Archive pour le 8 novembre, 2011

Maria orante

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Musica, dire « Grazie » a Dio

dal sito:

http://www.hakeillah.com/4_08_06.htm

Giornata della cultura ebraica – Musica

Musica, dire « Grazie » a Dio

di A. S.
 
La musica costituisce una forma di espressione della cultura ebraica fin dalle origini. Nella Genesi (4,21) si attribuisce a Yuvàl la prima fabbricazione di strumenti musicali, in parallelo a Yavàl che istituì per primo la vita pastorale e a Tuval Qayin che cominciò ad affilare gli strumenti di lavoro: ciò significa che fin da antico la musica ebbe almeno altrettanta importanza delle varie attività produttive. Tuttavia, a differenza di altre culture che hanno lasciato una cospicua testimonianza scritta ed una riflessione teorica (trattati, ecc.) sulla propria attività musicale, nell’Ebraismo le testimonianze in proposito sono affidate in massima parte alla tradizione orale. Se si esclude l’epoca moderna, le uniche annotazioni musicali sono praticamente quelle di autori italiani del Rinascimento, ebrei (Salomone Rossi) e non ebrei (Benedetto Marcello) che si sono interessati di musica liturgica ebraica.
Nella Bibbia Ebraica il canto è una manifestazione spontanea di gratitudine all’Eterno in occasione di miracoli o interventi liberatori. Mosè e il suo popolo intonano la « Cantica del Mare » dopo l’attraversamento del Mar Rosso e così fa sua sorella Miriam accompagnata dalle donne con cembali (Esodo, 15). Parimenti Debora cantò quando ottenne la salvezza (Giudici, 5). David è chiamato « il dolce cantore d’Israele » (2 Samuele, 23,1) e a lui la tradizione attribuisce la stesura dei Salmi, una serie di 150 brani poetici ad uso liturgico. Non c’è dubbio che essi furono adoperati per accompagnare il culto sacrificale nel Santuario di Gerusalemme, cantati dai Leviti con l’accompagnamento di strumenti musicali (2 Cron., 5 e 29): la Bibbia stessa menziona 19 strumenti.
Si ritiene concordemente che nei Salmi sia attestata una terminologia musicale anche se il significato dei singoli termini può solo essere oggetto di congettura: non siamo in possesso di un’idea precisa di cosa fosse la musica ebraica nella fase più antica. È peraltro evidente che l’uso di strumenti musicali non era limitato all’ambito religioso: ne è attestato un uso pubblico, o più precisamente militare (Numeri 10, ma si pensi soprattutto alla presa di Gerico); è parimenti riconosciuto il valore terapeutico della musica (David suona l’arpa per il re Saul). La Mishnah fornisce descrizioni approfondite dell’uso del canto e della musica nell’ambito del secondo Tempio: l’affermazione secondo cui l’inizio del Sabato a Gerusalemme era annunciato da un suono di tromba al tramonto del venerdì ha trovato recenti conferme archeologiche.
Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 dell’E.V.) avvenne nell’Ebraismo una rivoluzione liturgica. Non potendosi celebrare i sacrifici in altro luogo, per disposizione biblica, il Santuario fu sostituito dalla Sinagoga, in cui il sacrificio lasciò il posto ad una preghiera comunitaria e allo studio dei Sacri Testi. Entro il primo millennio dell’Era Volgare si portò a compimento non solo la definizione del Canone Biblico e del testo ufficiale dei vari libri (testo masoretico), ma anche dell’interpunzione, adottando appositi segni grafici per la cantillazione, che sono tuttora alla base della tradizione cantoriale delle diverse comunità, le quali danno dei medesimi segni codici diversi di lettura musicata. Furono adottate melodie diversificate per il Pentateuco, per i libri profetici, per il libro di Ester (letto con tono giocoso in occasione di Purim) e per le Lamentazioni di Geremia, lette con tono luttuoso durante il digiuno del 9 di Av per commemorare la Distruzione del Tempio. Verso il VI secolo nacquero nuovi generi liturgici mutuati dalla cultura circostante, come il piyyut (dal greco poyètes), composizione poetica che fa uso di artifici letterari come il metro e l’acrostico. Questa produzione fu fervida almeno fino al XV secolo, allorché fu inventata la stampa che permise la produzione di formulari liturgici in serie.
Con il tempo si reimpostò una nuova tradizione musicale al servizio delle esigenze mutate. Il ricordo del Santuario distrutto impose un tabù sull’uso di strumenti musicali, con la sola parziale eccezione dei matrimoni. Per questo motivo, presumibilmente, la tradizione musicale antecedente fu accantonata e, in definitiva, dimenticata. Degli antichi strumenti sopravvisse soltanto lo Shofàr, in omaggio alla prescrizione biblica di suonarlo a Rosh ha Shanah. Tale suono evoca sentimenti di reverenza in questo periodo dell’anno particolarmente dedicato al pentimento e al perdono. La tradizione rabbinica, considerando l’ascolto della voce femminile una fonte di possibile distrazione per l’uomo, limitò parimenti la partecipazione attiva delle donne al culto sinagogale in genere.
Nelle Sinagoghe i diversi sentimenti religiosi furono per lo più affidati alla libera espressione vocale della Comunità. Con il tempo, tuttavia, emerse la figura del chazzan (ufficiante), l’ « inviato della Comunità » appositamente incaricato di fungere da « solista » nella conduzione della pubblica preghiera. Lo stile dei chazzanim rifletteva per lo più l’influenza dell’ambiente circostante, con punte assai raffinate: nella Mitteleuropa a partire dal Settecento si affermò la figura del « kantor » con impostazione operistica, non di rado accompagnato da un coro. Anche l’Ebraismo ebbe, a partire dall’Ottocento in Germania e poi in America, una sua Riforma che introdusse l’uso dell’organo e di cori femminili a deroga della tradizione. Il dibattito fu allora particolarmente acceso, in quanto gli Ortodossi addebitarono ai Riformati l’adozione di elementi tipici delle chiese cristiane.
Il movimento chassidico, nato in Polonia nel XVIII secolo, diede alla musicalità un’importanza grandissima come espressione della vita religiosa dell’Ebreo. In quanto mistici, i Chassidim ritenevano che il cuore umano avesse nei confronti del Divino sentimenti troppo profondi per essere espressi a parole e che solo la melodia avrebbe potuto farsene portavoce. La musica chassidica, fortemente legata nelle sue manifestazioni alla musica popolare dell’Europa dell’Est, ha dato origine a produzioni come la musica klezmer (espressione tratta dall’ebraico klì zèmer =strumento musicale), un genere considerato comunemente espressione della cultura ebraica.

