delle parole di conforto dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane solo col suo male. È lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo isolamento quando scopre che « a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre » (19, 17). Nel tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni.
È, allora, in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente e medico – infermiere, parente, assistente, cappellano e così via – tra chi soffre e chi lo vuole sostenere. È questa la seconda considerazione che vogliamo proporre. Nel racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l’uomo supera la sua solitudine solo quando trova « un aiuto che stia di fronte » (ke-negdô), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell’altro, che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza tra chi cura e chi è curato dev’essere meno fredda e distaccata di quanto spesso accade:  dev’essere fatta di comunicazione genuina, di dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione. Il sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza, quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un pudore nel mostrare le lacrime. Dev’essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della « forza », di un « maschilismo » vanamente eroico e ad accettarsi anche nel tempo della prova, come affermava Baudelaire:  « Signore, la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità è questo ardente singhiozzo che rotola di età in età e viene a morire ai bordi della tua eternità ».
Anche Cristo di fronte alla notte della passione implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco, 14, 36) e confessa di avere « l’anima triste fino alla morte » (Marco, 14, 34), scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa dei suoi discepoli:  « Così non siete stati capaci di vegliare una sola ora con me? » (Matteo, 26, 40). Bisogna, allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera declinazione nell’esistenza è sempre ardua, cioè l’amore. Solo se circondato d’amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore che è la consapevolezza – come affermava il filosofo Max Scheler – di « un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall’altra ».
In questa luce ci sembra suggestiva una parabola che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, « Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza ». A questo proposito ci affidiamo a una figura « laica » come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972).
A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato a rivelare un’encefalopatia epilettoide e che è vissuta fino al 1992, curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l’abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter ma, come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, « un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse:  io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse:  « In verità, quest’uomo ha chiesto ciò che io posso dare ». Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli ».
La scena, come è evidente, si carica di tutta la tenerezza che, con pudore e amore, lo scrittore aveva riversato sulla sua creatura sofferente. In quell’uomo Flaiano vedeva se stesso che s’accostava a Gesù per chiedere non il prodigio ma il dono altissimo della condivisione e della comunione nella sofferenza. E forse, quando in una notte terribile dovette ricoverare la figlia tormentata dagli « orribili assalti del male che la torcevano e la irrigidivano, con una mano teso verso l’alto », Flaiano padre implorò quel bacio sulla sua figlia, un bacio che certamente non fu negato.

Parable the Talents

Parable the Talents dans immagini sacre 420px-Parable_of_the_Talents

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Parable_of_the_Talents.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

