Archive pour novembre, 2011

DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

dal sito:

http://www.stpauls.it/bibbia/archivio/bibbia0379.pdf

DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

È un affresco grandioso quello che san Paolo dipinge in finale alla sua Prima Lettera ai Corinzi: nel capitolo 15, infatti, presenta la risurrezione di Gesù Cristo in tutta la vastità del suo orizzonte di luce. Noi abbiamo scelto per la nostra riflessione domenicale paolina una scena di forte impatto, ritagliandola da quell’affresco. Potremmo intravedere in essa quasi due riquadri. Nel primo si confrontano due figure,
Adamo e Cristo. Da un lato, c’è colui che incarna l’umanità nella sua caducità e peccaminosità. In Adamo, che in  ebraico significa « uomo terreno », ci ritroviamo tutti con la nostra miseria, con il marchio della morte in fronte, con il peso della colpa. D’altro lato, ecco invece Cristo risorto che ha in sé tutti i tratti dell’umanità, ma anche tutta la gloria della divinità. Ebbene, Gesù Cristo irradia la sua vita divina ed eterna in tutti i figli di Adamo che, con l’incarnazione, sono divenuti suoi fratelli. Questa irradiazione trasformatrice è rappresentata dall’Apostolo con un simbolo, quello dell’aparché in greco, cioè della « primizia ». Come è noto, il primo frutto del grembo, il primogenito, e i primi prodotti della terra nell’antico Israele erano offerti aDio perché egli li moltiplicasse poi in una famiglia feconda di figli e in un raccolto abbondante. Similmente Cristo è la « primizia dei morti » che sono risorti: è lui che ha aperto per primo la tomba alla vita, è lui che ha fecondato di eternità il sepolcro, è lui che ha reso la morte non un baratro di polvere e di tenebra, ma la soglia aperta verso la luce e la gloria. Cristo è la primizia della stagione pasquale, a cui tutti partecipiamo. A questo punto possiamo fissare l’attenzione sull’altro riquadro che descrive la meta ultima e piena a cui la Pasqua ci vuole condurre. Quel creato, uscito dalle mani di Dio nella sua bellezza e bontà, è stato sfregiato dal peccato umano ed è stato oscurato dall’irrompere del male e di Satana.
Usando il linguaggio della tradizione giudaica, Paolo parla delle tenebrose presenze dei Principati, delle Potenze e delle Forze, una triade di realtà negative che tormentano e sconvolgono la storia umana. Quando la risurrezione avrà compiuto in pienezza il suo percorso nell’intera umanità, questi poteri occulti saranno finalmente resi inoffensivi e annientati. E Paolo definisce questa vittoria ricorrendo a una citazione del Salmo messianico 110 (109) in cui Dio « pone tutti i nemici sotto i suoi piedi ». Ma l’avversario
decisivo è la morte che la Pasqua di Cristo elimina dall’orizzonte. Si rivela, così, la « primizia » di quel « raccolto » di vita e di gioia che è appunto la meta finale della storia. Allora saremo tutti nel regno di Dio Padre, e « Dio sarà tutto in tutti » (1Corinzi 15,28). Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono
di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. (1Corinzi 15,20-26)

Publié dans:San Paolo |on 19 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

IL GIUDIZIO: FACCIA A FACCIA CON L’AMORE (Omelia per la festa di Cristo Re)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28694?l=italian

IL GIUDIZIO: FACCIA A FACCIA CON L’AMORE

Vangelo della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

di Padre Angelo del Favero*
ROMA, giovedì, 17 novembre 2011 (ZENIT.org) – Ez 34,11-12.15-17:  “A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri”.
Mt 25,31-46: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria..separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio,ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,..perché  ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare,..non mi avete dato da bere,..non mi avete accolto,..non mi avete vestito,..non mi avete visitato. Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”.
Sono passate solo tre settimane dalla festa dei Santi ed eccoli nuovamente schierati davanti ai nostri occhi, alla destra del Re. Sono tutti coloro che si sentiranno dire: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Un quadro grandioso e glorioso, dal quale il Creatore non vuole escludere nessuno:“Questa è l’adozione dei figli di Dio, i quali in verità diranno a Dio ciò che lo stesso Figlio dichiara, in san Giovanni, all’eterno Padre: “Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie”(Gv 17,10)”: così lo descrive il carmelitano san Giovanni della Croce, aggiungendo che l’anima fedele “parteciperà della stessa bellezza dello Sposo nel giorno del suo trionfo, quando vedrà Dio faccia a faccia” (Cantico Spirituale B, 36, 5).
Oggi, però, il quadro comprende anche la schiera dei “dannati”. Sono coloro che, chiamati a realizzare la felicità della vita nel dono sincero di sé,  vivono (per così dire) nel continuo “danno” di sé, poiché “fanno morta” la propria persona non volendo riconoscere né mettere in pratica il comandamento dell’amore: “tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non lo avete fatto a me” (Mt 25,45).
Quella del Vangelo di oggi è una specie di immensa “fotografia di gruppo”, consegnata ad ognuno affinché scelga responsabilmente fin d’ora a quale delle due schiere del giudizio intende appartenere: quella degli eternamente vivi alla destra del Re, o quella dei morti per sempre alla sua sinistra.
Perciò non illudiamoci: l’appartenenza benedetta delle pecore è un dono legato al compito quotidiano di una fedeltà chiamata a resistere “fino al sangue, nella lotta contro il peccato” (Eb 12,4), per la quale abbiamo “solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniamo ciò che è stato promesso” (Eb 10,36).
Ma neppure disperiamoci: se riconosceremo pentiti il nostro cattivo odore di capri e cominceremo a fare le opere dell’amore, il “profumo di Cristo” (2 Cor 2,15) ci inebrierà per l’eternità. E tali opere le possiamo fare realmente poiché non ci manca l’aiuto determinante della divina Misericordia, la quale vuole: “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). 
Ma allora ci domandiamo: che significa vivere fin d’ora alla destra del Re? In altri termini: in cosa consiste essenzialmente la santità? La santità consiste nella perfezione dell’amore, ma l’amore può essere praticato in molti modi, secondo le varie personalità e circostanze. San Paolo lo afferma implicitamente quando, parlando della trasformazione totale dell’uomo nella risurrezione finale, dice che “ogni stella differisce da un’altra nello splendore” (1 Cor 15,41). Paolo intende qui una diversità permanente nello stato glorioso definitivo.
Per questo, sebbene i martiri nei primi tempi della Chiesa fossero considerati come i veri cristiani e santi, si ammise poi che potevano esserci anche altri modi di “morire a se stessi”, che esigevano essenzialmente le stesse virtù ammirate nei martiri.
E’ così che attraverso la contemplazione dell’opera salvifica di Cristo, personificata nei suoi santi, i credenti sono ricondotti al mistero fondamentale della santità cristiana, che è in persona lo stesso Signore Gesù Cristo. Ancora Paolo, infatti, rivela che: “E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza” (Col 2,9).
Con la loro morte, i martiri e tutti i santi testimoniano l’incredibile mistero della fede: Dio è nato a Betlemme da una donna, è morto e il terzo giorno è risorto dai morti nella sua stessa carne crocifissa. In tal modo, nel Figlio incarnato quella santità che per gli ebrei solo Dio poteva possedere e comunicare, viene resa accessibile a tutti gli uomini, che ne vengono santificati.
I cristiani sono “santi” per il loro rapporto con Colui che è il Santo per eccellenza, “dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” in dono e compito la santità battesimale (Gv 1,16).
Così, ricevendo continuamente la vita di Gesù Risorto, mediante i Sacramenti e la Parola, noi diventiamo conformi alla sua santità, non per mezzo dei nostri sforzi umani di mortificazione (anche se l’impegno della nostra libertà non può mancare), ma grazie al trionfo graduale della virtù del nostro stesso Battesimo.
Al riguardo un’ultima considerazione è più che opportuna.
La vita dei santi è una dimostrazione continua della nostra collaborazione con la grazia divina. Spesso i biografi dimenticano che la santità è una conquista graduale, e omettono o riducono al minimo le testimonianze della lotta interiore sostenuta dalla debolezza dei santi, con le loro cadute e il loro continuo rialzarsi.
In fondo, il primo di quelli alla sua destra a cui il Re dirà “Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34), è il malfattore che fu crocifisso con Lui, e non sappiamo se, sul Calvario, si trovava alla sua destra o alla sua sinistra (Lc 23,33.43).  
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

