Archive pour le 19 novembre, 2011

Cristo Re dell’Universo

Cristo Re dell'Universo dans immagini sacre

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Giovanni Paolo II sulla Resurrezione dei corpi (Tema paolino)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820210_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 febbraio 1982

1. Dalle parole di Cristo sulla futura risurrezione dei corpi, riportate da tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), siamo passati nelle nostre riflessioni a ciò che su quel tema scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15). La nostra analisi s’incentra soprattutto su ciò che si potrebbe denominare “antropologia della risurrezione” secondo san Paolo. L’Autore della lettera contrappone lo stato dell’uomo “di terra” (cioè storico) allo stato dell’uomo risorto, caratterizzando, in modo lapidario e penetrante insieme, l’interiore “sistema di forze” specifico di ciascuno di questi stati.

2. Che questo sistema interiore di forze debba subire nella risurrezione una radicale trasformazione, sembra indicato, prima di tutto, dalla contrapposizione tra corpo “debole” e corpo “pieno di forza”. Paolo scrive: “Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza” (1 Cor 15, 42-43). “Debole” è quindi il corpo che – usando il linguaggio metafisico – sorge dal suolo temporale dell’umanità. La metafora paolina corrisponde parimenti alla terminologia scientifica, che definisce l’inizio dell’uomo in quanto corpo con lo stesso termine (“semen”). Se, agli occhi dell’Apostolo, il corpo umano che sorge dal seme terrestre risulta “debole”, ciò significa non soltanto che esso è “corruttibile”, sottoposto alla morte ed a tutto ciò che vi conduce, ma pure che è “corpo animale”.(L’originale greco usa il termine psychikón. In san Paolo esso appare solo nella prima lettera ai Corinzi [2, 14; 15, 44; 15, 46] e non altrove, probabilmente a causa delle tendenze pregnostiche dei Corinzi, ed ha un significato peggiorativo; riguardo al contenuto, corrisponde al termine “carnale” [cf. 2Cor 1,12; 10,4].
Tuttavia nelle altre lettere paoline la “psyche” e i suoi derivati significano l’esistenza terrena dell’uomo nelle sue manifestazioni, il modo di vivere dell’individuo e perfino la stessa persona in senso positivo [ad es., per indicare l’ideale di vita della comunità ecclesiale: miâ psychê-i “in un solo spirito”: Fil 1, 27; sýmpsychoi = “con l’unione dei vostri spiriti”: Fil 2, 2; isópsychon = “d’animo uguale”: Fil 2, 20; cf. R Jewett, Paul’s Anthropological Terms. A. Study of Their Use in Conflict Settings, Leiden 1971, Brill, pp. 2, 448-449]) Il corpo “pieno di forza”, invece, che l’uomo erediterà dall’ultimo Adamo, Cristo, in quanto partecipe della futura risurrezione sarà un corpo “spirituale”. Esso sarà incorruttibile, non più minacciato dalla morte. Così, dunque, l’antinomia “debole-pieno di forza” si riferisce esplicitamente non tanto al corpo considerato a parte, quanto a tutta la costituzione dell’uomo considerato nella sua corporeità. Solo nel quadro di una tale costituzione il corpo può diventare “spirituale”; e tale spiritualizzazione del corpo sarà la fonte della sua forza ed incorruttibilità (o immortalità).
3. Questo tema ha le sue origini già nei primi capitoli del libro della Genesi. Si può dire che san Paolo vede la realtà della futura risurrezione come una certa “restitutio in integrum”, cioè come la reintegrazione ed insieme il raggiungimento della pienezza dell’umanità. Non è soltanto una restituzione, perché in tal caso la risurrezione sarebbe, in certo senso, ritorno a quello stato, cui partecipava l’anima prima del peccato, fuori della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 1-2). Ma un tale ritorno non corrisponde alla logica interna di tutta l’economia salvifica, al più profondo significato del mistero della redenzione. “Restitutio in integrum”, collegata con la risurrezione e la realtà dell’“altro mondo”, può essere solo introduzione ad una nuova pienezza. Questa sarà una pienezza che presuppone tutta la storia dell’uomo, formata dal dramma dell’albero della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 3) e nello stesso tempo permeata dal mistero della redenzione.
