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AMEN ALLELUJA

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Publié dans:immagini sacre |on 4 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Eucarestia e Silenzio

dal sito:

http://www.meditazionecristiana.org/Dettaglio.asp?IdPagina=5&IdNews=19&Id=24

Eucarestia e Silenzio

di Padre Laurence Freeman, OSB Lettore alla Scuola di Preghiera Arcidiocesi di Melbourne 20 Aprile 2005

Secondo l’antica saggezza Cattolica ci sono tre liturgie: la liturgia del cielo, la liturgia dell’altare e fra loro due, la liturgia del cuore. La pienezza della liturgia deve pertanto attingere un po’ da tutte e tre le dimensioni, che si compenetrano: i regni su ogni lato della valle della morte e del mistero della più profonda interiorità umana.
Parlando del silenzio nell’Eucaristia, parliamo della Legge degli Spazi Bianchi. Una volta un gruppo di studenti rabbinici stava discutendo sul significato di un testo biblico. Si rivolsero al loro insegnante, il quale disse loro di mostrargli la pagina. Che cosa vedete qui? chiese, Le parole di cui stiamo discutendo, risposero. Questi segni neri sulla pagina, disse il vecchio maestro, contengono metà del significato del racconto. L’altra metà si trova negli spazi bianchi fra le parole. Questo è il margine di silenzio attorno a qualsiasi pagina. E’ anche la pausa necessaria fra i singoli respiri, la calma fra i pensieri, il riposo fra momenti di attività.
I recenti promemoria dell’insegnamento del Papa sul ripristino dell’esperienza del silenzio nella liturgia dell’altare c’indica di rispettare questa legge universale. Ci aiutano anche a riscoprire il pleroma di adorazione liturgica in ognuno dei suoi tre regni, che seppur distinti sono anche sovrapposti, quello terreno, quello celeste e quello del cuore. Dobbiamo! poiché per un numero sempre crescente di persone oggi l’Eucaristia è un rituale il cui significato è ed è stato a lungo in stato emorragico. Ci sono quelli che non hanno mai percepito la sua ispirazione e consolazione. Per loro non è in nessun modo un rituale sacramentale comune, che da significato alla vita. La sua affermazione del significato trascendente della comune esistenza umana, anche nella sua più mondana e mortale forma, scivola via su di loro completamente. Non è collegata al significato di gioie, pene, speranze e delusioni della vita. Non è cibo per il duro viaggio del lavoro quotidiano. Per molti la Messa può sembrare strana e poco accogliente. In un’epoca di nuova evangelizzazione, dovremmo ricordare il potere della liturgia di comunicare il Vangelo ai non credenti. Quando vengono alla messa, sia essa di funerale di un collega di lavoro o di matrimonio di un amico, il modo in cui l’Eucaristia è celebrata può comunicare loro qualcosa di sorprendente e di un valore durevole. Può presentare un volto della Cristianità che loro non hanno mai visto prima e che li porta a riconoscere un qualcosa, che fino a quel momento avevano ignorato.
Poi ci sono quelli che una volta avevano provato il mistero e il misticismo dell’Eucaristia ma che ne hanno perso il contatto.. Forse, una volta maturata la loro spiritualità, sono andati in cerca dell’interiorità che essa esprimeva – la grazia interna della quale essa è un segno esteriore – e hanno sentito di non poterla trovare nella chiesa. Per queste persone, scoprire un modo di preghiera contemplativo, può aiutarli a ricongiungersi con la loro perduta sensibilità sacramentale e ricondurli alla chiesa. Ci sono anche quelli che perseverano nell’adorazione regolare dell’Eucaristia, spesso per la necessità dei loro figli, o per mantenere qualche collegamento con il mondo spirituale, ma lo percepiscono incapace di esprimere se stesso in modo soddisfacente durante la loro adorazione domenicale. Ed infine ci sono quelli che nonostante tutte le imperfezioni individuali ed ecclesiali posseggono la grazia di vedere l’efficacia misteriosa e mistica dell’Eucaristia ovunque e comunque sia celebrata.
