Archive pour novembre, 2011

Il presepio di San Francesco

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MARIA, MADRE E DISCEPOLA DEL FIGLIO E ICONA DELLA CHIESA (Novena)

dal sito:

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MARIA, MADRE E DISCEPOLA DEL FIGLIO E ICONA DELLA CHIESA

La tradzionale Novena dell’Immacolata alla Basilica dei XII Apostoli:

di Maurizio Tripi

ROMA, mercoledì, 30 novembre 2011 (ZENIT.org).- Come ogni anno alla Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, si svolge la “novena dell’Immacolata”. Dal 29 novembre tutte le sere alle ore 18.30 la Santa Messa viene da un presieduta da un Cardinale. L’Omelia viene tenuta ogni sera da Monsignor Giancarlo Corsini Ministro Provinciale delle Marche.
Il servizio del canto “Tota Pulchra” del P. Alessandro Borroni viene svolto dai cantori della Cappella Costantiniana diretta da P. Gennaro Becchimanzi, Viceparroco dei SS. XII Apostoli.
La proclamazione del Dogma dell’Immacolata, fatta da Pio IX nel 1854, diede il via alla solenne “Novena” dell’Immacolata che ormai richiamava ai Santi Apostoli tutti i fedeli. Il Papa stesso, fino al 1969, veniva a presiedere la funzione la sera del 7 dicembre, mentre in ognuna delle altre sere era presieduta da un cardinale. Il Francescano Conventuale P. Borroni compose il celebre canto “Tota Pulchra”. Il tema della Novena 2011 è “Maria, madre e discepola del Figlio e icona della Chiesa”.
Abbiamo intervistato il parroco della Basilica XII Apostoli Padre Mario Peruzzo.

La Novena dell’Immacolata un incontro importante per i romani e non solo?
Padre Mario Peruzzo: Si, la Novena dell’Immacolata, proposta con grande solennità dai francescani conventuali, custodi della Basilica dei Santi XII Apostoli, è diventata sempre più un incontro importante per i romani e per molti turisti, che in questi giorni si trovano a Roma. Naturale conclusione della Novena è l’Omaggio Floreale all’Immacolata in Piazza di Spagna l’8 dicembre 2011, la cui animazione religiosa è stata affidata propria alla Basilica. Di fronte alle profonde trasformazioni già avvenute e a quelle che si profilano imminenti nella nostra società secolarizzata e frammentata, la via mariana sembra un cammino privilegiato e ancora percorribile per educare alla fede e annunciare Gesù Cristo. Parlando di Maria, si può esplorare tutto il mistero cristiano e in particolare, guidati da Maria, madre nostra, si può incontrare il Signore risorto, un incontro personale, come ha detto Benedetto XVI nel suo discorso all’assemblea del II Convegno di Aquileia (7 maggio 2011), « che svela pienamente a ogni uomo e a ogni donna il significato e la direzione del cammino della vita e della storia ».

Parliamo del tema di quest’anno « Maria, Madre e discepola del figlio e icona della Chiesa”.
Padre Mario Peruzzo: A quasi cinquant’anni dal Concilio Vaticano II (1962-2011), il predicatore il MRP. Giancarlo Corsini, OFM. Conv., riprenderà il messaggio conciliare, completando con qualche approfondimento ulteriore. Il Concilio ha privilegiato la via di una « mariologia narrativa », saldamente ancorata alla Parola biblica, offrendo quasi una sorta di breve, ma incisiva « lectio divina » del mistero di Maria, nella quale contemplare la bellezza della sua umanità, la peculiarità della sua esistenza di donna e di donna ebrea, la ricchezza esemplare della sua esperienza di fede, contribuendo non poco a far percepire il significato della sua vita per noi, nell’insieme del disegno di Dio. Il predicatore affronterà il vissuto della fede di Maria, discepola di suo Figlio, intimamente relazionata sia all’unicità del mistero di Cristo, come « una forma particolare dell’essere-in Cristo », sia alla vita della Chiesa, nell’ordine simbolico proprio di una « mariologia ecclesiotipica », (icona della Chiesa), recuperando così la grande tradizione patristica. In tal modo la Vergine appare come uno « specchio »che riflette il volto della sposa di Cristo, e nel quale la sposa-comunità contempla il suo mistero e il suo futuro eterno. Nella Madre di Gesù, infatti, questo nesso ecclesiologico fontamentale acquista una particolare rilevanza iconica, in cui si disvela pienamente, insegna il Concilio, il volto della Chiesa, perchè essa « riunisce in sè e riflette in piena luce i grandi valori della fede cristiana (Lg 65).

Il 2011 è anche un anno importante poiché ricorrono sia i 29 anni dalla canonizzazione di San Massimiliano sia i 70 del suo martirio.
Padre Mario Peruzzo: La predicazione mariana, svolta in Basilica, non può ignorare il pensiero e la testimonianza di S. Massimiliano Kolbe. Tanto più che quest’anno si ricordano i 70 anni della sua morte eroica nel campo di sterminio di Auschwitz. S. Massimiliano è testimone coraggioso di amore nelle trame oscure della storia; è nello stesso tempo presenza amorosa di Dio nei lager della morte. In un’omelia il beato Giovanni Paolo II lo ha definito « patrono dei nostri difficili tempi ». Massimiliano stesso, conversando con i suoi confratelli, afferma che « l’odio distrugge, solo l’amore crea e costruisce ».
P. Kolbe (1894 – 1941), grande innamorato e apostolo dell’Immacolata, ci aiuti con la sua intercessione a lottare contro il male con le armi dell’amore e della preghiera; ci aiuti inoltre a incarnare la presenza di Maria Immacolata nella nostra quotidianità, accogliendola con amore filiale e piena disponibilità, come l’apostolo Giovanni sotto la croce, nella celebrazione della santa messa, memoria del sacrificio sul calvario.

La Basilica dei santi XII Apostoli quest’anno propone anche una particolare preparazione al Natale ce la può illustrare?
Padre Mario Peruzzo: In preparazione al Santo Natale la Basilica offre per il Centro storico della città quattro concerti spirituali che sono stati chiamati il Giardino Serafico. L’intento che ha guidato i francrescani conventuali, custodi dell’antico sacrario degli apostoli Filippo e Giacomo, è quello di favorire uno sguardo cristiano profondo e positivo sulla realtà per incoraggiarte uomini e donne di buona volontà a riappropriarsi di quello stato di creature, così umiliato nel nostro tempo, che ci fa essere fratelli e sorelle amati dall’ « altissimo onnipotente bon Signore ».
Il Giardino Serafico propone quattro concerti spirituale per il tempo d’Avvento, uno per ogni sabato alle ore 19,30. Ogni singolo concerto si muove da una provocazione, tratta dalla Parola di Dio della domenica successiva, per poi soffermarsi sul messaggio di un dipinto o di una scultura presente nella nostra Basilica.

