Archive pour le 16 novembre, 2011

Santa Gertrude

Santa Gertrude dans immagini sacre gertrude

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Santa Geltrude (Gertrude) la Grande Vergine – 16 novembre – Memoria Facoltativa

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/30050

Santa Geltrude (Gertrude) la Grande Vergine

16 novembre – Memoria Facoltativa

Eisleben (Germania), ca. 1256 – Monastero di Helfta (Germania), 1302

Geltrude, detta la grande, entrò nel monastero cistercense di Helfta. Donna di profonda cultura anche profana, alimentò la sua vita spirituale nella liturgia specialmente eucaristica, nella Scrittura e nei Padri. Ebbe un’elevata esperienza mistica, caratterizzata dal vivo senso della libertà dei figli di Dio e da una tenera devozione all’umanità di Cristo. Precorse il culto al Cuore di Gesù. (Mess. Rom.)

Etimologia: Geltrude = la vergine della lancia, dal tedesco
Emblema: Giglio

Martirologio Romano: Santa Geltrude, detta Magna, vergine, che, fin dall’infanzia si dedicò con grande impegno e ardore alla solitudine e agli studi letterari e, convertitasi totalmente a Dio, entrò nel monastero cistercense di Helfta vicino a Eisleben in Germania, dove percorse mirabilmente la via della perfezione, consacrandosi alla preghiera e alla contemplazione di Cristo crocifisso. Il suo transito si celebra domani.
(17 novembre: A Helfta vicino a Eisleben nella Sassonia in Germania, anniversario della morte di santa Geltrude, vergine, la cui memoria si celebra il giorno precedente a questo).    

Invece delle origini familiari, conosciamo le sue passioni giovanili: letteratura, musica e canto, arte della miniatura. Per una ragazza del suo tempo, queste non sono cose tanto comuni. Gertrude, infatti, ha fatto i suoi studi, ed è certo quindi che veniva da una famiglia benestante. Ma non era figlia di nobili, come hanno scritto alcuni, confondendola con un’altra Gertrude. Comunque, già all’età di cinque anni, la sua famiglia la mette a scuola nel monastero di Helfta, in Sassonia, che all’epoca segue le consuetudini cistercensi.
E qui Gertrude trova la maestra delle novizie Matilde di Hackeburg e, successivamente, la grande Matilde di Magdeburgo, maestra di spiritualità e anche di bello scrivere: la narrazione delle sue esperienze mistiche, Lux divinitatis, costituisce un elegante testo poetico. Matilde è il personaggio decisivo nella vita interiore di molte giovani che l’avvicinano, maestra di una spiritualità fortemente attratta dal richiamo mistico. A questa scuola cresce Gertrude, che tuttavia non sembra percorrere tranquillamente la frequente trafila alunna-postulante-monaca. Alcune fonti, addirittura, le attribuiscono momenti di vita “dissipata”. Però a 26 anni diventa un’altra; o, come dirà successivamente lei stessa: il Signore, « più lucente di tutta la luce, più profondo di ogni segreto, cominciò dolcemente a placare quei turbamenti che aveva acceso nel mio cuore ».
Una mutazione che sorprende molti, e che lei stessa attribuisce a una visione, seguita poi da altri fenomeni eccezionali come visioni, estasi, stigmate. E in aggiunta vengono a tormentarla le malattie. Ma accade a lei come ad altre donne e uomini misteriosamente “visitati” che l’infermità fisica, invece di fiaccarli, li stimola. Gertrude vorrebbe vivere in solitudine questa avventura dello spirito, ma non sempre può: le voci corrono, arriva al monastero gente per confidarsi, per interrogarla, anche semplicemente per vederla. E questa contemplativa malata ha momenti di stupefacente attivismo, nel contatto con le persone e nell’impegno di divulgatrice del culto per l’umanità di Gesù Cristo, tradotta nell’immagine popolarissima del Sacro Cuore. Accoglie tanti disorientati e cerca di aiutarli. Per raggiungerne altri scrive, sull’esempio di Matilde, e lo fa con l’eleganza che è frutto dei suoi studi.
Quell’impegno di adolescente e di giovane nelle discipline scolastiche l’ha preparata a essere “apostolo” nel modo richiesto dai suoi tempi. E anche precorritrice di Teresa d’Avila e di Margherita Maria Alacoque.
La fama di santità l’accompagna già da viva, e dura nel tempo, anche se ci vorrà qualche secolo per il riconoscimento ufficiale del suo culto nella Chiesa universale. Ma per chi l’ha conosciuta e ascoltata, Gertrude è già santa al momento della morte nel monastero di Helfta, all’età di circa 46 anni.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

