Archive pour novembre, 2011

I quattro personaggi dell’Avvento

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124362

I quattro personaggi dell’Avvento

Quatto sono i grandi personaggi dell’avvento che attendono preparano e annunciano che Dio viene, che il Signore si avvicina. Il primo di essi è il profeta Isaia. Il Nuovo Testamento annovera la vergine Maria, il suo sposo San Giuseppe e Giovanni il Battista, autentico prototipo dell’avvento, ultimo profeta della venuta del Signore.

1. « Il grande pedagogo dell’avvento è Isaia profeta. Si dovrebbe leggerlo con una grande pace interiore, permettendo che egli ridesti la nostra coscienza intorpidita e sonnolenta, ci apra alla speranza, incoraggi la nostra conversione, promuova gesti chiari di riconciliazione e di pace tra gli uomini e i popoli…  
2. L’avvento è anche il tempo di Maria; liturgicamente è il tempo più mariano che nessun altro durante l’anno. L’icona di Maria gestante, o dell’attesa, personifica la Chiesa Madre che è ricolma di Cristo e lo propone come luce del mondo, perché ogni uomo tranquilli e sicuri agli estremi confini della terra e tale sarà la pace.
 Maria di Nazareth è la stella dell’Avvento… Lei portò nel suo grembo verginale e attese con ineffabile amore di madre Gesù Cristo… Che avvento stupendo quello della Madre di Gesù! Lei è la « Mater spei », il modello e l’icona della speranza. Seppe, come nessun altro, preparare un posto al Signore, il Figlio che portava nel grembo… In Lei si realizzò la promessa di Israele; ora è modello di sicura speranza per la Chiesa che attende il suo Signore.
3. San Giuseppe non ha temuto di prendere con sé Maria, sua sposa, “perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe avrebbe accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe per amore di Maria accettò e “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo.
4. Proprio perché « ultimo » profeta, Giovanni Battista indica il grande cambiamento, la svolta epocale attesa dall’umanità: la presenza del Salvatore. Il battesimo amministrato da Giovanni nelle acque del Giordano è anch’esso simbolo di svolta, di conversione.
Se la figura, l’opera e il messaggio di Giovanni il battezzatore sono ancora sotto il segno dell’attesa, questa tuttavia non è più l’attesa di un futuro remoto, ma è un’attenzione al presente, perché il Signore è qui, si lascia trovare, vedere, è vicino, in mezzo a noi.
Il Battista è il modello di chi si accosta al Vangelo e sa che dietro la realtà presente (quell’uomo, in fila con i peccatori) se ne cela un’altra, più forte e più grande. Indicando Gesù e vedendo scendere su di lui lo Spirito di Dio, Giovanni vuole che ci avviamo sul suo cammino, alla sua sequela, divenendo suoi discepoli. Solo su chi segue Gesù, scende lo Spirito che vince la morte e ridona la vita.

(Teologo Borèl) Dicembre 2008 – autore: mons. Tommaso Stenico

Publié dans:Liturgia: Avvento, Papa Benedetto XVI |on 26 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

AVVENTO: GIOIA, ATTESA, VIGILANZA

dal sito:

http://www.prayerpreghiera.it/banca/anno.htm

AVVENTO: GIOIA, ATTESA, VIGILANZA

L’Avvento è il glorioso tempo liturgico “ecumenico’, per così dire, ossia quello in cui tutte ­le Chiese, anche se divise, si ritrovano in singo­lare sinfonia a celebrare il Signore Gesù Cristo per la sua “Venuta” di misericordia vivificante per gli uomini. Esso sta sia all’inizio dell’Anno liturgico proprio, sia dentro il suo scorrere. Così nel Rito romano e nei Riti siri (Caldeo, Malabarese, Siro occidentale, Malankarese, Maronita) inaugura; nel Rito bizantino ed etiopico è racchiuso preziosamente. È tempo liturgico di contemplazione, non di tristezza, e nell’Oriente è anche accompagnato dall’apposita “quaresima di 40 giorni, con digiuno gaudioso. Nei Riti siri l’Avvento corrisponde al “tempo del Subbara”, ossia dell’Annunciazione ai personaggi intorno alla Nascita del Signore: a Zaccaria, a Maria, ad Elisabetta, a Giuseppe, con la nascita del Precursore. E l’irruzione del Signore nelle genealogie degli uomini, in vista della Redenzione. Nel Rito bizantino in previsione del Natale si comincia a cantare il Kontàkion “La ­Vergine oggi” con le sue stanze progressive, e la contemplazione delle Genealogie dei Padri. Nel Rito etiopico 4 Domeniche “del tempo di Tahsas” cantano le profezie gioiose della Venuta. Se il Natale sta in prospettiva necessaria, l’Avvento tuttavia conserva una sua fisionomia. Qui si dispiega la tipica teologia dell’Avvento romano. Per comprenderla, occorre considerare che la Domenica 34a del Tempo ordinario, dedi­cata alla Solennità di Cristo Re, nei tre Cicli riveste carattere escatologico: la Venuta ultima del Re della gloria (Ciclo A), la rivelazione della Regalità del Signore (Ciclo B), l’iscrizione della Croce su questa Regalità salvifica. Ora, precisamente la Domenica I d’Avvento si salda strettamente con tale prospettiva: la preparazione alla Venuta ultima (Ciclo A), la vigilanza per essa (Ciclo B), il comparire davanti al Signore che viene per chiudere la storia (Ciclo C). È la tipica “lettura Omega” della Storia, della stessa vita del Signore. Il Risorto è il centro di questa contemplazione, Egli occupa l’intero spazio-tempo, ormai redenti e donati come l’ambito dell’accettazione o del rifiuto della divina gratuita Redenzione. Il Risorto infatti manifesta il suo “venire” salvifico. La Liturgia, mentre lo legge “teologicamente” (lettura Omega), lo pone tuttavia anche in ordine cronologico, e si obbliga così alla duplice lettura, Omega-Alfa. E così si deve dire della quadruplice e costante Venuta del Signore tra gli uomini.Egli venne. Per assumere la carne ‘dallo Spi­rito Santo e da Maria Vergine” (Mt 1,18-25, ri­letto dal “Credo”). Per operare l’intera Econo­mia del Padre nello Spirito Santo, dunque per vivere tra gli uomini, morire, risorgere e donare lo Spirito Santo, promettendo la Presenza perenne mediata dallo Spirito Santo, e la Venu­ta ultima mediata dallo Spirito Santo. Egli Risorto viene sempre. Se invocato, “Si­gnore, vieni!”, è la divina mozione dello Spirito Santo alla Sposa orante che invoca (Ap 22,17). Viene ai suoi, nei Misteri che donano l’efficacia propria dello Spirito Santo. Viene però anche nella figura dei suoi fratelli poveri, sofferenti, oppressi, da amare come suo Volto sfigurato dal dolore. Egli Risorto viene per restare. Se amato co­me lo Sposo divino dalla sua Sposa diletta. Per occupare la “dimora” preparata dallo Spirito Santo, dove porta sempre con sé l’indivisibile Padre suo. Egli Risorto verrà nella gloria. Per riprendersi i suoi, a trasporli con sé nella Patria, chieden­do preparazione, vigilanza, preghiera, tremore e gioia. La santa Liturgia della Chiesa è lo spazio­-tempo privilegiato tra tutti e sopra tutti, di questa Venuta nelle Venute. L’anamnesi della Prece eucaristica, le acclamazioni del popolo lo confermano. La partecipazione ai Misteri vivificanti lo sigillano per l’eternità.Risaltano allora di più i testi che accompa­gnano ed illustrano gli Evangeli della Venuta nelle Venute: le Profezie antiche, severe e struggenti, innegabili e trascinanti. I Salmi con la loro scelta sapiente, dove la Regalità divina è cantata ed esaltata dossologicamente. Le Epi­stole, con le dottrine divine e la “paraclesi”, esortazione e consolazione insieme, per la Comunità raccolta che “attende”. Il Natale, che secondo scoperte recenti è data storica, diventa insieme il prezioso primo traguardo, e l’indispensabile “osservatorio”, stori­co e liturgico. Da esso contempliamo il tenero divino Bambino perseguitato, che cresce, è bat­tezzato, passa con l’Evangelo e le opere del Regno, è trasfigurato, è crocifisso e sepolto, ma risorge nello Spirito Santo, e così il Padre può donare lo Spirito suo e del Figlio… “Quante feste! esclama nella sua celeberrima Omelia per la Na­scita del Salvatore il grande Gregorio il Teologo (Nazianzeno) – tutte per me!”.“Per noi uomini e la nostra salvezza” è la Venuta.