Il silenzio, come dimensione dell’Eucaristia è prezioso e necessario per ognuna di queste categorie di persone. Prima che io mi inoltri in ciò che può sembrare l’argomento inesistente ed astratto del silenzio, lasciate che io vi renda partecipi di ciò che ho udito recentemente durante un ritiro tenuto a Sidney. Un assistente pastorale, di una parrocchia nel Nuovo Galles del Sud, mi ha detto che il sacerdote del luogo fa esattamente ciò che Papa Giovanni Paolo II ha chiesto ai sacerdoti di fare,e ciò che le linee guida della nuova edizione delle Istruzioni generali del Messale Romano, sottolineano. Ha riportato il silenzio liturgico all’adorazione della sua parrocchia. Sono rimasto sorpreso, non tanto per questo, ma per l’intensità. Hanno silenzi dopo le letture, cinque minuti dopo l’omelia e quindici dopo la comunione. Ho chiesto come ha risposto la gente e mi è stato detto che nessuno se ne era andato via, e che anzi molti avevano espresso la loro approvazione. Non voglio comunque ridurre questo argomento a semplici cifre espresse in minuti di silenzio – e per delle buone ragioni.
Ci sono molti tipi di celebrazioni eucaristiche e la discrezione del celebrante è cruciale. Ora possiamo osservare un momento di silenzio deve essere interpretato. Ma io credo che sia importante che una comune congregazione parrocchiale, domenicale possa essere introdotta a questo grado di silenzio e apprezzarlo. I momenti di preghiera silenziosa senza parole o immagini possono essere una sorpresa per alcuni, come lo è il fatto che i bambini rispondano bene alla meditazione. Lo fanno, amano farlo e ne vorrebbero di più. Parlando dell’Eucaristia e del silenzio stiamo infatti prendendo in considerazione la dimensione contemplativa della fede, della lectio, l adorazione e l’interezza della vita. Come ha detto Papa Giovanni Paolo II nel Mane Nobiscum Domine, abbiamo bisogno di progredire dall’esperienza del silenzio liturgico alla spiritualità del silenzio – alla dimensione della vita contemplativa. In altre parole, come la chiesa degli inizi aveva ben capito, il modo in cui preghiamo è quello in cui viviamo. Oggigiorno la gente è alla ricerca di questa dimensione contemplativa come mai prima, e quando vengono in chiesa, a celebrare l’Eucaristia, si aspettano e ne hanno il diritto, di trovarla.
Meister Eckart tipicamente diceva, “non c’è nulla di più somigliante a Dio del silenzio”. Madre Teresa, che insisteva sulla centralità di due ore di preghiera silenziosa nella vita delle sue sorelle apostoliche, diceva tipicamente che “ il silenzio era Dio che ci parlava”. Ognuno di questi detti illustra un modo di comprendere il significato del silenzio. Perchè Dio è cosi simile al silenzio? Eckart non dice che Dio ama il silenzio o ama l’adorazione silenziosa, ma che Dio è come il silenzio (1*) San Benedetto ha due termini per tradurre silenzio: quies e silentium. Quies è la quiete, il silenzio fisico, l’assenza di rumore – di sbattimento di porte, di rumori di sedie, colpi di tosse o lo scartare caramelle. E’ la quies, che ci aspettiamo dei buoni genitori sappiano insegnare ai loro figli, un auto-contenimento e modestia che rispetti la presenza di altre persone. Quies rende il mondo abitabile e civile. E’ spesso mancante in grande misura nella cultura moderna urbana dove musica registrata invade ascensori e raramente si trova un momento o un luogo dove non arrivi rumore creato dall’uomo. Ci sono ora delle cuffie molto care che la gente indossa, non per sentire la musica ma per tenere fuori il rumore. Silentium comunque, non è assenza di rumore ma uno stato della mente e un’ attitudine della coscienza volta verso gli altri o Dio. E’ attenzione. Quando qualcuno viene per vedere un sacerdote o un consulente, per condividere un problema o un dispiacere, il sacerdote sa che innanzitutto ciò che deve dare è l’attenzione. Può non esserci una soluzione al problema, e gran parte delle nostre parole di speranzoso aiuto, scivolano sul dolore nella loro banalità. Ascoltare profondamente, prestare attenzione non è giudicare, fissare o condannare, ma amare.Visto in questo modo, non c’è veramente nient’altro di così simile a Dio del silenzio, poiché Dio è amore.
