Archive pour le 10 novembre, 2011

San Martino di Tours

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11 NOVEMBRE : SAN MARTINO DI TOURS

dal sito:

http://www.comunitasanmartino.it/s_Martino.htm

S. Martino di Tours
«E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»
(Col 3,17).

SAN MARTINO DI TOURS        
        
S. Martino è uno dei più importanti santi della cristianità.

L’unica fonte storica sulla vita di San Martino è  il De vita beati Martini liber unus di Sulpicio Severo, discendente di una ricca ed aristocratica famiglia della Gallia, che raccolse dalla viva voce del Santo tutte le informazioni intorno alla vita del santo vescovo.
Martino di Tours è il santo più popolare che la Francia abbia avuto nell’antichità e nel Medio Evo, il padre del monachesimo occidentale e grande apostolo delle Gallie.
 
La fanciullezza
 Martino nacque da una famiglia pagana nel 316 dopo Cristo (nell’undicesimo anno dell’impero di Costantino, secondo Gregorio di Tours) a Sabaria (oggi Szombathely), una città di frontiera della Pannonia (l’odierna Ungheria), allora regione dell’Impero Romano d’Occidente. Il padre era un militare di carriera e alla nascita, in onore del dio della guerra, chiamò il figlio Martino, vale a dire “piccolo Marte”.
Ancora bambino, Martino si trasferì in Italia insieme al padre, che nel frattempo era stato nominato tribuno militare a Pavia. Qui il ragazzo ricevette un’educazione umanistica, seguì il corso regolare degli studi classici e venne a contatto col cristianesimo, religione ancora non molto affermata ma, almeno, non più perseguitata: fu talmente attratto dal messaggio di Cristo che, all’età di dieci anni, si iscrisse al catecumenato per ricevere il battesimo. Questo suo desiderio, tuttavia,  fu contrastato sia dai genitori di Martino, i quali desideravano che il ragazzo abbracciasse anch’egli il mestiere delle armi, sia dalla Chiesa, che non vedeva di buon occhio che i militari (o i loro figli) si convertissero al cristianesimo.

Il soldato
 Fu per questo motivo che i genitori, approfittando di nuove disposizioni legislative che anticipavano di due anni l’obbligatorietà dell’arruolamento, costrinsero Martino a prestare il giuramento militare al compimento del quindicesimo anno di età: deposti i segni dell’infanzia, Martino fu costretto ad interrompere gli studi e ad entrare nell’esercito. Arruolato nella cavalleria imperiale, fu trasferito in Gallia e inviato prima a Reims, poi ad Amiens.
In quanto figlio di veterano, fu subito promosso al grado di circitor, con uno stipendio doppio. I suoi compiti iniziali consistevano nell’effettuazione delle ronde notturne, nel servizio nelle piazze, nell’ispezione dei posti di guardia, e nella sorveglianza notturna delle guarnigioni.