COMINCIARE DA SE STESSI; di MARTIN BUBER

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano3/cammino_uomo4.htm

MARTIN BUBER
 
IL CAMMINO DELL’UOMO

COMINCIARE DA SE STESSI

Alcune persone eminenti di Israele erano un giorno ospiti di Rabbi Isacco di Worki. La conversazione cadde sull’importanza di un servitore onesto per la gestione di una casa: « Tutto volge al bene – dicevano – se si ha un buon servitore, come dimostra il caso di Giuseppe, nelle cui mani tutto prosperava ». Ma Rabbi Isacco non condivideva l’opinione generale. « Ero anch’io dello stesso avviso – disse – finché il mio maestro non mi dimostrò che in realtà tutto dipende dal padrone di casa. Da giovane, infatti, mia moglie era per me fonte di tribolazione, e pur essendo disposto a sopportare per quel che riguardava me stesso, mi facevano pena i servitori. Andai allora a consultare il mio maestro, Rabbi David di Lelow, e gli chiesi se dovevo oppormi o meno a mia moglie. ‘Perché ti rivolgi a me? – rispose – Rivolgiti a te stesso!’. Dovetti riflettere a lungo su queste parole prima di capirle, e le capii solo ricordandomi anche delle parole del Baal-Shem: ‘Ci sono il pensiero, la parola e l’azione. Il pensiero corrisponde alla moglie, la parola ai figli, l’azione ai servitori. Tutto si volgerà al bene per chi saprà mettere in ordine le tre cose nel proprio spirito’. Allora compresi cosa avesse voluto dire il mio maestro: che tutto dipendeva da me ».
Questo racconto tocca uno dei problemi più profondi e più seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto tra gli uomini.
Abbiamo l’abitudine di spiegare le manifestazioni del conflitto innanzitutto con i motivi che gli antagonisti riconoscono coscientemente come origine della disputa, oppure con le situazioni e i processi oggettivi che stanno alla base di questi motivi e nei quali le due parti sono implicate; un’altra pista è invece quella di procedere in modo analitico, cercando di esplorare i complessi inconsci, considerati allora come i danni organici di una malattia di cui i motivi evidenti rappresentano i sintomi. L’insegnamento chassidico si avvicina a quest’ultima concezione in quanto rimanda anch’esso la problematica della vita esteriore a quella della vita interiore. Ma ne differisce in due punti essenziali, uno di principio e l’altro, ancora più importante, di ordine pratico.
La differenza di principio risiede nel fatto che l’insegnamento chassidico non tende a esaminare le difficoltà isolate dell’anima, ma ha di mira l’uomo intero. Non si tratta tuttavia di una differenza quantitativa, ma piuttosto della constatazione che il fatto di separare dal tutto elementi e processi parziali ostacola sempre la comprensione della totalità, e che solo la comprensione della totalità in quanto tale può comportare una trasformazione reale, una reale guarigione, innanzitutto dell’individuo e poi del rapporto tra questi e i suoi simili (o, per usare un paradosso: la ricerca del punto nodale sposta quest’ultimo e fa così fallire l’intero tentativo di superare la problematica). Questo non significa assolutamente che non si debbano prendere in considerazione tutti i fenomeni dell’anima; ma nessuno di essi dev’essere posto al centro dell’esame, al punto che tutto il resto possa esserne dedotto. È invece indispensabile considerare tutti i punti, e non in modo separato ma proprio nella loro connessione vitale.
Quanto alla differenza pratica, consiste nel fatto che l’uomo, invece di essere trattato come oggetto dell’analisi, è sollecitato a « rimettersi in sesto ». Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate.
Indubbiamente, per sua natura, l’uomo cerca di eludere questa svolta decisiva che ferisce in profondità il suo rapporto abituale con il mondo: allora ribatte all’autore di questa ingiunzione – o alla propria anima, se è lei a intimargliela – che ogni conflitto implica due attori e che perciò, se si chiede a lui di risalire al proprio conflitto interiore, si deve pretendere altrettanto dal suo avversario. Ma proprio in questo modo di vedere – in base al quale l’essere umano si considera solo come un individuo di fronte al quale stanno altri individui, e non come una persona autentica la cui trasformazione contribuisce alla trasformazione del mondo – proprio qui risiede l’errore fondamentale contro il quale si erge l’insegnamento chassidico.
Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. Se invece pongo due punti di appoggio uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente.
Così insegnava Rabbi Bunam: « I nostri saggi dicono: ‘Cerca la pace nel tuo luogo’. Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. È detto nel salmo: ‘Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato ». Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero ».
Ma il racconto che ho preso come punto di partenza non si accontenta di indicare la vera origine dei, conflitti esterni e di attirare l’attenzione sul conflitto interiore in modo generico. L’affermazione del Baal-Shem che vi si trova citata ci precisa anche esattamente in cosa consiste il conflitto interiore determinante. Si tratta del conflitto fra tre principi nell’essere e nella vita dell’uomo: il principio del pensiero, il principio della parola e il principio dell’azione. Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico. In questo modo, infatti, la situazione tra me e gli altri si ingarbuglia e si avvelena sempre di nuovo e sempre di più; quanto a me, nel mio sfacelo interiore, ormai incapace di controllare la situazione, sono diventato, contrariamente a tutte le mie illusioni, il suo docile schiavo. Con la nostra contraddizione e la nostra menzogna alimentiamo e aggraviamo le situazioni conflittuali e accordiamo loro potere su di noi fino al punto che ci riducono in schiavitù. Per uscirne c’è una sola strada: capire la svolta – tutto dipende da me – e volere la svolta – voglio rimettermi in sesto.
Ma per essere all’altezza di questo grande compito, l’uomo deve innanzitutto, al di là della farragine di cose senza valore che ingombra la sua vita, raggiungere il suo sé, deve trovare se stesso, non l’io ovvio dell’individuo egocentrico, ma il sé profondo della persona che vive con il mondo. E anche qui tutte le nostre abitudini ci sono di ostacolo.
Vorrei concludere questa riflessione con un divertente aneddoto antico ripreso da uno zaddik. Rabbi Hanoch raccontava: « C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. ‘Sì, ma io, dove sono? – si chiese all’improvviso in preda all’ansia – Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Così succede anche a noi », concluse il Rabbi.

