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Il re Salomone riceve il dono della saggezza

Il re Salomone riceve il dono della saggezza dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 11 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il Libro dei Proverbi – introduzione

questo studio è originariamente in inglese, tradotto dal sito stesso, forse la traduzione non è perfetta, ma vale ugualmente, io l’ho letta in inglese (cioè: si fa per dire), dal sito:

http://www.bibbiaweb.org/doc/jam_libro_dei_proverbi.html

Il Libro dei Proverbi

Jacques-André Monard

Il Messaggero Cristiano (settembre 1979)

Indice:
 
1. Scopo del libro dei Proverbi
2. La saggezza
3. Le parole
4. Le influenze
5. Il matrimonio
6. La correzione dei figli
7. La riprensione
8. La retribuzione
9. La fiducia
——————————————
1. Scopo del libro dei Proverbi
Vorremmo incoraggiare i credenti a leggere, studiare e meditare il Libro dei Proverbi. I principi presentati in questo libro portano poco il carattere dell’economia che ha preceduto il Cristianesimo. Se, in qualche caso, è necessario tener conto dei caratteri che distinguono l’economia giudea da quella cristiana, si può dire che la maggior parte dei principi hanno un’applicazione letterale in ogni tempo.
L’espressione «figlio mio», così spesso ripetuta, ci fa capire a chi Dio si rivolge soprattutto: a colui che è in relazione con Lui e che possiede la sua vita, cioè al credente. Ma il credente vive in un mondo pieno di pericoli e di tranelli, un mondo i cui pensieri sono contrari a quelli di Dio. A queste difficoltà esteriori si aggiungono tutti i pericoli che hanno la loro sorgente nel suo proprio cuore. È dunque necessario che il credente sia messo in guardia verso tutto ciò che rischia di farlo cadere e che sia istruito sul cammino che deve avere chi occupa la posizione di figlio. Questo è lo scopo principale del libro; scopo essenzialmente pratico. Ma vi sono avvertimenti e istruzioni salutari non solo per i credenti ma per tutti gli uomini (vedere 8:4).
Dio ha cura di rivelarci il suo pensiero su argomenti che riguardano la vita di ogni giorno. Queste cose sono scritte «per farti conoscere cose certe, parole vere» (22:21). Nel mondo di oggi, in cui tutto è rimesso in discussione, abbiamo più che mai bisogno di norme di vita sicure, di origine divina. Il Libro dei Proverbi è particolarmente utile per fornircele, e per rimettere in sesto ciò che in noi è così facilmente deformato dall’influenza del mondo.
Vorrei ora soffermarmi, senza pretesa di completezza, su alcuni soggetti che sono sviluppati in questo libro. Al lettore sarà utile cercare tutti i passi citati, trovarne altri che completino i pensieri espressi e raccogliere egli stesso l’insegnamento del libro su altri argomenti.
2. La saggezza
La saggezza non è data all’uomo alla sua nascita. Al contrario, «la follia è legata al cuore del bambino» (22:15). La saggezza, quindi, è tutta da acquistare. «Il principio della saggezza è: Acquista la saggezza» (4:7). È Dio che la dà (2:6), ma non la dà se non a quelli che la cercano con impegno: «Se la cerchi come l’argento, e ti dai a scavarla come un tesoro… Acquista la saggezza; sì, a costo di quanto possiedi… » (2:4-5, 4:7). La saggezza non è data una volta per sempre, ma in modo progressivo: «Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere» (1:5). E anche chi è già considerato saggio ha ancora bisogno di essere ripreso (9:8).
Dà prova di saggezza chi ascolta l’insegnamento dei genitori (13:1), chi si lascia consigliare (13:10), colui che vedendo il male teme di cadere, lo evita e si nasconde (14:16, 22:3), chi è lento all’ira (19:11), chi dirige il suo cuore per la retta via invece di lasciarsi dirigere dal suo cuore (23:19), chi è padrone delle sue labbra (10:19). Si potrebbe continuare. Il saggio non si stima saggio da se stesso; c’è più da sperare da uno stolto che da chi si crede saggio (26:12). Poiché è Dio che li istruisce, i saggi sono in grado di comunicare ad altri la preziosa conoscenza ricevuta; la loro lingua è ricca di scienza (15:2). I saggi sanno anche tenere in serbo la saggezza (10:14) e spargerla al momento opportuno (15:7).
«Il principio della saggezza è il timore dell’Eterno» (9:10). Il più saggio uomo del mondo non può avere, quindi, nemmeno i primi rudimenti della vera saggezza, poiché il primo atto è temere l’Eterno, prendere il proprio posto davanti a Dio. Tutti quelli che rifiutano di prendere questo posto sono degli stolti (1:7).
