Archive pour le 17 novembre, 2011

Arcangelo Gabriele

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SOLITARIO-SOLIDARIO, OVVERO L’ESSENZA DI UN VIVERE INSIEME EUROPEO

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SOLITARIO-SOLIDARIO, OVVERO L’ESSENZA DI UN VIVERE INSIEME EUROPEO

Il discorso pronunciato alla PUG da Herman Van Rompuy

ROMA, lunedì, 14 novembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato sabato 12 novembre alla Pontificia Università Gregoriana (PUG) dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Herman Van Rompuy.
                                                                  ***

Signore e Signori Rappresentanti della Chiesa, del mondo politico, diplomatico ed economico, e delle diverse organizzazioni, Signore e Signori Professori e Studenti,

1. L’Europa e il cristianesimo
Inizierò il mio discorso con una citazione: “Poco importa che l’Europa sia la più piccola delle quattro parti del mondo per estensione territoriale, poiché è la più considerevole di tutte per il suo commercio, le sue navigazioni, per la creatività, i lumi e l’operosità dei suoi popoli, per la conoscenza delle arti, delle scienze, dei mestieri, e ciò che è più importante, per il Cristianesimo la cui morale caritatevole tende solo al benessere della società” (fine della citazione). Chateaubriand direte voi, l’uomo del “Genio del Cristianesimo”? O forse Bossuet, il Vescovo di Meaux, anche se questa citazione non ha nulla a che fare con un sermone?
No, ho citato semplicemente il contenuto della voce “Europa” dell’Enciclopedia, voce scritta da Diderot e D’Alembert, i quali, conveniamone, non sono passati alla posterità per il loro impegno cristiano.
Ma non cadete in errore. Nel cominciare con questa citazione la conferenza, per la quale ho scelto come titolo “Solitario, Solidario”; ovvero l’essenza di un vivere insieme europeo”, non intendo esprimere alcuna nota polemica. Non è nel mio carattere, né nel mio temperamento. D’altronde, parlo qui a nome mio personale e non in quanto Presidente del Consiglio Europeo. Intendo soltanto situare il concetto “Europa” nella storia.
Non è forse lo storico Jacques Pirenne, figlio e discepolo d’Henri Pirenne, il più reputato degli storici belgi, che ha scritto, e che cito di nuovo: “L’Europa è un vero caos, formato da antichi popoli romani, la cui civiltà ha origini millenarie, e da popoli nuovi tra cui si trovano tutti i gradi di barbarie e di semi-barbarie. La Chiesa, riunendoli nel Cristianesimo, crea l’Europa. Essa non sarà un’entità politica, né un’entità economica, essa sarà esclusivamente una comunità cristiana” (fine della citazione).
È per questo che il monaco Benedetto fu proclamato nel 1964 santo patrono dell’Europa. Perché l’Europa è stata anzitutto creata dalla spiritualità.
Nel XV° secolo Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, l’unico papa fino ad oggi ad avere scritto le sue memorie, sarà il primo ad adoperare spesso il termine “Europa” e il qualificativo “europeo” e a scrivere, nel 1458, una storia e una geografia dell’Europa, inaugurando con questo un uso più politico del termine.
L’Europa dunque, l’Europa e la formazione della coscienza occidentale, di cui il cristianesimo è stato un elemento costitutivo e di cui ha marcato profondamente le strutture. Altre correnti di pensiero si sono aggiunte, talvolta complementari, talvolta contraddittorie. Tutto questo dà oggi corpo ed anima all’ identità europea, per quanto ampia e indefinita possa essere questa nozione. Ma non è perché una nozione non può essere scientificamente definita che essa non esiste. A mio avviso è un grande errore intellettuale pensare questo.
E se, domani, l’Unione europea, la comunità dei popoli europei, desidera raggiungere, a livello globale, una più grande unità nel rispetto della libertà dei popoli, essa dovrà indubbiamente fondarsi su ciò che costituisce il suo genio, vale a dire, su una più grande solidarietà di tutti nel rispetto dell’integrità di ciascuno.

