Archive pour le 12 novembre, 2011

Parable the Talents

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COMINCIARE DA SE STESSI; di MARTIN BUBER

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano3/cammino_uomo4.htm

MARTIN BUBER
 
IL CAMMINO DELL’UOMO

COMINCIARE DA SE STESSI

Alcune persone eminenti di Israele erano un giorno ospiti di Rabbi Isacco di Worki. La conversazione cadde sull’importanza di un servitore onesto per la gestione di una casa: « Tutto volge al bene – dicevano – se si ha un buon servitore, come dimostra il caso di Giuseppe, nelle cui mani tutto prosperava ». Ma Rabbi Isacco non condivideva l’opinione generale. « Ero anch’io dello stesso avviso – disse – finché il mio maestro non mi dimostrò che in realtà tutto dipende dal padrone di casa. Da giovane, infatti, mia moglie era per me fonte di tribolazione, e pur essendo disposto a sopportare per quel che riguardava me stesso, mi facevano pena i servitori. Andai allora a consultare il mio maestro, Rabbi David di Lelow, e gli chiesi se dovevo oppormi o meno a mia moglie. ‘Perché ti rivolgi a me? – rispose – Rivolgiti a te stesso!’. Dovetti riflettere a lungo su queste parole prima di capirle, e le capii solo ricordandomi anche delle parole del Baal-Shem: ‘Ci sono il pensiero, la parola e l’azione. Il pensiero corrisponde alla moglie, la parola ai figli, l’azione ai servitori. Tutto si volgerà al bene per chi saprà mettere in ordine le tre cose nel proprio spirito’. Allora compresi cosa avesse voluto dire il mio maestro: che tutto dipendeva da me ».
Questo racconto tocca uno dei problemi più profondi e più seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto tra gli uomini.
Abbiamo l’abitudine di spiegare le manifestazioni del conflitto innanzitutto con i motivi che gli antagonisti riconoscono coscientemente come origine della disputa, oppure con le situazioni e i processi oggettivi che stanno alla base di questi motivi e nei quali le due parti sono implicate; un’altra pista è invece quella di procedere in modo analitico, cercando di esplorare i complessi inconsci, considerati allora come i danni organici di una malattia di cui i motivi evidenti rappresentano i sintomi. L’insegnamento chassidico si avvicina a quest’ultima concezione in quanto rimanda anch’esso la problematica della vita esteriore a quella della vita interiore. Ma ne differisce in due punti essenziali, uno di principio e l’altro, ancora più importante, di ordine pratico.
La differenza di principio risiede nel fatto che l’insegnamento chassidico non tende a esaminare le difficoltà isolate dell’anima, ma ha di mira l’uomo intero. Non si tratta tuttavia di una differenza quantitativa, ma piuttosto della constatazione che il fatto di separare dal tutto elementi e processi parziali ostacola sempre la comprensione della totalità, e che solo la comprensione della totalità in quanto tale può comportare una trasformazione reale, una reale guarigione, innanzitutto dell’individuo e poi del rapporto tra questi e i suoi simili (o, per usare un paradosso: la ricerca del punto nodale sposta quest’ultimo e fa così fallire l’intero tentativo di superare la problematica). Questo non significa assolutamente che non si debbano prendere in considerazione tutti i fenomeni dell’anima; ma nessuno di essi dev’essere posto al centro dell’esame, al punto che tutto il resto possa esserne dedotto. È invece indispensabile considerare tutti i punti, e non in modo separato ma proprio nella loro connessione vitale.
Quanto alla differenza pratica, consiste nel fatto che l’uomo, invece di essere trattato come oggetto dell’analisi, è sollecitato a « rimettersi in sesto ». Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate.
Indubbiamente, per sua natura, l’uomo cerca di eludere questa svolta decisiva che ferisce in profondità il suo rapporto abituale con il mondo: allora ribatte all’autore di questa ingiunzione – o alla propria anima, se è lei a intimargliela – che ogni conflitto implica due attori e che perciò, se si chiede a lui di risalire al proprio conflitto interiore, si deve pretendere altrettanto dal suo avversario. Ma proprio in questo modo di vedere – in base al quale l’essere umano si considera solo come un individuo di fronte al quale stanno altri individui, e non come una persona autentica la cui trasformazione contribuisce alla trasformazione del mondo – proprio qui risiede l’errore fondamentale contro il quale si erge l’insegnamento chassidico.
Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Il punto di Archimede a partire dal quale posso da parte mia sollevare il mondo è la trasformazione di me stesso. Se invece pongo due punti di appoggio uno qui nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente.
Così insegnava Rabbi Bunam: « I nostri saggi dicono: ‘Cerca la pace nel tuo luogo’. Non si può cercare la pace in altro luogo che in se stessi finché qui non la si è trovata. È detto nel salmo: ‘Non c’è pace nelle mie ossa a causa del mio peccato ». Quando l’uomo ha trovato la pace in se stesso, può mettersi a cercarla nel mondo intero ».
Ma il racconto che ho preso come punto di partenza non si accontenta di indicare la vera origine dei, conflitti esterni e di attirare l’attenzione sul conflitto interiore in modo generico. L’affermazione del Baal-Shem che vi si trova citata ci precisa anche esattamente in cosa consiste il conflitto interiore determinante. Si tratta del conflitto fra tre principi nell’essere e nella vita dell’uomo: il principio del pensiero, il principio della parola e il principio dell’azione. Ogni conflitto tra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico. In questo modo, infatti, la situazione tra me e gli altri si ingarbuglia e si avvelena sempre di nuovo e sempre di più; quanto a me, nel mio sfacelo interiore, ormai incapace di controllare la situazione, sono diventato, contrariamente a tutte le mie illusioni, il suo docile schiavo. Con la nostra contraddizione e la nostra menzogna alimentiamo e aggraviamo le situazioni conflittuali e accordiamo loro potere su di noi fino al punto che ci riducono in schiavitù. Per uscirne c’è una sola strada: capire la svolta – tutto dipende da me – e volere la svolta – voglio rimettermi in sesto.
Ma per essere all’altezza di questo grande compito, l’uomo deve innanzitutto, al di là della farragine di cose senza valore che ingombra la sua vita, raggiungere il suo sé, deve trovare se stesso, non l’io ovvio dell’individuo egocentrico, ma il sé profondo della persona che vive con il mondo. E anche qui tutte le nostre abitudini ci sono di ostacolo.
Vorrei concludere questa riflessione con un divertente aneddoto antico ripreso da uno zaddik. Rabbi Hanoch raccontava: « C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: ‘Il berretto: là’, e se lo mise in testa; ‘I pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. ‘Sì, ma io, dove sono? – si chiese all’improvviso in preda all’ansia – Dove sono rimasto?’. Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Così succede anche a noi », concluse il Rabbi.