San Pietro e San Paolo

San Pietro e San Paolo dans immagini sacre sanpietroepaolo

http://www.ilpuntostampa.info/2011/06/santi-pietro-e-paolo-apostoli.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

NEL NATALE DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (SANT’AGOSTINO, DISCORSO 295)

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm

SANT’AGOSTINO

DISCORSO 295

NEL NATALE DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

È Cristo stesso la pietra, su cui è costruita la Chiesa.
1. 1. La passione dei beatissimi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Non parliamo di alcuni martiri sconosciuti. Per tutta la terra si è diffusa la loro voce e ai confini del mondo la loro parola 1. Questi martiri videro quello che annunziarono, per aver assecondato la giustizia, proclamando la verità, morendo per la verità. È il beato Pietro, il primo degli Apostoli, l’ardente amante di Cristo che meritò di ascoltare: Ed io ti dico che tu sei Pietro 2. Egli infatti aveva detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente 3. E Cristo a lui: Ed io ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa 4. Sopra questa pietra edificherò la fede che tu confessi. Sopra ciò che hai detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, edificherò la mia Chiesa. Tu sei Pietro infatti. Da pietra Pietro, non pietra da Pietro. Pietro da pietra così come cristiano da Cristo. Vuoi sapere da quale pietra sia chiamato Pietro? Ascolta un poco: Non voglio, infatti, che ignoriate, fratelli, – dice l’Apostolo di Cristo – che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati in rapporto a Mosè, nella nube e nel mare, e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale. Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: e la roccia era il Cristo 5. Ecco da chi Pietro.
A Pietro, che impersona la Chiesa, le chiavi del regno dei cieli. Ad uno solo, perché date alla Chiesa una. Dopo la risurrezione, Cristo invia la Chiesa.
2. 2. Il Signore Gesù, come sapete, prima della sua passione, elesse quei suoi discepoli che chiamò Apostoli. Fra questi, quasi ovunque non altri che Pietro meritò di impersonare la Chiesa intera. Proprio per il fatto di impersonare da solo tutta la Chiesa, meritò di ascoltare: Ti darò le chiavi del regno dei cieli 6. Non ricevette infatti queste chiavi un solo uomo, ma la Chiesa nella sua unità. In forza di ciò, quindi, si celebra la preminenza di Pietro, in quanto rappresentò la Chiesa nella sua stessa universalità ed unità allora che gli fu detto: A te consegno quello che fu dato a tutti. Perché dunque possiate comprendere che la Chiesa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, desunto da un altro passo, ascoltate che cosa il Signore vuol dire a tutti i suoi Apostoli: Ricevete lo Spirito Santo 7. E immediatamente: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi 8. Questo è in rapporto alle chiavi delle quali fu detto: Tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo; e tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo 9. Ma disse questo a Pietro. Perché tu sappia che Pietro impersonava allora la Chiesa universale, ascolta che cosa fu detto a lui personalmente, che cosa a tutti i fedeli santi: Se il tuo fratello commette una colpa nei tuoi riguardi, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone: è stato scritto infatti che ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, riferisci alla Chiesa: e, se non avrà ascoltato neppure questa, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico che tutto quello che avrete legato sopra la terra, sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo 10. La colomba lega, la colomba scioglie; l’edificio fondato sulla pietra lega e scioglie.
3. 2. Siano nel timore quanti si trovano legati, siano nel timore quanti sono sciolti. Quelli che sono sciolti, temano, per non essere legati; quelli che sono legati, preghino, per essere sciolti. Ciascuno è tenuto legato dalle funi dei propri peccati 11: ma al di fuori di questa Chiesa niente viene sciolto. Al morto da quattro giorni si dice: Lazzaro, vieni fuori! 12 E viene fuori dal sepolcro tra le bende che lo tenevano legato mani e piedi. Il Signore ridesta perché il morto esca dal sepolcro; se tocca il cuore, è perché ne venga fuori la confessione del peccato. Ma ancora per poco resta legato. Perciò il Signore, dopo che Lazzaro fu uscito dal sepolcro, si rivolse ai suoi discepoli, ai quali aveva annunziato: Tutto quello che avrete sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo 13; Scioglietelo – disse – e lasciatelo andare 14. Di persona fece risuscitare, per mezzo dei discepoli sciolse.

La forza e la debolezza della Chiesa figurate in Pietro.
3. 3. La fortezza della Chiesa trovò appunto risalto soprattutto in Pietro, perché seguì il Signore che andava verso la passione, e fu rilevata quella certa debolezza per cui, interpellato da una serva, negò il Signore. Eccolo diventato d’un tratto negatore da amante che era. Scoprì se stesso chi aveva voluto presumere di sé. Infatti, come sapete, aveva detto: Signore, sarò con te fino alla morte, anche se dovessi morire, darò la mia vita per te 15. E il Signore al presuntuoso: Darai la tua vita per me? In verità ti dico: prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte 16. Avvenne quello che aveva predetto il medico: non poté verificarsi ciò che presunse l’infermo. E che allora? All’istante, il Signore lo guardò. Così è stato scritto, così riporta il Vangelo: Il Signore lo guardò, ed egli uscì fuori e pianse amaramente 17. Uscì fuori, il che vuol dire confessare. Pianse amaramente chi aveva imparato ad amare. Subentrò la consolazione nell’amore, la cui amarezza era già stata presente nel dolore.
A Pietro, rappresentante dell’unità della Chiesa, affidate le pecore di Cristo. perché Pietro deve rispondere tre volte del suo amore.
4. 4. A ragione, anche dopo la risurrezione, il Signore proprio a Pietro affidò le sue pecore da pascere. Non è infatti che, fra gli Apostoli, egli solo meritò di pascere le pecore del Signore: ma quando Cristo si rivolge ad uno solo, vuol dare risalto all’unità; in primo luogo a Pietro, perché è il primo degli Apostoli. Simone di Giovanni – dice il Signore – mi ami tu? 18 Quello risponde: Ti amo. E interrogato di nuovo, di nuovo risponde. Interrogato per la terza volta quasi non sia creduto, si rattrista. Ma come poteva non credergli colui che gli leggeva nel cuore? Infine, superato quel turbamento, così risponde: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo 19. Non sfugge infatti solo questo a te che tutto sai. Non ti rattristare, Apostolo, rispondi una volta, rispondi di nuovo, rispondi una terza volta. Tre volte vinca la confessione nell’amore, perché tre volte nel timore fu vinta la presunzione. Bisogna sciogliere tre volte quello che tre volte è stato legato. Sciogli per amore quello che avevi legato per timore. Ma infine il Signore, una prima, una seconda e una terza volta, affidò le sue pecore a Pietro.
A confutazione dei donatisti che dividono il gregge del Signore.
5. 5. State a sentire, fratelli miei: Pasci – egli dice – le mie pecorelle, pasci i miei agnelli 20. Pasci le mie pecore: ha forse detto le tue? Pasci, servo buono, le pecore del Signore, quelle che hanno il marchio del Signore. Forse che Paolo è stato crocifisso per voi? o è nel nome di Pietro e di Paolo che siete stati battezzati? 21 Pasci dunque le sue pecore, lavate nel suo Battesimo, segnate dal suo nome, redente dal suo sangue. Pasci – dice – le mie pecore. Infatti, gli eretici, servi cattivi e fuggitivi, ripartendosi fra loro quel che non acquistarono, procurandosi dai furti dei beni come propri, credono di pascere pecore di loro proprietà. Infatti, che cos’altro è, vi domando, dire: Se non sarò stato io a darti il Battesimo, resterai nel peccato, se non avrai avuto il mio Battesimo, non sarai purificato? Non avete forse ascoltato: Maledetto ogni uomo che confida nell’uomo 22? Di conseguenza, carissimi, quelli che battezzò Pietro sono pecore di Cristo; e quelli che battezzò Giuda sono pecore di Cristo. Notate infatti che intende dire lo sposo alla sua diletta nel Cantico dei Cantici, quando la sposa gli chiede: Dimmi, o diletto dell’anima mia, dove vai a pascolare, dove riposi al meriggio, per non perdere la mia identità dietro le greggi dei tuoi compagni 23. Dimmi – dice – dove vai a pascolare, dove riposi al meriggio, nello splendore della verità, nell’ardore della carità. Perché temi, o diletta, di che temi? Per non perdere – dice – la mia identità; cioè, come dissimulandomi, come non fossi la Chiesa; perché la Chiesa non è nascosta. Infatti, non può nascondersi una città collocata su un monte 24. E nel mio errare finisca non presso il tuo gregge, ma tra le greggi dei tuoi compagni. Gli eretici, infatti, sono chiamati compagni. Uscirono da noi 25: prima che uscissero, parteciparono ad una stessa mensa con noi. Allora, che le si risponderà? Se non avrai riconosciuto te stessa 26 è la risposta dello sposo a lei che domanda: Se non avrai riconosciuto te stessa, o bella fra le donne 27. O la vera tra eresie, se non avrai riconosciuto te stessa: sono tante infatti le predizioni che ti riguardano. Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti 28; Ha parlato il Signore, Dio degli dèi, e ha convocato la terra da Oriente a Occidente 29; Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra 30; Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola 31. Tali testimonianze sono predizioni a tuo riguardo. Perciò, se non avrai riconosciuto te stessa, esci tu 32. Non sono io a metterti fuori, perché quanti saranno rimasti possano dire di te: Uscirono da noi 33. Esci tu sulle orme delle greggi, non del gregge del quale fu detto: Sarà un solo gregge ed un solo Pastore 34. Esci tu sulle orme delle greggi e va a pascolare i tuoi capretti 35: non le mie pecore, come Pietro. Per il bene di queste pecore a lui affidate, Pietro meritò la corona del martirio e meritò di venir celebrato nel mondo con la solennità odierna.