2. L’unità attorno alla persona
Voi riconoscerete qui il mio attaccamento al pensiero personalista, pensiero che secondo me può essere riassunto perfettamente con la formula del biologo Jean Rostand “Solitario, Solidario”.
Solitario, perché tutto parte dall’uomo.
Dall’uomo, indivisibile nella sua singolarità, nella sua originalità, nel rispetto che a lui si deve, qualunque sia il suo stato sociale e il suo grado di intelligenza. È scritto nella palma di Dio, come viene detto nel libro dei Salmi, e come risalta nelle grandi tragedie greche.
Ma anche dall’uomo “più che individuo”, dalla persona ovvero dall’individuo cosciente che la sua appartenenza a delle comunità è ugualmente costitutiva della sua propria persona.
Tutto parte dall’uomo. Dall’uomo e dalla donna. Attorno a lui o a lei si formano dei cerchi concentrici di comunità. Ma l’uomo ne è il centro.
L’uomo, la persona libera e responsabile, cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri. I doveri che si riferiscono sempre all’altro. La persona cosciente anche della sua appartenenza non a “una” comunità, ma, l’ho detto, a “delle” comunità, a una società plurale e sempre in cambiamento, perché in costante divenire.
Solitario e solidario perché, sì, tutto parte dall’uomo e dalla sua capacità di accettare l’alterità, di accogliere “il diverso” e di gettare, ogni giorno di nuovo, un ponte verso questo “altro” radicalmente diverso nella sua comprensione del mondo, ma anche radicalmente simile nella sua umanità. Solo se tale comportamento avrà successo, l’uomo, in Europa e altrove, potrà abbracciare il mondo globalizzato.

3. Personalismo e pluralismo
Ma non è in questo luogo, alla Pontificia Università Gregoriana, che ho bisogno di convincere. E non è un caso se l’”acclimatazione” del messaggio cristiano alle diverse civiltà è da più di quattrocento anni il modo, oserei dire il “marchio di fabbrica”, dei Gesuiti, di concepire una mondializzazione nel rispetto delle culture particolari. Una mondializzazione religiosa, attraverso la fede, la speranza e la carità, ma attraverso una fede coniugata con la ragione perché il contributo della Compagnia di Gesù alle scienze è assolutamente prodigioso.
Un bell’esempio di questo è stato il Padre Teilhard de Chardin, scienziato visionario per il quale l’unificazione e l’amore erano il motore dell’evoluzione.
Un altro bell’esempio è costituito dalle discipline umanistiche “greco-latine”, base dell’insegnamento secondario dei Gesuiti, discipline umanistiche che hanno le loro fondamenta nei contenuti delle scienze, delle arti e della retorica della Grecia antica e della Roma antica.
“Solitario, solidario” ho detto, ovvero l’essenza di un vivere insieme europeo
E quando dico “tra Europei” vorrei sottolineare che non credo, beatamente, alla nascita possibile di un uomo europeo, di un uomo o di una donna che avranno come prima identità o come identità primaria essere europeo o europea.
Anche qui credo in questa diversità che mi è cara, in queste identità plurali che fanno sì che un abitante di Roma possa considerarsi perfettamente come Romano, Italiano e Europeo, una identità non ne esclude necessariamente un’altra, una identità non necessariamente prende il sopravvento su un’altra. Io credo d’altronde che l’avvenire dell’Unione Europea risieda nella sua accettazione di una identità europea definita come identità di spirito, di “vissuto”, e non come identità di una sedicente “nazione europea”.
Mi “sento dell’Europa” con le mie radici e i miei legami nazionali, regionali e locali, prima di essere quello che alcuni definiscono “un europeo”.
Mi “sento dell’Europa” ma non ho alcuna voglia di calarmi in un mondo concettuale indifferenziato. Concepire l’uomo come un essere puramente individualista, razionale e cosmopolita, è a mio avviso un grande errore.
L’uomo, intendo uomo e donna, è un essere multiforme. Bisogna comprendere questo nel concreto. Non lo si rispetta obbligandolo a piegarsi a dei concetti astratti.
La ricchezza naturale e spirituale dell’Europa è quindi quella di più popoli, più nazioni, più culture, ma anche, insisto ugualmente, una sola e medesima civiltà fondata su dei principi cui non si può derogare e in nome dei quali si fonda l’uguaglianza uomo-donna, la democrazia politica, la separazione tra lo Stato e le Chiese. L’integrazione nelle nostre società si fa attraverso la civiltà definita qui sotto la forma di norme e di istituzioni. Questo è un fattore di unificazione in una società pluriculturale.
Ma ci occorre qualcosa in più. Ci occorre un “supplemento di anima”.