In alcuni importanti brani del Libro dei Proverbi è la saggezza stessa che parla (1:20-33 e 8:1-32). In questi essa si identifica con Colui che è la Parola stessa di Dio, espressione perfetta di ciò che Dio è e di ciò che pensa. È una meravigliosa rivelazione dei Figlio, delizie eterne del Padre (8:30). È Lui che il Nuovo Testamento chiama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1:24) e che da Dio «è stato fatto per noi sapienza» (v. 30).
3. Le parole
«La bocca dello stolto è la sua rovina» (18:7); egli prende piacere a manifestare ciò che ha nel cuore (18:2). Senza alcun ritegno, la sua bocca sgorga follia (15:2) e si compiace nelle cose basse (26:11). Se gli capita di dire una parola saggia, questa è senza forza e senza effetto alcuno (26:7 e 9).
Per contro, la bocca del giusto è una fonte di vita (10:11), la sua lingua è argento eletto (10:20), le sue labbra conoscono ciò che è grato (10:32) e pascono molti (10:21). «Le parole gentili sono un favo di miele; dolcezza all’anima, salute alle ossa» (16:24). «Le parole dette a tempo sono come frutti d’oro in vasi d’argento cesellato» (25:11).
Poiché la bocca può far uscire parole di valore diverso, in bene o in male, bisogna custodirla (13:3). «Chi sorveglia la sua bocca e la sua lingua preserva sé stesso dall’angoscia» (21:23). Bisogna evitare la precipitazione (29:20), meditare la risposta (15:28), moderare le proprie parole (17:27) e non pronunciarne troppe (10:19). Così esse sono fonte di gioia per chi le pronuncia e per chi le ascolta. «Le parole della bocca di un uomo sono acque profonde; la fonte di saggezza è un ruscello che scorre perenne» (18:4).
4. Le influenze
I contatti che abbiamo con l’uno e con l’altro, specie se sono frequenti, esercitano su noi un’influenza e lasciano un’impronta, sia nel bene che nel male. È dunque importante scegliere bene le persone che frequentiamo. «Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo» (13:20). È un prezioso incoraggiamento a ricercare la compagnia di quelli che hanno acquisito saggezza alla scuola di Dio; molto utili e preziosi sono i contatti con credenti anche di età differenti.
«Non fare amicizia con l’uomo collerico, non andare con l’uomo violento, perché tu non impari le sue vie ed esponga te stesso a un’insidia» (22:24-25). Che si tratti degli empi e dei malvagi (4:14-15), dello stolto (14:7) o dell’uomo violento (16:29) o anche di chi apre troppo le labbra (20:19), è sempre grande il pericolo di lasciarsi trascinare; per questo siamo esortati a fuggire, a non immischiarci, ad andarcene lontano. Se temiamo il Signore e non confidiamo nel nostro proprio cuore (28:26) eviteremo il più possibile ogni rapporto d’amicizia con quelli che non hanno la vita di Dio o che disprezzano l’insegnamento divino. Che ci sia una testimonianza da rendere e un servizio da compiere verso quelli che Satana sta trascinando alla perdizione, è certo (24:11-12), ma ciò non significa che dobbiamo camminare con loro.
5. Il matrimonio
Le istruzioni concernenti il matrimonio sono presentate dal punto di vista dell’uomo, non della donna, sia perché è l’uomo il rappresentante dinanzi a Dio della razza umana, sia perché è lui responsabile della scelta della sua compagna (alcuni traducono Proverbi 30:19: «la traccia dell’uomo verso la giovane»).
A più riprese il giovane è messo in guardia verso le seduzioni della donna straniera. Come, colui che è chiamato figlio, potrebbe unirsi ad una donna che non appartiene al popolo di Dio? Quand’anche il suo aspetto esteriore fosse attraente, «la fine a cui conduce è amara come il veleno, è affilata come una spada a doppio taglio» (5:4), una fossa profonda, un pozzo stretto (23:27). «Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza» (6:25) poiché «una donna bella, ma senza giudizio, è un anello d’oro nel grifo di un porco» (11:22) e «la grazia è ingannevole e la bellezza è cosa vana» (31:30).
Ma se la donna che fa vergogna è un tarlo nelle ossa di suo marito (12:4), una donna virtuosa è la sua corona. «La donna che teme l’Eterno è quella che sarà lodata» (31:30); il suo pregio «sorpassa di molto quello delle perle» (31:10). «Chi la troverà?» Domanda solenne! Che i nostri ragazzi si affidino a Dio perché sia Lui a farla trovar loro. «Una moglie giudiziosa è un dono dell’Eterno» (19:14); Dio non rifiuterà questo favore (18:22) a chi confida in Lui e gli è fedele.