Publié dans:EBRAISMO: INSEGNAMENTI |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

DA PIAZZA TIENANMEN ALL’INCONTRO CON GESÙ

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28636?l=italian

DA PIAZZA TIENANMEN ALL’INCONTRO CON GESÙ

La storia di Chai Ling, in prima linea contro gli aborti forzati in Cina

di Edward Pentin
ROMA, venerdì, 11 novembre 2011 (ZENIT.org) – “Ogni giorno, ogni ora, c’è un nuovo massacro di piazza Tienanmen”, afferma Chai Ling. “Ogni giorno in Cina hanno luogo 35mila aborti forzati: un numero enorme”.
Ling, due volte candidata al Premio Nobel per la Pace, conosce fin troppo bene le sofferenze che ebbero luogo a piazza Tienanmen e il dramma dell’aborto. Ma da cristiana – battezzata dopo il suo arrivo negli USA – è una donna piena di speranza.
Come studente attivista a Pechino nel 1989, durante i giorni del massacro, Ling fu leader della protesta filo-democratica che portò in piazza 100mila studenti. La repressione da parte dell’esercito governativo provocò un numero di morti compreso tra i 400 e i 10mila, a seconda delle fonti citate.
Tuttavia, prima ancora della protesta, quando era studentessa, Ling fu vittima di tre aborti forzati. “L’aborto era un fenomeno ordinario – ricorda -. Ero in collegio quando scoprirono che ero rimasta incinta senza essere sposata, così fui espulsa da scuola, non trovai lavoro e venni emarginata”.
Ling è ora sposata, ha tre figli e vive in esilio negli Stati Uniti. Dopo aver lasciato la Cina ed essersi stabilita in America, ha studiato a Princeton e ad Harvard, diventando una donna d’affari di successo: nonostante ciò non può fare ritorno in patria.
Ling si è pentita dei suoi aborti e si sta ora dedicando a una onlus da lei fondata, All Girls Allowed, che contrasta la politica cinese del figlio unico, di cui, uno dei più devastanti effetti è la promozione del genocidio femminile, l’uccisione forzata di bambine attraverso la selezione sessuale abortiva ed altri mezzi.
Le scioccanti statistiche relative alla politica del figlio unico sono ben note: 400 milioni di aborti forzati negli ultimi 30 anni in Cina, e un notevole sbilanciamento in senso maschile della popolazione, dovuto alla tradizionale preferenza per il figlio maschio. Secondo Ling attualmente “mancano” almeno 160 milioni di femmine nel mondo (non solo in Cina, anche in India e in altri paesi) a causa dell’opzione preferenziale per il maschio e le politiche di controllo demografico incoraggiate da molti governi. In Cina nascono mediamente 120 bambini ogni 100 bambine, quindi risultano 37 milioni di donne in meno, con la conseguente diffusione di traffici sessuali che minacciano la pace e la sicurezza.
È stato per condividere la terribile ma poco conosciuta ingiustizia del genocidio femminile che questa settimana Ling si è recata a Roma. In qualità di ospite dell’Istituto Dignitatis Humanae, l’attivista cinese è stata presentata ai dirigenti vaticani e ha incontrato il presidente onorario dell’Istituto ed ex presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, il cardinale Renato Martino. Entrambi hanno concordato che il genocidio femminile può e deve finire nell’arco di una generazione.
All Girls Allowed si presenta come un soggetto fortemente determinato nella realizzazione dei propri scopi. La sua azione si sviluppa in tre direzioni: in primo luogo esponendo la verità sulla politica del figlio unico per mobilitare la comunità globale contro i crudeli metodi utilizzati per praticarla; in secondo luogo si prefigge di aiutare le vittime attraverso l’educazione (di adulte e bambine abbandonate), donando fondi, stroncando traffici di bambini e difendendo le madri; infine celebrando “l’opera di Dio che dona vita, valore e dignità a bambine e madri”.