4. Al di là dell’individuo
Resta da sapere se i principi di uguaglianza uomo-donna, di democrazia politica, di separazione tra le Chiese e lo Stato, in breve, se posso riassumere, se il principio moderno dei diritti dell’uomo, può costituire domani questa trascendenza, questo asse verticale cui gli Europei possono aderire, consentendo loro così, per impiegare le parole di Régis Debray, di realizzare una unione durevole orizzontale.
Ahimé, temo che il nostro tempo non sia ossessionato dalla figura dell’individuo che si costruisce da solo e che l’universalizzazione del regno dell’individuo, senza sovrastruttura filosofica e religiosa, non lasci l’uomo solo davanti al suo destino. Ebbene un “solitario non solidario” diviene ansioso e considera facilmente l’altro come un nemico. E questo è, a mio avviso, il più grande pericolo che possono correre le nostre società. Constatiamo oggi una mancanza di trascendenza, di idee e di ideali che oltrepassino l’individuo. Ebbene un asse di direzione, un senso del destino sono tanto necessari per una società quanto è necessario per l’uomo il senso donato alla propria vita.
Da questo deriva la constatazione amara di Marcel Gauchet riguardo alle nostre democrazie attuali e che cito: “La democrazia non può più perciò garantire la funzione suprema del politico che è quella di donare alla collettività il sentimento di una presa sul suo destino” (fine della citazione).
“Il” politico si dissolve allora per fare posto a “la” politica e al suo corteo di interessi e di rivendicazioni identitarie particolari, incapace di comprendere un interesse generale. Nasce così un nuovo individualismo. Questo nuovo individualismo si è sviluppato paradossalmente in un mondo occidentale con un settore collettivo, pubblico, estremamente sviluppato, che organizza e impone la “solidarietà”.
È per questo che non credo che i diritti dell’individuo o i diritti dell’uomo possano, domani, da soli costituire una trascendenza o, come dice Régis Debray, un asse verticale attorno al quale gli Europei possano ritrovarsi. Perché è rinviare l’uomo troppo a se stesso e dunque, inevitabilmente, limitarlo, rinchiuderlo, isolarlo. In una parola, renderlo troppo “solitario”.
Allora si pone di nuovo la questione di “quale asse verticale”?
Sarebbe l’“it” di Virginia Woolf, l’“Ultima Realtà” del Premio Nobel Christian De Duve, l’Inqualificabile, l’Ineffabile, l’Altro con la A maiuscola, “Dio” semplicemente, che ci oltrepassa senza sosta rivelando noi a noi stessi?
Ma la storia insegna che non si impone né un mito europeo fondatore né una trascendenza attorno alla quale riunirsi.
Almeno, forse, considerare la memoria di Auschwitz come fondamento dell’unità europea, e penso qui al titolo del giornale “Le Monde” che evoca la Shoah: “L’Europa riunita si raccoglie”. Bel titolo che qualificherei “religioso” nei due sensi etimologici del termine, “religare” per riunire e “relegere” per raccogliersi, per ri-leggere il proprio passato.
L’Europa, progetto politico, è stata la risposta alla guerra, all’orrore. L’Europa si è costruita attraverso la memoria delle tombe di milioni di innocenti. L’Europa è fondata su questo rifiuto e su questa scelta, per l’uomo, contro la barbarie e il totalitarismo.
Sappiamo ciò che non vogliamo. In nome di certi valori. Di valori che, riuniti, formano una “unione”, la nostra “unione”.
Ma cosa è questa “unione di valori”?
Al rischio di sorprendervi, dirò che essa si fonda, alla fine, su… l’amore. Perché la solidarietà è diventata, ai nostri giorni, troppo istituzionale. Concetto che, per non essere sterile, implica una nozione di condivisione e di amore. Di amore nelle sue molteplici forme. Di amore che io qualificherei gratuito, nel senso di dono. E se certamente non è possibile imporre l’amore, l’amore è per me la forza trascendente più grande che vi sia, per lo meno è possibile per ciascuno di noi, per ogni Europeo, lavorare per questo, con la speranza di divenire migliori. L’amore non è, neanche esso, astratto. L’amore ha bisogno, anch’esso, di concretezza. L’amore, come anche la fede, è morto se non si traduce in opere. Ricordiamoci Sant’Agostino, l’uomo che proclamava: “Ama e fa’ ciò che ami”; l’uomo che dichiarava “Noi siamo i tempi. Siamo buoni e i tempi saranno buoni!”.