T Federici

Da: “La Vita in Cristo e nella Chiesa”, p.5, n.10, dicembre 2002

Publié dans:liturgia, Liturgia: Avvento |on 26 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

AVVENTO: IL PORTIERE VIGILANTE (I domenica anno B)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28764?l=italian

AVVENTO: IL PORTIERE VIGILANTE

I Domenica d’Avvento

di padre Angelo del Favero*

Is 63,16b-17.19b; 64,2-7
“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (…)
Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.”.
Mc 13,33-37
“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate!”.
“Dobbiamo rimettere al centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà abbandonato” (card. A. Bagnasco, VIII Convegno Nazionale di “Scienza e Vita”, 18 novembre 2011).
Questo autorevole richiamo a ravvivare le nostre relazioni personali, ad imitazione del Verbo fatto carne, sintetizza bene il messaggio generale del Tempo liturgico dell’Avvento, centrato in questa prima Domenica sul tema della vigilanza cristiana: “vegliate!” (Mc 13,37).
Sappiamo che il grido di speranza del profeta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19), cifra esistenziale di ogni uomo, contiene già l’annunzio dell’evento ardentemente desiderato: Dio ha realmente squarciato i cieli, è già sceso ad abitare in mezzo a noi, “e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14b).
Gesù di Nazaret ha rivelato in se stesso che, in principio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno messo al centro la relazione con l’uomo, decidendo di incontrarlo nel suo dolore, in tutte le fragilità della sua vita e nelle stesse gioie, dandoci così prova che nessuno è solo e che nessuno, mai, sarà abbandonato.
Sì, ma ancora e sempre: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19).
Ecco, i cieli che si squarciano specialmente in certe regioni d’Italia, non cessano di essere di drammatica attualità in quest’autunno inoltrato: la parola “nubi-fragio” significa “rottura di nubi” e, quando il cielo si ricopre di nuvole minacciose, grande è il timore che l’acqua scenda ancora una volta a seminare distruzione e morte.