La leggenda del mantello
Ad Amiens, nell’inverno del 338/339  avvenne l’episodio più famoso e più narrato della sua vita, il più decisivo e importante della sua futura vocazione. Si era nel cuore del duro inverno gallico, un inverno particolarmente rigido, durante il quale – secondo le cronache del tempo – morirono parecchie persone, e Martino era di guardia alle porte della città, insieme ad altri soldati, quando passò un mendicante seminudo e infreddolito che gli chiese l’elemosina. Il giovane non aveva con sé denaro da dargli, in quanto ciò che aveva lo aveva dato in precedenza. Tuttavia, memore delle parole di Gesù: «Perché … ero… nudo e mi avete vestito… » (Mt 25, 36),  dato che l’unica cosa che aveva con sé erano le armi e il mantello, d’impulso, con la sua spada tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Secondo alcuni storici, è più probabile che Martino abbia diviso la stoffa dalla pelliccia che foderava all’interno il mantello dei soldati romani e ne donò la metà al povero.
Quella stessa notte vide in sogno Gesù che, rivestito del suo mantello,  diceva ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato: egli mi ha vestito!». Quando Martino si risvegliò, trovò il suo mantello integro.
Sappiamo con certezza che nella Pasqua di quello stesso anno (339) e nella stessa città, Martino divenne cristiano, ricevendo il battesimo all’età di ventidue o ventitre anni.
La sua carriera militare si protrasse per venticinque anni, dal 331 al 356 e gli permise di raggiungere un alto grado: Ufficiale della Guardia Imperiale. Ma, come ci informa Sulpicio Severo: “Non era un soldato, era un monaco”.
Durante la vita di soldato, infatti, Martino visse da buon cristiano e da buon commilitone. Era  sempre comprensivo nei confronti di tutti, e disponibile ad aiutare coloro che si trovavano in difficoltà, anche economiche. Era di carattere allegro e socievole, ma mai si abbassò ai volgari piaceri della vita militare di allora. Come il regolamento imponeva ad un ufficiale, possedeva uno schiavo, ma lo considerava un fratello, tanto che lo faceva sedere a tavola con lui e arrivava persino a servirlo, quando questi era stanco.
Il congedo di Martino dalla vita militare fu una sua libera decisione, contrastata in tutti i modi dai superiori. Nella primavera del 356, Martino partecipava alla campagna sul Reno che in quegli anni vide impegnato il Cesare Giuliano (più tardi imperatore  e apostata) contro Franchi e Alemanni. Alla vigilia di una battaglia, poiché non voleva versare del sangue, Martino rifiutò il donativo che  Giuliano stava distribuendo ai soldati e chiese ufficialmente il congedo. Tacciato di viltà, fu posto agli arresti: Martino si limitò a rispondere che all’indomani si sarebbe posto, solo e senza armi, davanti ai nemici, protetto soltanto dal simbolo della croce. Perché non avesse a pentirsene, fu messo in catene e condotto in carcere: il giorno seguente, i barbari, prima di cominciare la battaglia, chiesero la pace. Martino ebbe così il congedo.

Alla ricerca della sua strada
Lasciato l’esercito, all’età di quaranta anni, Martino partì da Worms e  si recò a Poiters, dove da tre anni era vescovo Ilario, personaggio che Martino aveva conosciuto qualche anno prima. Questi accolse Martino con estrema benevolenza e fu per lui uno straordinario maestro nello studio delle cose di Dio e nella difesa dell’ortodossia contro l’arianesimo che a quell’epoca aveva anche il sostegno della Corte imperiale. Ilario, che ben conosceva le doti di Martino, avrebbe voluto ordinarlo diacono, ma Martino rifiutò quell’onore ripetutamente, in quanto non si riteneva degno. Ilario allora lo convinse a diventare esorcista: era il primo passo sulla via del sacerdozio
A Poitiers egli sentì la chiamata di Dio, che lo invitava a tornare in patria e convertire i suoi genitori.  Valicate le Alpi e attraversati molti pericoli, Martino tornò in Pannonia, dove riuscì a convertire soltanto la madre. Oltre a ciò, cominciò la sua battaglia contro l’arianesimo, che era appoggiato dall’imperatore Costanzo II: dopo essere stato minacciato e oltraggiato, fu frustato in pubblico  e cacciato dalla città.
Nel 358 fece ritorno in Italia e, appresa la notizia che le Gallie erano turbate dalla diffusione dell’arianesimo e che, poco dopo la sua partenza da Poitiers,  Ilario era stato mandato in esilio in Frigia, si fermò a Milano, dove si diede alla vita eremitica. Il soggiorno fu di breve durata, poiché dopo essere stato perseguitato e insultato, fu cacciato dalla città lombarda dal vescovo ariano Assenzio.