Allora, Signore e Signori, cari Amici, era proprio qui che risiedeva l’essenza di una Europa in continua costruzione? Non in uno spirito di conquista alla maniera di Carlo Magno, di Carlo Quinto o di Napoleone, ma in piccoli passi intrapresi quotidianamente, tanto a livello filosofico, politico che economico; piccoli passi intrapresi in nome di questa “unione di valori, il cui fondamento è l’amore. Piccoli passi che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ci mostrano, ci dimostrano che il cammino si fa camminando e che è il camminare stesso che determina la direzione del cammino. Perché se abbiamo bisogno di un’ispirazione, di una motivazione o di un’ambizione, non abbiamo però bisogno di un’utopia. Questa sarebbe anzi pericolosa perché tenderebbe a far sottomettere la realtà davanti a ciò che mai potrà essere un’altra realtà.Dunque in mancanza di grandi sogni, impossibili da realizzare, noi proviamo, dico bene “proviamo”, a mantenere politicamente, diplomaticamente ed economicamente l’Europa sulle rotaie e, per il bene di tutti, a far avanzare il treno conducendolo verso un vivere migliore, un migliore vivere in comune.
E se in effetti così fosse? Provare a perpetuare una certa idea dell’Europa, una certa idea del vivere insieme nelle nostre contrade? Oggi è più difficile rispetto a qualche decennio fa, anzi rispetto a qualche anno fa. Perché il mondo cambia. Esso si globalizza e si individualizza al contempo. E se l’economia “avanza”, l’uomo non sempre segue… Da una parte il mondo si umanizza, perché, ovunque, combatte la povertà, in particolare nei paesi detti emergenti. Ma, da un’altra parte, si spersonalizza perché il nostro destino diviene sempre più dipendente da un sistema finanziario capitalista sfrenato e senza etica. E il sentimento di impotenza che da questo nasce fa paura. Governare in questo clima è molto più difficile di prima. E stabilire un’economia al servizio dell’uomo a livello mondiale è una nuova sfida che dobbiamo raccogliere. Avendo come principio un amore per l’uomo finalizzato a realizzare un’economia che chiamerei “socialmente e umanamente” corretta. Per raccogliere questa sfida occorre, anche qui, realizzare quotidianamente azioni concrete, azioni correttrici. Ed è dai loro effetti cumulativi che deve nascere questa nuova economia che mi auguro di cuore. Non ho qui il tempo per approfondire tutti gli aspetti. Ciò che so è che abbiamo bisogno, per realizzare questo obiettivo, delle virtù di un amore che, come diceva Kierkegaard, trascende il tempo. Noi dobbiamo per questo, ciascuno di noi, superare il sentimento di immediatezza, sentimento che consiste nel credere che la storia comincia con la nostra propria nascita e che il passato e il futuro sono nozioni per sempre superate.
Permettetemi di ringraziare molto calorosamente il Reverendo Padre Fançois-Xavier Dumortier, Rettore della Pontificia Università Gregoriana, per il suo invito in questo tempio del pensiero Gesuita in Europa e nel mondo.
E quelli di voi che mi conoscono un po’ meglio sanno bene quanto sia personalmente, come antico alunno, attaccato all’insegnamento dei Gesuiti. A loro devo molto. Senza di loro, non sarei oggi ciòche sono come uomo e come intellettuale. Nella filosofia di Pericle la politica non era considerata come un vizio, ma come una vocazione, e la voce della coscienza ci veniva illustrata da Socrate e Antigone.
La politica era, sì, un’espressione dell’etica. Sicuramente l’etica ha un fondamento cristiano e io sono divenuto Europeo grazie ai Gesuiti che, in modo concreto, ci mettevano in contatto con gli alunni di altri collegi in Europa, che fossero quelli di Berlino, di Nijmegen, di Evreux o di Ginevra. Perché “viaggiare insieme” non è un po’ l’inizio del “vivere insieme”?
Sappiate allora che questa mattina sono felice di vivere questi momenti presso di voi e con voi, circondato dai ricordi di alcuni Generali della Compagnia Fiamminghi e/o Belgi come Everard Lardinois de Marcourt, primo Generale non spagnolo alla guida della Compagnia nel 1574, di Charles de Noyelle, di Pieter Jan Beckx e di Jean Baptiste Janssens.
Felice di vivere questi istanti presso di voi e con voi, in questo odore e visione della bellezza che ritrovo evidentemente a Roma, scoprendo lungo il Tevere, con mia grande sorpresa ma anche con gioia immensa questo magnifico graffito dipinto sul muro della riva destra di fronte all’isola Tiberina: “Ti amo da qui… alla fine del mondo… di nuovo qui… all’infinito”.
Mi riaffiorano alla memoria queste celebri parole di un Papa romano: “Roma, la genitrice, l’annunciatrice, la tutrice di civiltà e di eterni valori di vita” (1948).