La domanda di sempre torna allora ad emergere nei cuori: se Dio è nostro Padre, perché ci mette in balìa degli uragani e di ogni sorta di sofferenze?
Isaia sembra oggi rispondere a questa domanda: “Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te” (Is 64,6).
E’ la denuncia del mancato ascolto dell’appello evangelico alla vigilanza: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. (…); fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,36).
E’ chiaro che non si tratta del sonno fisiologico della notte, ma del sonno dell’anima, intorpidita dalla consuetudine a trascurare quella vitale relazione con Dio che è la preghiera, abituata a non “stringersi” al Signore al risveglio del mattino (Salmo 63/2,2).
Il verbo “stringere” dice intensa relazione affettiva con Dio, simile a quella del bambino in braccio a sua madre (Salmo 131/130,2).
Stretto sul cuore della mamma, un bimbo rimane sicuro sempre, qualunque cosa accada attorno a lui.
Così pregare deve essere quella relazione divina che da’ gioia e sicurezza ai figli di Dio, in modo che nessun avvenimento possa scuoterne di sorpresa le fondamenta. Sarà sempre pronto ad accettare il mistero della volontà di Dio chi è abituato ad incontrare Gesù nella fede ogni mattina.
“..e ha ordinato al portiere di vegliare” (Mc 13,34).La vigilanza del portiere (il cristiano che prega senza stancarsi mai), è dono e compito di una profonda vita di preghiera.
Benedetto XVI ha scritto al riguardo:“Proprio queste parole dimostrano chiaramente cosa s’intenda con l’espressione “vigilanza”: non un uscire dal presente, uno speculare sul futuro, un dimenticare il compito attuale – (il portiere rimane sempre al suo posto) – tutt’al contrario; vigilanza significa fare qui e ora la cosa giusta, come si dovrebbe compierla sotto gli occhi di Dio” (in Gesù di Nazaret, seconda parte, p. 60).
Ora, la prima cosa giusta da compiere sotto gli occhi di Dio ogni giorno, è proprio l’incontro con Gesù nella preghiera. Pregare è la fondamentale vigilanza della vita.
Il testo più bello sulla vigilanza cristiana è il Vangelo dell’Annunciazione a Maria. Noi non sappiamo che cosa Maria stava facendo nel momento in cui l’angelo Gabriele le parlò, ma qualunque cosa facesse si trovava nello stato per lei abituale della perfetta vigilanza, nel quale prontamente rispose: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).
Maria era totalmente vigilante perché era totalmente pura di cuore, ed essendo pura di cuore vide subito Dio (Mt 5,8). Da Maria impariamo così gli elementi della vigilanza divina.
Una grazia che dipende anzitutto dalla purezza del cuore, dalla verginità dello spirito, dall’innocenza degli occhi.
La persona vigilante monta la guardia giorno e notte sopra le mura della sua città interiore, respingendo prontamente il nemico.
Lo scrive Pietro, che, per non avere vigilato, tradì il Maestro: “Fratelli, siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5,8-9).
Da Maria, da Pietro e dai santi impariamo che la vigilanza non è la prontezza dei riflessi o della mente, ma è un cuore posseduto totalmente dall’amore per Gesù: “Eccomi!”.
Impariamo anche che per essere vigilanti è necessario l’esercizio della presenza di Dio, che è la meditazione della sua Parola.
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). Per incontrare Dio è necessario scendere fino alla profondità del cuore, poiché “vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10,8).
Chiudiamo gli occhi ed entriamo in noi stessi fino a raggiungere il cuore. Iniziamo così questo Avvento, affinché si compia quella trasformazione interiore (metànoia) che più che manifestare la venuta del Signore ne dimostra la presenza, dal momento che Egli è già qui, vivo in mezzo a noi.

————-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Holy Mary – Africa

Holy Mary - Africa dans immagini sacre femme_africaine_enfant_1
http://www.sfb.pcn.net/?rub=pages/page&page_id=p4ad2fb04e970d

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Dio oggi non è negato, è sconosciuto (Mons. Rino Fisichella)

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125754

Dio oggi non è negato, è sconosciuto.

Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto.
La crisi che viviamo si potrebbe riassumere in maniera sintetica: Dio oggi non è negato, è sconosciuto. Probabilmente, all’interno di quest’espressione c’è qualcosa di vero circa il modo di porsi del nostro contemporaneo dinnanzi alla problematica che ruota intorno al nome di « Dio ».

Intervento tenuto a

«Dio Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto»
Evento Internazionale promosso
dal Comitato per il Progetto Culturale della CEI
Roma, 10/12 dicembre 2009
 