Più tardi guarderemo al significato sacrificale dell’Eucaristia e a come il silenzio lo riveli. A questo punto, vorrei collegare l’atto dell’attenzione al dono di se. Filosofi decostruzionistici si sono lasciati poco spazio per il valore umano, ma in ogni caso, arrivano alla conclusione che l’atto supremo umano che da valore e significato alla vita sia il dono di se. Mettono però in discussione se ciò sia veramente possibile. Solitamente c’è una condizione o una domanda quando noi ci doniamo . Vogliamo riconoscenza, una gratifica, gratitudine, insomma qualcosa in cambio. Questo però vanifica la purezza del dono di se. I Cristiani vedrebbero l’Incarnazione come il dono divino di se e la vita, morte e resurrezione di Gesù come la manifestazione di tale dono alla sua umanità. Un dono perfetto di se conferisce al ricevente, non il fardello del debito, ma la capacità di donarsi in cambio. Ciò è quello che l’Eucaristia insegna, mette in atto e alimenta. In ogni forma di donazione di se stessi- anche quando imperfetta, – ci zittiamo colpiti da un riverente timore. Di quanto silenzio ancora abbiamo bisogno nell’Eucaristia per poter apprezzare tale perfetto sacrificio d’amore?
La liturgia – come ogni forma di preghiera – è essenzialmente centrata sull’attenzione. Al momento dell’Eucaristia volgiamo la nostra attenzione a Dio, attraverso il dono di se che Gesù ha storicamente fatto e continua a fare attraverso lo Spirito, sia nei nostri cuori che sull’altare. Sebbene la nostra attenzione possa errare, guardando i volti nuovi nella congregazione, o sfogliando il bollettino, l’attenzione di Gesù rivolta a noi non vacilla mai, non ci condanna per la nostra distrazione, ne per essa gli diventiamo meno cari. Seppure noi non gli siamo fedeli, lui lo rimane perché non può tradire se stesso. Questo, almeno per i credenti, è il mistero inesprimibile dell’Eucarstia e l’attrazione ultima, irresistibile e dolce della presenza reale.
Il silenzio è lavoro, il lavoro di un’attenzione amabile e il suo frutto è un cuore riempito di riconoscenza. Ciò unisce l’idea del silenzio di Meister Eckart al silenzio di Madre Teresa, che è come Dio, alla stessa maniera che lo è anche Dio che parla a noi. Quando prestiamo attenzione a Dio, ci rendiamo ben presto conto che Dio presta attenzione a noi. Infatti è proprio l’ attenzione di Dio verso noi che ci permette di prestare attenzione a Dio. Secondo una discussione fra Cassiano e Agostino sulla buona volontà, è Dio che installa in noi la prima scintilla di buona volontà. Ma poi noi dobbiamo fare la nostra parte. Come dice San Giovanni, questo è quello che l’amore realmente è: non che noi abbiamo amato Dio ma che lui ha amato noi. Noi amiamo perché lui ci ha amato prima. Quando celebriamo l’Eucaristia, facciamo infatti il primo passo verso l’essere catturati nella vita divina. Come con il Figliol Prodigo, non appena Dio ci vede tornare a casa, anche molto prima che noi ci arriviamo, ci corre incontro per darci il benvenuto e abbracciarci. Questo amore stravagante e rischioso per se stesso, che fluisce dal cielo, è sperimentato nel cuore. Dovrebbe riflettersi nell’ospitalità ecclesiale dell’altare. Nel silenzio dell’Eucaristia assaporiamo ed entriamo nel silenzio del Padre dal quale si sprigiona eternamente la Parola. Nell’icona della Trinità di Rubliev le tre persone sono radunate attorno all’Eucaristia.
E’ lo Spirito che opera questa metamorfosi dell’ordinario. Dentro e attraverso il celebrante, rappresentando ma non sostituendo il Cristo, l’assemblea sperimenta l’unione e la riapparizione delle persone, che rende l’Eucaristia un esperienza preliminare della liturgia celeste. Il celebrante diventa un punto focale e fluido per la corrente dell’amore che il sacramento rilascia e alimenta. Cristo è nel celebrante che rappresenta le persone che sono il suo Corpo e dal quale il celebrante è stato chiamato al suo ministero. C’è una perdita del se e una condivisione e riscoperta di individualità nell’Eucaristia, che ci libera dalla prigione del nostro ego individuale. Questa è la sua gioia e le sue implicazioni che influenzano il modo in cui noi viviamo nella società. Io in loro e tu in me, che possano essi essere perfettamente uno. O come l’antica omelia del Sabato Santo riporta “ Alzati, andiamo dunque; poiché tu in me ed io in te assieme siamo un’unica persona”.