Publié dans:EBRAISMO: INSEGNAMENTI |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

DA PIAZZA TIENANMEN ALL’INCONTRO CON GESÙ

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28636?l=italian

DA PIAZZA TIENANMEN ALL’INCONTRO CON GESÙ

La storia di Chai Ling, in prima linea contro gli aborti forzati in Cina

di Edward Pentin
ROMA, venerdì, 11 novembre 2011 (ZENIT.org) – “Ogni giorno, ogni ora, c’è un nuovo massacro di piazza Tienanmen”, afferma Chai Ling. “Ogni giorno in Cina hanno luogo 35mila aborti forzati: un numero enorme”.
Ling, due volte candidata al Premio Nobel per la Pace, conosce fin troppo bene le sofferenze che ebbero luogo a piazza Tienanmen e il dramma dell’aborto. Ma da cristiana – battezzata dopo il suo arrivo negli USA – è una donna piena di speranza.
Come studente attivista a Pechino nel 1989, durante i giorni del massacro, Ling fu leader della protesta filo-democratica che portò in piazza 100mila studenti. La repressione da parte dell’esercito governativo provocò un numero di morti compreso tra i 400 e i 10mila, a seconda delle fonti citate.
Tuttavia, prima ancora della protesta, quando era studentessa, Ling fu vittima di tre aborti forzati. “L’aborto era un fenomeno ordinario – ricorda -. Ero in collegio quando scoprirono che ero rimasta incinta senza essere sposata, così fui espulsa da scuola, non trovai lavoro e venni emarginata”.
Ling è ora sposata, ha tre figli e vive in esilio negli Stati Uniti. Dopo aver lasciato la Cina ed essersi stabilita in America, ha studiato a Princeton e ad Harvard, diventando una donna d’affari di successo: nonostante ciò non può fare ritorno in patria.
Ling si è pentita dei suoi aborti e si sta ora dedicando a una onlus da lei fondata, All Girls Allowed, che contrasta la politica cinese del figlio unico, di cui, uno dei più devastanti effetti è la promozione del genocidio femminile, l’uccisione forzata di bambine attraverso la selezione sessuale abortiva ed altri mezzi.
Le scioccanti statistiche relative alla politica del figlio unico sono ben note: 400 milioni di aborti forzati negli ultimi 30 anni in Cina, e un notevole sbilanciamento in senso maschile della popolazione, dovuto alla tradizionale preferenza per il figlio maschio. Secondo Ling attualmente “mancano” almeno 160 milioni di femmine nel mondo (non solo in Cina, anche in India e in altri paesi) a causa dell’opzione preferenziale per il maschio e le politiche di controllo demografico incoraggiate da molti governi. In Cina nascono mediamente 120 bambini ogni 100 bambine, quindi risultano 37 milioni di donne in meno, con la conseguente diffusione di traffici sessuali che minacciano la pace e la sicurezza.
È stato per condividere la terribile ma poco conosciuta ingiustizia del genocidio femminile che questa settimana Ling si è recata a Roma. In qualità di ospite dell’Istituto Dignitatis Humanae, l’attivista cinese è stata presentata ai dirigenti vaticani e ha incontrato il presidente onorario dell’Istituto ed ex presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, il cardinale Renato Martino. Entrambi hanno concordato che il genocidio femminile può e deve finire nell’arco di una generazione.
All Girls Allowed si presenta come un soggetto fortemente determinato nella realizzazione dei propri scopi. La sua azione si sviluppa in tre direzioni: in primo luogo esponendo la verità sulla politica del figlio unico per mobilitare la comunità globale contro i crudeli metodi utilizzati per praticarla; in secondo luogo si prefigge di aiutare le vittime attraverso l’educazione (di adulte e bambine abbandonate), donando fondi, stroncando traffici di bambini e difendendo le madri; infine celebrando “l’opera di Dio che dona vita, valore e dignità a bambine e madri”.
