Archive pour le 5 novembre, 2011

Sapienza di Salomone, ultimo quarto del X secolo (da un sito Russo)

Sapienza di Salomone, ultimo quarto del X secolo (da un sito Russo) dans immagini sacre

http://humus.livejournal.com/1115992.html

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Le scale di Darwin e Giacobbe secondo Schönborn

dal sito:

http://www.miradouro.it/print/node/6732

Le scale di Darwin e Giacobbe secondo Schönborn

di Giulio Meotti

Tratto da  del 24 agosto 2006

Rimini. La “scala di Darwin” ha reso possibile lo sguardo nell’ascesa della vita, la “scala di Giacobbe” ha permesso agli angeli, quindi al Logos, di scendere sulla terra. E’ la doppia suggestiva metafora con la quale l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, interpreta al Meeting di Comunione e liberazione di Rimini il rapporto fra ragione ed evoluzione, a pochi giorni dal seminario a porte chiuse sulla creazione che Papa Benedetto XVI terrà dall’1 al 3 di settembre prossimi a Castel Gandolfo con i suoi ex allievi. Ci saranno anche Herbert Mang, presidente dell’Accademia austriaca delle scienze, e il filosofo tedesco nonché amico di Joseph Ratzinger, Robert Spaemann.

L’arcivescovo di Vienna ha spiegato che sull’evoluzione non è in corso un dibattito fra scienza e fede, ma fra ragione, scienza e fede. Il cardinale Schönborn, che di evoluzione si è occupato per anni in qualità di docente di teologia, ha parlato di un “disegno divino nella realtà” e del bisogno dell’uomo di raccontare storie. “La storia della Genesi è la storia dell’origine della vita”. Non per affermare un “ismo” della creazione – accusa rivoltagli dopo la pubblicazione, nel luglio del 2005, di un suo articolo sul New York Times in cui sosteneva che la vita non può essere ricondotta a “un processo non guidato e non pianificato di variazioni casuali e di selezione naturale” – ma per ribadire che da parte della chiesa cattolica “non verrà alcun amen all’evoluzionismo ideologico”. E’ la ripresa di un’affermazione che Benedetto XVI ha fatto il 6 aprile scorso: “La scienza suppone la struttura affidabile, intelligente della materia, il ‘disegno’ della creazione”. Per Schönborn vi è una “paura di discutere ciò che manca nella teoria di Darwin”, a cominciare dagli anelli, appunto, mancanti.

Si deve “leggere la creazione come un libro” perché “le tracce dell’intelligenza devono essere leggibili nella creazione”. Se è vero che “la domanda sull’origine del disegno intelligente evidente nel metodo vivente è del tutto legittima” e che “l’aggressività con la quale si sono scatenati gli attacchi a un gruppo di scienziati americani che si dedica al tema ‘intelligent design’ non ha molto a che fare con la scienza”, è anche vero che la risposta ultima non ce la dà la scienza, ma “l’uomo in quanto essere interrogante, pensante, capace di stupirsi”. Stupore di fronte non a un astratto assoluto, ma alla creazione di ogni giorno. “L’interrogativo centrale a cui trovare risposta è in fondo il tema di tutto il dibattito intorno all’evoluzione: il mondo nel quale viviamo, la nostra vita in questo mondo ha un senso? Senza ragione non vi è orientamento, non vi è progetto, non vi è disegno”.

Secondo il prelato viennese, il darwinismo, grazie all’innumerevole serie di scoperte scientifiche sull’origine e la natura del vivente, si è potuto ammantare dell’“alone estremamente affascinante della scientificità che tutto trasfigura”. L’evoluzione domina oggi testi scolastici, media, caricature, dibattito pubblico, pubblicità, mentre “al racconto biblico rimane nel migliore dei casi uno spazio limitato per dire qualcosa sul senso della vita umana”. L’alternativa alla “storia darwiniana” non è il creazionismo, ma la sintesi fra la scala di Giacobbe e la scala di Darwin. “All’inizio era il Verbo, non il caso. E’ insensato e irragionevole vedere questo grandioso percorso della vita fino all’uomo come un processo guidato dal puro caso”.

Schönborn critica poi duramente chi, come padre George Coyne, “arriva perfino ad affermare che Dio stesso non poteva sapere con sicurezza che il risultato dell’evoluzione sarebbe stato l’uomo”. Il caso è cosa diversa dal fatum: “Esiste il caso nel senso del non programmato, ma non è il grande principio creativo che ne vorrebbe fare il darwinismo ideologico. E’ legittimo e giustificabile in termini metodologici escludere da una determinata visione della natura la domanda ‘qual è il fine?’, la ricerca della finalità. Non è legittimo ed è addirittura irragionevole trarre da ciò la conclusione che non vi sia finalità”. Il libro della Genesi non è un testo di biologia, ma non è forse vero che la creazione comincia con quella della luce che la scienza ha poi chiamato Big Bang? Non è forse vero che nella Genesi appaiono prima gli animali marini, poi quelli volanti e terrestri, infine l’uomo, con l’ordine che vediamo negli strati geologici? Schönborn parla di “linguaggio della creazione” e di “un ordine eticamente vincolante della creazione”. Un ordine e un linguaggio che vanno contro “il ‘disegno intelligente’ di questa biotecnologia che prende essa stessa nelle proprie mani l’evoluzione”. Insomma, l’intelligenza del disegno del mondo e dell’uomo va scoperta, non creata ex post in laboratorio.