Questa è la dimensione mistica dell’Eucaristia che per molti adoratori domenicali è il cibo spirituale principale per la loro settimana e lavoro quotidiano. Pertanto deve essere fatto qualsiasi sforzo per assicurare che questo raro e prezioso momento sia assaporato al suo massimo livello. Il modo in cui l’Eucaristia viene celebrata è estremamente importante per concedere il tempo e creare lo spazio perchè il suo mistero interiore si possa manifestare. Ivan Illich ha detto che, l’Incarnazione che rende possibile il fiorire sorprendente ed interamente nuovo dell’amore e della conoscenza, provoca anche un’ombra. E’ l’ombra dell’istituzionalizzazione della carità e regolamentazione dello spirito. Probabilmente dobbiamo ancora liberarci di parecchio bagaglio storico a causa di quest’ombra e dell’aver reso complicato il mistero dell’Eucaristia con un approccio freddo e legalista che ha spesso insistito più sull’obbligo di andare a messa che sulla grazia e il privilegio di parteciparvi. Quando pensiamo troppo all’Eucaristia come ad un obbligo, la sua essenza mistica, ne viene praticamente oscurata. A quel punto sarà improbabile che i silenzi all’interno della messa diventino niente di più che segnali di pausa. Il Sacramentum Concilium ci dice che quando si celebra la liturgia serve molto di più che la semplice osservanza delle leggi che governano la validità. Ora comunque non possiamo passare agli estremi opposti ed imporre obbligatoriamente i silenzi, ciò che importa è la qualità, non la durata del silenzio.
I silenzi prescritti non possono essere resi obbligatori e anche sperare che funzionino spiritualmente. Fintanto che l’approccio fondamentale all’Eucaristia viene condizionato da legalismi o da controllo eccessivo, sembrerà che l’Eucaristia e il silenzio non possano essere compatibili. I momenti, o i periodi estesi di silenzio sembreranno impraticabili, pretenziosi ed artificiali; un’ imposizione alla congregazione, che già si dimostra magnanima nel venire e non dovrebbe essere assoggettata a qualcosa di non familiare che allunghi l’ ora di permanenza in chiesa. I silenzi nell’Eucaristia devono piuttosto sgorgare dall’esperienza dell’esplorazione della profondità mistica, da parte di tutta la comunità. Ma come tutta l’Eucaristia stessa, questi silenzi hanno bisogno di essere guidati dal celebrante in collaborazione con i dirigenti liturgici della comunità. Chiaramente, è nel seminario che la dimensione contemplativa della preghiera necessita di essere alimentata, se vogliamo che i futuri celebranti possano sentire questo silenzio liturgico.
I sacerdoti sono spesso timorosi o sospettosi del silenzio sull’altare – come gli intervistatori radiofonici. Recentemente ho sentito di un’intervista radiofonica registrata dalla BBC con l’Arcivescovo Rowan Williams, riguardante le attuali controversie presenti nella Chiesa Anglicana. Alla fine l’intervistatore ha fatto una domanda inaspettata sull’Iraq e ha chiesto se la guerra fosse moralmente giustificabile. L’Arcivescovo rimase in silenzio per ben diciannove secondi, un’eternità sull’etere, e l’intervistatore ruppe il silenzio dicendo che naturalmente stava pensando a lungo alla risposta. L’Arcivescovo replicò senza scuse, che se gli era stata fatta una domanda così importante doveva aver tempo per considerare la sua risposta e che un argomento di tale sensibilità morale necessitava di più che di una frazione di secondo. L’intervistatore rimase molto sorpreso e sinceramente impressionato. La paura del silenzio nell’Eucaristia generalmente influenza più il celebrante che la congregazione. Può essere che al momento di riaprire gli occhi dopo un lungo silenzio tema di trovare la chiesa vuota? E’ paura di perdere il controllo? La paura del silenzio è spesso paura dell’assenza, del vuoto che temiamo, l’orrore crescente del non pensare a nulla. O sarà anche perché la nostra formazione teologica e liturgica non ci ha preparato per l’altra metà, la metà mistica dell’Eucaristia, la dimensione apofatica che è presente in tutti gli aspetti della vita spirituale?