Paolo: da persecutore ad Apostolo di Cristo.
6. 6. E da Saulo venga Paolo, dal lupo l’agnello; prima avversario, poi apostolo, prima persecutore, poi predicatore. Venga, riceva lettere di presentazione dai sommi sacerdoti, e dovunque avrà scoperto cristiani, li conduca prigionieri per la condanna. Riceva, riceva, si metta in cammino, vada avanti, sia bramoso di strage, sia assetato di sangue: Se ne riderà chi abita i cieli 36. Andava infatti, come è stato scritto, anelando alla strage 37 e si avvicinava a Damasco. Allora il Signore dal cielo: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 38 Qui io sono, là io sono: qui il capo, là il corpo. Non ce ne restiamo perciò stupiti, fratelli, noi facciamo parte del corpo di Cristo. Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro recalcitrare al pungolo 39. Agisci a tuo danno: la mia Chiesa infatti riceve incremento dalle persecuzioni. Ma quello, sbigottito e tremante: Chi sei tu, Signore? E il Signore: Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti 40. Diventato repentinamente un altro, attende un ordine: depone la rivalità, si dispone all’ubbidienza. Gli vien detto che fare. Ed ancora prima che Paolo sia battezzato, il Signore parla ad Anania: Recati in quella strada, dall’uomo di nome Saulo, battezzalo, perché è per me un vaso di elezione 41. Un vaso è fatto per contenere qualcosa, un vaso non deve restare vuoto. Un vaso va riempito: di che cosa se non di grazia? Ma Anania risponde al Signore nostro Gesù Cristo: Signore, ho saputo che quest’uomo ha recato molti mali ai tuoi fedeli. Ed ora è autorizzato per lettera dai sommi sacerdoti ad arrestare, ovunque ne avrà trovati, i seguaci di questa dottrina 42. E il Signore a lui: Io gli mostrerò tutto quello che dovrà soffrire per il mio nome 43. Anania trepidava all’udire il nome di Saulo: la pecora debole temeva la fama del lupo, pur avendo su di sé la mano del pastore.

Paolo e Pietro patirono per Cristo.
7. 7. Ecco il Signore mostrargli quelle cose che bisognava patisse per il suo nome. In seguito lo provò nella fatica. Egli pure lo provò nelle catene, egli nelle ferite, egli nelle carceri, egli nei naufragi. Egli gli procurò il martirio: egli lo fece pervenire a questo giorno. Unico il giorno della passione per i due Apostoli. Ma anche tutt’e due erano una cosa sola: pur soffrendo il martirio in giorni diversi, erano una cosa sola. Andò avanti Pietro, seguì Paolo. Un primo tempo Saulo, quindi Paolo: perché un primo tempo superbo, umile in seguito. Saulo da Saul, il persecutore del santo Davide. Fu atterrato il persecutore, fu suscitato il predicatore. Cambiò in umiltà il nome del superbo. Paolo, infatti, vuol dire « poca cosa ». Fate caso alle parole in uso della Carità vostra: non diciamo tutti i giorni: « Ti vedrò fra poco; fra poco farò questo o quello »? Chi è allora Paolo? Chiedilo a lui stesso: Io sono – dice – il più piccolo degli Apostoli 44.

La celebrazione dei martiri incoraggia all’imitazione.
8. 8. Celebriamo il giorno festivo reso sacro per noi dal sangue degli Apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze, le predicazioni. Facciamo infatti progressi attraverso l’amore, non celebrando tali prove per una soddisfazione materiale. Che cosa ci chiedono infatti i martiri? Non hanno tutto se ancora desiderano lodi dagli uomini. Se continuano a volere le lodi degli uomini, non sono ancora dei vincitori. Se, invece, sono stati vincitori, nulla ci chiedono a loro profitto, ma intercedono per il nostro bene. Perciò, la nostra via sia diritta alla presenza del Signore. Era angusta, era irta di spine, era aspra: per uomini tali e così numerosi che la percorrono, è diventata comoda. Proprio il Signore è passato per primo, la percorsero intrepidi gli Apostoli, quindi i martiri, fanciulli, donne, fanciulle. Ma chi era in loro? Colui che ha detto: Senza di me non potete far nulla 45.

Publié dans:San Paolo, San Pietro, Sant'Agostino |on 18 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

18 Novembre: Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

dal sito:

http://www.pastoralespiritualita.it/Articoli-Rubriche/Anno-liturgico-feste-e-ricorrenze/18-Novembre-Dedicazione-delle-basiliche-dei-Santi-Pietro-e-Paolo-Apostoli.html

18 Novembre: Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli 

Dedicazione delle basiliche dei santi Pietro e Paolo, Apostoli, delle quali la prima, edificata dall’imperatore Costantino sul colle Vaticano al di sopra del sepolcro di san Pietro, consunta dal tempo e ricostruita in forma più ampia, in questo giorno fu nuovamente consacrata; l’altra, sulla via Ostiense, costruita dagli imperatori Teodosio e Valentiniano e poi distrutta da un terribile incendio e completamente ricostruita, fu dedicata il 10 dicembre. Nella loro comune commemorazione viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa. (Martirologio Romano)
 
Celebrata in agosto la festa della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore e ultimamente quella della Basilica del Salvatore al Laterano, la Chiesa ci invita a celebrare in un medesimo giorno la dedicazione delle due Basiliche di san Pietro e di san Paolo a Roma. Sono le quattro basiliche che negli anni giubilari i pellegrini devono visitare, per acquistare la grande indulgenza, che i Papi sogliono concedere ogni 25 anni.
Se non possiamo andare a Roma e pregare in quelle auguste chiese, la Liturgia ci aiuta a partecipare alle grazie chieste dai pellegrini sulle tombe degli Apostoli e che la Chiesa chiede per tutti i fedeli nel giorno della Dedicazione.