Vi ringrazio.

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BENEDETTO XVI MEDITA SUL SALMO 109

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BENEDETTO XVI MEDITA SUL SALMO 109

La catechesi del Papa durante l’Udienza Generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 16 novembre 2011 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito il testo dell’Udienza Generale di oggi, svoltasi alle ore 10.30 in Piazza S. Pietro dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di fedeli e pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo. Nel discorso in lingua italiana, concludendo il ciclo di catechesi dedicato alla preghiera nel Libro dei Salmi, il Papa ha incentrato la sua meditazione sul Salmo 110 (109), sul Re Messia. Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.
                                                    *                   *                     *
Cari fratelli e sorelle,
vorrei oggi terminare le mie catechesi sulla preghiera del Salterio meditando uno dei più famosi « Salmi regali », un Salmo che Gesù stesso ha citato e che gli autori del Nuovo Testamento hanno ampiamente ripreso e letto in riferimento al Messia, a Cristo. Si tratta del Salmo 110 secondo la tradizione ebraica, 109 secondo quella greco-latina; un Salmo molto amato dalla Chiesa antica e dai credenti di ogni tempo. Questa preghiera era forse inizialmente collegata all’intronizzazione di un re davidico; tuttavia il suo senso va oltre la specifica contingenza del fatto storico aprendosi a dimensioni più ampie e diventando così celebrazione del Messia vittorioso, glorificato alla destra di Dio.
Il Salmo inizia con una dichiarazione solenne: Oracolo del Signore al mio signore: «Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (v. 1).
Dio stesso intronizza il re nella gloria, facendolo sedere alla sua destra, un segno di grandissimo onore e di assoluto privilegio. Il re è ammesso in tal modo a partecipare alla signoria divina, di cui è mediatore presso il popolo. Tale signoria del re si concretizza anche nella vittoria sugli avversari, che vengono posti ai suoi piedi da Dio stesso; la vittoria sui nemici è del Signore, ma il re ne è fatto partecipe e il suo trionfo diventa testimonianza e segno del potere divino.
La glorificazione regale espressa in questo inizio del Salmo è stata assunta dal Nuovo Testamento come profezia messianica; perciò il versetto è tra i più usati dagli autori neotestamentari, o come citazione esplicita o come allusione. Gesù stesso ha menzionato questo versetto a proposito del Messia per mostrare che il Messia è più che Davide, è il Signore di Davide (cfr Mt 22,41-45; Mc 12,35-37; Lc 20,41-44). E Pietro lo riprende nel suo discorso a Pentecoste, annunciando che nella risurrezione di Cristo si realizza questa intronizzazione del re e che da adesso Cristo sta alla destra del Padre, partecipa alla Signoria di Dio sul mondo (cfr Atti 2,29-35). È il Cristo, infatti, il Signore intronizzato, il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio che viene sulle nubi del cielo, come Gesù stesso si definisce durante il processo davanti al Sinedrio (cfr Mt 26,63-64; Mc 14,61-62; cfr anche Lc 22,66-69). È Lui il vero re che con la risurrezione è entrato nella gloria alla destra del Padre (cfr Rom 8,34; Ef 2,5; Col 3,1; Ebr 8,1; 12,2), fatto superiore agli angeli, seduto nei cieli al di sopra di ogni potenza e con ogni avversario ai suoi piedi, fino a che l’ultima nemica, la morte, sia da Lui definitivamente sconfitta (cfr 1 Cor 15,24-26; Ef 1,20-23; Ebr 1,3-4.13; 2,5-8; 10,12-13; 1 Pt 3,22). E si capisce subito che questo re che è alla destra di Dio e partecipa della sua Signoria, non è uno di questi uomini successori di Davide, ma solo il nuovo Davide, il Figlio di Dio che ha vinto la morte e partecipa realmente alla gloria di Dio. È il nostre re, che ci dà anche la vita eterna.