Il silenzio restituisce e riconosce questa dimensione apofatica e contemplativa. L’Eucaristia può essere vista nella sua totalità, solo come la fonte e vertice della vita della Chiesa se la sua celebrazione rappresenta questo paradosso del doppio mistero del cataphatico e apofatico – Il rivelato e il nascosto – che si trova in tutta la vita Cristiana per il fatto vero e proprio di questa natura dualistica, nella persona di Gesù. Mosè è entrato nel buio denso dove c’era Dio. Eppure similmente Dio è luce e in lui non c’è traccia di buio. La lingua dei mistici esprime questo paradosso, come anche il canone della messa stessa: il buio luminoso del mistero divino, il silenzio dal quale la Parola è pronunciata e scende giù nella carne e l’incarnazione, l’immobilità al centro di ogni azione. Il silenzio può essere compreso dicendo ciò che Dio non è – il modo apofatico. Ma afferma anche prepotentemente ciò che diciamo di Dio quando parliamo. Il silenzio rinfresca il linguaggio, rigenera la precisione ed il significato specialmente a testi familiari frequentemente citati. Senza il silenzio, anche parole sacre possono diventare rumore, chiacchiere. Il silenzio nell’Eucaristia non minaccia il vuoto, o denota assenza, ma esprime presenza ed invita alla comprensione.
I momenti nell’Eucaristia dove i silenzi sono particolarmente utili e magnificanti sono già stati identificati. Molti celebranti iniziano con alcuni momenti di silenzio nella sacrestia, con gli accoliti e i lettori, prima di procedere. Ogniqualvolta il celebrante chiama la comunità alla preghiera, “Preghiamo” chiede un momento di silenzio, prima che le parole della Colletta siano pronunciate per raccogliere le preghiere non formulate di tutta la gente. Il rito penitenziale poi, invita la gente a riflettere interiormente, in modo che possano prepararsi a vivere l’Eucaristia nella loro vita imperfetta, come una celebrazione di guarigione e perdono. Le letture in particolare, chiamano a pause silenziose, prima che il salmo responsoriale o l’enunciazione del vangelo ci coinvolgano. Spesso, dove viene osservato il silenzio durante la Liturgia della Parola viene anche effettuato un breve commento parlato su un passaggio difficile o oscuro che potrebbe altrimenti sfuggire alle facoltà cognitive della congregazione e qualche volta anche del celebrante. Le letture devono essere proclamate con preparazione, attenzione devota e silenzio meditativo che permettano alla Parola di Dio di toccare le menti e i cuori delle persone. (Mane Nobiscum Domine).
I predicatori cattolici sono generalmente molto sensibili alla lunghezza delle omelie, a differenza dei ministri protestanti da cui la gente si aspetta di ricevere in cambio del proprio denaro una contropartita in termine di lunghezza e passione. Lo stile più modulato della maggior parte delle prediche cattoliche rende ancora più appropriato un conseguente periodo di riflessione silenziosa. Si parte dal presupposto che la congregazione abbia ascoltato intelligentemente e che voglia avere tempo per riflettere anche se non viene ancora permesso loro di rispondere. Le Istruzioni Generali non consigliano un tempo di silenzio durante o alla fine dell’intercessione generale ma ciò, come in realtà avviene, è ampiamente praticato: “preghiamo ora per un breve periodo nel silenzio dei nostri cuori. Ciò permette alla congregazione, a beneficio della quale le intercessioni sono state offerte, di aggiungere silenziosamente le loro preghiere, così il sacerdote può concludere con le parole “Signore, tu sai di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che te lo chiediamo, perciò poniamo davanti a te tutte le nostre preghiere, parlate o silenziose. Tutti i tipi di preghiere, Papa Giovanni Paolo II ha scritto, sono costruite sulla base del silenzio.