Quale altre iniziative propone la vostra Basilica?
Padre Mario Peruzzo: Tra le numerose iniziative proposte dalla Basilica, desidero ricordare il mercatino dell’Immacolata, svolto in questi giorni dal Gruppo parrocchiale della San Vincenzo. E’ un’iniziativa che raccoglie mezzi economici e volontari per l’accoglienza dei poveri e dei senza tetto del Centro storico della città. E’ un’iniziativa, svolta all’inizio dell’Avvento, per sensibilizzare i parrocchiani al valore della solidarietà contro ogni forma di povertà e di emarginazione.

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UNA GRANDE SINTONIA SPIRITUALE TRA I BELTRAME QUATTROCCHI E I FOCOLARI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28829?l=italian

UNA GRANDE SINTONIA SPIRITUALE TRA I BELTRAME QUATTROCCHI E I FOCOLARI

Intervento di Maria Voce, presidente del movimento, al Convegno su Maria e Luigi Quattrocchi

ROMA, martedì, 29 novembre 2011 (ZENIT.org) – Riportiamo qui l’intervento che Maria Voce – Emmaus, presidente del Movimento dei Focolari, ha svolto durante il Convegno tenuto, in Campidoglio, venerdì 25 novembre, a Roma, in occasione dei 10 anni di beatificazione dei coniugi Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi e nel giorno della loro memoria liturgica, dal titolo « Cittadini autentici: sulle orme di Maria e Luigi ».
***
Devo confessare che, sulle prime, l’invito mi ha un po’ spiazzato, perché non c’è un legame diretto tra Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi e il Movimento dei Focolari, che rappresento. Riflettendoci un po’, però, ho trovato molti punti di contatto tra la nostra spiritualità e la loro e, anzi, una grande sintonia. Non solo perché la santità è il grande comune denominatore di tutti cristiani, la meta cui tutti puntiamo nella Chiesa, ma anche perché il loro percorso di vita di laici è comune alla stragrande maggioranza di coloro che fanno parte del Movimento.
In sostanza ho visto riflessa nella vita di Maria e Luigi, nell’autenticità della loro testimonianza di cristiani e perciò anche di cittadini, la vita di quegli ormai milioni di laici che vogliono vivere la spiritualità portata da Chiara Lubich, la nostra fondatrice, e perciò cercano di vivere con una coerenza a volte eroica, quotidianamente il loro impegno come cittadini, il loro essere, o almeno sforzarsi di essere, tessuto sano del corpo sociale ed ecclesiale che compongono. Si tratta di padri e madri di famiglia, di operai, professionisti, giovani, ragazzi e bambini (senza escludere sacerdoti, religiosi e vescovi) impegnati in prima linea a portare avanti una silenziosa, seppur incisiva, rivoluzione d’amore in tutte le città del mondo.
Ripensando ad alcuni episodi della vita di Maria e Luigi, che a me sono apparsi significativi e nei quali ho riscontrato tante similitudini con le esperienze delle persone del Movimento  come del resto di chiunque segua la propria retta coscienza, ho avuto la conferma.
La famiglia, la radice sana della loro vita: un amore tenero e mai spento tra gli sposi che genera cittadini capaci di coerenza. Conosco tante famiglie che si impegnano, lottano perché non si spenga l’amore coniugale: proprio in esso trovano la forza non solo per non sfasciarsi, ma anche per aprirsi  all’impegno di cura per tanti, pensiamo all’accoglienza dei nonni in casa, col patrimonio di esperienza che portano, di zii, bambini handicappati, adottati, persone sole….
Maria e Luigi vissero i primi sette anni del loro matrimonio con in casa i genitori ed i nonni materni e di lei. Sicuramente non tutto fu liscio, le differenze caratteriali, culturali, soprattutto tra Luigi e la suocera, erano notevoli. Ma l’amore per Maria permetteva al suo giovane sposo di andare al di là delle difficoltà quotidiane. E che risultato: i quattro figli crebbero con l’idea che a casa si può e si deve rispettare e onorare la persona anziana! Pensiamo a quanto questo esempio potrebbe influenzare positivamente la vita di tante famiglie di oggi, affannosamente impegnate a trovare passatempi di vario genere per i bambini e magari con i nonni soli in un appartamento o – peggio – in una casa di riposo.
Quale risorsa invece, anche solo per l’allocazione delle risorse economiche, una famiglia che vive unita! Oggi le famiglie che si sforzano di vivere così vanno controcorrente, spesso non possono permettersi gli ultimi ritrovati della società dei consumi, ma sperimentano la gioia che viene dallo stare insieme, uniti tra generazioni. E in quest’ottica anche i momenti di svago diventano momenti importanti.
Scriveva Maria: “Di festa, qualche passeggiata in macchina nella campagna romana gustandone insieme le singole bellezze, visite a mostre, ad antichità, qualche volta al teatro. La festa attesa e desiderata: la tristezza e la noia mai”.
Ogni importante evento della vita della famiglia diventa occasione per far crescere la fusione del cuore e dello spirito. Così è per la nascita del primo figlio di Luigi e Maria e poi per quelle degli altri tre. Quando arriva l’ultima -“quella, come scrive la mamma, a cui i medici avevano proibito di nascere”- e la cui gestazione è causa di indicibili sofferenze  morali e fisiche, teneramente condivise – Maria dirà che proprio quei mesi così pesanti, per l’intervento della divina provvidenza, si erano trasformati in un’ulteriore fusione spirituale. In proposito è bene ricordare che il no al ginecologo che proponeva l’aborto terapeutico fu dato insieme contemporaneamente e spontaneamente da tutti e due gli sposi, pur essendo perfettamente consapevoli delle conseguenze.
Così è anche per lo svolgersi del vissuto con i figli, fusione e condivisione sono presenti sempre di più tra Maria e Luigi. Lei scrive che a seguire i bambini diventati fanciulli era sempre il papà nello studio, nei giochi, nelle gite, con costante cura; mentre a formare alla pietà era la mamma. Nell’educarli i due era erano pienamente concordi.
Questo l’esempio e lo stile che tante famiglie nel mondo, tra cui quelle del nostro Movimento Famiglie Nuove, hanno fatto proprio e che trova un primo presupposto educativo nel fatto che i figli, più che di due genitoriche li amano, hanno bisogno di due genitoriche si amano. É noto che i bambini non sono dei “vasi vuoti” da riempire con contenuti educativi, ma persone che per crescere hanno bisogno piuttosto di un humus nel quale sviluppare le proprie potenzialità. L’amore evangelico tra i due genitori è esattamente quel buon terreno. Questo volersi bene é icona viva dell’amore che i genitori propongono ai figli di vivere. É risaputo infatti che le parole dei genitori, come di ogni altro educatore, hanno poco o nessun valore se la loro testimonianza non le conferma.