Tra il re celebrato dal nostro Salmo e Dio esiste quindi una relazione inscindibile; i due governano insieme un unico governo, al punto che il Salmista può affermare che è Dio stesso a stendere lo scettro del sovrano dandogli il compito di dominare sui suoi avversari, come recita il versetto 2:
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: domina in mezzo ai tuoi nemici!
L’esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell’obbedienza, diventando così segno, all’interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio. Il dominio sui nemici, la gloria e la vittoria sono doni ricevuti, che fanno del sovrano un mediatore del trionfo divino sul male. Egli domina sui nemici trasformandoli, li vince con il suo amore.
Perciò, nel versetto seguente, si celebra la grandezza del re. Il versetto 3, in realtà, presenta alcune difficoltà di interpretazione. Nel testo originale ebraico si fa riferimento alla convocazione dell’esercito a cui il popolo risponde generosamente stringendosi attorno al suo sovrano nel giorno della sua incoronazione. La traduzione greca dei LXX, che risale al III-II secolo prima di Cristo, fa riferimento invece alla filiazione divina del re, alla sua nascita o generazione da parte del Signore, ed è questa la scelta interpretativa di tutta la tradizione della Chiesa, per cui il versetto suona nel modo seguente:
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato.
Questo oracolo divino sul re affermerebbe dunque una generazione divina soffusa di splendore e di mistero, un’origine segreta e imperscrutabile, legata alla bellezza arcana dell’aurora e alla meraviglia della rugiada che nella luce del primo mattino brilla sui campi e li rende fecondi. Si delinea così, indissolubilmente legata alla realtà celeste, la figura del re che viene realmente da Dio, del Messia che porta al popolo la vita divina ed è mediatore di santità e di salvezza. Anche qui vediamo che tutto questo non è realizzato dalla figura di un re davidico, ma dal Signore Gesù Cristo, che realmente viene da Dio; Egli è la luce che porta la vita divina al mondo.
Con questa immagine suggestiva ed enigmatica termina la prima strofa del Salmo, a cui fa seguito un altro oracolo, che apre una nuova prospettiva, nella linea di una dimensione sacerdotale connessa alla regalità. Recita il versetto 4:
Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchìsedek».
Melchìsedek era il sacerdote re di Salem che aveva benedetto Abramo e offerto pane e vino dopo la vittoriosa campagna militare condotta dal patriarca per salvare il nipote Lot dalle mani dei nemici che lo avevano catturato (cfr Gen 14). Nella figura di Melchìsedek, potere regale e sacerdotale convergono e ora vengono proclamati dal Signore in una dichiarazione che promette eternità: il re celebrato dal Salmo sarà sacerdote per sempre, mediatore della presenza divina in mezzo al suo popolo, tramite della benedizione che viene da Dio e che nell’azione liturgica si incontra con la risposta benedicente dell’uomo.
La Lettera agli Ebrei fa esplicito riferimento a questo versetto (cfr. 5,5-6.10; 6,19-20) e su di esso incentra tutto il capitolo 7, elaborando la sua riflessione sul sacerdozio di Cristo. Gesù, così ci dice la Lettera agli Ebrei nella luce del salmo 110 (109), Gesù è il vero e definitivo sacerdote, che porta a compimento i tratti del sacerdozio di Melchìsedek rendendoli perfetti.
Melchìsedek, come dice la Lettera agli Ebrei, era «senza padre, senza madre, senza genealogia» (7,3a), sacerdote dunque non secondo le regole dinastiche del sacerdozio levitico. Egli perciò «rimane sacerdote per sempre» (7,3c), prefigurazione di Cristo, sommo sacerdote perfetto che «non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile» (7,16). Nel Signore Gesù risorto e asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre, si attua la profezia del nostro Salmo e il sacerdozio di Melchìsedek è portato a compimento, perché reso assoluto ed eterno, divenuto una realtà che non conosce tramonto (cfr 7,24). E l’offerta del pane e del vino, compiuta da Melchìsedek ai tempi di Abramo, trova il suo adempimento nel gesto eucaristico di Gesù, che nel pane e nel vino offre se stesso e, vinta la morte, porta alla vita tutti i credenti. Sacerdote perenne, «santo, innocente, senza macchia» (7,26), egli, come ancora dice la Lettera agli Ebrei, «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio; egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25).