Il monaco
In compagnia di un presbitero, si rifugiò allora a Gallinara, un’isola della costa ligure di fronte ad Albenga, dove condusse vita ascetica. Il soggiorno a Gallinara fu breve e interrotto nel 360, quando Martino, appresa la notizia del ritorno di Ilario dall’esilio, lo raggiunse a Poitiers. Qui, l’anno successivo, forse su un terreno di proprietà dello stesso vescovo, fondò a Ligugé, una località sulla riva sinistra del Clain, 8 km a sud di Poitiers, un eremo, che gli studiosi considerano come il primo esempio di fondazione monastica dell’Europa occidentale.
Ordinato prima diacono e, successivamente, sacerdote,  Martino si dedicò ad una intensa vita ascetica e all’attività pastorale nelle campagne circostanti l’eremo. Ben presto fu circondato da molti discepoli coi quali cominciò ad evangelizzare i contadini che abitavano i villaggi e la campagna circostante, dove ancora resisteva il paganesimo.  Risale, inoltre, a questo periodo il racconto di alcuni miracoli operati da Martino, come la resurrezione di due morti: un catecumeno, che era deceduto improvvisamente durante la sua assenza, ed un giovane schiavo suicida.
Da dieci anni circa Martino viveva a Ligugè, quando morì Liborio, vescovo di Tours. Conoscendo la fama di Martino, i fedeli di quella città, lo volevano come successore di Liborio. A quei tempi, infatti, il Vescovo non era nominato dalla Curia romana, ma direttamente dai fedeli interessati; successivamente all’elezione, i vescovi delle diocesi vicine approvavano la scelta, partecipando alla consacrazione episcopale del designato. Martino, però, era contrario all’idea, per diversi motivi personali, non ultimo il suo passato da militare.

Il Vescovo- monaco.
Gli abitanti di Ligugè, allora, ricorsero ad uno stratagemma. Un certo Rusticio, con il pretesto della malattia della moglie, si recò da Martino e lo supplicò di guarirla. Martino non poté resistere all’appello di carità e si avviò con l’uomo verso la casa dell’ammalata. Lungo la strada erano adunati gruppi di cristiani di Tours che lo condussero nelle loro  città quasi a forza. Tutta la popolazione lo acclamò e Martino divenne, suo malgrado, candidato all’episcopato. A nulla servì l’opposizione del clero locale e di alcuni vescovi di città limitrofe: alla fine l’entusiasmo popolare trionfò e Martino venne consacrato Vescovo di Tours il 4 Luglio 371.
Martino prese subito a cuore il suo nuovo impegno pastorale che cercò di coniugare con la sua vocazione alla vita monastica. Egli amava la solitudine e la preghiera e,  fedele al suo ideale monastico, sembra che, almeno inizialmente, abbia tentato di vivere in una cella nei pressi della chiesa cattedrale, ma i doveri episcopali e la folla di fedeli che, attratti dalla sua fama di taumaturgo,  lo andavano sempre a visitare, gli impedivano la meditazione e la preghiera. Egli,  allora, si rifiutò di vivere in città e, nel 372, fondò, a poca distanza dalle mura di Tours, un monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), che divenne la sua residenza. Qui accorsero monaci, chierici e da qui uscirono numerosi santi vescovi.
 Il merito principale di Martino fu  di dare inizio alla sistematica cristianizzazione delle campagne ancora pagane, non solo della sua diocesi, ma anche di altre. Accompagnato dai suoi monaci, intraprese perciò regolari viaggi missionari per tutta la Francia centrale ed occidentale, predicando, convertendo e distruggendo i templi pagani. Fino ad allora, gli evangelizzatori avevano seguito le vie romane, che collegavano tra loro le  città, e il cristianesimo si era prevalentemente diffuso nei centri urbani. Per i suoi viaggi apostolici, Martino percorse le antiche strade galliche in modo da poter venire in contatto con gli abitanti delle campagne, che evangelizzò e che convertì in gran numero. La sua opera di evangelizzatore ebbe notevole successo perché egli protesse sempre i poveri contro le angherie del fisco romano, e favorì la giustizia sociale, contribuendo col suo comportamento e col suo appoggio a formare nelle plebi rurali quella presa di coscienza della dignità che mai avevano avuto: il che spiega l’enorme popolarità di cui il santo godette in vita e la crescente venerazione successiva.
Dovunque fondò chiese e parrocchie rurali che, coprirono ben presto tutte le regioni della Francia e dell’attuale Belgio.  Molte tradizioni locali ricordano i luoghi visitati da s. Martino: da Treviri,  sede imperiale, a Parigi, Lione, Bordeaux, l’Alvernia…  
 L’azione svolta da Martino nel corso dei suoi  26 anni di episcopato fa di lui una delle figure più significative del cristianesimo non solo occidentale.    
 