Due eventi chiave hanno motivato Ling a fondare la sua onlus: la sua conversione al cristianesimo dopo l’incontro con Reggie Littlejohn, fondatrice di Women’s Rights Withiut Frontiers che da anni svolge campagne contro la politica del figlio unico, e una sua udienza congressuale sugli aborti forzati in Cina nel 2009.
Dopo aver donato la propria vita a Gesù, Ling ha dichiarato di sentire che Dio la stava chiamando a informare il mondo della verità sull’aborto, mentre, come partecipante all’udienza congressuale, si è sentita motivata a fondare la onlus per far conoscere il tema, specie dopo aver incontrato l’infaticabile deputato americano Chris Smith (che lei chiama il “Wibelforce americano”). L’attivista cinese afferma che Smith le ha trasmesso il valore della sacralità della vita, dopo anni di “lavaggio del cervello” da bambina e da adulta, aiutandola a capire che “praticare l’aborto significa terminare con la violenza la vita di un bambino”.
A fronte della crescita del cristianesimo in Cina, Ling spera che si metta fine alle atroci pratiche dell’aborto forzato nel giro di una generazione. “La Chiesa in Cina è più che mai affamata di verità”, ha detto. “Molti pensano che avremmo salvato la Cina attraverso il movimento di Tienanmen ma non è in quest’ottica che Dio ci guarda”. Ling crede che Dio salverà il paese in primo luogo attraverso la fine dell’aborto forzato e del genocidio femminile, un processo che lei chiama “il secondo movimento di Tienanmen”.
Secondo Ling, il processo educativo sulla questione della politica del figlio unico è il punto più urgente poiché, a suo avviso, attraverso la formazione il popolo cinese arriverà a conoscere Gesù. Ripone una certezza nella preghiera, nella quale vede un Gesù “assai gentile” che ci dice che “quando commettiamo peccato, è come se tradissimo una persona amata che si prende tantissima cura di noi”.
“Non è un atteggiamento del tipo: ‘oh, tu hai sbagliato, andrai all’inferno’ ma piuttosto un ‘oh, sono così dispiaciuto’”, ha spiegato Ling, osservando il senso del “pentimento completo, con Dio che ti perdona immediatamente e ti fa rialzare la testa”. Quell’esperienza, ha ricordato, fu “una potente trasformazione, una completa liberazione”.
Ling ha perso molti amici durante quel terribile giugno di 22 anni fa. Al culmine del giro di vite, seppe tirare su il morale degli studenti suoi colleghi, parlando dei loro sacrifici fatti nel dare alla luce una nuova nazione. Ma i suoi compagni avevano bisogno di qualcos’altro che Ling non riusciva a definire.
A quel tempo Gesù le era ancora sconosciuto. “Avevo visto in faccia la morte, l’avevo guardata negli occhi, ma non l’avevo sconfitta. In altre parole non avevo né la pace nel cuore, né la gioia, solo la tristezza, il dolore e la paura”, ricorda. “Avevamo però un dovere: sapevamo che dovevamo confrontarci con qualcosa, qualunque cosa fosse”.
“Quindi, dopo che ebbi fatto il mio discorso, sentii questa calda sensazione giungermi nel cuore, un senso di amore verso i leader cinesi, verso i soldati, la gente che stava per ucciderci. È stato il più sorprendente sentimento che abbia mai provato e vorrei potessero sapere quanto li ho amati”.
“Ora capisco che tutto questo è ciò che ha provato Gesù sulla croce”, ha detto Ling.
L’attivista cinese ricorda di aver testimoniato “un potere, un incredibile spirito” a piazza Tienanmen, ma a quel tempo non seppe come definirlo.
“In seguito sono arrivata a capire che era lo spirito di Gesù”, ha concluso Ling. “Da quel momento ogni cosa ha iniziato ad avere un senso”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