Dopo questo oracolo divino del versetto 4, col suo solenne giuramento, la scena del Salmo cambia e il poeta, rivolgendosi direttamente al re, proclama: «Il Signore è alla tua destra!» (v. 5a). Se nel versetto 1 era il re a sedersi alla destra di Dio in segno di sommo prestigio e di onore, ora è il Signore a collocarsi alla destra del sovrano per proteggerlo con lo scudo nella battaglia e salvarlo da ogni pericolo. Il re è al sicuro, Dio è il suo difensore e insieme combattono e vincono ogni male.
Si aprono così i versetti finali del Salmo con la visione del sovrano trionfante che, appoggiato dal Signore, avendo ricevuto da Lui potere e gloria (cfr v. 2), si oppone ai nemici sbaragliando gli avversari e giudicando le nazioni. La scena è dipinta con tinte forti, a significare la drammaticità del combattimento e la pienezza della vittoria regale. Il sovrano, protetto dal Signore, abbatte ogni ostacolo e procede sicuro verso la vittoria. Ci dice: sì, nel mondo c’è tanto male, c’è una battaglia permanente tra il bene e il male, e sembra che il male sia più forte. No, più forte è il Signore, il nostro vero re e sacerdote Cristo, perché combatte con tutta la forza di Dio e, nonostante tutte le cose che ci fanno dubitare sull’esito positivo della storia, vince Cristo e vince il bene, vince l’amore e non l’odio.
È qui che si inserisce la suggestiva immagine con cui si conclude il nostro Salmo, che è anche una parola enigmatica.
lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa (v. 7).
Nel mezzo della descrizione della battaglia, si staglia la figura del re che, in un momento di tregua e di riposo, si disseta ad un torrente d’acqua, trovando in esso ristoro e nuovo vigore, così da poter riprendere il suo cammino trionfante, a testa alta, in segno di definitiva vittoria. E’ ovvio che questa parola molto enigmatica era una sfida per i Padri della Chiesa per le diverse interpretazioni che si potevano dare. Così, per esempio, sant’Agostino dice: questo torrente è l’essere umano, l’umanità, e Cristo ha bevuto da questo torrente facendosi uomo, e così, entrando nell’umanità dell’essere umano, ha sollevato il suo capo e adesso è il capo del Corpo mistico, è il nostro capo, è il vincitore definitivo (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 20: PL 36, 1462).
Cari amici, seguendo la linea interpretativa del Nuovo Testamento, la tradizione della Chiesa ha tenuto in grande considerazione questo Salmo come uno dei più significativi testi messianici. E, in modo eminente, i Padri vi hanno fatto continuo riferimento in chiave cristologica: il re cantato dal Salmista è, in definitiva, Cristo, il Messia che instaura il Regno di Dio e vince le potenze del mondo, è il Verbo generato dal Padre prima di ogni creatura, prima dell’aurora, il Figlio incarnato morto e risorto e assiso nei cieli, il sacerdote eterno che, nel mistero del pane e del vino, dona la remissione dei peccati e la riconciliazione con Dio, il re che solleva la testa trionfando sulla morte con la sua risurrezione. Basterebbe ricordare un passo ancora una volta del commento di sant’Agostino a questo Salmo dove scrive: «Era necessario conoscere l’unico Figlio di Dio, che stava per venire tra gli uomini, per assumere l’uomo e per divenire uomo attraverso la natura assunta: egli è morto, risorto, asceso al cielo, si è assiso alla destra del Padre ed ha adempiuto tra le genti quanto aveva promesso … Tutto questo, dunque, doveva essere profetizzato, doveva essere preannunciato, doveva essere segnalato come destinato a venire, perché, sopravvenendo improvviso, non facesse spavento, ma fosse preannunciato, piuttosto accettato con fede, gioia ed atteso. Nell’ambito di queste promesse rientra codesto Salmo, il quale profetizza, in termini tanto sicuri ed espliciti, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che noi non possiamo minimamente dubitare che in esso sia realmente annunciato il Cristo» (cfr Enarratio in Psalmum CIX, 3: PL 36, 1447).