La morte
Nel corso del suo ventisettesimo anno di episcopato, nell’autunno del 397, più che ottantenne, dovette recarsi nella parrocchia rurale di Candes (l’odierna Indre-et-Loire), per pacificare alcune fazioni del clero locale in lite fra loro. Il suo soggiorno si protrasse per qualche tempo, e i suoi buoni uffici riuscirono a pacificare gli animi. Sul punto di rientrare a Tours, fu assalito da una febbre violenta. Morì verso la mezzanotte di domenica 8 Novembre 397, disteso sopra un giaciglio di paglia e cenere.
 Subito dopo la sua morte, gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours si disputarono il suo  corpo. Ebbero la meglio i secondi, i quali, di notte, per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire, portarono il corpo del santo vescovo nella loro città. L’11 novembre, data nella quale è commemorato,  ebbero luogo le sue esequie, cui partecipò un’immensa moltitudine di popolo proveniente dagli angoli più disparati delle Gallie. Alla testa del corteo, in base alle testimonianze pervenute, procedevano duemila monaci e religiosi e molte vergini. Fu sepolto in una semplice tomba, sulla quale ben presto venne costruita una basilica.
    
A partire da quel momento praticamente aveva inizio il culto di questo grande santo, che diventò subito popolarissimo non solo in tutto l’Occidente, ma anche  in Oriente, al punto che egli fu il primo confessore non martire ad essere venerato nella liturgia. In Francia, Italia, Spagna, Inghilterra furono intitolate a lui chiese e parrocchie.
Meno di ottanta anni dopo (473), così dirà di lui Eufrone, vescovo di Autun: «Confessore per i suoi meriti, martire per le sue sofferenze, apostolo per i suoi atti, Martino regna glorioso in cielo, e qui nel suo sepolcro; possa egli ricordarsi di noi e, cancellando i peccati della nostra povera vita, possa nascondere i nostri errori sotto i suoi meriti». 

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Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

11 NOVEMBRE 2011 – SAN MARTINO DI TOURS (M)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

(Disc. 4,1-2; PL 54,148-149)

Il servizio specifico del nostro ministero
Tutta la Chiesa di Dio è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt  2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt  2, 9).
Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi,
La comunione di tutti con questa nostra Sede è, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostra povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo.
Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente è stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui.
Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano.

Il dilemma dei Rabbi: uno sguardo ad Isaia 53

dal sito:

http://camcris.altervista.org/ebrisaia.html

Il dilemma dei Rabbi: uno sguardo ad Isaia 53

di Rachmiel Frydland

Questo argomento non è mai stato discusso nella mia scuola ebraica negli anni antecedenti alla guerra, in Polonia. Nell’educazione rabbinica che ho ricevuto, il capitolo 53 di Isaia è stato evitato continuamente in favore di altri argomenti più « importanti » da imparare. Eppure, quando lo lessi, la mia mente si riempì di domande.
Di chi parla questo capitolo? Le parole sono chiare – parla di un Servo del Signore il cui aspetto è sfigurato, ed è afflitto e ferito. Egli non ha meritato dolori o ferite, ma fu ferito per le nostre trasgressioni e colpito per le nostre iniquità, ed attraverso le sue ferite noi siamo stati guariti. Il testo presenta il Servo sofferente del Signore che muore come un korban, una ricompensa per la colpa. Egli è quindi sepolto con il ricco e malvagio, ma risorge gloriosamente alla vita. Dio permette che Egli sia percosso e, alla fine, esalta il Servo che ha patito tale sofferenza per cancellare i peccati di molti.
Ma chi è il Servo? I nostri antichi commentatori d’accordo ritenevano che il testo si riferisse all’Unto del Signore, il Messia. La traduzione Aramaica di questo capitolo, ascritta a Rabbi Jonathan Ben Uzziel, un allievo di Hillel del secondo secolo C.E. riporta questo, e c’è la stessa interpretazione nel Talmud babilonese (Sanhedrin 98b). Allo stesso modo accade nel Midrash Rabbah, in una spiegazione di Ruth 2:14, e nel Midrash Tanhuma, parashà Toldot, fine della sezione. Queste sono solo alcune delle antiche interpretazioni che attribuiscono questo capitolo al Messia.