Publié dans:a. storie di speranza |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il re Salomone riceve il dono della saggezza

Il re Salomone riceve il dono della saggezza dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 11 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il Libro dei Proverbi – introduzione

questo studio è originariamente in inglese, tradotto dal sito stesso, forse la traduzione non è perfetta, ma vale ugualmente, io l’ho letta in inglese (cioè: si fa per dire), dal sito:

http://www.bibbiaweb.org/doc/jam_libro_dei_proverbi.html

Il Libro dei Proverbi

Jacques-André Monard

Il Messaggero Cristiano (settembre 1979)

Indice:
 
1. Scopo del libro dei Proverbi
2. La saggezza
3. Le parole
4. Le influenze
5. Il matrimonio
6. La correzione dei figli
7. La riprensione
8. La retribuzione
9. La fiducia
——————————————
1. Scopo del libro dei Proverbi
Vorremmo incoraggiare i credenti a leggere, studiare e meditare il Libro dei Proverbi. I principi presentati in questo libro portano poco il carattere dell’economia che ha preceduto il Cristianesimo. Se, in qualche caso, è necessario tener conto dei caratteri che distinguono l’economia giudea da quella cristiana, si può dire che la maggior parte dei principi hanno un’applicazione letterale in ogni tempo.
L’espressione «figlio mio», così spesso ripetuta, ci fa capire a chi Dio si rivolge soprattutto: a colui che è in relazione con Lui e che possiede la sua vita, cioè al credente. Ma il credente vive in un mondo pieno di pericoli e di tranelli, un mondo i cui pensieri sono contrari a quelli di Dio. A queste difficoltà esteriori si aggiungono tutti i pericoli che hanno la loro sorgente nel suo proprio cuore. È dunque necessario che il credente sia messo in guardia verso tutto ciò che rischia di farlo cadere e che sia istruito sul cammino che deve avere chi occupa la posizione di figlio. Questo è lo scopo principale del libro; scopo essenzialmente pratico. Ma vi sono avvertimenti e istruzioni salutari non solo per i credenti ma per tutti gli uomini (vedere 8:4).
Dio ha cura di rivelarci il suo pensiero su argomenti che riguardano la vita di ogni giorno. Queste cose sono scritte «per farti conoscere cose certe, parole vere» (22:21). Nel mondo di oggi, in cui tutto è rimesso in discussione, abbiamo più che mai bisogno di norme di vita sicure, di origine divina. Il Libro dei Proverbi è particolarmente utile per fornircele, e per rimettere in sesto ciò che in noi è così facilmente deformato dall’influenza del mondo.
Vorrei ora soffermarmi, senza pretesa di completezza, su alcuni soggetti che sono sviluppati in questo libro. Al lettore sarà utile cercare tutti i passi citati, trovarne altri che completino i pensieri espressi e raccogliere egli stesso l’insegnamento del libro su altri argomenti.
2. La saggezza
La saggezza non è data all’uomo alla sua nascita. Al contrario, «la follia è legata al cuore del bambino» (22:15). La saggezza, quindi, è tutta da acquistare. «Il principio della saggezza è: Acquista la saggezza» (4:7). È Dio che la dà (2:6), ma non la dà se non a quelli che la cercano con impegno: «Se la cerchi come l’argento, e ti dai a scavarla come un tesoro… Acquista la saggezza; sì, a costo di quanto possiedi… » (2:4-5, 4:7). La saggezza non è data una volta per sempre, ma in modo progressivo: «Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere» (1:5). E anche chi è già considerato saggio ha ancora bisogno di essere ripreso (9:8).
Dà prova di saggezza chi ascolta l’insegnamento dei genitori (13:1), chi si lascia consigliare (13:10), colui che vedendo il male teme di cadere, lo evita e si nasconde (14:16, 22:3), chi è lento all’ira (19:11), chi dirige il suo cuore per la retta via invece di lasciarsi dirigere dal suo cuore (23:19), chi è padrone delle sue labbra (10:19). Si potrebbe continuare. Il saggio non si stima saggio da se stesso; c’è più da sperare da uno stolto che da chi si crede saggio (26:12). Poiché è Dio che li istruisce, i saggi sono in grado di comunicare ad altri la preziosa conoscenza ricevuta; la loro lingua è ricca di scienza (15:2). I saggi sanno anche tenere in serbo la saggezza (10:14) e spargerla al momento opportuno (15:7).
«Il principio della saggezza è il timore dell’Eterno» (9:10). Il più saggio uomo del mondo non può avere, quindi, nemmeno i primi rudimenti della vera saggezza, poiché il primo atto è temere l’Eterno, prendere il proprio posto davanti a Dio. Tutti quelli che rifiutano di prendere questo posto sono degli stolti (1:7).