Lo spezzare il pane, il rompere l’ostia è un momento mistico di grande sacralità durante il quale un momento di silenzio è naturale. Ma il momento di silenzio più importante e necessario nell’Eucaristia è naturalmente dopo la Comunione. Se tutta l’Eucaristia è il culmen et fons della chiesa, questo momento è sicuramente il suo epicentro mistico. Però è generalmente affrontato senza un momento di silenzio eccetto quello fra i canti o la pulizia dei calici. Questo può essere il punto in cui il celebrante si innervosisce nel trattenere la gente troppo a lungo, i bambini possono diventare irrequieti e un’ altra assemblea formarsi all’esterno. Ora, dobbiamo soprattutto ricordare, che il silenzio non è semplicemente l’assenza di rumore ma lo spirito di attenzione amorevole. Sono rimasto seduto in un prolungato silenzio, dopo la comunione della messa domenicale nella parrocchia del nostro monastero, in un rione periferico di Londra, mentre un coro di bebè piagnucolosi, bambini irrequieti e macchinisti invisibili stavano facendo rumore. Non ha materialmente influito sul silenzio. I genitori e gli altri lo hanno apprezzato e molti, se non tutti i bambini sono diventati più tranquilli. E una volta concluso con la preghiera del dopo Comunione si è percepito un senso di gratitudine e di freschezza, non di sollievo per il fatto che era terminato. Il celebrante deve mantenere i nervi saldi all’inizio di tali silenzi, e naturalmente preparare l’assemblea ad essi. Ciò che serve è un momento importante di silenzio, non una pausa veloce. Può essere di aiuto avere un tempo prescritto e contrassegnarne l’inizio e la fine suonando un gong o una campanella. Il silenzio nell’Eucaristia non privatizza la liturgia, come qualcuno potrebbe temere. Ciò succedeva spesso nel rito Tridentino. Le persone percepivano che stava succedendo qualche cosa di misterioso e sacro, ma non ne venivano personalmente coinvolte, così continuavano a recitare le loro preghiere mentre il sacerdote proseguiva nel suo ruolo. Contrariamente il silenzio come esperienza liturgica, avvicina la comunità e unifica la loro attenzione, così che uniti nella mente e nel cuore possono ascoltare la parola e condividere il mistero. Sant’Ignazio di Antiochia diceva che se non possiamo capire il silenzio di Cristo non saremo capaci di capire nemmeno le sue parole. Possiamo capire il suo silenzio soltanto rimanendo anche noi silenziosi. Facendo ciò assieme, sperimentiamo il mistero del silenzio che costruisce la comunità.
Concludendo, mi piacerebbe ricordare una frase significativa di Papa Giovanni Paolo che ho già citato prima. Avendo enfatizzato l’importanza del silenzio nell’Eucaristia ci spiega che esso non è un silenzio riservato e artificiale. “Dobbiamo progredire dall’esperienza del silenzio liturgico verso la spiritualità del silenzio” – verso la dimensione contemplativa della vita. San Francesco una volta sollecitò i suoi seguaci a predicare il vangelo in tutte le occasioni e ad ognuno che incontravano. Quando è assolutamente necessario, aggiungeva usate le parole. Penso volesse dire, non solo il silenzio ma la testimonianza silenziosa ed implicita della propria vita.
Il collegamento fra l’Eucaristia e il nostro modo di vivere, è cruciale per ogni comprensione o esperienza del suo significato e valore. Se celebriamo l’Eucaristia solo come un obbligo ecclesiale o come un radunarsi di persone, ciò influirà ben poco sul nostro conformare le nostre vite secondo il vangelo. A meno che non ci siamo uniti ad un livello più profondo durante la sua celebrazione, le parole di chiusura, Andate in pace avranno il significato di andare in…pezzi, (*2) così come siamo arrivati. Il silenzio permette al pieno significato dell’Eucaristia, di svelarsi alla nostra vita, ai suoi livelli più profondi, oltre quello verbale di efficacia sacramentale. Ciò significa, che noi sapremo che l’aver condiviso simbolicamente i frutti della terra, ci permetterà di servire meglio il Regno della Giustizia, sia nella nostra vita che nel lavoro. Abbiamo tutti preso la stessa quantità di pane e di vino. In giro, se il sacrestano ha svolto bene il proprio lavoro, ce n’era abbastanza per ognuno. Pertanto, se la nostra vita deve essere Eucaristica, non dovremmo forse lavorare per una distribuzione equa della ricchezza, per il sollievo degli oppressi e la cura degli emarginati? La profondità mistica dell’Eucaristia ha delle implicazioni politiche dirette. Non furono forse assassinati Thomas a Becket e Oscar Romero nel momento silenzioso della consacrazione?
Il silenzio Eucaristico porta nella nostra casa, anche il significato reale della pace come frutto della non violenza. Pace non significa soltanto comoda scappatoia dal luogo del mercato, come silenzio non vuol dire semplice assenza di rumore. Il sacrificio della messa ci ricorda tutto quello che, recentemente Rene Girard ci ha aiutato a vedere nella relazione fra violenza e sacro. Apparentemente nella prima chiesa Romana, prima di Costantino, molti sacerdoti pagani hanno chiesto il battesimo. I pagani non si vedevano tanto come ministri della religione ma piuttosto come servitori civili che prescrivevano sacrifici sugli altari Romani secondo dei rituali prestabiliti. Se commettevano un errore con le parole dovevano ritornare all’inizio e ricominciare da capo. Importante era l’offerta di sangue sacrificale, le esatte e scrupolose parole e i gesti.