4. Secondo le parole della prima lettera ai Corinzi, l’uomo in cui la concupiscenza prevale sulla spiritualità, cioè, il “corpo animale” (1 Cor 15, 44), è condannato alla morte; deve invece risorgere un “corpo spirituale”, l’uomo in cui lo spirito otterrà una giusta supremazia sul corpo, la spiritualità sulla sensualità. È facile da intendere che Paolo ha qui in mente la sensualità quale somma dei fattori che costituiscono la limitazione della spiritualità umana, cioè quale forza che “lega” lo spirito (non necessariamente nel senso platonico) mediante la restrizione della sua propria facoltà di conoscere (vedere) la verità ed anche della facoltà di volere liberamente e di amare nella verità. Non può invece trattarsi qui di quella funzione fondamentale dei sensi, che serve a liberare la spiritualità, cioè della semplice facoltà di conoscere e di volere, propria del “compositum” psicosomatico del soggetto umano. Siccome si parla della risurrezione del corpo, cioè dell’uomo nella sua autentica corporeità, di conseguenza il “corpo spirituale” dovrebbe significare appunto la perfetta sensibilità dei sensi, la loro perfetta armonizzazione con l’attività dello spirito umano nella verità e nella libertà. Il “corpo animale”, che è l’antitesi terrena del “corpo spirituale”, indica invece la sensualità come forza che spesso pregiudica l’uomo, in quanto egli, vivendo “nella conoscenza del bene e del male”, viene sollecitato e quasi spinto verso il male.
5. Non si può dimenticare che qui è in questione non tanto il dualismo antropologico, quanto una antinomia di fondo. Di essa fa parte non solo il corpo (come “hyle” aristotelica), ma anche l’anima: ossia, l’uomo come “anima vivente” (cf. Gen 2, 7). I suoi costitutivi, invece, sono: da un lato tutto l’uomo, l’insieme della sua soggettività psicosomatica, in quanto rimane sotto l’influsso dello Spirito vivificante di Cristo; dall’altro lato lo stesso uomo, in quanto resiste e si contrappone a questo Spirito. Nel secondo caso, l’uomo è “corpo animale” (e le sue opere sono “opere della carne”). Se, invece, rimane sotto l’influsso dello Spirito Santo, l’uomo è “spirituale” (e produce il “frutto dello Spirito”) (Gal 5, 22).
6. Di conseguenza, si può dire che non solo in 1 Cor 15 abbiamo a che fare con l’antropologia della risurrezione, ma che tutta l’antropologia (e l’etica) di san Paolo sono permeate dal mistero della risurrezione, mediante cui abbiamo definitivamente ricevuto lo Spirito Santo. Il capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi costituisce l’interpretazione paolina dell’“altro mondo” e dello stato dell’uomo in quel mondo, nel quale ciascuno, insieme con la risurrezione del corpo, parteciperà pienamente al dono dello Spirito vivificante, cioè al frutto della risurrezione di Cristo.
7. Concludendo l’analisi della “antropologia della risurrezione” secondo la prima lettera di Paolo ai Corinzi, ci conviene ancora una volta volgere la mente verso quelle parole di Cristo sulla risurrezione e sull’“altro mondo”, che sono riportate dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca. Ricordiamo che, rispondendo ai Sadducei, Cristo collegò la fede nella risurrezione con tutta la rivelazione del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, il quale “non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Mt 22, 32). E contemporaneamente, respingendo la difficoltà avanzata dagli interlocutori, pronunziò queste significative parole: “Quando risusciteranno dai morti . . . non prenderanno moglie né marito” (Mc 12, 25). Appunto a quelle parole – nel loro immediato contesto – abbiamo dedicato le nostre precedenti considerazioni, passando poi all’analisi della prima lettera di san Paolo ai Corinzi (1 Cor. 15).
Queste riflessioni hanno un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo: per comprendere sia il matrimonio sia il celibato “per il regno dei cieli”. A quest’ultimo argomento saranno dedicate le nostre ulteriori analisi.