Scrive il Libro del Siracide: « Quando uno ha finito, allora comincia » (Sir 18,6). E’ proprio così. Concludere queste giornate ricche di provocazioni su diversi fronti dalla cultura alla fede, equivale ad iniziare a riflettere con maggior intensità sui contenuti che sono stati partecipati. Nella lectio conclusiva del suo insegnamento nel 1993, l’ideatore della « teologia politica », J. B. Metz, diceva: « La crisi che ha colpito il cristianesimo europeo non è più primariamente o almeno esclusivamente una crisi ecclesiale… La crisi è più profonda: essa non ha affatto le sue radici solo nella situazione della Chiesa stessa: la crisi è divenuta una crisi di Dio. Schematicamente si potrebbe dire: religione sì, Dio no; dove questo no a sua volta non è inteso nel senso categorico dei grandi ateismi. Non esistono più grandi ateismi. L’ateismo di oggi può in realtà già di nuovo riprendere a parlare di Dio –distrattamente o tranquillamente- senza intenderlo veramente » [1]. In una parola, si ammette che la crisi odierna è determinata dal potere e sapere parlare di Dio; la cosa non può lasciare neutrali soprattutto a oltre quarant’anni dal Vaticano II che aveva tra i suoi scopi quello di parlare di Dio all’uomo di oggi in modo comprensibile. La crisi che viviamo, comunque, si potrebbe riassumere in maniera ancora più sintetica: Dio oggi non è negato, è sconosciuto. Probabilmente, all’interno di quest’espressione c’è qualcosa di vero circa il modo di porsi del nostro contemporaneo dinnanzi alla problematica che ruota intorno al nome di « Dio ». Per alcuni versi, si potrebbe dire che si è passati dal « Dio: un’ipotesi inutile » di venerata memoria, al « Dio: la possibilità buona per l’uomo » di G. Vattimo nell’ultima pubblicazione di alcune settimane fa su questo tematica [2].
Questi giorni hanno permesso di riflettere, di vedere, di ascoltare e discutere sul tema « Dio » in riferimento ai diversi segmenti in cui la cultura si organizza: dalla filosofia alla teologia; dalla scienza al cinema, dalla bellezza delle arti alla letteratura; insomma, un tour de force che ha mostrato le metamorfosi della cultura contemporanea e la stabilità dell’opera d’arte che non conosce trascorrere del tempo… In una parola, potremmo affermare che si è gettato un sasso nello stagno su due fronti: quello dell’indifferenza, che spesso domina il contesto culturale su questa problematica, e quello dell’ovvietà che evidenzia quanta ignoranza domini spesso sovrana sui contenuti religiosi. Indifferenza e ovvietà, purtroppo, rodono alla base quel comune senso religioso che è ancora presente nel nostro Paese, rendendo sempre più debole la domanda religiosa e, soprattutto, la sua scelta consapevole e libera. Avere provocato un’ampia riflessione su questo tema è un servizio che si rende alle giovani generazioni più che a quanti vi hanno partecipato. Noi adulti, alla fine, siamo qui convenuti avendo un’idea chiara della fede in Dio o della sua negazione; probabilmente, l’intensità delle giornate ha permesso che qualche conoscenza ulteriore si sia aggiunta a quanto già possedevamo. Il problema, però, resta per le generazioni che seguiranno, a cui dobbiamo trasmettere con responsabilità non solo le certezze che abbiamo conquistato, ma anche il tentativo di dissolvere i dubbi che ci accompagnano per permettere che si fomenti una cultura che sappia ancora domandare, ricercare e giungere a soluzioni originali capaci di rispondere allo spirito del tempo.
Ritorna immediata, per poter compiere una sintesi di quanto è stato detto in questi giorni, la scena familiare di Paolo per le vie di Atene (At 17,16-34). Non è cambiato molto da allora. Le strade delle nostre città –sempre più monotone per la ripetitività dei modelli offerti dall’appiattimento urbanistico di questi decenni, da dove sembra scomparsa ogni forma di nuova bellezza- sono cariche di nuovi idoli. L’interesse verso un generico senso religioso –venuto meno nei decessi passati- sembra voler riprendersi una sorta di rivincita in un mondo che mostra ancora la via della secolarizzazione, anche se non è più così chiara ed evidente la strada che vuole seguire, come ha mostrato la relazione del card. Angelo Scola. Espressioni religiose si moltiplicano, spesso prive di spessore razionale per dare maggior spazio all’emotività, mentre nuovi messia dell’ultima ora appaiono di nuovo all’orizzonte, predicando l’imminente fine del mondo. E’ necessario chiedersi chi sono i nuovi Paolo di Tarso coscienti di essere portatori di una bella notizia che entra nell’areopago del nostro piccolo mondo con la convinzione e la certezza di voler annunciare lo Te?? ????st??.
      « Dio »: il termine è tra i più usati nel linguaggio mondiale e, tuttavia, quanti sensi diversi, differenti e, a volte, contrastanti tra di loro fino ad opporsi. Ci siamo chiesti ripetutamente an sit Deus –se Dio esiste- e quid Deus sit –cosa o chi è Dio. Domande inevitabili che non possono rimanere senza risposta; anzi, diventano ancora più necessarie dopo la provocazione che proviene dalla filosofia del linguaggio di Ludwig Wittgenstein. I credenti non possono permettere né che « Dio » rimanga un termine privo di senso –data l’impossibilità della verifica sperimentale- né che rimanga confinato in un altrettanto aprioristico Sprachspiel comprensibile solo ai pochi addetti che utilizzano la stessa grammatica. Se « Dio » ha un valore allora questo deve essere universale e, pertanto, deve essere reso accessibile per tutti con un linguaggio che nessuno esclude.
      Da questa prospettiva, le giornate trascorse portano a comporre un percorso di cui sono rintracciabili alcune tappe. Un primo passaggio necessario da compiere si realizza a livello epistemologico. Si tratta di comprendere, infatti, il valore della conoscenza e di quale conoscenza sia necessaria per giungere a pronunciare con sensatezza il termine « Dio ». Il tentativo di ritrovare nuove strade per evidenziare la ragionevolezza del nostro procedere è stato più volte ribadito. Gli interventi del Card. Camillo Ruini e del prof. Robert Spaemann, nella loro complementarità, portano a questa indicazione sostanziale. In qualche modo, cercavano di rispondere in termini moderni a quanto s. Agostino scriveva nel suo La fede nelle cose che non si vedono: « Vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque, per confutare coloro ai quali sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono » [3].
Eppure, è necessario che proprio a livello epistemologico si faccia uno sforzo ulteriore per individuare il valore conoscitivo che la rivelazione possiede. La fede che pronuncia il termine « Dio » non è all’origine della problematica –come qualcuno ancora sostiene [4]- ma è istanza seconda, come forma conoscitiva corrispondente per accedere in modo coerente alla conoscenza propria della rivelazione. Il duplex ordo cognitionis, di cui si fece interprete il Vaticano I, possiede ancora oggi una sua valenza epistemologica non secondaria per il nostro discorso. Se si giunge ad ammettere l’esistenza di Dio come realtà personale altro dall’uomo, allora si deve pure ammettere inevitabilmente la sua libertà nell’esprimere se stesso secondo le forme che ritiene utili per la conoscenza della propria esistenza e della propria natura. Questa lettura non rappresenta primariamente una dimensione « teologica » –come potrebbe essere contestata a prima vista- essa possiede una prima giustificazione nell’ordine epistemologico. La filosofia, anzitutto, è chiamata a sviscerare il l’atto stesso della rivelazione (ipsa revelatio) come evento che accade nella storia, prima ancora dei contenuti che vengono rivelati. Il tentativo di Friedrich Schelling, d’altronde, manifesta proprio in questo settore tutta la sua pregnanza; la Philosophie der Offenbarung, infatti, è solo un esempio di quanto la filosofia possa e debba prendere in considerazione nella sua epistemologia la problematica circa la forma conoscitiva peculiare che proviene dalla rivelazione. Nel parlare di Dio, insomma, e nel dover trovare i differenti sentieri che sono utili per approdare a una risposta di senso circa la ragionevolezza del suo an sit et quid sit, non può essere emarginata la categoria di « rivelazione ».