I Cristiani invece avevano capito che il sacrificio perfetto di Cristo, celebrato nell’Eucaristia, era abbastanza diverso dai rituali pagani. L’Eucaristia era il sacrificio di se nell’amore, che si concludeva come mezzo necessario per guadagnare il favore di Dio – in verità significava tenere sotto controllo la violenza nella comunità offrendo dei capi espiatori. La Croce è rappresentata sull’altare di una comunità Cristiana e simboleggia il termine del ciclo umano della violenza. E’ pietà non sacrificio che io voglio, come ha detto Hosea, e Gesù ha citato. Se noi celebriamo l’Eucaristia senza il silenzio necessario che rispetti e riveli la sua profondità mistica, sarà facile interpretarla teologicamente, in modo sbagliato: vederla come un rito sacrificale necessario per placare un Dio arrabbiato. Il silenzio nell’Eucaristia, compreso spiritualmente non legalisticamente, conferisce al potere del sacramento i poteri della giustizia e della pace. La pace non può essere mai raggiunta dalla violenza. Non c’è rabbia o violenza in Dio.
L’ultimo insegnamento pubblico di Papa Giovanni Paolo e la benedizione dalla finestra del Vaticano erano silenziose. E’ significativo che, nei suoi più recenti insegnamenti oltre aver enfatizzato la sacralità della vita, l’inaccettabilità della pena di morte e l’immoralità della guerra in Iraq, egli avesse anche rimarcato il significato mistico dell’Eucaristia. Il Collegamento fra contemplazione e non-violenza traspare nei suoi più recenti pensieri e pronunciamenti. Non sono forse questi le colonne gemelle degli insegnamenti di Gesù e l’eterno messaggio del suo Vangelo? Pertanto le implicazioni del silenzio nell’Eucaristia ci portano al cuore della nostra fede e sul filo tagliente dell’evangelizzazione contemporanea. Non riguarda solo ciò che avviene durante la Messa, si tratta di esprimere ciò che c’è di vero al centro del nostro essere e nel tessuto della vita quotidiana e del lavoro. Questo, penso sia il motivo per cui Papa Giovanni Paolo ha collegato l’esperienza del silenzio liturgico al rinnovamento contemplativo della chiesa. In un mondo sempre più diviso e logorato da rumore e stress, ha saputo riconoscere la necessità per la chiesa di attingere alle sue più profonde e contemplative tradizioni, e a partire da queste di insegnare modi di preghiera contemplativa. Ha detto “ E’ vitale riscoprire il valore del silenzio”. Anche John Main, morto nel 1982, aveva intravisto la medesima cosa: La sfida più grande per il mondo moderno, è riscoprire il valore e il significato del silenzio. Nei suoi scritti sull’Eucaristia John Main aveva anche detto che per riscoprire la dimensione contemplativa della preghiera, la gente moderna doveva sperimentare il pieno significato dei sacramenti.
La visione di Papa Giovanni Paolo del silenzio liturgico, si estendeva alla sua coscienza nella spiritualità contemporanea. Il dilagare, anche fuori dall’adorazione Cristiana, di pratiche di meditazione che danno la priorità al richiamare alla mente, non è accidentale. Perché non iniziare con un osare un’educazione pedagogica specifica all’interno delle coordinate di esperienza personale cristiana? (Spiritus et Sponsa).
Qui si riferisce ad un’ educazione nell’arte della preghiera, cosa, che egli aveva spesso sollecitato. L’insegnamento della preghiera contemplativa a livello di parrocchia e diocesi è naturale e forse un corollario inevitabile del silenzio liturgico. Dobbiamo pur iniziare da qualche parte – con il silenzio dopo la comunione o con gruppi di meditazione nella parrocchia. La chiesa è un corpo vivo con una vita spirituale, perciò i suoi pastori non devono essere troppo preoccupati con analisi di sistema. Basta che preghino e incoraggino la gente a pregare sempre più in profondità. Può essere un osare fuori dal tempo, applicare ciò all’educazione religiosa e alla formazione spirituale di bambini e giovani. Questo osare pedagogico è già iniziato, come nella diocesi di Queensland di Townsville e in molte scuole e famiglie Cattoliche in giro per il mondo, dove i bambini vengono introdotti alla pratica di meditazione Cristiana.