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DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

dal sito:

http://www.stpauls.it/bibbia/archivio/bibbia0379.pdf

DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

È un affresco grandioso quello che san Paolo dipinge in finale alla sua Prima Lettera ai Corinzi: nel capitolo 15, infatti, presenta la risurrezione di Gesù Cristo in tutta la vastità del suo orizzonte di luce. Noi abbiamo scelto per la nostra riflessione domenicale paolina una scena di forte impatto, ritagliandola da quell’affresco. Potremmo intravedere in essa quasi due riquadri. Nel primo si confrontano due figure,
Adamo e Cristo. Da un lato, c’è colui che incarna l’umanità nella sua caducità e peccaminosità. In Adamo, che in  ebraico significa « uomo terreno », ci ritroviamo tutti con la nostra miseria, con il marchio della morte in fronte, con il peso della colpa. D’altro lato, ecco invece Cristo risorto che ha in sé tutti i tratti dell’umanità, ma anche tutta la gloria della divinità. Ebbene, Gesù Cristo irradia la sua vita divina ed eterna in tutti i figli di Adamo che, con l’incarnazione, sono divenuti suoi fratelli. Questa irradiazione trasformatrice è rappresentata dall’Apostolo con un simbolo, quello dell’aparché in greco, cioè della « primizia ». Come è noto, il primo frutto del grembo, il primogenito, e i primi prodotti della terra nell’antico Israele erano offerti aDio perché egli li moltiplicasse poi in una famiglia feconda di figli e in un raccolto abbondante. Similmente Cristo è la « primizia dei morti » che sono risorti: è lui che ha aperto per primo la tomba alla vita, è lui che ha fecondato di eternità il sepolcro, è lui che ha reso la morte non un baratro di polvere e di tenebra, ma la soglia aperta verso la luce e la gloria. Cristo è la primizia della stagione pasquale, a cui tutti partecipiamo. A questo punto possiamo fissare l’attenzione sull’altro riquadro che descrive la meta ultima e piena a cui la Pasqua ci vuole condurre. Quel creato, uscito dalle mani di Dio nella sua bellezza e bontà, è stato sfregiato dal peccato umano ed è stato oscurato dall’irrompere del male e di Satana.
Usando il linguaggio della tradizione giudaica, Paolo parla delle tenebrose presenze dei Principati, delle Potenze e delle Forze, una triade di realtà negative che tormentano e sconvolgono la storia umana. Quando la risurrezione avrà compiuto in pienezza il suo percorso nell’intera umanità, questi poteri occulti saranno finalmente resi inoffensivi e annientati. E Paolo definisce questa vittoria ricorrendo a una citazione del Salmo messianico 110 (109) in cui Dio « pone tutti i nemici sotto i suoi piedi ». Ma l’avversario
decisivo è la morte che la Pasqua di Cristo elimina dall’orizzonte. Si rivela, così, la « primizia » di quel « raccolto » di vita e di gioia che è appunto la meta finale della storia. Allora saremo tutti nel regno di Dio Padre, e « Dio sarà tutto in tutti » (1Corinzi 15,28). Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono
di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. (1Corinzi 15,20-26)

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IL GIUDIZIO: FACCIA A FACCIA CON L’AMORE (Omelia per la festa di Cristo Re)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28694?l=italian