      Un secondo elemento è stato offerto. Esso si pone nell’orizzonte della nuova cosmologia che costituisce a pieno titolo una sfida nella tematizzazione della problematica intorno a « Dio ». Le indicazioni che sono provenute soprattutto da George Coyne, Martin Nowak e Peter van Inwagen provocano a riflettere sulla nuova identità cosmica che si sta venendo a delineare in questi decenni di grandi scoperte scientifiche e che daranno ancora più sorprese nei prossimi anni, quando saranno messe a punto le nuove tecnologie. Basti pensare, oggi, ai tentativi che si stanno svolgendo circa la possibilità di produrre in big ban (prof. Rubbia), oppure i risultati che provengono dal satellite Plunck (prof. Bersanelli) in grado di spingersi fino all’estremo dell’universo per carpirne i segreti, per comprendere quante domande si pongono su questo terreno nel momento in cui si affronta la problematica di « Dio » in riferimento alla cosmologia. Proprio nell’anno dell’astronomia, nel quarto centenario della scoperta del cannocchiale da parte di Galileo è necessario accogliere la sfida che si pone su questo terreno. Non si dimentichi, d’altronde, che le nuove generazioni fin dai primi anni di scuola iniziano a confrontarsi con queste problematiche scientifiche e la mentalità che viene acquisita richiede una risposta corrispondente nell’ambito della fede. Insomma, la « via cosmologica » che sembrava ormai superata da quella antropologica, ritorna con maggior intensità e con provocazioni ancora più forti [5].
Da questa prospettiva, comunque, dovremmo chiederci: quale relazionalità intercorre tra cosmologia e antropologia; la questione di « Dio », infatti, appartiene a questa relazione e crea un tertium con cui è necessario confrontarsi. Il principio geocentrico di un tempo ha ceduto il passo; da un mondo chiuso e confinato si passa ora ad un universo infinito che, progressivamente, non permette più neppure di concepire un centro. L’uomo scopre che il cosmo evolve, procede sempre oltre, ha una sua storia e delle sue leggi proprie che ne determinano il movimento, il divenire e il venir meno. Questa prospettiva condiziona non solo la sua esistenza, ma anche quella del cosmo che lo circonda. Non è questa la sede per inoltrarsi nella selva interpretativa delle differenti teorie sorte a riguardo. Il principio cosmologico o quello antropico rimangono tentativi che nel corso dei decenni manifestano l’interesse per la materia e troveranno nel futuro altre evoluzioni in grado di dare voce all’intelligenza degli scienziati e dei filosofi. Al di là di questo, comunque, rimane pur sempre una questione fondamentale: esiste una reciproca determinazione tra cosmologia, antropologia e teologia? La concezione che l’uomo ha di sé si trasmette inevitabilmente sul cosmo? Ed è possibile che quanto il cosmo esprime determini la visione che l’uomo acquisisce di se stesso? Dio è all’origine o del tutto fuori gioco? Questi interrogativi non sono facilmente risolvibili rimanendo all’interno di una sola scienza. Mai come in casi simili si sente forte l’esigenza di una azione interdisciplinare che si faccia forte delle diverse competenze per raggiungere una visione d’insieme in grado di giungere a una risposta carica di senso. L’intelligibilità che si scopre nel reale –e che, non si dimentichi, è stato il presupposto esplicito dei primi artefici dell’osservazione della natura- è una proprietà insita e propria della natura oppure è una proiezione mentale del soggetto? Esiste un linguaggio oggettivo nel cosmo che io posso cogliere, perché ne porto in me gli elementi che mi permettono di costruirlo e leggerlo, oppure è tutto semplicemente una creazione arbitraria benché convenzionale a cui ci si adegua? Nella modernità l’uomo pensava che la natura non solo doveva essere rispettata, ma ad essa e alla sue leggi era necessario adeguare l’esistenza personale; oggi, al contrario, non ci si considera più ospiti del grande complesso cosmico, ma suoi architetti. Ora è l’uomo a dettare le regole e a stabilire i parametri entro cui comprendere il reale e darne spiegazione. Poiché diventiamo nuovi demiurghi non possiamo sottostare a leggi e linguaggi che non siano stati prioritariamente formulati e creati da noi. Sembra che non siamo più tenuti neppure a giustificare il nostro comportamento dopo che abbiamo delineato e progettato a tavolino, o in laboratorio, il nostro destino biologico e il resto della natura. Come si nota, la via cosmologica –pur interpretata in maniera moderna- apre certamente nuovi orizzonti per la scoperta di Dio. Benedetto XVI ha dato una sua ultima lettura proprio nei giorni scorsi quando ha scritto: « Anche oggi l’universo continua a suscitare interrogativi a cui la semplice osservazione non riesce a dare una risposta soddisfacente: le sole scienze naturali e fisiche non bastano. L’analisi dei fenomeni, infatti, se rimane rinchiusa in se stessa rischia di far apparire il cosmo come un enigma insolubile: la materia possiede un’intelligibilità in grado di parlare all’intelligenza dell’uomo e indicare una strada che va al di là del semplice fenomeno. E’ proprio la lezione di Galileo che conduce a questa considerazione. Non era, forse, lo scienziato di Pisa a sostenere che Dio ha scritto il libro della natura nella forma del linguaggio matematico? Eppure, la matematica è un’invenzione dello spirito umano per comprendere il creato. Ma, se la natura è realmente strutturata con un linguaggio matematico e la matematica inventata dall’uomo può giungere a comprenderlo ciò significa che qualcosa di straordinario si è verificato: la struttura oggettiva dell’universo e la struttura intellettuale del soggetto umano coincidono, la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura sono identiche. Alla fine, è « una » ragione che le collega entrambe e che invita a guardare ad un’unica Intelligenza creatrice… Più la conoscenza della complessità del cosmo aumenta, maggiormente richiede una pluralità di strumenti in grado di poterla soddisfare; nessun conflitto all’orizzonte tra le varie conoscenze scientifiche e quelle filosofiche e teologiche; al contrario, solo nella misura in cui riusciranno ad entrare in dialogo e scambiarsi le rispettive competenze saranno in grado di presentare agli uomini di oggi dei risultati veramente efficaci » [6].