In alcuni importanti brani del Libro dei Proverbi è la saggezza stessa che parla (1:20-33 e 8:1-32). In questi essa si identifica con Colui che è la Parola stessa di Dio, espressione perfetta di ciò che Dio è e di ciò che pensa. È una meravigliosa rivelazione dei Figlio, delizie eterne del Padre (8:30). È Lui che il Nuovo Testamento chiama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1:24) e che da Dio «è stato fatto per noi sapienza» (v. 30).
3. Le parole
«La bocca dello stolto è la sua rovina» (18:7); egli prende piacere a manifestare ciò che ha nel cuore (18:2). Senza alcun ritegno, la sua bocca sgorga follia (15:2) e si compiace nelle cose basse (26:11). Se gli capita di dire una parola saggia, questa è senza forza e senza effetto alcuno (26:7 e 9).
Per contro, la bocca del giusto è una fonte di vita (10:11), la sua lingua è argento eletto (10:20), le sue labbra conoscono ciò che è grato (10:32) e pascono molti (10:21). «Le parole gentili sono un favo di miele; dolcezza all’anima, salute alle ossa» (16:24). «Le parole dette a tempo sono come frutti d’oro in vasi d’argento cesellato» (25:11).
Poiché la bocca può far uscire parole di valore diverso, in bene o in male, bisogna custodirla (13:3). «Chi sorveglia la sua bocca e la sua lingua preserva sé stesso dall’angoscia» (21:23). Bisogna evitare la precipitazione (29:20), meditare la risposta (15:28), moderare le proprie parole (17:27) e non pronunciarne troppe (10:19). Così esse sono fonte di gioia per chi le pronuncia e per chi le ascolta. «Le parole della bocca di un uomo sono acque profonde; la fonte di saggezza è un ruscello che scorre perenne» (18:4).
4. Le influenze
I contatti che abbiamo con l’uno e con l’altro, specie se sono frequenti, esercitano su noi un’influenza e lasciano un’impronta, sia nel bene che nel male. È dunque importante scegliere bene le persone che frequentiamo. «Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo» (13:20). È un prezioso incoraggiamento a ricercare la compagnia di quelli che hanno acquisito saggezza alla scuola di Dio; molto utili e preziosi sono i contatti con credenti anche di età differenti.
«Non fare amicizia con l’uomo collerico, non andare con l’uomo violento, perché tu non impari le sue vie ed esponga te stesso a un’insidia» (22:24-25). Che si tratti degli empi e dei malvagi (4:14-15), dello stolto (14:7) o dell’uomo violento (16:29) o anche di chi apre troppo le labbra (20:19), è sempre grande il pericolo di lasciarsi trascinare; per questo siamo esortati a fuggire, a non immischiarci, ad andarcene lontano. Se temiamo il Signore e non confidiamo nel nostro proprio cuore (28:26) eviteremo il più possibile ogni rapporto d’amicizia con quelli che non hanno la vita di Dio o che disprezzano l’insegnamento divino. Che ci sia una testimonianza da rendere e un servizio da compiere verso quelli che Satana sta trascinando alla perdizione, è certo (24:11-12), ma ciò non significa che dobbiamo camminare con loro.
5. Il matrimonio
Le istruzioni concernenti il matrimonio sono presentate dal punto di vista dell’uomo, non della donna, sia perché è l’uomo il rappresentante dinanzi a Dio della razza umana, sia perché è lui responsabile della scelta della sua compagna (alcuni traducono Proverbi 30:19: «la traccia dell’uomo verso la giovane»).
A più riprese il giovane è messo in guardia verso le seduzioni della donna straniera. Come, colui che è chiamato figlio, potrebbe unirsi ad una donna che non appartiene al popolo di Dio? Quand’anche il suo aspetto esteriore fosse attraente, «la fine a cui conduce è amara come il veleno, è affilata come una spada a doppio taglio» (5:4), una fossa profonda, un pozzo stretto (23:27). «Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza» (6:25) poiché «una donna bella, ma senza giudizio, è un anello d’oro nel grifo di un porco» (11:22) e «la grazia è ingannevole e la bellezza è cosa vana» (31:30).
Ma se la donna che fa vergogna è un tarlo nelle ossa di suo marito (12:4), una donna virtuosa è la sua corona. «La donna che teme l’Eterno è quella che sarà lodata» (31:30); il suo pregio «sorpassa di molto quello delle perle» (31:10). «Chi la troverà?» Domanda solenne! Che i nostri ragazzi si affidino a Dio perché sia Lui a farla trovar loro. «Una moglie giudiziosa è un dono dell’Eterno» (19:14); Dio non rifiuterà questo favore (18:22) a chi confida in Lui e gli è fedele.