Nell’attesa di aver messo in ordine gli affari di fuori e in buon stato i suoi campi (24:27), e nell’attesa del momento scelto da Dio, sappia il giovane custodire il suo cuore più d’ogni altra cosa «poiché da esso provengono le sorgenti della vita» (4:23).
6. La correzione dei figli
La disciplina di un padre verso il suo figlio, figura di quella di Dio verso i suoi, è la prova di un vero amore (3:12). Questa disciplina non si limita a una riprensione a parole: c’è anche la verga: «La verga e la riprensione danno saggezza» (29:15). «Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo» (13:24). È un lavoro paziente, da compiere con diligenza nel timore e nella fiducia in Dio, che porterà il suo frutto (22:15, 23:13-14, 29:17). «Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà» (22:6).
7. La riprensione
I figli non sono i soli ad aver bisogno di riprensione. Essa è necessaria ad ogni uomo, anche al saggio (9:8) e all’intelligente (17:10, 19:25). Correzione e riprensione sono spesso legate, e sono una il completamento dell’altra (3:11, 5:12, 10:17, 12:1, 13:18, 15:5, 15:32). Beato chi ascolta la riprensione (15:31-32), chi dà retta (13:18 e 15:5) ! Diventerà saggio, acquisterà buon senso, sarà onorato, «abiterà tra i saggi» (15:31).Per contro, «chi odia la riprensione è uno stupido» (12:1). «L’uomo che, dopo essere stato spesso ripreso, irrigidisce il collo, sarà abbattuto all’improvviso e senza rimedio» (29:1). Il modo con cui un uomo accoglie la riprensione è un test del suo stato naturale; «il beffardo non ama che altri lo riprenda» (15:12), mentre il saggio lo ama (9:8).
Ma se vi sono esortazioni ad accettare la riprensione, vi sono anche incoraggiamenti a farla (24:24-25). «L’uomo che corregge sarà, alla fine, più accetto di chi lusinga con la sua lingua» (28:23). Bisogna, ovviamente, che siano parole dette a proposito e con saggezza (25:12). Il suo valore è grande se testimonia di un vero amore. «Chi ama ferisce, ma rimane fedele» (27:6). È in questo modo che l’amore può coprire moltitudine di peccati (10:12; Giacomo 5:19-20). L’amore cerca sempre di ricondurre quelli che si sviano.
8. La retribuzione
Il principio della retribuzione, o del governo di Dio, costituisce la trama del Libro dei Proverbi: «Ecco, il giusto riceve la sua retribuzione sulla terra, quanto più l’empio e il peccatore!» (11:31). Ci può essere differenza nel modo con cui questo governo di Dio viene esercitato, perché c’è differenza tra la condizione dei Giudei e quella dei Cristiani. Ma la grazia che è venuta per mezzo di Gesù Cristo e che è il solo fondamento della nostra salvezza non annulla il principio divino della retribuzione. Per questo nel Nuovo Testamento leggiamo: «Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà» (Galati 6:7).
I Proverbi ci insegnano che la benedizione di Dio è su quelli che camminano secondo i suoi insegnamenti, mentre il suo giudizio è sospeso su quelli che fanno il male, ed è eseguito quando la pazienza divina giunge al termine (3:33, 11:8, 13:21, 16:7, 21:12).
Come chi semina grano o zizzania raccoglierà grano o zizzania, così la retribuzione sarà dello stesso tipo del male commesso. «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà anch’egli, e non gli sarà risposto» (21:13); «chi scava una fossa vi cadrà, e la pietra torna addosso a chi la rotola» (26:27). Chi rifiuta di ascoltare quando Dio chiama, griderà un giorno e Dio non gli darà risposta (1:24-28). Dio «schernisce gli schernitori» ma anche «fa grazia agli umili» (3:24). Dio eleva chi si abbassa (15:33, 29:23), e riempie di abbondanza i granai di chi lo onora coi suoi beni (3:9-10). «Chi ha pietà del povero presta all’Eterno, che gli contraccambierà l’opera buona» (19:17). E, materialmente come spiritualmente, «chi annaffia sarà egli pure annaffiato» (11:25).
9. La fiducia
«Chi confida nel proprio cuore è uno stolto» (28:26). Chi confida nelle ricchezze cadrà (11:28) benché, nella sua immaginazione, le consideri come una «roccaforte» (18:11). Ma colui che confida nell’Eterno è beato (16:20) e sarà saziato (28:25). È lui che, nel giorno cattivo, troverà un alto rifugio (18:10, 29:25).
«Confida nell’Eterno con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri» (3:5-6).