La Basilica di san Pietro.
Dopo il martirio, avvenuto con tutta probabilità nel circo di Nerone, i resti del santo Apostolo Pietro erano stati sepolti lungo il fianco opposto della via Cornelia e più tardi vennero segnalati alla venerazione dei fedeli con una piccola edicola costruita da Papa Anacleto e che, fino al terzo secolo, restò il centro delle sepolture dei Papi.
Concessa la pace alla Chiesa, Costantino fece edificare sulla tomba del principe degli Apostoli una basilica, che fu terminata da Costantino II e poi distrutta dai Saraceni nell’anno 806. La basilica fu teatro di solennità grandiose. In essa si celebrava al termine delle quattro Tempora la vigilia delle ordinazioni, si compiva la lunga Litania del 25 aprile e in essa fu incoronato e consacrato l’imperatore Carlomagno.
Restaurata e totalmente modificata nel suo aspetto, la basilica esisteva ancora nel secolo XV, ma tanto aveva sofferto per l’assenza dei Papi, durante il soggiorno ad Avignone, che Nicola V decise di demolirla e di ricostruirla sullo stesso posto. Il successore, Giulio II affidò l’opera al Bramante nel 1505. Morto il Bramante, Michelangelo la continuò ed elevò l’imponente cupola, che domina la basilica e ne costituisce la principale bellezza. Finalmente il 18 novembre 1626 la basilica fu terminata e Papa Urbano VIII la consacrò.
Alla fine del Medio Evo i Papi avevano abbandonato il palazzo del Laterano e si erano stabiliti nel palazzo Vaticano, portando in san Pietro non poche solennità. Il Concilio ecumenico del 1870 rese definitiva questa sostituzione e la basilica Vaticana divenne, per forza di cose, l’effettiva cattedrale dei Papi, che riposano nelle cripte dei sotterranei, da Innocenzo XI (1676-1689) fino a san Pio X e ai suoi successori, senza contare che di molti Papi del Medio Evo vi furono portati i resti.

La basilica di san Paolo.
Il corpo dell’apostolo san Paolo dal luogo del martirio presso le acque Salvie era stato portato a due miglia circa da Roma, sulla via Ostiense e ivi era stato sepolto. Sul luogo della sepoltura fu prima costruito un oratorio molto simile a quello dell’Apostolo Pietro al Vaticano, attribuito generalmente anch’esso a Papa Anacleto.
Costantino eresse sulla tomba una basilica, ma, essendo parsa di dimensioni troppo modeste, l’imperatore Valentiniano, nel 368, la sostituì con una basilica grandiosa a cinque navate. Teodosio proseguì l’opera e suo figlio, Onorio, la terminò. Le incursioni Saracene avvenute sotto san Leone IV (847-855) spinsero Giovanni VIII (872-882) a circondare la basilica e il convento, che già vi era sorto accanto, di mura e si ebbe così una fortezza che prese il nome di Giovannopoli. La basilica conservò il suo primitivo aspetto fino all’incendio che, nella notte tra il 15 e il 16 agosto del 1823, la distrusse.
Pervennero, all’appello del Papa, offerte da tutta la cristianità, perfino da dissidenti e da infedeli, e, il 5 ottobre 1840, Gregorio XVI poté consacrare il transetto e l’altare maggiore sotto il quale restò la tomba dell’Apostolo. Quattordici anni dopo, in occasione della definizione dell’Immacolato Concepimento di Maria (8 dicembre 1854), 185 cardinali, arcivescovi e vescovi assistevano, il 10 dicembre, alla dedicazione della nuova basilica di san Paolo fatta da Pio IX. Il Papa fissò il ricordo della dedicazione alla data tradizionale del 18 novembre e Leone XIII, il 27 agosto 1893, elevò la festa a rito doppio maggiore per la Chiesa universale.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1291-1292 

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Arcangelo Gabriele

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SOLITARIO-SOLIDARIO, OVVERO L’ESSENZA DI UN VIVERE INSIEME EUROPEO

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SOLITARIO-SOLIDARIO, OVVERO L’ESSENZA DI UN VIVERE INSIEME EUROPEO

Il discorso pronunciato alla PUG da Herman Van Rompuy

ROMA, lunedì, 14 novembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato sabato 12 novembre alla Pontificia Università Gregoriana (PUG) dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Herman Van Rompuy.
                                                                  ***

Signore e Signori Rappresentanti della Chiesa, del mondo politico, diplomatico ed economico, e delle diverse organizzazioni, Signore e Signori Professori e Studenti,

1. L’Europa e il cristianesimo
Inizierò il mio discorso con una citazione: “Poco importa che l’Europa sia la più piccola delle quattro parti del mondo per estensione territoriale, poiché è la più considerevole di tutte per il suo commercio, le sue navigazioni, per la creatività, i lumi e l’operosità dei suoi popoli, per la conoscenza delle arti, delle scienze, dei mestieri, e ciò che è più importante, per il Cristianesimo la cui morale caritatevole tende solo al benessere della società” (fine della citazione). Chateaubriand direte voi, l’uomo del “Genio del Cristianesimo”? O forse Bossuet, il Vescovo di Meaux, anche se questa citazione non ha nulla a che fare con un sermone?
No, ho citato semplicemente il contenuto della voce “Europa” dell’Enciclopedia, voce scritta da Diderot e D’Alembert, i quali, conveniamone, non sono passati alla posterità per il loro impegno cristiano.
Ma non cadete in errore. Nel cominciare con questa citazione la conferenza, per la quale ho scelto come titolo “Solitario, Solidario”; ovvero l’essenza di un vivere insieme europeo”, non intendo esprimere alcuna nota polemica. Non è nel mio carattere, né nel mio temperamento. D’altronde, parlo qui a nome mio personale e non in quanto Presidente del Consiglio Europeo. Intendo soltanto situare il concetto “Europa” nella storia.
Non è forse lo storico Jacques Pirenne, figlio e discepolo d’Henri Pirenne, il più reputato degli storici belgi, che ha scritto, e che cito di nuovo: “L’Europa è un vero caos, formato da antichi popoli romani, la cui civiltà ha origini millenarie, e da popoli nuovi tra cui si trovano tutti i gradi di barbarie e di semi-barbarie. La Chiesa, riunendoli nel Cristianesimo, crea l’Europa. Essa non sarà un’entità politica, né un’entità economica, essa sarà esclusivamente una comunità cristiana” (fine della citazione).
È per questo che il monaco Benedetto fu proclamato nel 1964 santo patrono dell’Europa. Perché l’Europa è stata anzitutto creata dalla spiritualità.
Nel XV° secolo Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, l’unico papa fino ad oggi ad avere scritto le sue memorie, sarà il primo ad adoperare spesso il termine “Europa” e il qualificativo “europeo” e a scrivere, nel 1458, una storia e una geografia dell’Europa, inaugurando con questo un uso più politico del termine.
L’Europa dunque, l’Europa e la formazione della coscienza occidentale, di cui il cristianesimo è stato un elemento costitutivo e di cui ha marcato profondamente le strutture. Altre correnti di pensiero si sono aggiunte, talvolta complementari, talvolta contraddittorie. Tutto questo dà oggi corpo ed anima all’ identità europea, per quanto ampia e indefinita possa essere questa nozione. Ma non è perché una nozione non può essere scientificamente definita che essa non esiste. A mio avviso è un grande errore intellettuale pensare questo.
E se, domani, l’Unione europea, la comunità dei popoli europei, desidera raggiungere, a livello globale, una più grande unità nel rispetto della libertà dei popoli, essa dovrà indubbiamente fondarsi su ciò che costituisce il suo genio, vale a dire, su una più grande solidarietà di tutti nel rispetto dell’integrità di ciascuno.

2. L’unità attorno alla persona
Voi riconoscerete qui il mio attaccamento al pensiero personalista, pensiero che secondo me può essere riassunto perfettamente con la formula del biologo Jean Rostand “Solitario, Solidario”.
Solitario, perché tutto parte dall’uomo.
Dall’uomo, indivisibile nella sua singolarità, nella sua originalità, nel rispetto che a lui si deve, qualunque sia il suo stato sociale e il suo grado di intelligenza. È scritto nella palma di Dio, come viene detto nel libro dei Salmi, e come risalta nelle grandi tragedie greche.
Ma anche dall’uomo “più che individuo”, dalla persona ovvero dall’individuo cosciente che la sua appartenenza a delle comunità è ugualmente costitutiva della sua propria persona.
Tutto parte dall’uomo. Dall’uomo e dalla donna. Attorno a lui o a lei si formano dei cerchi concentrici di comunità. Ma l’uomo ne è il centro.
L’uomo, la persona libera e responsabile, cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri. I doveri che si riferiscono sempre all’altro. La persona cosciente anche della sua appartenenza non a “una” comunità, ma, l’ho detto, a “delle” comunità, a una società plurale e sempre in cambiamento, perché in costante divenire.
Solitario e solidario perché, sì, tutto parte dall’uomo e dalla sua capacità di accettare l’alterità, di accogliere “il diverso” e di gettare, ogni giorno di nuovo, un ponte verso questo “altro” radicalmente diverso nella sua comprensione del mondo, ma anche radicalmente simile nella sua umanità. Solo se tale comportamento avrà successo, l’uomo, in Europa e altrove, potrà abbracciare il mondo globalizzato.