L’evento pasquale di Cristo diventa così la realtà a cui ci invita a guardare il Salmo, guardare a Cristo per comprendere il senso della vera regalità, da vivere nel servizio e nel dono di sé, in un cammino di obbedienza e di amore portato « fino alla fine » (cfr. Gv 13,1 e 19,30). Pregando con questo Salmo, chiediamo dunque al Signore di poter procedere anche noi sulle sue vie, nella sequela di Cristo, il re Messia, disposti a salire con Lui sul monte della croce per giungere con Lui nella gloria, e contemplarlo assiso alla destra del Padre, re vittorioso e sacerdote misericordioso che dona perdono e salvezza a tutti gli uomini. E anche noi, resi, per grazia di Dio, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (cfr 1 Pt 2,9), potremo attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cfr Is 12,3) e proclamare a tutto il mondo le meraviglie di Colui che ci ha «chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (cfr 1 Pt 2,9).
Cari amici, in queste ultime Catechesi ho voluto presentarvi alcuni Salmi, preziose preghiere che troviamo nella Bibbia e che riflettono le varie situazioni della vita e i vari stati d’animo che possiamo avere verso Dio. Vorrei allora rinnovare a tutti l’invito a pregare con i Salmi, magari abituandosi a utilizzare la Liturgia delle Ore della Chiesa, le Lodi al mattino, i Vespri alla sera, la Compieta prima di addormentarsi. Il nostro rapporto con Dio non potrà che essere arricchito nel quotidiano cammino verso di Lui e realizzato con maggior gioia e fiducia. Grazie.
[Il Papa ha sintetizzato la catechesi in varie lingue e ha rivolto i suoi saluti ai gruppi di pellegrini di varia nazionalità. In italiano ha detto:]
Cari fratelli e sorelle,
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto voi, Suore Oblate del Divino Amore, che state celebrando il Capitolo Generale ed assicuro la mia preghiera affinché lo Spirito Santo infonda nei vostri cuori i suoi doni. Saluto i pellegrini di Perugia-Città della Pieve, qui convenuti numerosissimi con il loro Arcivescovo Mons. Gualtiero Bassetti. Cari amici, vi incoraggio a rafforzare la vostra adesione al Vangelo per essere sempre disponibili e pronti a compiere la volontà del Signore, diventando in ogni ambiente strumenti del suo amore misericordioso. E saluto voi, fedeli della Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, accompagnati dal vostro Pastore Mons. Claudio Giuliodori ed auspico che il ricordo del vostro concittadino Papa Pio VIII, di cui ricorre quest’anno il 250° anniversario della nascita, ravvivi in ciascuno il desiderio di approfondire sempre più la vita di fede. Saluto voi, fedeli della parrocchia di S. Margherita in Bultei, e vi auguro di essere messaggeri di gioia e di condivisione fraterna.
Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo ricordato S. Alberto Magno, dottore della Chiesa e oggi facciamo memoria di S. Margherita di Scozia, operatrice di misericordia e di S. Gertrude, monaca cistercense. Il loro esempio e la loro intercessione incoraggino voi, cari giovani, a rimanere sempre fedeli al Signore; aiutino voi, cari ammalati, a saper accogliere con sereno abbandono quanto il Signore dona in ogni situazione della vita; sostengano voi, cari sposi novelli, nel formare una famiglia veramente cristiana.

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