Infatti anche i figli, più che di maestri hanno bisogno di testimoni, perché i bambini “ascoltano con gli occhi”.Un altro principio che queste famiglie nuove cercano di tener presente è che i figli, prima di essere dei genitori, sono di Dio. É un atteggiamento dell’anima che assume concretezza nel sano distacco dalle aspettative dei genitori, per aiutarli a scoprire il disegno che Dio ha su ciascuno dei figli. Egli ha voluto dare ai genitori l’altissima dignità di diventare suoi cooperatori per dilatare e arricchire la Sua famiglia sulla terra. A loro il compito di accoglierli e di amarli col Suo stesso cuore, affinché nel loro cammino incontrino Gesù.
È quello che succede nella famiglia Beltrame Quattrocchi. Quando, in breve successione di tempo, tutti e tre i figli  più grandi, in assoluta indipendenza, ad uno ad uno, manifestano la volontà di accogliere con giovanile entusiasmo la chiamata di Dio, i genitori d’accordo, all’unisono, acconsentono sereni, consci dell’onore che Dio fa loro. E forti di questa convinzione superano “le resistenze opposte dall’affetto umano”, così scrive la mamma. É superfluo specificare e quantificare il dolore nel vedere quasi deserto il focolare domestico sempre tanto unito. Ma Maria aggiunge che “l’assenza dei tre figli più grandi … ebbe come conseguenza una fusione più esclusiva, direi, dei genitori fra loro”.
Ancora sul rapporto con i figli, mi sono sembrate particolarmente toccanti alcune testimonianze date da membri di questa famiglia così speciale. Maria dice: « Dalla nascita del primo, ci demmo ad essi, dimenticandoci in loro. Le prime cure, i primi sorrisi, le risatine gioiose, i primi passi, le prime parole, i primi difetti che si manifestavano preoccupandoci. Studiammo libri di pedagogia infantile, cercammo di migliorarci noi, correggendo difetti, moderando il carattere, per amore di loro. Facemmo sempre in modo che si divertissero fra loro, senza che altri – non curati così – potessero guastare il nostro, certo imperfettissimo, ma scrupoloso lavoro. Poi la scuola. Poi lo scoutismo che ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita.
Li vegliammo di giorno e di notte, gelosi che elementi mercenari potessero in qualche modo offuscarne le anime. Sentimmo che avevamo una tremenda responsabilità di quelle anime di fronte a Dio stesso che ce le aveva affidate, alla Patria di cui volevamo farne amorosi figlioli. Li allevammo nella fede, perché conoscessero Dio e lo amassero. Avremmo indubbiamente sbagliato tante volte, perché « l’arte delle arti » non si esercita senza serie difficoltà. Ma una cosa è certissima:come un’anima sola, aspirammo al loro migliore bene, rinunziando a tutto ciò che poteva portare qualche danno ad essi, anche se doveva costarci qualche privazione. Ma la gioia della dedizione compensò largamente tutto il resto, poiché è gioia divina.”
Il figlio, padre Paolino, ormai ottantenne, osserverà che questa attenzione ai principi di fondo non intaccava il clima di serenità nella famiglia: « Ho un ricordo rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria ».  Ed Enrichetta, oggi qui presente tra noi, a sua volta, metterà in luce l’intenso rapporto di affetto e di comprensione esistente tra i genitori:  « E’ ovvio pensare che possano essersi verificate talvolta delle divergenze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli non abbiano mai avuto modo di constatarle. Gli eventuali problemi li risolvevano tra di loro, con il dialogo, in modo che una volta concordata la soluzione, il clima rimanesse sempre sereno e armonioso ».
Quanta profondità e sapienza in questo cercare le soluzioni ai problemi insieme e poi dare ai figli il frutto dell’unità cercata, (a volte faticosamente) costruita nella coppia, consumando in se stessi o nel rapporto col partner la fatica, il rinnegamento che ciò comporta. Un esercizio sicuramente impegnativo, però fondamentale per chi vuole percorrere la strada della vita non da solo, ma legato in cordata con altri, col coniuge innanzitutto, ma anche con quelle famiglie di famiglie che sono sia la Chiesa che la società civile. La rettitudine (la santità) della vita del singolo è così la base per la rettitudine (la santità) dell’intero corpo sociale, per una rettitudine (santità) collettiva.
Da quest’ultimo aspetto discende un’altra profonda esperienza di una famiglia di cristiani, cioè di cittadini autentici, come recita il titolo del nostro convegno: l’economia della famiglia Beltrame Quattrocchi era improntata ad una vita sobria e dignitosa, che permettesse di avvicinare chiunque senza metterlo o sentirsi a disagio; il ricco come il povero. Un modello che, vissuto su larga scala, può rivoluzionare i rapporti sociali (ed anche tra le nazioni). Usare i beni per quello che è giusto, senza che manchi a chi ci sta intorno il necessario, anzi misurando le nostre esigenze sulla base delle necessità dei poveri. Questo aspetto si chiama “comunione dei beni” e si vive  sia con i beni spirituali che con quelli materiali. Sulla profonda comunione spirituale di Luigi e Maria ho già detto.
Vorrei aggiungere solo un particolare su quella materiale. Non indugiarono ad accogliere in casa l’ultimogenita della famiglia che abitava al piano sottostante, i cui genitori erano morti a causa dell’epidemia di “spagnola”, lasciando tre orfane. I nonni avevano accolto le prime due, ma la più la piccola non avevano potuto prenderla e così venne accolta dai Beltrame Quattrocchi, che furono criticati non poco da parenti e amici (si pensi al pericolo del contagio), ma le esigenze di chi era nel bisogno facevano da unità di misura delle proprie. Così la piccola rimase a lungo con Maria e Luigi e per tutta la vita mantenne viva l’amicizia con i loro figli, fino a partecipare, ormai anziana, alla beatificazione in S. Pietro nel 2001!
Mi piacerebbe parlare anche della vita professionale di Luigi, se non altro perché, avendo io stessa svolto la professione di avvocato, sento una particolare affinità con lui, che interpretò al meglio l’altissimo compito dell’avvocatura, che è la ricerca della verità e non, come spesso viene erroneamente inteso, travisamento di essa. Ma di ciò parlerà il presidente dell’Ordine degli Avvocati.
Concludo con un riferimento alla mia storia personale: l’incontro con alcuni cristiani autentici qui a Roma, quando vi arrivai dalla Calabria per gli studi universitari, diede un orizzonte del tutto nuovo alla mia vita, facendomi scoprire la pienezza e la strada che Dio aveva pensato per me. In quel manipolo di persone, cristiani, cittadini autentici, però, non vidi solo un’esperienza religiosa, ma il germe di una città nuova, di una società nuova, di un’umanità nuova. Questa penso sia stata l’esperienza generata anche da Luigi e Maria. Voglio augurarmi che lo stesso si possa dire anche di tutti noi che stasera in Campidoglio li ricordiamo e vogliamo imitarli!