3. Personalismo e pluralismo
Ma non è in questo luogo, alla Pontificia Università Gregoriana, che ho bisogno di convincere. E non è un caso se l’”acclimatazione” del messaggio cristiano alle diverse civiltà è da più di quattrocento anni il modo, oserei dire il “marchio di fabbrica”, dei Gesuiti, di concepire una mondializzazione nel rispetto delle culture particolari. Una mondializzazione religiosa, attraverso la fede, la speranza e la carità, ma attraverso una fede coniugata con la ragione perché il contributo della Compagnia di Gesù alle scienze è assolutamente prodigioso.
Un bell’esempio di questo è stato il Padre Teilhard de Chardin, scienziato visionario per il quale l’unificazione e l’amore erano il motore dell’evoluzione.
Un altro bell’esempio è costituito dalle discipline umanistiche “greco-latine”, base dell’insegnamento secondario dei Gesuiti, discipline umanistiche che hanno le loro fondamenta nei contenuti delle scienze, delle arti e della retorica della Grecia antica e della Roma antica.
“Solitario, solidario” ho detto, ovvero l’essenza di un vivere insieme europeo
E quando dico “tra Europei” vorrei sottolineare che non credo, beatamente, alla nascita possibile di un uomo europeo, di un uomo o di una donna che avranno come prima identità o come identità primaria essere europeo o europea.
Anche qui credo in questa diversità che mi è cara, in queste identità plurali che fanno sì che un abitante di Roma possa considerarsi perfettamente come Romano, Italiano e Europeo, una identità non ne esclude necessariamente un’altra, una identità non necessariamente prende il sopravvento su un’altra. Io credo d’altronde che l’avvenire dell’Unione Europea risieda nella sua accettazione di una identità europea definita come identità di spirito, di “vissuto”, e non come identità di una sedicente “nazione europea”.
Mi “sento dell’Europa” con le mie radici e i miei legami nazionali, regionali e locali, prima di essere quello che alcuni definiscono “un europeo”.
Mi “sento dell’Europa” ma non ho alcuna voglia di calarmi in un mondo concettuale indifferenziato. Concepire l’uomo come un essere puramente individualista, razionale e cosmopolita, è a mio avviso un grande errore.
L’uomo, intendo uomo e donna, è un essere multiforme. Bisogna comprendere questo nel concreto. Non lo si rispetta obbligandolo a piegarsi a dei concetti astratti.
La ricchezza naturale e spirituale dell’Europa è quindi quella di più popoli, più nazioni, più culture, ma anche, insisto ugualmente, una sola e medesima civiltà fondata su dei principi cui non si può derogare e in nome dei quali si fonda l’uguaglianza uomo-donna, la democrazia politica, la separazione tra lo Stato e le Chiese. L’integrazione nelle nostre società si fa attraverso la civiltà definita qui sotto la forma di norme e di istituzioni. Questo è un fattore di unificazione in una società pluriculturale.
Ma ci occorre qualcosa in più. Ci occorre un “supplemento di anima”.