      Una terza pista di riflessione è stata offerta dalla via pulchritudinis. Emarginare questo tentativo sarebbe ingiusto e pericoloso. Il pulchrum è una costante sfida posta nel sentiero della storia e molti si imbattono con questa categoria. Tutti siamo consapevoli del rapporto tra bellezza e discorso su « Dio ». L’arte, la letteratura, la musica… scomparirebbero per i quattro quinti se Dio non esistesse. L’arte sarebbe solo frutto di fantasia senza rapporto con il reale, applicazione di linee senza un « perché » di senso. La letteratura e la musica sarebbero ridotti a versi e note dettate dal sentimento passeggero senza un aggancio con la solidità della persona a cui poterli indirizzare. La via della bellezza si impone perché apre alla conoscenza mediante la contemplazione, che per dirla con s. Tommaso est actus intellectus! Non è una via alternativa per parlare di Dio e per cercare di comprenderlo, al contrario. Come hanno mostrato soprattutto gli interventi di Roger Scruton con il recupero della « via positiva della bellezza » e di S. E. Mons. Gianfranco Ravasi, l’arte permane come la « narrazione visiva dell’esperienza dell’incontro con un volto ». Riscoprire il tema del volto è quanto di più fondamentale il cristianesimo possegga. Non è stato facile per noi arrivare a questo punto, ma il mistero di Dio che si fa uomo obbliga a seguire questo percorso. Il mistero dell’incarnazione apre la strada per comprendere un Dio che non permane relegato nella sua trascendenza, ma rinuncia all’onore che gli è dovuto per farsi uomo con gli uomini ed insegnare loro la strada per entrare in comunione di vita con lui. Qui si rende evidente la differenza tra le religioni e le stesse religioni monoteiste; il Dio di Gesù Cristo, infatti, non indica più il percorso che parte dall’uomo per raggiungere Dio; mostra, invece, che Dio va incontro all’uomo e lo raggiunge fino a condividerne la natura. In questo spazio la bellezza trova altre forme con cui esprimersi, perché al volto che viene rivelato possano essere offerte le condizioni per dare risposta di senso a ciò che l’uomo stesso vive: la sofferenza, la gioia, la gloria, il dolore, il tradimento e perfino gli stadi della vita… tutto viene rappresentato per introdurre a Dio e per spiegare l’uomo all’uomo.
      Un quarto elemento per parlare di « Dio » è stato offerto dall’analisi sulle religioni e il monoteismo nei contributi dei proff. Rémi Brague e Massimo Cacciari. Probabilmente, all’interno di questo discorso si dovrebbe aprire un’ulteriore riflessione circa l’azione liturgica a cui, purtroppo, si è dato poco spazio nel nostro riflettere di questi giorni. La storia delle religioni viene in aiuto, perché evidenzia come sia un fatto comune, verificabile fin dai primordi dell’antropologia culturale, la capacità dell’uomo di creare luoghi e tempi dedicati al sacro per permettere di creare una relazione con « Dio ». L’azione liturgica, il rito sono forme espressive e linguaggi con cui è necessario confrontarsi nel nostro parlare di « Dio »; illusorio pensare di emarginare questa dimensione. Equivarrebbe a eliminare tutto il tema del linguaggio dei segni e dell’evocazione per accedere all’interno di un mondo che non trova altra risorsa per esprimersi se non quella del rito. L’analisi di questa componente mostrerebbe che si apre il passaggio per verificare quale relazionalità intercorre tra « Dio » e l’uomo senza cadere in forme di alienazione o psicosi. Il rito conferisce alla conoscenza di « Dio » uno spazio di comunicazione che ingloba l’intera realtà creata e l’uomo in essa. L’azione liturgica consente di verificare che « Dio » non permane come un’illusione creata dalla mente dell’uomo, ma una realtà con cui riferirsi in maniera oggettiva nel susseguirsi dei tempi e degli spazi che assumono valore sacro. Se le religioni hanno fatto del rito un elemento determinante ciò implica che possiede un effetto essenziale e costitutivo nel discorso su « Dio », per cui la cultura contemporanea non può né deve allontanarsi.
      Una quinta pista di riflessione la vogliamo mediare dall’assioma anselmiano: rationabiliter comprehendis incomprehensibile esse. In una parola, è necessario pronunciare l’ultimo il termine che sta sempre all’inizio del pensare, non solo teologico, e che tutto determina: mistero. Si comprehendis non est Deus diceva giustamente Agostino; su questa lunghezza d’onda si è mossa sempre, anche se con accentuazioni diverse, la tradizione cristiana dell’oriente e dell’occidente. Se Novaziano poteva scrivere nel suo De Trinitate: « A riguardo di Dio, di ciò che gli appartiene e abita in lui, lo spirito dell’uomo non può pensare convenientemente ciò che è; quale grandezza hanno le sue perfezioni e qual è la loro natura, né l’eloquenza del discorso umano può sviluppare una potenza di parola corrispondente alla sua maestà… Dio è colui a cui appartiene di non poter essere confrontato con nulla » [7]. Secoli più tardi nel suo Proslogion Anselmo, pur con altre parole, riproponeva lo stesso concetto: « Signore mio Dio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti… Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule che è così distante da te, ma che a te appartiene?… Anela a vederti e il tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua abitazione è inaccessibile. Brama trovarti e non conosce la tua dimora. Si impegna a cercarti e non conosce il tuo volto » [8]. La visione dei Padri è sempre segnata dall’idea dell’incomprensibità di Dio. Il Crisostomo poteva perfino affermare che colui che conosce l’incomprensibilità di Dio comprende anche chi non la conosce. Lo stesso pensiero si ripropone con Abelardo, Tommaso, Maestro Eckhart, il Cusano… fino ai nostri giorni, soprattutto nella teologia di von Balthasar. In questo, se si vuole, si raccoglie tutta la differenza tra lo Te?? ????st?? e lo ?e?? a?ata??pt??; tra il mondo che non conosce « Dio » e quello che ne vede l’incomprensibilità. Il mysterion non è la conclusione del nostro discorso per l’impossibilità di trovare razionalmente una risposta alla questio de Deo; è piuttosto l’origine da cui la ragione parte, provocata dallo stupore e dalla meraviglia che esso produce. La ragione è chiamata a compiere per intero, oltre ogni suo sforzo, il percorso che le si pone dinanzi; alla fine, però, deve comprendere che Dio è incomprensibile. Questo non la umilia né indebolisce, ma la rafforza nel continuare ininterrottamente a domandare fino al momento in cui troverà le ragioni per abbandonarsi pienamente in lui come ultima e definitiva risposta alla domanda di senso.
      Nel mistero dell’enigmaticità della propria esistenza personale, del cosmo e di quanto ci circonda deve sorgere l’interrogativo che tocca il senso e il significato dell’esistenza. Ricorrere, mitologicamente, al « fato » –come molti oggi sono tentati di fare- potrebbe essere una scappatoia facile e già utilizzata nel passato, ma si verrebbe a compromettere il valore della libertà personale che è quanto di più geloso ognuno dovrebbe conservare. In questo richiamo ultimo e radicale alla libertà nel suo rapporto con la verità si esprime anche l’originalità del cristianesimo. Niente come la fede nel Dio che si fa uomo provoca la libertà ad assumere in prima persona il principio di responsabilità. Il Dio che ama come Gesù è il Dio responsabile del fratello che non rimane nella solitudine della morte. Senza Dio viene meno la possibilità dell’autocomprensione, dell’esercizio della libertà e della responsabilità sociale. Dunque, è proprio vero: con lui o senza di lui cambia tutto.
————————————–
[1] In R. Fisichella (ed.), Il Concilio Vaticano II, Cinisello B. 2000, 67.
[2] G. Giorgio (ed.), Dio: la possibilità buona, Rubettino 2009, 20.
[3] Agostino, De fide rerum quae non videntur, I,1.
[4] E’, di fatto, l’obiezione mossa spesso da E. Severino ai cattolici.
[5] E’ sufficiente riprendere tra le mani il testo di H. U. von Balthasar, Die Gottesfrage des heutigen Menschen, Wien 1957, per verificare il passaggio su questa problematica.
[6] Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI all’Arcivescovo Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, in occasione del Convegno sul tema: « Dal telescopio di Galileo alla cosmologia evolutiva. Scienza, filosofia e teologia in dialogo », 26 novembre 2009.
[7] De Trinitate liber, PL III, 889.890.
[8] Anselmo, Proslogion, I.
(Teologo Borèl) Dicembre 2009 – autore: mons. Rino Fisichella