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Saint Andrew the First-Called

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Publié dans:immagini sacre |on 29 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il Te Deum, canto della gratutudine e della speranza (Dionigi Tettamanzi)

dal sito:

http://www.liturgiagiovane.it/  

Il Te Deum, canto della gratutudine e della speranza 
 
Omelia del Cardinale – Autore: Dionigi Tettamanzi 

«Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio» (Numeri 6,14-25).
 
Carissimi, è con questa benedizione, rivolta dai sacerdoti al popolo degli Israeliti, che la liturgia della Chiesa conclude questo anno e apre l’anno nuovo.
 
È una benedizione che dice la vicinanza di Dio non solo al popolo eletto ma all’intera umanità, e dunque anche a ciascuno di noi. Si tratta di una vicinanza del tutto inimmaginabile da noi uomini, ma che Dio nel suo immenso amore ha voluto: vicinanza assolutamente straordinaria, insieme sconcertante e affascinante. È quella del mistero del Natale: Dio si fa uomo e all’uomo viene data l’inaudita possibilità di divenire figlio di Dio: «Dio – ci ricorda l’apostolo Paolo – mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Galati 4,4-5).
 
 Riviviamo, come Chiesa, la gioia e la lode dei pastori di Betlemme
La Chiesa ci invita a prolungare la nostra contemplazione del Natale, a rivivere nel nostro cuore l’esperienza spirituale dei pastori che, in risposta all’annuncio dell’angelo circa la nascita di Gesù, «andarono senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia» (Luca 2,16). Quel bambino è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio che si è fatto uomo. Un’esperienza intessuta di grande gioia e di lode a Dio: «I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro» (2,20).
Gioia grande e lode a Dio sono anche i sentimenti che devono riempire il nostro animo di credenti in questa celebrazione eucaristica di fine d’anno. Siamo chiamati a dire con la voce, il cuore e la vita il nostro “grazie” a Dio per il dono vivo e personale che ci ha elargito: il dono del Figlio, un dono che è fonte e compimento di tutti gli altri doni con i quali l’amore di Dio colma la nostra esistenza quotidiana: quella di ciascuno di noi, delle singole famiglie, delle nostre comunità, della Chiesa e del mondo. Il canto del Te Deum, che oggi risuona nelle Chiese di ogni parte della terra, vuole essere un segno della gratitudine gioiosa che rivolgiamo a Dio per tutti i doni che ci ha offerto in Cristo. Davvero «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Giovanni 1,16).
Vorrei ora esprimere i motivi di ringraziamento circa la vita della nostra Diocesi, in riferimento all’anno che questa sera si chiude, alla luce di tre parole dal forte contenuto ecclesiale: “comunione”, “missione”, speranza”.
La comunione costituisce l’essenza stessa della Chiesa: essa è costituita da coloro che, accogliendo la parola di Cristo e il suo Spirito vivificante, diventano figli del Padre ed entrano così nella misteriosa comunione d’amore della Trinità beata. Per questo la Chiesa è segno di comunione per tutti: come ci ricorda il Concilio, la Chiesa «è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1).
All’interno della Chiesa particolare, poi, la comunione si realizza pienamente quando giunge a generare al suo interno collaborazione e corresponsabilità. L’agire stesso della Chiesa, cioè la sua missione, scaturisce infatti dalla comunione per allargarsi al cuore del mondo e porta frutto nella misura in cui si attua secondo la triade inscindibile di comunione-collaborazione-corresponsabilità.
La missione poi, specie nel momento presente, consiste nel portare una parola di speranza agli uomini e alle donne di oggi. Lo ha ricordato il Santo Padre nella sua splendida enciclica Spe salvi: «La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso “la fine perversa”. È speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio. Solo così essa rimane anche speranza veramente umana» (n. 34).
Motivi di rendimento di grazie e prospettive di impegno
Alla luce delle tre parole comunione-missione-speranza vorrei ricordare alcuni avvenimenti per cui sento il dovere e la gioia di ringraziare con voi il Signore e prospettare, insieme, alcuni impegni che ci aspettano per il 2008.
1.   Anzitutto la “visita ad limina” che ha riguardato insieme le dieci Diocesi lombarde. È stata un evento di comunione che non ha coinvolto solo i Vescovi, ma anche, attraverso un folto pellegrinaggio, le intere Chiese di Lombardia, raccolte intorno al Papa.
Indimenticabili l’incontro personale dei Vescovi con Benedetto XVI e le sue parole rivolte a tutti i pellegrini lombardi nella basilica di San Pietro. Parole impegnative, ma di grande speranza, che ci hanno richiamato a rilanciare la ricca tradizione cristiana delle nostre terre, annunciando il Vangelo con fiducia e coraggio. Ha detto il Santo Padre: «Ho visto nel colloquio con voi, cari Fratelli nell’Episcopato, come la Chiesa in Lombardia è realmente una Chiesa viva, ricca del dinamismo della fede e anche di spirito missionario, capace e decisa a trasmettere la fiaccola della fede alle future generazioni e al mondo del nostro tempo».
2.   Un secondo avvenimento per cui vorrei ringraziare il Signore è il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa (12-19 marzo). Occasionato dal ricordo degli ottant’anni del Card. Carlo Maria Martini e dai cinquant’anni della mia ordinazione sacerdotale, è stato un’esperienza molto intensa di comunione tra noi, di profondo contatto con la terra benedetta che custodisce la memoria viva della nascita, della vita e della morte e risurrezione del Signore Gesù. Siamo tornati a casa carichi di speranza e pronti a riprendere con fiducia l’impegno di evangelizzazione. Possiamo ben dire che quello che abbiamo udito, visto, udito, toccato sentiamo di doverlo annunciare agli altri perché entrino nella comunione con il Padre e il Figlio e lo Spirito (cfr. 1Giovanni 1,1-4).
3.   Un’esperienza simile ci attende il prossimo mese di giugno 2008, con  il pellegrinaggio diocesano a Lourdes nell’anno giubilare dell’apparizione della Vergine a Bernadette (1858) e nel cinquantesimo anniversario del pellegrinaggio promosso dall’Arcivescovo Montini a conclusione della Missione di Milano del 1957. Maria Santissima, che «di speranza è fontana vivace» (cfr. Paradiso, canto XXXIII), ci aiuti ad affrontare con fiducia e coraggio la missione di annunciare il Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo.
4.   Vorrei anche ricordare, per il suo alto significato ecumenico, il pellegrinaggio in Russia previsto per i sacerdoti alla fine del prossimo mese di agosto. Nel mio indimenticato incontro con il Patriarca Alessio II nell’autunno del 2006, era nato il desiderio forte di coinvolgere anche i preti in una intensa esperienza di comunione tra la Chiesa ambrosiana e la Chiesa ortodossa russa.
Sono convinto che il cammino ecumenico, oltre alle iniziative di vertice, deve dar vita in continuità a iniziative locali di reciproca conoscenza e a segni concreti di comunione, che aprano alla speranza della piena unità di tutti i credenti in Cristo e li rendano nel mondo attuale testimoni più credibili del Vangelo. Come scriveva Giovanni Paolo II, “l’unità dei cristiani è un problema essenziale per la testimonianza evangelica nel mondo” (Tertio millennio adveniente, n. 34).    