A.S.                     

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QUALE PITTURA PER L’ARTE SACRA?

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28589?l=italian

QUALE PITTURA PER L’ARTE SACRA?

La contemplazione del bello porta al mistero della salvezza

di Rodolfo Papa

ROMA, lunedì, 7 novembre 2011 (ZENIT.org) – La liturgia è il luogo in cui in modo eccellente l’arte presta il suo servizio ancillare; al proposito, il Concilio Vaticano II nella Sacrosanctum Concilium usa proprio il termine “servizio”, anzi “nobile servizio”: «la santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali»1.
Il Compendio del Catechismo sottolinea il valore di questa tradizione nell’accezione della bellezza: «Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza»2.
In un articolo comparso di recente, Daniel Estivill sottolinea la presenza di un contenuto oggettivo nelle opere di arte sacra che sia l’artista che il fruitore devono rispettare: «quando si tratta delle opere d’arte a servizio della Chiesa […] in questo caso non solo l’osservatore non può dare un significato all’opera, ma nemmeno l’artista nel suo processo creativo può ignorare un contenuto che gli viene dato dalla fede, senza la quale niente nella vita della Chiesa è pienamente comprensibile e attuabile»3. Il Cristianesimo ha sempre prodotto immagini, a motivo dell’Incarnazione del Verbo di Dio che si è fatto visibile. Per questo motivo, l’arte è intrinsecamente legata alla religione cristiana, tanto che il Cristianesimo ha condizionato «in modo strutturale la storia della cosiddetta civiltà occidentale delle immagini»4; autorevolmente il Catechismo della Chiesa Cattolica, afferma: «è stata l’Incarnazione del Figlio di Dio ad inaugurare una nuova economia delle immagini»5.
Infatti un’arte sacra cristiana è sempre esistita, e non bisogna inventarla o negarla: l’Incarnazione di Dio Figlio ha sconvolto la storia dell’uomo e anche la storia dell’arte; come afferma San Giovanni Damasceno, citato anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «un tempo Dio, non avendo né corpo, né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato da una immagine. Ma ora che si è fatto vedere nella carne e che ha vissuto con gli uomini, posso fare una immagine di ciò che ho visto di Dio»6. Se l’uomo pre–cristiano o non–cristiano può trovare delle ottime ragioni per glorificare Dio attraverso la riproposizione artistica della bellezza del Creato, tanto più l’uomo cristiano non può che gioire di fronte alla possibilità di poter riprodurre in immagini Cristo, la Madonna e i Santi. Questa possibilità, percepita come eccezionale fin dall’inizio —si consideri al proposito «il fiorire in tutte le Chiese di numerose storie e leggende sul vero ritratto del Signore e della sua Santissima Madre”7—si radica soprattutto nelle parole di Cristo risorto: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24, 38-40). All’artista cristiano è dunque chiesta non un’arte che finga fantasmi, ma un’arte che rappresenti corpi reali di carne e ossa. Ancora il Catechismo afferma: «Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato. Perciò l’aspetto umano di Cristo può essere « dipinto »»8.
Ma allora, giungendo alla questione cruciale, ci possiamo finalmente domandare quale figurativo dovremmo auspicare per lo sviluppo dell’arte sacra nel XXI secolo. Quale formula stilistica dovremmo intraprendere e come procurarcela? Queste domande si stanno imponendo da tempo e circolano rapidamente all’interno della cultura cattolica. Alcuni cercano le risposte in “operazioni alchemiche”, fatte in laboratorio, altri affermano che quel che deve essere scelto deve pervenire direttamente dal “mondo” senza alcun filtro, altri ancora pensano che ci debbano essere dei legami con l’arte paleocristiana e altri invece seguono le varie mode che si susseguono ininterrotte da decenni: neo-popolare, neo-romanico, neo-bizantino o il più diffuso pop. Ma come raccontava Tacito nelle Historiae, — quando, nel tragico momento delle guerre civili dell’anno 69, furono diffuse strategicamente delle dicerie sulla presunta morte di Ottone al fine di far uscire allo scoperto Galba, e sconfiggerlo definitivamente – “nemo scire et omnes adfirmare”, oggettiva infinitiva traducibile come “nessuno sapeva e tutti parlavano”. Descrive uno stato d’animo tipico nei momenti di passaggio, nelle situazioni di confusione in cui tutti facilmente sono suggestionabili, perché disposti a credere ad una soluzione, in quanto desiderata e necessaria. Ma purtroppo sbagliarono i sostenitori di Galba allora, e sbagliano quelli che oggi sono disponibili alle facili soluzioni, e che, senza alcuna riflessione e senza alcun approfondimento delle questioni in gioco, si gettano rapidamente alle conclusioni, invece di intraprendere la più lunga e più difficile strada dello studio.
Affinché l’arte pittorica possa svolgere il suo “nobile servizio” ancillare, deve essere umile, farsi servitrice e non protagonista. Deve rappresentare le sacre storie e il credo della fede “nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza”, senza rinunciare alla capacità narrativa e alla via della bellezza; infine, mettendo al centro la corporeità dell’Incarnazione, deve essere comprensibile.
—————————————
1 Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 122.
2 Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 5.
3 D. Estivill, L’iconografia: strumento di lettura e di creatività per un’arte a servizio della Chiesa, in “Arte Cristiana”, 865, 2011, p. 289.
4 A.Pinotti, Estetica della pittura, il Mulino, Bologna 2007, p. 187.
5 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1159.
6 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1159.
7 M. Gallo, Per una lettura cristiana dell’immagine, Guaraldi, Rimini 1992, p. 11.
8 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 476.

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