dal sito:

http://www.centropoiesis.it/mediacri/pregare_il_silenzio.htm

Pregare il Silenzio.          

A cura di Giuseppe Sulis

Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

Che il silenzio è quella “cosa bella” (Gn 1,12), di cui l’Artista Divino si compiace (gli è riuscita bene!).

Che il silenzio  è quella “bella azione” che Lui tanto gradisce, come il profumo della donna (Mc 14,6). Che il silenzio “risuona? nell’universo. Pochi sono convinti che il silenzio può essere la lingua più adatta per la preghiera. C’è chi ha imparato a pregare con le parole, solo con le parole. Ma non riesce a pregare solo con il silenzio. “ … Un tempo per tacere e un tempo per parlare”, ammonisce il Qohelet (3, 7). Qualcuno, però, anche condizionato dalla formazione ricevuta, il tempo per tacere nella preghiera – e non solo nella preghiera – proprio non riesce a indovinarlo. Eppure T. Merton sostiene che “il silenzio costituisce la vita di preghiera”. E Saint-Exupéry assicura: “La preghiera è un esercizio del silenzio”. San Giovanni della Croce, da parte sua, ha coniato una formula indimenticabile: “tacere per consentire a Dio di parlare”. Del resto, i Padri latini avevano detto, con altrettanta concisione: “Verbo crescente, verba deficiunt”. Ossia, a mano a mano che la Sua Parola si impossessa del tuo essere, le parole vengono meno. Potremmo parafrasare così: la preghiera “cresce” dentro di te in maniera inversamente proporzionale alle parole. O, se preferiamo, il progresso nella preghiera è parallelo al progredire nel silenzio. L’acqua che cade in una brocca vuota fa molto rumore. Quando però il livello dell’acqua aumenta, il rumore si attenua sempre più, fino a sparire del tutto allorché il vaso è colmo. Per molti, invece, il silenzio nella preghiera risulta imbarazzante, quasi sconveniente. Non si sentono a loro agio nel silenzio. Affidano il tutto alle parole. E non si rendono conto che unicamente il silenzio esprime il tutto (per dire il niente ci voglio tante parole …). Il silenzio è pienezza. Stare in silenzio, nella preghiera, equivale a stare in ascolto. Proprio come gli alberi che, nel bosco, captano messaggi segreti portati dal vento. Il silenzio è la lingua del mistero. Non ci può essere adorazione senza silenzio. Il silenzio è rivelazione. Il silenzio è il linguaggio della profondità. Direi che il silenzio non rappresenta tanto l’altra faccia della Parola, ma è Parola esso stesso. Dopo aver parlato, Dio tace, ed esige da noi il silenzio, non perché la comunicazione sia terminata, ma perché restano altre cose da dire, altre confidenze, che possono essere espresse unicamente dal silenzio. Le realtà più segrete vengono affidate al silenzio. Il silenzio è il linguaggio dell’amore. “Quando l’amante parla all’amata, l’amata da più ascolto al silenzio che alla parola: “Taci”, sembra sussurrare, “taci perché possa udirti”” (Max Picard). Il silenzio è il modo adottato da Dio per bussare alla porta. E il silenzio è il tuo modo di aprirGli. Il Signore lascia dire ai libri, agli individui che parlano a nome Suo. Lui, però, sta dietro alle pagine e alle parole, taciturno. Aspetta che quelli abbiano finito, perché tu ti accorga del tuo Suo silenzio e capisca, attraverso il silenzio, ciò che di essenziale c’è da capire. Quello è il Suo modo più convincente di spiegarsi. Se le parole di Dio non risuonano come silenzio, non sono nemmeno parole di Dio. Dio tace di fronte alle tue domande, non interviene nei “colloqui” di cui tanto ti compiaci, non dice nulla neppure delle sciocchezze che fai. Sembra che Dio non abbia nulla da dire, non voglia sapere nulla. In realtà, Lui ti parla tacendo, e ti ascolta senza sentirti. Non per nulla i veri uomini di Dio sono dei solitari e dei taciturni. Chi si avvicina a Lui, si allontana necessariamente dalle chiacchiere e dal rumore. E chi Lo trova, normalmente non ritrova più le parole. Fare silenzio, in certi casi, non vuole dire semplicemente sospendere il parlare, ma disimparare a parlare. La vicinanza di Dio ammutolisce. La luce è esplosione di silenzio. Prega, dunque nel silenzio. Prega col silenzio. Prega il silenzio. Il silenzio rappresenta il rito più bello, la liturgia più grandiosa.