5.   Un altro motivo di ringraziamento nasce dal percorso pastorale triennale che la nostra Diocesi sta vivendo: “L’amore di Dio è in mezzo a noi. La missione della famiglia a servizio del Vangelo”. Vorrei in particolare ringraziare il Signore perché le nostre comunità non si sono chiuse in se stesse, ma con disponibilità e capacità inventiva si sono messe in ascolto delle famiglie, anche di chi vive situazioni di fatica negli affetti e nelle relazioni. L’ascolto chiede apertura, sintonia, comunione. Se è vero e profondo, l’ascolto è sempre un’esperienza arricchente, che lega le persone, non le lascia sole nei loro problemi, ma le incoraggia, le apre alla speranza. Solo chi sa ascoltare è capace anche di annunciare e di dare speranza.
Mentre ringrazio il Signore, lo prego intensamente perché ci aiuti a continuare in questo stile di accoglienza e di ascolto “secondo la misura del cuore di Cristo”. È  uno stile che si rivela decisivo per la seconda e la terza tappa del percorso pastorale, dedicate alla traditio fidei et amoris nelle famiglie, con una specifica attenzione alla pastorale del battesimo, e alla missione della famiglia “anima del mondo” nelle realtà terrene e temporali, nei diversi ambienti della vita sociale. 
6.   Un’altra ragione per dire “grazie” a Dio proviene dal rinnovamento pastorale della nostra Chiesa. Pur con le inevitabili difficoltà e fatiche, possiamo constatare che l’impegnativo sforzo per un’articolazione più comunionale e missionaria delle nostre parrocchie, mediante una “pastorale d’insieme” che ha nelle “comunità pastorali” il modello di riferimento, si sta progressivamente realizzando.
Questo ci apre alla speranza per il futuro. Come ho ricordato nell’omelia della solennità di San Carlo, intendiamo affrontare la sfida per il calo numerico dei sacerdoti con un generoso impegno di rinnovamento pastorale, evitando ogni atteggiamento di lamentela o di sconforto, bensì raccogliendo dalle stesse difficoltà l’appello per una vera conversione evangelica all’insegna della fiducia e della speranza nel Signore.
7.   Nella stessa linea ringrazio il Signore e imploro la sua grazia per le scelte impegnative che la nostra Diocesi sta assumendo in un triplice campo: in quello della iniziazione cristiana, oggi chiamata a cambiare profondamente per obbedire all’antico principio “Cristiani non si nasce, si diventa” (Tertulliano, Apologetico 18,4); nel campo poi della formazione dei sacerdoti, con l’avvio di una nuova modalità di destinazione dei diaconi e dei presbiteri novelli, pensata in un’ottica di comunione e di missionarietà; nel campo, infine, della presenza dei cristiani nel mondo della scuola e della cultura.  
8.   Che la nostra Chiesa nella sua vastità e nelle sue articolazioni sia in cammino, lo sto constatando attraverso la visita pastorale decanale, che ha già coinvolto quattordici decanati e che nel prossimo anno – ed è una prospettiva per cui chiedo di pregare – si svolgerà con un ritmo ancora più intenso. Ho cercato di condensare in poche pagine la ricca esperienza che sto vivendo nelle “lettere” conclusive della visita, indirizzate alle comunità nel loro insieme e ai diversi operatori pastorali. In queste lettere, oltre a indicazioni particolari legate alle singole situazioni, ripropongo con forza le fondamentali istanze della comunione e della missione, con l’appello prioritario ad affrontare – da parte di tutti e in particolare dei laici – un intenso cammino di formazione spirituale e culturale.  
9.   Altro segno di vivacità ecclesiale della nostra Diocesi, di cui vorrei rendere grazie con voi al Signore, è stata la nomina episcopale di ben sei nostri sacerdoti. Anche questo gioioso avvenimento è stato caratterizzato dalla comunione e dalla missione. Comunione: anzitutto con il Santo Padre, che ha così manifestato attenzione e apprezzamento alla nostra Chiesa ambrosiana e ha consacrato due vescovi per il servizio alla Santa Sede; e comunione con due Chiese particolari, a cui abbiamo donato i nuovi pastori. Missione: i due nuovi vescovi ausiliari che ho chiesto per la nostra arcidiocesi sapranno dare nuovo slancio all’impegni pastorale e culturale.
Vorrei leggere queste nomine episcopali come invito a tutti nel proseguire in quella che, nel giorno del mio ingresso in Diocesi, chiamavo “una grande preghiera per le vocazioni”: “preghiera fiduciosa, costante, personale e comunitaria che, come onda benefica, attraversi e coinvolga attivamente i seminari, le comunità parrocchiali, i gruppi, le famiglie, gli anziani, gli ammalati, ogni singola persona”. Anche la nostra Chiesa, non meno delle altre, ha bisogno di vocazioni sacerdotali, diaconali, nelle varie forme di vita consacrata, nella vita matrimoniale e nelle diverse modalità di impegno laicale.
10. Un altro motivo di ringraziamento, in quest’anno che ha visto la celebrazione del cinquantesimo dell’enciclica Fidei donum di Pio XII, è stato il deciso incremento di presenza in diversi Paesi di sacerdoti, diaconi, famiglie e consacrate provenienti dalla nostra Diocesi. In un momento di difficoltà e di crisi per le vocazioni, la nostra Chiesa ha scommesso e scommette in modo convinto sulla missione e sulla comunione con le diverse Chiese presenti nel mondo, ben sapendo che il Signore non si lascia vincere in generosità.
In particolare vorrei richiamare la luminosa testimonianza di P. Giancarlo Bossi del PIME: la sua liberazione e il suo desiderato ritorno nelle Filippine sono per tutti noi motivo di ringraziamento al Signore e di rinnovato impegno missionario.
11. Dovrei ora aprire un nuovo capitolo, le cui pagine sono un invito al rendimento di grazie al Signore e insieme a vivere la speranza operosa nelle situazioni difficili e pesanti della vita. È il capitolo che vede la presenza della comunità cristiana – in particolare dei gruppi, delle famiglie, delle singole persone – che annuncia il Vangelo e lo rende credibile attraverso le numerose e varie opere di carità e giustizia al servizio della società, soprattutto a favore di quanti fanno, spesso quotidianamente, l’esperienza dura della fragilità: i poveri, i malati, i sofferenti, i senza lavoro e senza casa, i disagiati, gli emarginati, i rifiutati, i disperati.
Riprendendo il discorso della vigilia di sant’Ambrogio rivolto alla città, vorrei riaffermare “il (mio) bisogno di ringraziare di cuore quanti si sono impegnati, in questi mesi, pur in mezzo a tante difficoltà e incomprensioni, per creare nuove condizioni di convivenza e di legalità con i Rom che vivono a Milano, sia all’interno delle istituzioni, sia operando nelle varie organizzazioni caritative e umanitarie. Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di contrasto, da un lato, e di disimpegno, dall’altro, di molti che potevano fare di più. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare un’inclusione nella legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da una città spaventata e preoccupata anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana”.
Sempre quel discorso attirava l’attenzione sulla città “invisibile”, abitata da poveri “invisibili”, per un sussulto di responsabilità sociale verso i più bisognosi. Dicevo: “C’è una città che “appare”, la città dei grandi progetti, delle luci, delle vetrine; ma c’è una città forse un po’ più piccola, un po’ più invisibile, che magari vorremmo nascondere. Non ignoriamola, anzi abbiamo il giusto coraggio di ripartire da qui. Ripartiamo dalla città degli invisibili, ciascuno dei quali è persona…”.
Apriamo dunque il nuovo anno con una più grande speranza, che vogliamo implorare dal Signore, nella convinzione che la sua è una speranza generata dalla fede e destinata a fruttificare sentimenti e opere di amore, e dunque di accoglienza e di solidarietà.
 