4. Al di là dell’individuo
Resta da sapere se i principi di uguaglianza uomo-donna, di democrazia politica, di separazione tra le Chiese e lo Stato, in breve, se posso riassumere, se il principio moderno dei diritti dell’uomo, può costituire domani questa trascendenza, questo asse verticale cui gli Europei possono aderire, consentendo loro così, per impiegare le parole di Régis Debray, di realizzare una unione durevole orizzontale.
Ahimé, temo che il nostro tempo non sia ossessionato dalla figura dell’individuo che si costruisce da solo e che l’universalizzazione del regno dell’individuo, senza sovrastruttura filosofica e religiosa, non lasci l’uomo solo davanti al suo destino. Ebbene un “solitario non solidario” diviene ansioso e considera facilmente l’altro come un nemico. E questo è, a mio avviso, il più grande pericolo che possono correre le nostre società. Constatiamo oggi una mancanza di trascendenza, di idee e di ideali che oltrepassino l’individuo. Ebbene un asse di direzione, un senso del destino sono tanto necessari per una società quanto è necessario per l’uomo il senso donato alla propria vita.
Da questo deriva la constatazione amara di Marcel Gauchet riguardo alle nostre democrazie attuali e che cito: “La democrazia non può più perciò garantire la funzione suprema del politico che è quella di donare alla collettività il sentimento di una presa sul suo destino” (fine della citazione).
“Il” politico si dissolve allora per fare posto a “la” politica e al suo corteo di interessi e di rivendicazioni identitarie particolari, incapace di comprendere un interesse generale. Nasce così un nuovo individualismo. Questo nuovo individualismo si è sviluppato paradossalmente in un mondo occidentale con un settore collettivo, pubblico, estremamente sviluppato, che organizza e impone la “solidarietà”.
È per questo che non credo che i diritti dell’individuo o i diritti dell’uomo possano, domani, da soli costituire una trascendenza o, come dice Régis Debray, un asse verticale attorno al quale gli Europei possano ritrovarsi. Perché è rinviare l’uomo troppo a se stesso e dunque, inevitabilmente, limitarlo, rinchiuderlo, isolarlo. In una parola, renderlo troppo “solitario”.
Allora si pone di nuovo la questione di “quale asse verticale”?
Sarebbe l’“it” di Virginia Woolf, l’“Ultima Realtà” del Premio Nobel Christian De Duve, l’Inqualificabile, l’Ineffabile, l’Altro con la A maiuscola, “Dio” semplicemente, che ci oltrepassa senza sosta rivelando noi a noi stessi?
Ma la storia insegna che non si impone né un mito europeo fondatore né una trascendenza attorno alla quale riunirsi.
Almeno, forse, considerare la memoria di Auschwitz come fondamento dell’unità europea, e penso qui al titolo del giornale “Le Monde” che evoca la Shoah: “L’Europa riunita si raccoglie”. Bel titolo che qualificherei “religioso” nei due sensi etimologici del termine, “religare” per riunire e “relegere” per raccogliersi, per ri-leggere il proprio passato.
L’Europa, progetto politico, è stata la risposta alla guerra, all’orrore. L’Europa si è costruita attraverso la memoria delle tombe di milioni di innocenti. L’Europa è fondata su questo rifiuto e su questa scelta, per l’uomo, contro la barbarie e il totalitarismo.
Sappiamo ciò che non vogliamo. In nome di certi valori. Di valori che, riuniti, formano una “unione”, la nostra “unione”.
Ma cosa è questa “unione di valori”?
Al rischio di sorprendervi, dirò che essa si fonda, alla fine, su… l’amore. Perché la solidarietà è diventata, ai nostri giorni, troppo istituzionale. Concetto che, per non essere sterile, implica una nozione di condivisione e di amore. Di amore nelle sue molteplici forme. Di amore che io qualificherei gratuito, nel senso di dono. E se certamente non è possibile imporre l’amore, l’amore è per me la forza trascendente più grande che vi sia, per lo meno è possibile per ciascuno di noi, per ogni Europeo, lavorare per questo, con la speranza di divenire migliori. L’amore non è, neanche esso, astratto. L’amore ha bisogno, anch’esso, di concretezza. L’amore, come anche la fede, è morto se non si traduce in opere. Ricordiamoci Sant’Agostino, l’uomo che proclamava: “Ama e fa’ ciò che ami”; l’uomo che dichiarava “Noi siamo i tempi. Siamo buoni e i tempi saranno buoni!”.
Allora, Signore e Signori, cari Amici, era proprio qui che risiedeva l’essenza di una Europa in continua costruzione? Non in uno spirito di conquista alla maniera di Carlo Magno, di Carlo Quinto o di Napoleone, ma in piccoli passi intrapresi quotidianamente, tanto a livello filosofico, politico che economico; piccoli passi intrapresi in nome di questa “unione di valori, il cui fondamento è l’amore. Piccoli passi che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ci mostrano, ci dimostrano che il cammino si fa camminando e che è il camminare stesso che determina la direzione del cammino. Perché se abbiamo bisogno di un’ispirazione, di una motivazione o di un’ambizione, non abbiamo però bisogno di un’utopia. Questa sarebbe anzi pericolosa perché tenderebbe a far sottomettere la realtà davanti a ciò che mai potrà essere un’altra realtà.Dunque in mancanza di grandi sogni, impossibili da realizzare, noi proviamo, dico bene “proviamo”, a mantenere politicamente, diplomaticamente ed economicamente l’Europa sulle rotaie e, per il bene di tutti, a far avanzare il treno conducendolo verso un vivere migliore, un migliore vivere in comune.
E se in effetti così fosse? Provare a perpetuare una certa idea dell’Europa, una certa idea del vivere insieme nelle nostre contrade? Oggi è più difficile rispetto a qualche decennio fa, anzi rispetto a qualche anno fa. Perché il mondo cambia. Esso si globalizza e si individualizza al contempo. E se l’economia “avanza”, l’uomo non sempre segue… Da una parte il mondo si umanizza, perché, ovunque, combatte la povertà, in particolare nei paesi detti emergenti. Ma, da un’altra parte, si spersonalizza perché il nostro destino diviene sempre più dipendente da un sistema finanziario capitalista sfrenato e senza etica. E il sentimento di impotenza che da questo nasce fa paura. Governare in questo clima è molto più difficile di prima. E stabilire un’economia al servizio dell’uomo a livello mondiale è una nuova sfida che dobbiamo raccogliere. Avendo come principio un amore per l’uomo finalizzato a realizzare un’economia che chiamerei “socialmente e umanamente” corretta. Per raccogliere questa sfida occorre, anche qui, realizzare quotidianamente azioni concrete, azioni correttrici. Ed è dai loro effetti cumulativi che deve nascere questa nuova economia che mi auguro di cuore. Non ho qui il tempo per approfondire tutti gli aspetti. Ciò che so è che abbiamo bisogno, per realizzare questo obiettivo, delle virtù di un amore che, come diceva Kierkegaard, trascende il tempo. Noi dobbiamo per questo, ciascuno di noi, superare il sentimento di immediatezza, sentimento che consiste nel credere che la storia comincia con la nostra propria nascita e che il passato e il futuro sono nozioni per sempre superate.
Permettetemi di ringraziare molto calorosamente il Reverendo Padre Fançois-Xavier Dumortier, Rettore della Pontificia Università Gregoriana, per il suo invito in questo tempio del pensiero Gesuita in Europa e nel mondo.
E quelli di voi che mi conoscono un po’ meglio sanno bene quanto sia personalmente, come antico alunno, attaccato all’insegnamento dei Gesuiti. A loro devo molto. Senza di loro, non sarei oggi ciòche sono come uomo e come intellettuale. Nella filosofia di Pericle la politica non era considerata come un vizio, ma come una vocazione, e la voce della coscienza ci veniva illustrata da Socrate e Antigone.
La politica era, sì, un’espressione dell’etica. Sicuramente l’etica ha un fondamento cristiano e io sono divenuto Europeo grazie ai Gesuiti che, in modo concreto, ci mettevano in contatto con gli alunni di altri collegi in Europa, che fossero quelli di Berlino, di Nijmegen, di Evreux o di Ginevra. Perché “viaggiare insieme” non è un po’ l’inizio del “vivere insieme”?
Sappiate allora che questa mattina sono felice di vivere questi momenti presso di voi e con voi, circondato dai ricordi di alcuni Generali della Compagnia Fiamminghi e/o Belgi come Everard Lardinois de Marcourt, primo Generale non spagnolo alla guida della Compagnia nel 1574, di Charles de Noyelle, di Pieter Jan Beckx e di Jean Baptiste Janssens.
Felice di vivere questi istanti presso di voi e con voi, in questo odore e visione della bellezza che ritrovo evidentemente a Roma, scoprendo lungo il Tevere, con mia grande sorpresa ma anche con gioia immensa questo magnifico graffito dipinto sul muro della riva destra di fronte all’isola Tiberina: “Ti amo da qui… alla fine del mondo… di nuovo qui… all’infinito”.
Mi riaffiorano alla memoria queste celebri parole di un Papa romano: “Roma, la genitrice, l’annunciatrice, la tutrice di civiltà e di eterni valori di vita” (1948).

Vi ringrazio.

Publié dans:Europa e cristianesimo |on 17 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI MEDITA SUL SALMO 109

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BENEDETTO XVI MEDITA SUL SALMO 109