IL GIUDIZIO: FACCIA A FACCIA CON L’AMORE

Vangelo della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

di Padre Angelo del Favero*
ROMA, giovedì, 17 novembre 2011 (ZENIT.org) – Ez 34,11-12.15-17:  “A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri”.
Mt 25,31-46: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria..separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio,ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno,..perché  ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare,..non mi avete dato da bere,..non mi avete accolto,..non mi avete vestito,..non mi avete visitato. Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”.
Sono passate solo tre settimane dalla festa dei Santi ed eccoli nuovamente schierati davanti ai nostri occhi, alla destra del Re. Sono tutti coloro che si sentiranno dire: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Un quadro grandioso e glorioso, dal quale il Creatore non vuole escludere nessuno:“Questa è l’adozione dei figli di Dio, i quali in verità diranno a Dio ciò che lo stesso Figlio dichiara, in san Giovanni, all’eterno Padre: “Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie”(Gv 17,10)”: così lo descrive il carmelitano san Giovanni della Croce, aggiungendo che l’anima fedele “parteciperà della stessa bellezza dello Sposo nel giorno del suo trionfo, quando vedrà Dio faccia a faccia” (Cantico Spirituale B, 36, 5).
Oggi, però, il quadro comprende anche la schiera dei “dannati”. Sono coloro che, chiamati a realizzare la felicità della vita nel dono sincero di sé,  vivono (per così dire) nel continuo “danno” di sé, poiché “fanno morta” la propria persona non volendo riconoscere né mettere in pratica il comandamento dell’amore: “tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non lo avete fatto a me” (Mt 25,45).
Quella del Vangelo di oggi è una specie di immensa “fotografia di gruppo”, consegnata ad ognuno affinché scelga responsabilmente fin d’ora a quale delle due schiere del giudizio intende appartenere: quella degli eternamente vivi alla destra del Re, o quella dei morti per sempre alla sua sinistra.
Perciò non illudiamoci: l’appartenenza benedetta delle pecore è un dono legato al compito quotidiano di una fedeltà chiamata a resistere “fino al sangue, nella lotta contro il peccato” (Eb 12,4), per la quale abbiamo “solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniamo ciò che è stato promesso” (Eb 10,36).
Ma neppure disperiamoci: se riconosceremo pentiti il nostro cattivo odore di capri e cominceremo a fare le opere dell’amore, il “profumo di Cristo” (2 Cor 2,15) ci inebrierà per l’eternità. E tali opere le possiamo fare realmente poiché non ci manca l’aiuto determinante della divina Misericordia, la quale vuole: “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). 
Ma allora ci domandiamo: che significa vivere fin d’ora alla destra del Re? In altri termini: in cosa consiste essenzialmente la santità? La santità consiste nella perfezione dell’amore, ma l’amore può essere praticato in molti modi, secondo le varie personalità e circostanze. San Paolo lo afferma implicitamente quando, parlando della trasformazione totale dell’uomo nella risurrezione finale, dice che “ogni stella differisce da un’altra nello splendore” (1 Cor 15,41). Paolo intende qui una diversità permanente nello stato glorioso definitivo.
Per questo, sebbene i martiri nei primi tempi della Chiesa fossero considerati come i veri cristiani e santi, si ammise poi che potevano esserci anche altri modi di “morire a se stessi”, che esigevano essenzialmente le stesse virtù ammirate nei martiri.
E’ così che attraverso la contemplazione dell’opera salvifica di Cristo, personificata nei suoi santi, i credenti sono ricondotti al mistero fondamentale della santità cristiana, che è in persona lo stesso Signore Gesù Cristo. Ancora Paolo, infatti, rivela che: “E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza” (Col 2,9).
Con la loro morte, i martiri e tutti i santi testimoniano l’incredibile mistero della fede: Dio è nato a Betlemme da una donna, è morto e il terzo giorno è risorto dai morti nella sua stessa carne crocifissa. In tal modo, nel Figlio incarnato quella santità che per gli ebrei solo Dio poteva possedere e comunicare, viene resa accessibile a tutti gli uomini, che ne vengono santificati.
I cristiani sono “santi” per il loro rapporto con Colui che è il Santo per eccellenza, “dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” in dono e compito la santità battesimale (Gv 1,16).
Così, ricevendo continuamente la vita di Gesù Risorto, mediante i Sacramenti e la Parola, noi diventiamo conformi alla sua santità, non per mezzo dei nostri sforzi umani di mortificazione (anche se l’impegno della nostra libertà non può mancare), ma grazie al trionfo graduale della virtù del nostro stesso Battesimo.
Al riguardo un’ultima considerazione è più che opportuna.
La vita dei santi è una dimostrazione continua della nostra collaborazione con la grazia divina. Spesso i biografi dimenticano che la santità è una conquista graduale, e omettono o riducono al minimo le testimonianze della lotta interiore sostenuta dalla debolezza dei santi, con le loro cadute e il loro continuo rialzarsi.
In fondo, il primo di quelli alla sua destra a cui il Re dirà “Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34), è il malfattore che fu crocifisso con Lui, e non sappiamo se, sul Calvario, si trovava alla sua destra o alla sua sinistra (Lc 23,33.43).  
————-
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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