Preghiamo, umili e fiduciosi, con le parole del Te Deum:
Pietà di noi, Signore,
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno.
 
+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, Inni, liturgia |on 29 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

30 novembre : Sant’ Andrea Apostolo

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22000

Sant’ Andrea Apostolo

30 novembre

Bethsaida di Galilea – Patrasso (Grecia), ca. 60 dopo Cristo

Andrea, già discepolo di Giovanni Battista, fratello di Pietro, gli comunicò la scoperta del Messia. Entrambi furono chiamati dal Maestro sulle rive del lago per diventare ‘pescatori di uomini’. Nel prodigio della moltiplicazione dei pani segnala a Gesù il fanciullo dei cinque pani e dei due pesci. Egli stesso insieme a Filippo riferisce che alcuni Greci vogliono vedere Gesù. Crocifisso a Patrasso secondo la tradizione, è particolarmente venerato nella Chiesa greca. (Mess. Rom.)

Patronato: Pescatori
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco

Emblema: Croce decussata, Rete da pescatore
Martirologio Romano: Festa di sant’Andrea, Apostolo: nato a Betsaida, fratello di Simon Pietro e pescatore insieme a lui, fu il primo tra i discepoli di Giovanni Battista ad essere chiamato dal Signore Gesù presso il Giordano, lo seguì e condusse da lui anche suo fratello. Dopo la Pentecoste si dice abbia predicato il Vangelo nella regione dell’Acaia in Grecia e subíto la crocifissione a Patrasso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo insigne patrono.
Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: « Ecco l’agnello di Dio! ». Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: « Abbiamo trovato il Messia! ». Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale « fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa” ». Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: « Seguitemi, vi farò pescatori di uomini » (Matteo 4,18-20).
Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo « con grande potenza e gloria » (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.
E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: « Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen ». Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.
Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 29 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

La preghiera cristiana – icona copta

La preghiera cristiana - icona copta dans immagini sacre 401

http://scheggiaimpazzita.wordpress.com/2010/01/09/la-pentecoste-la-preghiera-cristiana-icona-copta/

Publié dans:immagini sacre |on 28 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Tutto fu creato e ordinato con la Parola e lo Spirito (Ireneo di Lione)

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20021108_ireneo-lione_it.html