La catechesi del Papa durante l’Udienza Generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 16 novembre 2011 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il testo dell’Udienza Generale di oggi, svoltasi alle ore 10.30 in Piazza S. Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di fedeli e pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana, concludendo il ciclo di catechesi dedicato alla preghiera nel Libro dei Salmi, il Papa ha incentrato la sua meditazione sul Salmo 110 (109), sul Re Messia. Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.
                                                    *                   *                     *
Cari fratelli e sorelle,
vorrei oggi terminare le mie catechesi sulla preghiera del Salterio meditando uno dei più famosi « Salmi regali », un Salmo che Gesù stesso ha citato e che gli autori del Nuovo Testamento hanno ampiamente ripreso e letto in riferimento al Messia, a Cristo. Si tratta del Salmo 110 secondo la tradizione ebraica, 109 secondo quella greco-latina; un Salmo molto amato dalla Chiesa antica e dai credenti di ogni tempo. Questa preghiera era forse inizialmente collegata all’intronizzazione di un re davidico; tuttavia il suo senso va oltre la specifica contingenza del fatto storico aprendosi a dimensioni più ampie e diventando così celebrazione del Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio.
Il Salmo inizia con una dichiarazione solenne: Oracolo del Signore al mio signore: «Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (v. 1).
Dio stesso intronizza il re nella gloria, facendolo sedere alla sua destra, un segno di grandissimo onore e di assoluto privilegio. Il re è ammesso in tal modo a partecipare alla signoria divina, di cui è mediatore presso il popolo. Tale signoria del re si concretizza anche nella vittoria sugli avversari, che vengono posti ai suoi piedi da Dio stesso; la vittoria sui nemici è del Signore, ma il re ne è fatto partecipe e il suo trionfo diventa testimonianza e segno del potere divino.
La glorificazione regale espressa in questo inizio del Salmo è stata assunta dal Nuovo Testamento come profezia messianica; perciò il versetto è tra i più usati dagli autori neotestamentari, o come citazione esplicita o come allusione. Gesù stesso ha menzionato questo versetto a proposito del Messia per mostrare che il Messia è più che Davide, è il Signore di Davide (cfr Mt 22,41-45; Mc 12,35-37; Lc 20,41-44). E Pietro lo riprende nel suo discorso a Pentecoste, annunciando che nella risurrezione di Cristo si realizza questa intronizzazione del re e che da adesso Cristo sta alla destra del Padre, partecipa alla Signoria di Dio sul mondo (cfr Atti 2,29-35). È il Cristo, infatti, il Signore intronizzato, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio che viene sulle nubi del cielo, come Gesù stesso si definisce durante il processo davanti al Sinedrio (cfr Mt 26,63-64; Mc 14,61-62; cfr anche Lc 22,66-69). È Lui il vero re che con la risurrezione è entrato nella gloria alla destra del Padre (cfr Rom 8,34; Ef 2,5; Col 3,1; Ebr 8,1; 12,2), fatto superiore agli angeli, seduto nei cieli al di sopra di ogni potenza e con ogni avversario ai suoi piedi, fino a che l’ultima nemica, la morte, sia da Lui definitivamente sconfitta (cfr 1 Cor 15,24-26; Ef 1,20-23; Ebr 1,3-4.13; 2,5-8; 10,12-13; 1 Pt 3,22). E si capisce subito che questo re che è alla destra di Dio e partecipa della sua Signoria, non è uno di questi uomini successori di Davide, ma solo il nuovo Davide, il Figlio di Dio che ha vinto la morte e partecipa realmente alla gloria di Dio. È il nostre re, che ci dà anche la vita eterna.
Tra il re celebrato dal nostro Salmo e Dio esiste quindi una relazione inscindibile; i due governano insieme un unico governo, al punto che il Salmista può affermare che è Dio stesso a stendere lo scettro del sovrano dandogli il compito di dominare sui suoi avversari, come recita il versetto 2:
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: domina in mezzo ai tuoi nemici!
L’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio. Il dominio sui nemici, la gloria e la vittoria sono doni ricevuti, che fanno del sovrano un mediatore del trionfo divino sul male. Egli domina sui nemici trasformandoli, li vince con il suo amore.
Perciò, nel versetto seguente, si celebra la grandezza del re. Il versetto 3, in realtà, presenta alcune difficoltà di interpretazione. Nel testo originale ebraico si fa riferimento alla convocazione dell’esercito a cui il popolo risponde generosamente stringendosi attorno al suo sovrano nel giorno della sua incoronazione. La traduzione greca dei LXX, che risale al III-II secolo prima di Cristo, fa riferimento invece alla filiazione divina del re, alla sua nascita o generazione da parte del Signore, ed è questa la scelta interpretativa di tutta la tradizione della Chiesa, per cui il versetto suona nel modo seguente:
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.
Questo oracolo divino sul re affermerebbe dunque una generazione divina soffusa di splendore e di mistero, un’origine segreta e imperscrutabile, legata alla bellezza arcana dell’aurora e alla meraviglia della rugiada che nella luce del primo mattino brilla sui campi e li rende fecondi. Si delinea così, indissolubilmente legata alla realtà celeste, la figura del re che viene realmente da Dio, del Messia che porta al popolo la vita divina ed è mediatore di santità e di salvezza. Anche qui vediamo che tutto questo non è realizzato dalla figura di un re davidico, ma dal Signore Gesù Cristo, che realmente viene da Dio; Egli è la luce che porta la vita divina al mondo.
Con questa immagine suggestiva ed enigmatica termina la prima strofa del Salmo, a cui fa seguito un altro oracolo, che apre una nuova prospettiva, nella linea di una dimensione sacerdotale connessa alla regalità. Recita il versetto 4:
Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchìsedek».
Melchìsedek era il sacerdote re di Salem che aveva benedetto Abramo e offerto pane e vino dopo la vittoriosa campagna militare condotta dal patriarca per salvare il nipote Lot dalle mani dei nemici che lo avevano catturato (cfr Gen 14). Nella figura di Melchìsedek, potere regale e sacerdotale convergono e ora vengono proclamati dal Signore in una dichiarazione che promette eternità: il re celebrato dal Salmo sarà sacerdote per sempre, mediatore della presenza divina in mezzo al suo popolo, tramite della benedizione che viene da Dio e che nell’azione liturgica si incontra con la risposta benedicente dell’uomo.
La Lettera agli Ebrei fa esplicito riferimento a questo versetto (cfr. 5,5-6.10; 6,19-20) e su di esso incentra tutto il capitolo 7, elaborando la sua riflessione sul sacerdozio di Cristo. Gesù, così ci dice la Lettera agli Ebrei nella luce del salmo 110 (109), Gesù è il vero e definitivo sacerdote, che porta a compimento i tratti del sacerdozio di Melchìsedek rendendoli perfetti.
Melchìsedek, come dice la Lettera agli Ebrei, era «senza padre, senza madre, senza genealogia» (7,3a), sacerdote dunque non secondo le regole dinastiche del sacerdozio levitico. Egli perciò «rimane sacerdote per sempre» (7,3c), prefigurazione di Cristo, sommo sacerdote perfetto che «non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile» (7,16). Nel Signore Gesù risorto e asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre, si attua la profezia del nostro Salmo e il sacerdozio di Melchìsedek è portato a compimento, perché reso assoluto ed eterno, divenuto una realtà che non conosce tramonto (cfr 7,24). E l’offerta del pane e del vino, compiuta da Melchìsedek ai tempi di Abramo, trova il suo adempimento nel gesto eucaristico di Gesù, che nel pane e nel vino offre se stesso e, vinta la morte, porta alla vita tutti i credenti. Sacerdote perenne, «santo, innocente, senza macchia» (7,26), egli, come ancora dice la Lettera agli Ebrei, «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio; egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25).
Dopo questo oracolo divino del versetto 4, col suo solenne giuramento, la scena del Salmo cambia e il poeta, rivolgendosi direttamente al re, proclama: «Il Signore è alla tua destra!» (v. 5a). Se nel versetto 1 era il re a sedersi alla destra di Dio in segno di sommo prestigio e di onore, ora è il Signore a collocarsi alla destra del sovrano per proteggerlo con lo scudo nella battaglia e salvarlo da ogni pericolo. Il re è al sicuro, Dio è il suo difensore e insieme combattono e vincono ogni male.
Si aprono così i versetti finali del Salmo con la visione del sovrano trionfante che, appoggiato dal Signore, avendo ricevuto da Lui potere e gloria (cfr v. 2), si oppone ai nemici sbaragliando gli avversari e giudicando le nazioni. La scena è dipinta con tinte forti, a significare la drammaticità del combattimento e la pienezza della vittoria regale. Il sovrano, protetto dal Signore, abbatte ogni ostacolo e procede sicuro verso la vittoria. Ci dice: sì, nel mondo c’è tanto male, c’è una battaglia permanente tra il bene e il male, e sembra che il male sia più forte. No, più forte è il Signore, il nostro vero re e sacerdote Cristo, perché combatte con tutta la forza di Dio e, nonostante tutte le cose che ci fanno dubitare sull’esito positivo della storia, vince Cristo e vince il bene, vince l’amore e non l’odio.
È qui che si inserisce la suggestiva immagine con cui si conclude il nostro Salmo, che è anche una parola enigmatica.
lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa (v. 7).
Nel mezzo della descrizione della battaglia, si staglia la figura del re che, in un momento di tregua e di riposo, si disseta ad un torrente d’acqua, trovando in esso ristoro e nuovo vigore, così da poter riprendere il suo cammino trionfante, a testa alta, in segno di definitiva vittoria. E’ ovvio che questa parola molto enigmatica era una sfida per i Padri della Chiesa per le diverse interpretazioni che si potevano dare. Così, per esempio, sant’Agostino dice: questo torrente è l’essere umano, l’umanità, e Cristo ha bevuto da questo torrente facendosi uomo, e così, entrando nell’umanità dell’essere umano, ha sollevato il suo capo e adesso è il capo del Corpo mistico, è il nostro capo, è il vincitore definitivo (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 20: PL 36, 1462).
Cari amici, seguendo la linea interpretativa del Nuovo Testamento, la tradizione della Chiesa ha tenuto in grande considerazione questo Salmo come uno dei più significativi testi messianici. E, in modo eminente, i Padri vi hanno fatto continuo riferimento in chiave cristologica: il re cantato dal Salmista è, in definitiva, Cristo, il Messia che instaura il Regno di Dio e vince le potenze del mondo, è il Verbo generato dal Padre prima di ogni creatura, prima dell’aurora, il Figlio incarnato morto e risorto e assiso nei cieli, il sacerdote eterno che, nel mistero del pane e del vino, dona la remissione dei peccati e la riconciliazione con Dio, il re che solleva la testa trionfando sulla morte con la sua risurrezione. Basterebbe ricordare un passo ancora una volta del commento di sant’Agostino a questo Salmo dove scrive: «Era necessario conoscere l’unico Figlio di Dio, che stava per venire tra gli uomini, per assumere l’uomo e per divenire uomo attraverso la natura assunta: egli è morto, risorto, asceso al cielo, si è assiso alla destra del Padre ed ha adempiuto tra le genti quanto aveva promesso … Tutto questo, dunque, doveva essere profetizzato, doveva essere preannunciato, doveva essere segnalato come destinato a venire, perché, sopravvenendo improvviso, non facesse spavento, ma fosse preannunciato, piuttosto accettato con fede, gioia ed atteso. Nell’ambito di queste promesse rientra codesto Salmo, il quale profetizza, in termini tanto sicuri ed espliciti, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che noi non possiamo minimamente dubitare che in esso sia realmente annunciato il Cristo» (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 3: PL 36, 1447).
L’evento pasquale di Cristo diventa così la realtà a cui ci invita a guardare il Salmo, guardare a Cristo per comprendere il senso della vera regalità, da vivere nel servizio e nel dono di sé, in un cammino di obbedienza e di amore portato « fino alla fine » (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Pregando con questo Salmo, chiediamo dunque al Signore di poter procedere anche noi sulle sue vie, nella sequela di Cristo, il re Messia, disposti a salire con Lui sul monte della croce per giungere con Lui nella gloria, e contemplarlo assiso alla destra del Padre, re vittorioso e sacerdote misericordioso che dona perdono e salvezza a tutti gli uomini. E anche noi, resi, per grazia di Dio, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (cfr 1 Pt 2,9), potremo attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cfr Is 12,3) e proclamare a tutto il mondo le meraviglie di Colui che ci ha «chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (cfr 1 Pt 2,9).
Cari amici, in queste ultime Catechesi ho voluto presentarvi alcuni Salmi, preziose preghiere che troviamo nella Bibbia e che riflettono le varie situazioni della vita e i vari stati d’animo che possiamo avere verso Dio. Vorrei allora rinnovare a tutti l’invito a pregare con i Salmi, magari abituandosi a utilizzare la Liturgia delle Ore della Chiesa, le Lodi al mattino, i Vespri alla sera, la Compieta prima di addormentarsi. Il nostro rapporto con Dio non potrà che essere arricchito nel quotidiano cammino verso di Lui e realizzato con maggior gioia e fiducia. Grazie.
[Il Papa ha sintetizzato la catechesi in varie lingue e ha rivolto i suoi saluti ai gruppi di pellegrini di varia nazionalità. In italiano ha detto:]
Cari fratelli e sorelle,
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto voi, Suore Oblate del Divino Amore, che state celebrando il Capitolo Generale ed assicuro la mia preghiera affinché lo Spirito Santo infonda nei vostri cuori i suoi doni. Saluto i pellegrini di Perugia-Città della Pieve, qui convenuti numerosissimi con il loro Arcivescovo Mons. Gualtiero Bassetti. Cari amici, vi incoraggio a rafforzare la vostra adesione al Vangelo per essere sempre disponibili e pronti a compiere la volontà del Signore, diventando in ogni ambiente strumenti del suo amore misericordioso. E saluto voi, fedeli della Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, accompagnati dal vostro Pastore Mons. Claudio Giuliodori ed auspico che il ricordo del vostro concittadino Papa Pio VIII, di cui ricorre quest’anno il 250° anniversario della nascita, ravvivi in ciascuno il desiderio di approfondire sempre più la vita di fede. Saluto voi, fedeli della parrocchia di S. Margherita in Bultei, e vi auguro di essere messaggeri di gioia e di condivisione fraterna.
Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo ricordato S. Alberto Magno, dottore della Chiesa e oggi facciamo memoria di S. Margherita di Scozia, operatrice di misericordia e di S. Gertrude, monaca cistercense. Il loro esempio e la loro intercessione incoraggino voi, cari giovani, a rimanere sempre fedeli al Signore; aiutino voi, cari ammalati, a saper accogliere con sereno abbandono quanto il Signore dona in ogni situazione della vita; sostengano voi, cari sposi novelli, nel formare una famiglia veramente cristiana.