Publié dans:Mons. Rino Fisichella |on 25 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

The first Thanksgiving Day (24 novembre)

The first Thanksgiving Day (24 novembre) dans immagini belle first-thanksgiving

http://www.improntalaquila.org/2011/11/22/articolo30686/

Publié dans:immagini belle |on 24 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Thenksgiving Day (24 novembre, storia)

Oggi Thanksgivins Day, la storia su Wikipedia continua, se volete sul sito:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_del_ringraziamento

Il Giorno del ringraziamento (Thanksgiving Day in inglese) è una festa di origine cristiana osservata negli Stati Uniti d’America (il quarto giovedì di novembre) e in Canada (il secondo lunedì di ottobre) in segno di gratitudine per la fine della stagione del raccolto.

Storia

Questa storica tradizione, in origine di derivazione religiosa ma ora considerata secolare, risale all’anno 1621. Quando fu effettuato il raccolto nel novembre 1623 William Bradford, Governatore della Colonia fondata dai Padri pellegrini, a Plymouth, nel Massachusetts, emise l’ordine:
« Tutti voi Pellegrini, con le vostre mogli ed i vostri piccoli, radunatevi alla Casa delle Assemblee, sulla collina… per ascoltare lì il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per tutte le sue benedizioni. »
I Padri pellegrini, perseguitati in patria per le loro idee religiose piuttosto integraliste, decisero di abbandonare l’Inghilterra e andare nel nuovo mondo, l’attuale America del Nord. 102 pionieri (52 uomini, 18 donne e 32 bambini) imbarcati a bordo della Mayflower, arrivarono sulle coste americane nel 1621, dopo un duro viaggio attraverso l’Oceano Atlantico; durante il viaggio molti si ammalarono e tanti morirono. Quando arrivarono, l’inverno era ormai alle porte; si trovarono di fronte ad un territorio selvatico e inospitale, fino ad allora abitato solo da nativi americani. I Pellegrini avevano portato dall’Inghilterra dei semi di vari prodotti che si coltivavano in patria e li seminarono nella terra dei nuovi territori; vuoi per la natura del terreno, vuoi per il clima, la semina non produsse i frutti necessari al sostentamento della popolazione, per cui quasi la metà di loro non sopravvisse al rigido inverno. Questa situazione rischiava di riproporsi anche l’anno successivo se non fossero intervenuti i nativi americani (gli indiani) che indicarono ai nuovi arrivati quali prodotti coltivare e quali animali allevare, in specie il granturco ed i tacchini. Dopo il duro lavoro degli inizi, i Pellegrini indissero un giorno di ringraziamento a Dio per l’abbondanza ricevuta e per celebrare il successo del primo raccolto. I coloni invitarono alla festa anche gli indigeni, ai quali dovevano molto se la loro comunità aveva potuto superare le iniziali difficoltà di adattamento nei nuovi territori, gettando le basi per un futuro prospero e ricco di ambiziosi traguardi. Nel menù di quel primo Ringraziamento americano ci furono pietanze che divennero tradizione per le feste – in particolare il tacchino e la zucca – insieme ad altre carni bianche, carne di cervo, ostriche, molluschi, pesci, torte di cereali, frutta secca e noccioline.
Il 29 giugno 1676 Edward Rawson redisse una proclamazione ufficiale di Thanksgiving per conto del governatore della contea di Charleston, in Massachusetts, che aveva deciso di indire un giorno di ringraziamento per la buona sorte di cui godeva la comunità e per celebrare la vittoria contro gli « indigeni pagani », cioè gli stessi nativi americani che avevano accolto e condiviso il territorio con Bradford e gli altri fondatori della colonia di Plymouth.
Nei secoli successivi la tradizione del Thanksgiving si estese a tutto il Paese. Le tredici colonie (i primi stati americani) non celebrarono contemporaneamente il Giorno del ringraziamento fino all’ottobre del 1777, quando ne fu indetto uno per festeggiare la vittoria contro gli inglesi a Saratoga nella guerra per l’indipendenza. Fu George Washington, il primo presidente degli Stati Uniti d’America, a dichiarare la festa per tutti gli stati nel 1789 proclamando una giornata nazionale di ringraziamento. Molti risero dell’idea, a cominciare da Thomas Jefferson, che da presidente non vi diede alcun seguito. Ma a metà del XIX secolo il Thanksgiving era diffuso nella maggior parte del territorio americano e osservato da tutti gli strati sociali, dai ricchi ai meno abbienti.

Publié dans:Thenksgiving Day |on 24 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

NON DOBBIAMO FORSE RICOMINCIARE NUOVAMENTE DA DIO?