Tutto fu creato e ordinato con la Parola e lo Spirito

Ireneo di Lione, Dimostrazione della predicazione apostolica, 4-10

« Tutte le cose create necessariamente derivano da una causa prima il fondamento della loro esistenza: il principio di tutto è Dio. Egli infatti non è stato creato da nessuno, ma da lui tutte le cose sono state create. Perciò è necessario riconoscere in primo luogo che vi è un solo Dio, Padre, che ha creato e formato tutto l’universo, che fa esistere ciò che prima non esisteva e che, contenendo tutto, da nessuna cosa può essere contenuto. Ora, in quest’universo rientra anche il nostro mondo, e nel mondo l’uomo: dunque anche questo nostro mondo quaggiù è stato formato da Dio.
Ecco come si espone la presente dottrina: vi è un solo Dio Padre, increato, invisibile, creatore dell’universo; al di sopra di lui non vi è altro Dio, e dopo lui non vi è altro Dio; Dio, inoltre, è intelligente, perciò la creazione di tutte le cose fu opera di intelligenza. Dio è spirito, perciò con lo Spirito tutto ha disposto, come dice il profeta: Con la Parola (Verbo) del Signore furono creati i cieli, e col suo Spirito, tutta la loro potenza (Sal 32,6).
Dunque, poiché il Verbo crea, cioè opera nella carne e dona gratuitamente l’esistenza, mentre lo Spirito plasma e forma le varie potenze angeliche; a buon diritto, perciò, il Verbo è chiamato Figlio e lo Spirito Santo, Sapienza di Dio. Così Paolo, suo apostolo, dice rettamente: Un solo Dio Padre, il quale è sopra tutti, e tra tutti e in tutti noi (Ef 4,6). Infatti al di sopra di tutte le cose c’è il Padre, tra tutte le cose c’è il Verbo, poiché per mezzo di lui il Padre ha creato ogni cosa; e in noi vi è lo Spirito che grida: Abbà, Padre (Gal 4,6), e modella l’uomo a somiglianza di Dio. In conclusione lo Spirito rivela il Verbo, ed è per questo che i profeti annunciarono il Figlio di Dio; ma il Verbo spinge ad operare lo Spirito: è lui che parla ai profeti, e innalza l’uomo fino al Padre.
Eccola la regola della nostra fede, il fondamento dell’edificio, e ciò che rende salda la nostra condotta: Dio Padre, increato, non circoscritto, invisibile, unico Dio, creatore dell’universo; è questo il primo articolo della nostra fede.
Il secondo articolo è questo: Il Verbo di Dio, il Figlio di Dio, Cristo Gesù nostro Signore, che si è manifestato ai profeti in forme diverse secondo il genere della loro profezia e secondo i disegni provvidenziali del Padre; per la cui opera è stata creata ogni cosa; che poi, alla fine dei tempi, s’è fatto uomo tra gli uomini per ricapitolare ogni cosa, s’è fatto visibile e tangibile, per distruggere la morte, rivelare la vita e operare l’unità tra Dio e gli uomini.
Il terzo articolo è questo: Lo Spirito Santo, per mezzo del quale i profeti hanno profetato, i Padri hanno appreso la scienza di Dio, e i giusti sono stati guidati nella via della giustizia; che alla fine dei tempi è stato diffuso in modo nuovo sull’umanità, per far nuovo l’uomo su tutta la terra, e riportarlo a Dio.
Perciò alla nostra nuova nascita, in grazia di questi tre articoli si compie il battesimo che ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Infatti coloro che portano in sé lo Spirito di Dio vengono condotti al Verbo, cioè al Figlio; il Figlio poi li presenta al Padre, e il Padre dona loro l’incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito non è possibile vedere il Figlio di Dio, e senza il Figlio nessuno può appressarsi al Padre, dato che la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio si attua per mezzo dello Spirito Santo. Lo Spirito poi, viene dispensato dal ministero del Figlio, secondo il beneplacito del Padre, cioè come e a chi il Padre vuole.
Se dallo Spirito, il Padre viene chiamato altissimo, onnipotente e signore di ogni potenza, questo è perché dobbiamo convincerci che Dio è veramente tale, cioè che è creatore del cielo, della terra e di tutto questo universo; creatore degli angeli, degli uomini, e signore di tutto; per lui tutte le cose esistono e ciascuno riceve il suo nutrimento; è misericordioso, pietoso e pieno di tenerezza; buono, giusto, Dio di tutti, e dei giudei, e dei pagani e dei credenti. Ma dei credenti è Padre, perché alla fine dei tempi ha aperto il testamento dell’adozione; dei giudei è signore e legislatore, perché nei tempi di mezzo gli uomini, avendo dimenticato Dio, si erano allontanati e ribellati a lui, ed egli per questo li aveva ridotti in servitù per mezzo della legge, affinché apprendessero di avere un padrone, un creatore e fattore, che dona il soffio della vita e al quale dobbiamo rendere omaggio giorno e notte. Per i pagani, poi, è creatore e demiurgo onnipossente. Ma per tutti, senza eccezione, è dispensatore di nutrimento, è re e giudice: nessuno infatti sfuggirà al suo giudizio, né giudeo, né pagano, né alcun credente che abbia peccato, né gli angeli. Quanti rifiutano ora di credere alla sua bontà, conosceranno allora al momento della condanna, la sua potenza, come dice il beato Apostolo: …ignorando che l’amore di Dio ti chiama a conversione, con la tua ostinazione e l’impenitenza del tuo cuore tu vai accumulando su di te ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le proprie opere (Rm 2,4-6).
È lui, che viene detto, nella legge, Dio di Abramo, Dio d’Isacco e Dio di Giacobbe: Dio dei viventi. Perciò ineffabile è l’altezza e la grandezza di questo Dio.
Questo nostro mondo è circondato da sette cieli nei quali abitano potenze innumerevoli, angeli e arcangeli che prestano culto a Dio onnipotente e creatore di tutto. Egli non ne avrebbe bisogno, ma essi lo fanno per non restare oziosi, inutili e chiusi nel loro egoismo. È chiaro, perciò, che la presenza interiore dello Spirito di Dio è molteplice; essa viene definita dal profeta Isaia in sette diverse forme di ministero, che sono discese tutte sul Figlio di Dio, cioè sul Verbo, al momento della sua venuta come uomo. Dice infatti Isaia: Su lui riposerà lo Spirito di Dio: Spirito di sapienza e di intelletto, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà; e lo riempirà poi lo Spirito del timore di Dio (Is 11,2).
Dunque il primo cielo, a partire dall’alto, quello che contiene tutti gli altri, è il cielo della sapienza; il secondo è quello dell’intelletto; il terzo, quello del consiglio; il quarto, contando a partire dall’alto, è quello della fortezza; il quinto, poi, quello della scienza; il sesto, quello della pietà, e il settimo, cioè questo firmamento che circonda il nostro mondo, è pieno del timore di quello Spirito che illumina i cieli. Mosè ne aveva ricevuto il simbolo: il candeliere a sette braccia, acceso perennemente nel Santo; egli infatti aveva ricevuto le prescrizioni rituali, modellate sui cieli, come gli aveva detto il Verbo: Farai tutto secondo il modello che hai visto sul monte (Es 25,40).
Dunque, questo Dio viene glorificato dal suo Verbo, che è suo Figlio in eterno, e dallo Spirito Santo, che è la sapienza del Padre di ogni cosa. Le loro potenze – quelle cioè del Verbo e della Sapienza – che vengono dette cherubini e serafini, glorificano Dio con inni che mai cesseranno; e tutto ciò che esiste, tutto ciò che si trova nei cieli, rende gloria a Dio Padre di ogni cosa. Egli, per mezzo del suo Verbo, ha donato l’esistenza al mondo intero, e anche agli angeli che pure esistono in questo mondo; a questo mondo poi ha stabilito come legge, che ciascuno resti al suo posto senza varcare i limiti stabiliti dalla volontà di Dio, e che ciascuno compia l’opera che gli è stata assegnata. » 

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 28 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO: « RICONOSCERE NELLA NATURA UN LIBRO STUPENDO, CHE CI PARLA DI DIO »

 dal sito:

http://www.zenit.org/article-28815?l=italian

« RICONOSCERE NELLA NATURA UN LIBRO STUPENDO, CHE CI PARLA DI DIO »

Discorso del Papa ai partecipanti all’incontro promosso dalla Fondazione « Sorella Natura »

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 28 novembre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il testo del discorso rivolto questa mattina da Benedetto XVI agli studenti delle scuole italiane partecipanti al progetto “Ambientiamoci a scuola”, promosso dalla Fondazione “Sorella Natura” di Assisi, in occasione della “Giornata per la Custodia del Creato”.