Publié dans:Cardinali, Fede e scienza |on 5 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

La Sapienza che spiega l’uomo – Omelia XXXII Domenica del Tempo Ordinario

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28549?l=italian

LA SAPIENZA CHE SPIEGA L’UOMO

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

di padre Angelo del Favero*

Mt 25,1-13

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andarono a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte andarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”.

Sap 6,12-16
“La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta”.
Nella Commemorazione dei Fedeli Defunti, Benedetto XVI ha recentemente affermato: “L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11,25-26)” (Udienza Generale, mercoledì 2/11/2011).
La parabola odierna delle dieci vergini, cinque stolte e cinque sapienti, è un’icona perfetta di questa speranza di vivere per sempre con Cristo, immersi nella sua dolce ed eterna amicizia.
Ma fin da questa vita, in Gesù, Dio supera ogni isolamento, entra nella nostra casa e dice ad ognuno: “Prima dello spazio e del tempo Io esisto per te, e tu esisti per Me; solo Io sono la tua vera gioia, e tu sei la Mia”.
Il Vangelo rivela che Gesù è lo Sposo, che la sua Parola è la lampada del cammino, che la fede nella risurrezione è l’olio quotidiano e che la porta delle nozze è la realtà umana del Signore, fonte di felicità e via maestra dell’unione piena con Dio-Amore.
Per la Bibbia, la stoltezza peggiore per un uomo sta nel non ascoltare la voce della Sapienza. Dopo aver parlato per bocca dei profeti, Essa si è incarnata in Gesù, il figlio della Vergine Maria, e da duemila anni continua a parlare per bocca della sua Chiesa.
Il Vangelo è questa Sapienza, sempre nuova, attuale, gustosa, perfetta e divina, che educa l’intelligenza a conoscere e la coscienza a riconoscere la Verità della vita di ogni uomo, colmandone fin d’ora tutte le attese e le speranze ben oltre l’orizzonte breve e limitato di questo mondo.
Stoltezza delle stoltezze è perciò non ascoltare e mettere in pratica tutto ciò che il Signore dice nella sua Parola. Paragonata al malato che chiude la porta di casa al medico, la stoltezza di questa auto-sordità è più grave, perché chi non vuole ascoltare la voce della Sapienza vive fatalmente nell’infelicità su questa terra e rischia di perdere per sempre la vita eterna.
E’ in questi termini che si comprende il punto chiave della parabola di questa Domenica, vale a dire il fatto che cinque vergini, stoltamente, “non presero con sé l’olio” (Mt 25,3).
Sappiamo che non erano propriamente lampade quelle che dovevano essere accese dalle vergini nell’attesa casalinga dello sposo, ma fiaccole. La loro dimenticanza non indica pertanto cinque perdonabili distrazioni, ma è segno di un altro modo di concepire la vita, irresponsabile e totalmente indifferente rispetto alla persona dello sposo che viene.
“Non si tratta semplicemente di una imprevidenza causata dal ritardo dello sposo, ma di una incomprensione totale di come va accesa una fiaccola; è una stoltezza quasi iperbolica e mostra che hanno perso completamente il senso del loro servizio” (C. M. Martini, La pratica del testo biblico, p. 253).
Trasferita al nostro tempo, la parabola è metafora della più grave delle stoltezze che un uomo possa compiere: quella di vivere come se Dio non ci fosse. La conseguenza, infatti, è il fallimento totale della propria vita accompagnato da un’irreversibile infelicità eterna, invece della gioia definitiva della comunione d’Amore con il Creatore di tutte le cose.
Ora, che cosa rappresenta, nella parabola, la dimenticanza dell’olio in piccoli vasi? Che cos’è l’olio e che cosa sono questi vasi? E cosa significa che sono piccoli?
La risposta mi sembra questa: si tratta della preghiera personale, fondata sulla presenza e sull’ascolto di Gesù che ogni giorno parla nel Vangelo.
Intesa così (come intenso, attento, possibilmente mattutino incontro con Gesù), la preghiera richiede il tempo non faticoso di un telegiornale: “chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta” (Sap 6,14). Essa, in compenso, farà la differenza esistenziale fra la sapienza e la stoltezza, fra la gioia inalienabile di vivere e l’insoddisfazione permanente su tutto.
Infatti, basta il “piccolo vaso” quotidiano d’acqua viva che l’incontro con Gesù fa zampillare ogni giorno dal fondo dell’anima (Gv 4,14) per trasformare in breve tempo ogni deserto in un giardino.
La gioia profonda di vivere non sta nella vita piacevole, ma nell’esperienza dell’incontro quotidiano con Gesù, che ci ama, ci conosce e “ci spiega”, ed è pronto ad aprire la porta a chiunque ascolti la sua Parola.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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