Rashi (Rabbi Shlomo Itzchaki, 1040-1105) e alcuni dei rabbini seguenti, però, interpretano il capitolo come riferentesi ad Israele. Loro sapevano che le antiche interpretazioni lo riferivano al Messia. Ma Rashi viveva in un tempo in cui era praticata una distorsione medievale del cristianesimo. Egli voleva preservare il popolo ebraico dall’accettare tale fede e, anche se le sue intenzioni erano sincere, altri rabbini e leaders ebrei si resero conto dell’inconsistenza della sua interpretazione. Essi presentano una obiezione basata su tre punti. Primo: le antiche interpretazioni. Secondo: fanno notare che il testo è al singolare. Terzo, notano il versetto 8. Questo versetto presenta una difficoltà insormontabile per quelli che riferiscono Isaia 53 ad Israele (leggere il versetto). E’ forse il popolo ebreo tagliato fuori dalla terra dei viventi? No! In Geremia 31:35-37, Dio promette che noi esisteremo per sempre. Siamo orgogliosi del fatto che Am Yisrael Chai « il popolo di Israele è molto vivo e vitale ». Ed è impossibile dire che Israele soffrì per le trasgressioni del « mio popolo », che chiaramente intende il popolo di Isaia. Il popolo di Isaia non sono i gentili, ma gli ebrei.

Moshe Kohen, un Rabbino spagnolo del 15° sec., spiega questo paragrafo:
« Questo capitolo, spiegano i commentatori, parla della cattività di Israele, nonostante venga usato il singolare. Altri hanno supposto che parli del mondo attuale, in cui siamo tormentati e oppressi…ma altri, alterando il numero dal singolare al plurale, cambiano il senso naturale dei versetti. E ciò che mi sembra, è che abbiano dimenticato la conoscenza dei Savi, e interpretato secondo la durezza dei loro cuori…io sono felice di interpretarlo, in accordo con l’insegnamento dei nostri rabbini, come referentesi al re Messia. »

Per lo stesso motivo il Rabbino Moshe Alsheikh, Rabbino di safed, 16° sec., dice: io sottolineo che i nostri rabbini unanimemente affermano che il profeta stia parlando del Re Messia.
Herz Homberg (1749-1841) dice: secondo l’opinione di Rashi e Ibn Ezra, questo capitolo si riferisce ad Israele alla fine della cattività. Ma se è così, qual’è il significato del versetto « fu ferito per le nostre trasgressioni »? Chi fu ferito? Chi sono i trasgressori? Chi ha portato il dolore e la malattia? Il fatto è che questo capitolo si riferisce al re Messia.
Eliezer HaKalir ha messo in rima il capitolo nel 9° sec., e viene recitato allo Yom Kippur, nella preghiera di Kether.
Le parole del profeta Isaia sono parole di speranza. Abbiamo un glorioso futuro ed un abbondante presente se ci appropriamo della salvezza reas possibile dall’Uno che fu ferito per le nostre trasgressioni e colpito per le nostre iniquità.

In conclusione, io chiedo: ma dove nella Scrittura ebraica è detto che ogni generazione ha il suo Messia? E poi, cos’è un Messia? Un Messia è un Salvatore. Ma da cosa? Dai nemici politici? Davvero un buon governo cambierebbe le cose sulla terra? Le cose cambiano solo se cambia il cuore dell’uomo, e questo solo un Messia spirituale può farlo.
Il punto è se si pensa di dover essere salvati da qualcosa, a livello spirituale. Il discorso è puramente accademico, se si pensa di non avere bisogno di un Salvatore. Se si crede che la propria giustizia sia sufficiente per stare davanti al Santo, non c’è bisogno, ovviamente, di un Salvatore.

Nota aggiunta: Quali rabbini sostengono che Isaia 53 è un capitolo messianico e ha connessioni con Gesù? Daniel Zion, ex rabbino capo della città di Jaffa escluso dal ruolo dopo aver creduto in Yeshua, dà il seguente elenco: Mosheh El Sheikh, Yepheth Ben Ali, Don Ytzchak Abarbanel, lo Zohar, Rabbi Shimon Ben Yohai, Moshe Kohen Ibn Crispin, Rabbi Shlomoh Astric, Sa’adiyah Ibn Donan, Yoseph Albo, Meir Ben Shimon, Rabbi Samuel Lanyado, Midrash Konen, Asereth Memroth, Yakov Yoseph Mordecai Chaim Passami, Ytzchak Troki, Rabbi Naphtal

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