Nell’attesa di aver messo in ordine gli affari di fuori e in buon stato i suoi campi (24:27), e nell’attesa del momento scelto da Dio, sappia il giovane custodire il suo cuore più d’ogni altra cosa «poiché da esso provengono le sorgenti della vita» (4:23).
6. La correzione dei figli
La disciplina di un padre verso il suo figlio, figura di quella di Dio verso i suoi, è la prova di un vero amore (3:12). Questa disciplina non si limita a una riprensione a parole: c’è anche la verga: «La verga e la riprensione danno saggezza» (29:15). «Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo» (13:24). È un lavoro paziente, da compiere con diligenza nel timore e nella fiducia in Dio, che porterà il suo frutto (22:15, 23:13-14, 29:17). «Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà» (22:6).
7. La riprensione
I figli non sono i soli ad aver bisogno di riprensione. Essa è necessaria ad ogni uomo, anche al saggio (9:8) e all’intelligente (17:10, 19:25). Correzione e riprensione sono spesso legate, e sono una il completamento dell’altra (3:11, 5:12, 10:17, 12:1, 13:18, 15:5, 15:32). Beato chi ascolta la riprensione (15:31-32), chi dà retta (13:18 e 15:5) ! Diventerà saggio, acquisterà buon senso, sarà onorato, «abiterà tra i saggi» (15:31).Per contro, «chi odia la riprensione è uno stupido» (12:1). «L’uomo che, dopo essere stato spesso ripreso, irrigidisce il collo, sarà abbattuto all’improvviso e senza rimedio» (29:1). Il modo con cui un uomo accoglie la riprensione è un test del suo stato naturale; «il beffardo non ama che altri lo riprenda» (15:12), mentre il saggio lo ama (9:8).
Ma se vi sono esortazioni ad accettare la riprensione, vi sono anche incoraggiamenti a farla (24:24-25). «L’uomo che corregge sarà, alla fine, più accetto di chi lusinga con la sua lingua» (28:23). Bisogna, ovviamente, che siano parole dette a proposito e con saggezza (25:12). Il suo valore è grande se testimonia di un vero amore. «Chi ama ferisce, ma rimane fedele» (27:6). È in questo modo che l’amore può coprire moltitudine di peccati (10:12; Giacomo 5:19-20). L’amore cerca sempre di ricondurre quelli che si sviano.
8. La retribuzione
Il principio della retribuzione, o del governo di Dio, costituisce la trama del Libro dei Proverbi: «Ecco, il giusto riceve la sua retribuzione sulla terra, quanto più l’empio e il peccatore!» (11:31). Ci può essere differenza nel modo con cui questo governo di Dio viene esercitato, perché c’è differenza tra la condizione dei Giudei e quella dei Cristiani. Ma la grazia che è venuta per mezzo di Gesù Cristo e che è il solo fondamento della nostra salvezza non annulla il principio divino della retribuzione. Per questo nel Nuovo Testamento leggiamo: «Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà» (Galati 6:7).
I Proverbi ci insegnano che la benedizione di Dio è su quelli che camminano secondo i suoi insegnamenti, mentre il suo giudizio è sospeso su quelli che fanno il male, ed è eseguito quando la pazienza divina giunge al termine (3:33, 11:8, 13:21, 16:7, 21:12).
Come chi semina grano o zizzania raccoglierà grano o zizzania, così la retribuzione sarà dello stesso tipo del male commesso. «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà anch’egli, e non gli sarà risposto» (21:13); «chi scava una fossa vi cadrà, e la pietra torna addosso a chi la rotola» (26:27). Chi rifiuta di ascoltare quando Dio chiama, griderà un giorno e Dio non gli darà risposta (1:24-28). Dio «schernisce gli schernitori» ma anche «fa grazia agli umili» (3:24). Dio eleva chi si abbassa (15:33, 29:23), e riempie di abbondanza i granai di chi lo onora coi suoi beni (3:9-10). «Chi ha pietà del povero presta all’Eterno, che gli contraccambierà l’opera buona» (19:17). E, materialmente come spiritualmente, «chi annaffia sarà egli pure annaffiato» (11:25).
9. La fiducia
«Chi confida nel proprio cuore è uno stolto» (28:26). Chi confida nelle ricchezze cadrà (11:28) benché, nella sua immaginazione, le consideri come una «roccaforte» (18:11). Ma colui che confida nell’Eterno è beato (16:20) e sarà saziato (28:25). È lui che, nel giorno cattivo, troverà un alto rifugio (18:10, 29:25).
«Confida nell’Eterno con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri» (3:5-6).

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 11 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
1...345678

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31