Santa Gertrude

Santa Gertrude dans immagini sacre gertrude

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Publié dans:immagini sacre |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Santa Geltrude (Gertrude) la Grande Vergine – 16 novembre – Memoria Facoltativa

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/30050

Santa Geltrude (Gertrude) la Grande Vergine

16 novembre – Memoria Facoltativa

Eisleben (Germania), ca. 1256 – Monastero di Helfta (Germania), 1302

Geltrude, detta la grande, entrò nel monastero cistercense di Helfta. Donna di profonda cultura anche profana, alimentò la sua vita spirituale nella liturgia specialmente eucaristica, nella Scrittura e nei Padri. Ebbe un’elevata esperienza mistica, caratterizzata dal vivo senso della libertà dei figli di Dio e da una tenera devozione all’umanità di Cristo. Precorse il culto al Cuore di Gesù. (Mess. Rom.)

Etimologia: Geltrude = la vergine della lancia, dal tedesco
Emblema: Giglio

Martirologio Romano: Santa Geltrude, detta Magna, vergine, che, fin dall’infanzia si dedicò con grande impegno e ardore alla solitudine e agli studi letterari e, convertitasi totalmente a Dio, entrò nel monastero cistercense di Helfta vicino a Eisleben in Germania, dove percorse mirabilmente la via della perfezione, consacrandosi alla preghiera e alla contemplazione di Cristo crocifisso. Il suo transito si celebra domani.
(17 novembre: A Helfta vicino a Eisleben nella Sassonia in Germania, anniversario della morte di santa Geltrude, vergine, la cui memoria si celebra il giorno precedente a questo).    

Invece delle origini familiari, conosciamo le sue passioni giovanili: letteratura, musica e canto, arte della miniatura. Per una ragazza del suo tempo, queste non sono cose tanto comuni. Gertrude, infatti, ha fatto i suoi studi, ed è certo quindi che veniva da una famiglia benestante. Ma non era figlia di nobili, come hanno scritto alcuni, confondendola con un’altra Gertrude. Comunque, già all’età di cinque anni, la sua famiglia la mette a scuola nel monastero di Helfta, in Sassonia, che all’epoca segue le consuetudini cistercensi.
E qui Gertrude trova la maestra delle novizie Matilde di Hackeburg e, successivamente, la grande Matilde di Magdeburgo, maestra di spiritualità e anche di bello scrivere: la narrazione delle sue esperienze mistiche, Lux divinitatis, costituisce un elegante testo poetico. Matilde è il personaggio decisivo nella vita interiore di molte giovani che l’avvicinano, maestra di una spiritualità fortemente attratta dal richiamo mistico. A questa scuola cresce Gertrude, che tuttavia non sembra percorrere tranquillamente la frequente trafila alunna-postulante-monaca. Alcune fonti, addirittura, le attribuiscono momenti di vita “dissipata”. Però a 26 anni diventa un’altra; o, come dirà successivamente lei stessa: il Signore, « più lucente di tutta la luce, più profondo di ogni segreto, cominciò dolcemente a placare quei turbamenti che aveva acceso nel mio cuore ».
Una mutazione che sorprende molti, e che lei stessa attribuisce a una visione, seguita poi da altri fenomeni eccezionali come visioni, estasi, stigmate. E in aggiunta vengono a tormentarla le malattie. Ma accade a lei come ad altre donne e uomini misteriosamente “visitati” che l’infermità fisica, invece di fiaccarli, li stimola. Gertrude vorrebbe vivere in solitudine questa avventura dello spirito, ma non sempre può: le voci corrono, arriva al monastero gente per confidarsi, per interrogarla, anche semplicemente per vederla. E questa contemplativa malata ha momenti di stupefacente attivismo, nel contatto con le persone e nell’impegno di divulgatrice del culto per l’umanità di Gesù Cristo, tradotta nell’immagine popolarissima del Sacro Cuore. Accoglie tanti disorientati e cerca di aiutarli. Per raggiungerne altri scrive, sull’esempio di Matilde, e lo fa con l’eleganza che è frutto dei suoi studi.
Quell’impegno di adolescente e di giovane nelle discipline scolastiche l’ha preparata a essere “apostolo” nel modo richiesto dai suoi tempi. E anche precorritrice di Teresa d’Avila e di Margherita Maria Alacoque.
La fama di santità l’accompagna già da viva, e dura nel tempo, anche se ci vorrà qualche secolo per il riconoscimento ufficiale del suo culto nella Chiesa universale. Ma per chi l’ha conosciuta e ascoltata, Gertrude è già santa al momento della morte nel monastero di Helfta, all’età di circa 46 anni.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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