***

Signor Cardinale,
illustri Autorità,
cari ragazzi e giovani!

E’ con grande gioia che do a tutti voi il mio benvenuto a questo incontro dedicato all’impegno per « sorella natura », per usare il nome della Fondazione che lo ha promosso. Saluto cordialmente il Cardinale Rodríguez Maradiaga e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto anche a nome vostro e per il dono della preziosa riproduzione del Codice 338, che contiene le fonti francescane più antiche. Saluto il Presidente, Signor Roberto Leoni, come pure le Autorità e Personalità e i numerosi insegnanti e genitori. Ma soprattutto saluto voi, cari ragazzi e ragazze, cari giovani! E’ proprio per voi che ho voluto questo incontro, e vorrei dirvi che apprezzo molto la vostra scelta di essere « custodi del creato », e che in questo avete il mio appoggio pieno.

Prima di tutto dobbiamo ricordare che la vostra Fondazione e questo stesso incontro hanno una profonda ispirazione francescana. Anche la data odierna è stata scelta per fare memoria della proclamazione di san Francesco d’Assisi quale Patrono dell’ecologia da parte del mio amato Predecessore, il beato Giovanni Paolo II, nel 1979. Tutti voi sapete che san Francesco è anche Patrono d’Italia. Forse però non sapete che a dichiararlo tale fu il Papa Pio XII, nel 1939, quando lo definì « il più italiano dei santi, il più santo degli italiani ». Se dunque il santo Patrono d’Italia è anche Patrono dell’ecologia, mi pare giusto che le giovani e i giovani italiani abbiano una speciale sensibilità per « sorella natura », e si diano da fare concretamente per la sua difesa.
Quando si studia la letteratura italiana, uno dei primi testi che si trovano nelle antologie è proprio il « Cantico di Frate Sole », o « delle creature », di san Francesco d’Assisi: « Altissimo, onnipotente, bon Signore… ». Questo cantico mette in luce il giusto posto da dare al Creatore, a Colui che ha chiamato all’esistenza tutta la grande sinfonia delle creature. « …tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione… Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature ». Questi versi fanno parte giustamente della vostra tradizione culturale e scolastica. Ma sono anzitutto una preghiera, che educa il cuore nel dialogo con Dio, lo educa a vedere in ogni creatura l’impronta del grande Artista celeste, come leggiamo anche nel bellissimo Salmo 19: « I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento… Senza linguaggi, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio » (v. 1.4-5). Frate Francesco, fedele alla Sacra Scrittura, ci invita a riconoscere nella natura un libro stupendo, che ci parla di Dio, della sua bellezza e della sua bontà. Pensate che il Poverello di Assisi chiedeva sempre al frate del convento incaricato dell’orto, di non coltivare tutto il terreno per gli ortaggi, ma di lasciare una parte per i fiori, anzi di curare una bella aiuola di fiori, perché le persone passando elevassero il pensiero a Dio, creatore di tanta bellezza (cfr Vita seconda di Tommaso da Celano, CXXIV, 165).
Cari amici, la Chiesa, considerando con apprezzamento le più importanti ricerche e scoperte scientifiche, non ha mai smesso di ricordare che rispettando l’impronta del Creatore in tutto il creato, si comprende meglio la nostra vera e profonda identità umana. Se vissuto bene, questo rispetto può aiutare un giovane e una giovane anche a scoprire talenti e attitudini personali, e quindi a prepararsi ad una certa professione, che cercherà sempre di svolgere nel rispetto dell’ambiente. Se infatti, nel suo lavoro, l’uomo dimentica di essere collaboratore di Dio, può fare violenza al creato e provocare danni che hanno sempre conseguenze negative anche sull’uomo, come vediamo, purtroppo, in varie occasioni. Oggi più che mai ci appare chiaro che il rispetto per l’ambiente non può dimenticare il riconoscimento del valore della persona umana e della sua inviolabilità, in ogni fase della vita e in ogni condizione. Il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutt’uno, ma entrambi possono crescere ed avere la loro giusta misura se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione. Su questo, cari ragazzi, sono convinto di trovare in voi degli alleati, dei veri « custodi della vita e del creato ».
E ora vorrei cogliere questa occasione per rivolgere una parola specifica anche agli insegnanti e alle Autorità qui presenti. Vorrei sottolineare la grande importanza che ha l’educazione anche in questo campo dell’ecologia. Ho accolto volentieri la proposta di questo incontro proprio perché esso coinvolge tanti giovanissimi studenti, perché ha una chiara prospettiva educativa. E’ infatti ormai evidente che non c’è un futuro buono per l’umanità sulla terra se non ci educhiamo tutti ad uno stile di vita più responsabile nei confronti del creato. E sottolineo l’importanza della parola « creato », perché il grande e meraviglioso albero della vita non è frutto di un’evoluzione cieca e irrazionale, ma questa evoluzione riflette la volontà creatrice del Creatore e la sua bellezza e bontà. Questo stile di responsabilità si impara prima di tutto in famiglia e nella scuola. Incoraggio, pertanto, i genitori, i dirigenti scolastici e gli insegnanti a portare avanti con impegno una costante attenzione educativa e didattica con questa finalità. Inoltre, è indispensabile che questo lavoro delle famiglie e delle scuole sia sostenuto dalle istituzioni preposte, che oggi sono qui ben rappresentate.
Cari amici, affidiamo questi pensieri e queste aspirazioni alla Vergine Maria, Madre dell’intera umanità. Mentre abbiamo appena iniziato il Tempo di Avvento, Ella ci accompagni e ci guidi a riconoscere in Cristo il centro del cosmo, la luce che illumina ogni uomo e ogni creatura. E san Francesco ci insegni a cantare, con tutta la creazione, un inno di lode e di ringraziamento al Padre celeste, datore di ogni dono. Vi ringrazio di cuore per essere venuti numerosi e accompagno volentieri il vostro studio, il vostro lavoro e il vostro impegno con la mia Benedizione. Ho parlato di cantare, cantiamo insieme il Padre Nostro, la grande preghiera insegnata da Gesù a noi tutti.

Isaiah received a vision of God and was called to speak God’s Word in Isaiah 6.

Isaiah received a vision of God and was called to speak God's Word in Isaiah 6. dans immagini sacre isaiah

http://www.murraymoerman.com/1christ/scripture/Isaiah.asp

Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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