Un silenzio vivo dopo le letture, l’omelia e la comunione, si innalzerà, o meglio ancora, identificherà la fame più profonda che si trova al cuore della chiesa e nel nostro mondo. Imparare a pregare ad un livello contemplativo, ci insegnerà a vivere meglio nello spirito, perché il modo in cui preghiamo è il modo in cui viviamo, come preghiamo è il modo in cui celebriamo l’Eucaristia. Questa fame di contemplazione, dunque è la nostra più grande speranza. E’ vitale riscoprire il valore del silenzio.

Laurence Freeman OSB

Nota – 1* e 2* l’originale inglese gioca sui termini simili

Publié dans:liturgia |on 4 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

LA NONNA ALTOATESINA DEL PAPA

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28553?l=italian

LA NONNA ALTOATESINA DEL PAPA

Benedetto XVI riceverà l’atto di cittadinanza onoraria di Naz-Sciaves

ROMA, giovedì 3 novembre 2011 (ZENIT.org).- La nonna e la bisnonna materne di Benedetto VI furono altoatesine. Nacquero entrambe a Naz-Sciaves (o Natz-Schabs in tedesco), la cittadina dell’Alto Adige che ha conferito la cittadinanza onoraria a Papa Ratzinger.
Durante l’udienza generale di mercoledì prossimo, 9 novembre, una delegazione di Naz-Sciaves, in pellegrinaggio a Roma, consegnerà l’atto ufficiale al Pontefice.
La cittadina di Naz Sciaves – 2.500 abitanti – ha già festeggiato il suo nuovo cittadino onorario. Il 22 ottobre scorso, monsignor Ivo Muser, vescovo della diocesi di Bolzano e Bressanone, ha presieduto il rito della benedizione di una targa commemorativa al « maso Töll », cioè la casa dove nacquero sia la nonna che la bisnonna del Papa, situata nella frazione di Rasa. Mons. Moser ha celebrato anche una messa.
L’anno scorso, in occasione della consegna del tradizionale albero di Natale allestito in piazza San Pietro, che proveniva da Luson (o Lüsen), il Pontefice aveva confidato ad un gruppo di pellegrini dell’Alto Dige che sua nonna e bisnonna erano originarie della frazione di Rasa.
Nell’aprile del 2005, tutto l’Alto Adige, e in particolare l’altopiano di Naz-Sciaves, aveva accolto con grande gioia l’elezione del cardinale Joseph Ratzinger al soglio pontificio.
Dal 2008, Benedetto XVI è già cittadino onorario della città di Bressanone (o Brixen), situata a 5 km circa dalla frazione di Rasa. Nell’agosto dello stesso anno, Papa Ratzinger ha trascorso le sue vacanze estive nel Seminario di Bressanone.
Nel suo libro « Mio fratello, il Papa » (Mein Bruder, der Papst), monsignor Georg Ratzinger, ha raccontato che sua nonna materna, Maria Rieger-Peintner, ha avuto per tutta la vita nostalgia per la sua terra natia. Disse: « se solo avessi un po’ di acqua di casa mia, guarirei di nuovo » (p. 19: Wenn ich nur a bisserl Wasser von zu Hause hätte, ich würde wieder gesund werden).
« L’acqua del Tirolo – ne era convinta – era molto diversa dall’acqua bavarese. Credeva anche che la sua piccola capanna piena di fieno tirolese era più nutriente per il bestiame che tutto un carro di fieno bavarese. Fu davvero una grande patriota tirolese », commenta mons. Ratzinger, ricordando che in quell’epoca l’Alto Adige o Süd Tirol apparteneva all’Austria.
I bisnonni materni del Pontefice ebbero un mulino d’acqua nei pressi di Bressanone, che fu spazzato via dalla corrente in piena. Fu il momento in cui la famiglia decise di emigrare in Baviera.
Bressanone è la città più antica dell’Alto Adige. La sua fondazione risale all’anno 901. Nel corso dei secoli, ha tessuto forti legami con Roma. Nel 1048, il vescovo Poppo fu eletto Papa con il nome di Damaso II. Nel 1782, Papa Pio VI fece tappa a Bressanone
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