… E se proprio non puoi fare a meno di parlare, accetta tuttavia che le tue parole vengano inghiottite nella profondità del silenzio di Dio.

… Silenzio

(testi tratti dagli scritti di A. Pronzato)

Publié dans:spiritualità  |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE (Giianfranco Ravasi)

dal sito:

http://digilander.libero.it/davide.arpe/AngeliNondiviniRavasi.htm

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE

da “Bibbia: domande scomode” a cura di Gianfranco Ravasi  

Nel calendario liturgico il 2 ottobre reca la memoria degli Angeli custodi, una celebrazione piuttosto recente all’interno della liturgia cattolica (l’introduzione nel calendario romano ha la data del 1615). Pochi giorni prima, il 29 settembre, si è avuta invece la festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: la data fu scelta sulla base dell’antico martirologio del VI secolo che in quel giorno commemorava la dedicazione, avvenuta nel V secolo, di una basilica in onore di san Michele sulla via Sala­ria a Roma. Ecco, noi vorremmo, in modo molto sintetico, illustrare questa figura biblica di forte rilievo e dai contorni piuttosto variegati.
Infatti, dalla prima pagina della Bibbia con i «Cherubini dalla fiamma della spada folgorante», posti a guardia del giardino dell’Eden (Gen 3,24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, le Sacre Scritture sono animate dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con moda­lità differenti. Il nome stesso ebraico, mal’ak, e greco, ànghelos, ne denota la funzione: significa, infatti, “messaggero”. Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la “necessità” (L ‘angelo necessario è il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari (a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietà popolare. Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e “altro” rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il “messaggero”. E per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto “l’angelo del Signore”, ma subito dopo è «Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè!» (cf Esodo 3,2-4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. [...] Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (34,8; 91,11-12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell”’angelo custode”, bene raffigurata nell’angelo Azaria­Raffaele del libro di Tobia. Il compito dell’angelo è, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, «gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella risurrezione e nell’ascensione come splendore della ascesa in Dio». La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta. L’angelo è un segno dell’Unico che dev’essere adorato, Dio; è solo un indice puntato verso l’unico mistero, quello divino; è un mediatore al servizio dell’unico perfetto Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Signore: «A quale degli angeli — si chiede la Lettera agli Ebrei (1,5) — Dio ha detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?»
È, quindi, pericolosa la deriva cui ha condotto il movimento di New Age con l’immissione di elementi magico-esoterici e di “misteriose presenze” nella concezione degli angeli. L’angelo può, infatti, per questa via sconfinare parados­salmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare, ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la Lettera di Giuda che parla di «angeli che non conservarono lo loro dignità ma lasciarono la propria dimora» (v. 6); oppure ci si può riferire alla Seconda Lettera di Pietro che presenta «gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno» (2,4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene.

Gianfranco Ravasi, Angeli: figure sovrumane, ma non divine in Vita Pastorale, periodici S. Paolo n. 10/2006 p. 56.

Publié dans:angeli, Arcangeli, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 16 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

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