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 11 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

LA VITA È UN TALENTO MERAVIGLIOSO (XXXIII domenica del T.O.)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28614?l=italian

LA VITA È UN TALENTO MERAVIGLIOSO

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 13 novembre 2011

di padre Angelo del Favero*
ROMA, giovedì, 10 novembre 2011 (ZENIT.org) – “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito, colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo:
“Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il  padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il denaro e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. (Mt 25,14-30)
Ad una prima lettura, la parabola dei “talenti” si presta ad essere interpretata in termini di “opere” da far fruttificare e del buon uso dei doni ricevuti; e questo è un messaggio vero, ma certamente parziale.
In realtà, l’inizio e la conclusione del racconto fanno intuire un suo significato ben più profondo di quello morale-educativo. Esso si trova nella relazione personale con il Donatore dei talenti, presupposto di ogni fruttuosità e fonte di tutti i “beni”. Per capire in cosa consistono, basta ricordare un altro testo sacro: “La sapienza è un tesoro inesauribile per gli uomini; chi lo possiede ottiene l’amicizia con Dio, ed è a lui raccomandato dai frutti della sua educazione” (Sap 7,14).
Gesù dice oggi che i “beni”del padrone furono da lui consegnati “secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15); e d’altra parte il premio per i due servi fedeli non sembra stare sul piano di una ricompensa materiale, ma su quello esistenziale dell’amicizia: “Bene servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo padrone” (Mt 25,21.23).
Soffermiamoci su questo criterio di assegnazione dei talenti: “secondo le capacità di ciascuno” (Mt 25,15).
Possiamo intendere la parola “capacità” sia nell’accezione attiva e tecnica (quello che uno può e sa fare), sia (ed è il nostro caso) in quella passiva e fisica (la capienza), considerata qui in senso spirituale: l’uomo è ‘capace’ di Dio poiché è persona, è ‘grembo’ ontologico in grado di accogliere il seme della Parola e della Presenza divina e di farlo crescere, ricevendone per ciò stesso vita divina e amore (Gv 6,63).
Così, la parabola annuncia fin dall’inizio che Dio non è un datore di lavoro in cerca di amministratori ed operai, né ha bisogno che noi gli diamo qualcosa, come a un padrone.
Dio è per noi Padre, ed ha il solo desiderio di comunicarci la pienezza della sua gioia, della sua vita, del suo immenso Amore: “La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da Lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 27).
Certamente ogni credente deve corrispondere alla generosità divina assumendosi la responsabilità di amministrare con fedeltà e saggezza i doni ricevuti, ma ciò non configura un rapporto filiale con Dio del tipo “do ut des”.
Perciò il punto cruciale della parabola è la falsificazione operata dal terzo servo riguardo la persona del padrone: “so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso” (Mt 25,24).
Sono parole sfrontate e menzognere, che lacerano il clima amichevole stabilito dal padrone al suo ritorno, e manifestano il pregiudizio sordo e cieco di questo servo superbo, evidentemente capace di ascoltare solo se stesso dando retta unicamente al proprio punto di vista.
Ad esse il padrone risponde, parimenti, senza mezzi termini: “servo malvagio e pigro,..il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre…” (Mt 25,26-30), ma ciò non dimostra che il servo aveva ragione ad avere paura di lui.
L’evangelista si serve della reazione sdegnata del padrone per mettere in guardia contro la durezza e l’autoinganno del servo, la cui colpa appare enorme proprio alla luce del vero volto del padrone.
Questo servo sembra essere il gemello di quello spietato che non sa condonare cento denari al suo debitore, dopo essere stato “graziato” del debito di diecimila talenti dal suo padrone (Mt 18,21-35).
Dalla parabola impariamo così quale è il dono e l’attesa di Dio a nostro riguardo, e cosa significa essere in relazione di amicizia filiale con Lui che ci ha creato per farci partecipi in eterno della gioia del suo Amore di Padre. 
La vita umana è un dono dell’Amore; perciò le responsabilità della vita sono uguali a quelle dell’amore: “Per questo un amore che rifiuti questa responsabilità è la negazione di se stesso, è sempre e inevitabilmente egoismo. Più il soggetto si sente responsabile della persona, più è presente in lui il vero amore” (Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, II, n. 15).
Solo agendo in questo modo il dono della vita si mantiene sempre giovane.
E’ questo anche l’incipit del messaggio della CEI per la 34a Giornata per la Vita, che sarà celebrata il prossimo 5 febbraio 2012: “La vera giovinezza risiede e fiorisce in chi non si chiude alla vita. Essa è testimoniata da chi non rifiuta il suo dono – a volte misterioso e delicato – e da chi si dispone ad esserne servitore e non padrone in se stesso e negli altri”.
———
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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