Due eventi chiave hanno motivato Ling a fondare la sua onlus: la sua conversione al cristianesimo dopo l’incontro con Reggie Littlejohn, fondatrice di Women’s Rights Withiut Frontiers che da anni svolge campagne contro la politica del figlio unico, e una sua udienza congressuale sugli aborti forzati in Cina nel 2009.
Dopo aver donato la propria vita a Gesù, Ling ha dichiarato di sentire che Dio la stava chiamando a informare il mondo della verità sull’aborto, mentre, come partecipante all’udienza congressuale, si è sentita motivata a fondare la onlus per far conoscere il tema, specie dopo aver incontrato l’infaticabile deputato americano Chris Smith (che lei chiama il “Wibelforce americano”). L’attivista cinese afferma che Smith le ha trasmesso il valore della sacralità della vita, dopo anni di “lavaggio del cervello” da bambina e da adulta, aiutandola a capire che “praticare l’aborto significa terminare con la violenza la vita di un bambino”.
A fronte della crescita del cristianesimo in Cina, Ling spera che si metta fine alle atroci pratiche dell’aborto forzato nel giro di una generazione. “La Chiesa in Cina è più che mai affamata di verità”, ha detto. “Molti pensano che avremmo salvato la Cina attraverso il movimento di Tienanmen ma non è in quest’ottica che Dio ci guarda”. Ling crede che Dio salverà il paese in primo luogo attraverso la fine dell’aborto forzato e del genocidio femminile, un processo che lei chiama “il secondo movimento di Tienanmen”.
Secondo Ling, il processo educativo sulla questione della politica del figlio unico è il punto più urgente poiché, a suo avviso, attraverso la formazione il popolo cinese arriverà a conoscere Gesù. Ripone una certezza nella preghiera, nella quale vede un Gesù “assai gentile” che ci dice che “quando commettiamo peccato, è come se tradissimo una persona amata che si prende tantissima cura di noi”.
“Non è un atteggiamento del tipo: ‘oh, tu hai sbagliato, andrai all’inferno’ ma piuttosto un ‘oh, sono così dispiaciuto’”, ha spiegato Ling, osservando il senso del “pentimento completo, con Dio che ti perdona immediatamente e ti fa rialzare la testa”. Quell’esperienza, ha ricordato, fu “una potente trasformazione, una completa liberazione”.
Ling ha perso molti amici durante quel terribile giugno di 22 anni fa. Al culmine del giro di vite, seppe tirare su il morale degli studenti suoi colleghi, parlando dei loro sacrifici fatti nel dare alla luce una nuova nazione. Ma i suoi compagni avevano bisogno di qualcos’altro che Ling non riusciva a definire.
A quel tempo Gesù le era ancora sconosciuto. “Avevo visto in faccia la morte, l’avevo guardata negli occhi, ma non l’avevo sconfitta. In altre parole non avevo né la pace nel cuore, né la gioia, solo la tristezza, il dolore e la paura”, ricorda. “Avevamo però un dovere: sapevamo che dovevamo confrontarci con qualcosa, qualunque cosa fosse”.
“Quindi, dopo che ebbi fatto il mio discorso, sentii questa calda sensazione giungermi nel cuore, un senso di amore verso i leader cinesi, verso i soldati, la gente che stava per ucciderci. È stato il più sorprendente sentimento che abbia mai provato e vorrei potessero sapere quanto li ho amati”.
“Ora capisco che tutto questo è ciò che ha provato Gesù sulla croce”, ha detto Ling.
L’attivista cinese ricorda di aver testimoniato “un potere, un incredibile spirito” a piazza Tienanmen, ma a quel tempo non seppe come definirlo.
“In seguito sono arrivata a capire che era lo spirito di Gesù”, ha concluso Ling. “Da quel momento ogni cosa ha iniziato ad avere un senso”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

Publié dans:a. storie di speranza |on 12 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

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