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28765?l=italian

NON DOBBIAMO FORSE RICOMINCIARE NUOVAMENTE DA DIO?

Al via oggi l’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici

di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 23 novembre 2011 (ZENIT.org) – Si è conclusa, poche ore fa, la prima parte della XXV Assemblea Plenaria organizzata dal Pontificio Consiglio per i Laici, a Roma, che ha avuto inizio questa mattina e si svolgerà fino a sabato 26 novembre.
Presenti, in questa prima giornata, numerosi cardinali e vescovi, provenienti dai cinque continenti, ma anche docenti universitari e presidenti o fondatori di movimenti ecclesiali cattolici.
«L’Assemblea Plenaria è un momento forte della vita del Consiglio, un tempo di verifica e bilancio delle attività svolte, oltre che un’occasione per progettare insieme il futuro, individuando nuovi traguardi da raggiungere nel nostro servizio alla causa del laicato cattolico». Così ha salutato i presenti monsignor Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, aggiungendo inoltre «ringrazio voi membri e consultori perché portate qui le preziose esperienze delle vostre Chiese locali, facendo sì che l’Assemblea diventi un momento di dialogo fraterno».
Tema di questa XXV edizione è “La questione di Dio oggi”, un tema caro a Benedetto XVI – come ha sottolineato il cardinale – tanto che la scelta del curioso, e quanto mai attuale, sottotitolo: “Non dobbiamo forse nuovamente ricominciare da Dio?”  è tratta proprio dall’ultimo libro del Santo Padre, Luce del mondo.
La prima parte dell’Assemblea, dedicata alla riflessione sul tema scelto, ha visto l’intervento del prof. Sergio Belardinelli, docente di Sociologia nella facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, sul tema “Fede e non credenza del mondo di oggi”.
Ad introdurre i lavori: il discorso di monsignor Rylko sulla “Questione di Dio nel Magistero di Benedetto XVI”: «Uno dei temi-cardine del ricco Magistero di Benedetto XVI è, senza dubbio, la questione di Dio e la centralità di Dio nella vita dell’uomo – ha dichiarato il porporato – Nel suo libro Gesù di Nazaret  il papa ha formulato una domanda sorprendente per la sua semplicità: “Che cosa ci ha portato Gesù veramente?” ed ha risposto: «Ha portato Dio, ora conosciamo il suo volto, ora conosciamo la strada che, come uomini, dobbiamo prendere in questo mondo. Gesù ha portato Dio e con Lui la verità sul nostro destino e la nostra provenienza. Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che questo sia poco».
La questione di Dio è per l’uomo centrale e decisiva quindi: «Sì, il potere di Dio nel mondo è silenzioso, ma è un potere vero, duraturo. La causa di Dio sembra trovarsi continuamente in agonia. Ma si dimostra sempre come ciò che veramente permane e salva» ha soggiunto.
Ancora, il porporato ha affrontato il problema della chiusura dell’uomo odierno di fronte a Dio: «Per spiegare questo, dobbiamo innanzitutto inserirlo nel contesto della crisi profonda della cultura post-moderna. Il Cardinale Ratzinger ne ha parlato in maniera molto suggestiva nell’omelia della Messa pro eligendo Romano Pontefice: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata spesso agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice san Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore ».
Sua Eminenza ha terminato il discorso ricordando ancora una volta le parole di Benedetto XVI: “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio ma vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Soltanto attraverso uomini toccati ed illuminati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Proprio qui – ha affermato in conclusione monsignor Rylko – si giocano le sorti della nuova evangelizzazione nei nostri tempi».
Previste in questo pomeriggio, poi, le relazioni di Luca Tuinetti, professore di filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana, che parlerà de “La domanda di Dio, tra ragione e fede” e di monsignor Luis Ladaria, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, che parteciperà con un intervento dal titolo “Credo in un solo Dio. Il Dio dei cristiani, la fede nella Chiesa”.
Un ultimo tassello arricchirà ulteriormente la giornata questa sera, durante la celebrazione dei vespri. Su proposta del presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per la Gioventù, il dottor Marcello Bedeschi, verrà consegnato a monsignor Rylko un prezioso reliquiario, opera dello scultore Carlo Balljana, contenente un’ampolla con il sangue del beato papa Wojtyla in occasione, anche, dell’anniversario della III Gmg di Czestochowa.
La reliquia sarà poi conservata presso la cappella del Pontificio Consiglio per i Laici e, in accordo con la Sezione Giovani del medesimo dicastero, verrà portata, di volta in volta, alle future Giornate Mondiali della Gioventù.

Publié dans:Consili Pontifici |on 24 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Maria incinta

Maria incinta dans immagini sacre 490_43_Appareconunainci

http://cms.provincia.terni.it/on-line/Home/Areetematiche/Cultura/Storiediluoghitracced146incanto/IluoghidellApocalisse/ColeicheintercedeMariagravida.html

Publié dans:immagini sacre |on 23 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Avvento ( Thomas Merton)

dal sito:

http://www.pensieriparole.it/poesie/autori/t/thomas-merton/pag1

THOMAS MERTON

Avvento

Affascinate, cieli, con la vostra purezza
queste notti d’inverno
e siate perfetti!
Volate più vive nel buio di fuoco, silenziose meteore,
e sparite.
Tu, luna, sii lenta a tramontare,
questa è la tua pienezza!

Le quattro bianche strade se ne vanno in silenzio
verso i quattro lati dell’universo stellato.
Il tempo cade, come manna, agli angoli
della terra invernale.

Noi siamo diventati più umili delle rocce,
più attenti delle pazienti colline.

Affascinate con la vostra purezza queste notti di Avvento,
o sante sfere,
mentre le menti, docili come bestie,
stanno vicine, al riparo, nel dolce fieno,
e gli intelletti sono più tranquilli delle greggi che
pascolano alla luce delle stelle.

Oh, versate, cieli il vostro buio e la vostra luce sulle nostre
Solenni vallate;
e tu, viaggia come la Vergine gentile
verso il maestoso tramonto dei pianeti,
o bianca luna piena, silente come Betlemme!

12345...8

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31