Archive pour octobre, 2011

Resurrezione dalla morte

Resurrezione dalla morte dans immagini sacre 20550N

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

2 NOVEMBRE – COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI – COMMENTO ALLE LETTURE

dal sito:

http://www.omelie.org/nuovoarchivio.php?a=bellinato&dom=defunti&anno=2005&titolodom=Commemorazione%20dei%20Defunti&autore=Alvise%20Bellinato&data=2%20novembre%202005

2 NOVEMBRE – COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

COMMENTO ALLE LETTURE

KALAG-KALAG!

(2novembre 2005)

In questi giorni dalla finestra di camera mia posso assistere ad uno spettacolo inusuale e curioso: file di persone festanti si recano al cimitero portando tavole di legno, canne di bambù, pentole, teloni, sacchi di riso, utensili… E’ una processione festosa, di gente sorridente.
Vanno a costruire piccole capanne sulle tombe dei loro cari.
La sera del 1 Novembre le famiglie si trasferiscono al cimitero e vi rimangono fino al 2 sera, mangiando, bevendo, cantando, pregando, giocando.
Non hanno paura di trascorrere la notte in un cimitero.
Loro vanno a fare compagnia ai morti.
Il cimitero si trasforma in un villaggio, che risuona di canti, danze, giochi, allegria, mentre si aspetta il prete, che il 2 Novembre mattina viene a celebrare la Messa.
Questa tradizione, che qui nelle Filippine si chiama Kalag-Kalag (le anime) è in realtà diffusa anche in altri paesi del mondo.
Da noi, invece, nessuno si sognerebbe di andare a dormire al cimitero, e tanto meno a festeggiare o a cantare!
Il cimitero è un luogo ordinariamente silenzioso e serio: vietato ridere, mangiare o schiamazzare.
Si rischia una multa.
Gli studiosi di antropologia culturale ci dicono che dietro alle forme di raduno festoso nei cimiteri si celano le antiche radici animistiche della fede popolare. Radici che la Chiesa ha cercato di guidare con prudenza, purificare dagli abusi e incorporare nella fede cristiana, che ci assicura che Cristo è Risorto.
Lasciando perdere per un momento gli aspetti paganeggianti e un po’ superstiziosi, è però vero che queste persone ci dicono qualcosa di importante: i nostri cari defunti non sono lontani da noi.
Ci sono molto vicini. Anche se non possiamo vederli.
Alcune forme, tipo il preparare il cibo preferito dal defunto e appoggiarglielo sulla tomba, ci possono lasciare perplessi e sinceramente sono discutibili.
Ma il messaggio è un richiamo forte e concreto alla speranza: tu sei ancora vicino a noi. Noi non ti abbiamo dimenticato e vogliamo condividere ancora i nostri beni con te.
Io credo che questo sia anche il significato della nostra visita odierna al cimitero, del nostro portare un mazzo di fiori, del nostro venire a Messa e pregare per i nostri cari.
L’amore è rimasto, come anche la nostalgia e la coscienza di una vicinanza che persiste, misteriosa.

CREDO LA COMUNIONE DEI SANTI
Ogni Domenica, rinnovando la professione di Fede durante la Messa, diciamo:

Credo nello Spirito Santo
La Santa Chiesa cattolica
La comunione dei santi
La remissione dei peccati
La risurrezione della carne
E la vita eterna. AMEN

Forse tutti noi abbiamo una certa idea di cosa sia la Chiesa cattolica, la vita eterna, lo Spirito Santo e la risurrezione.
Ma probabilmente non è del tutto chiara “la comunione dei santi”.
Il Catechismo ci insegna che la Chiesa è comunione di un popolo santo, in tre stati: lo stato di pellegrini sulla terra, lo stato di quelli che si stanno purificando e lo stato di coloro che sono già nella gloria di Dio. Pur essendo in stati diversi, tutti sono in comunione nell’amare Dio e i fratelli, animati dallo stesso Spirito, come discepoli dello stesso Signore. Noi chiamiamo questo “comunione dei Santi”.
Una comunione di amore e di preghiera. Una comunione di aiuto reciproco.
E’ per questo che il Vaticano II dice: “L’unione dei viventi con i fratelli che si sono addormentati nella pace di Cristo non è interrotta, ma al contrario, secondo la costante fede della Chiesa, rafforzata dalla condivisione di beni spirituali” (LG 49).
Per noi, oggi, comunione di beni spirituali significa non tanto preparare il cibo preferito dei nostri defunti, ma pregare per loro, amarli, fare tesoro del loro esempio, raccomandarli all’amore di Dio.
Talvolta anche perdonarli.
Noi speriamo un giorno di rivederli, per la misericordia divina, nonostante la fragilità della nostra condizione umana.
La celebrazione odierna ci dice anche che mai dobbiamo scoraggiarci o vivere troppo di rimpianti nel passato. La vita continua: andiamo avanti!

LA SPERANZA FONDATA
La liturgia della Parola ci presenta, in tutte e tre le letture, elementi per rafforzare la nostra speranza. Abbiamo sentito delle frasi decise, forti. Potremmo dire: abbiamo sentito delle dichiarazioni solenni.
“Io lo so che il mio Redentore è vivo. Io lo vedrò, io stesso”.
“Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”.
“A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira.”
“Questa é la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato”.
Non abbiamo sentito espressioni tipo: “io spero di vederlo”, “spero di contemplare un giorno il suo volto”, “speriamo che saremo salvati”, ecc. Abbiamo udito dichiarazioni che tradiscono una dose di sicurezza: Dio vuole salvare tutti gli uomini, Cristo ha dato la sua vita per salvarci, noi un giorno vedremo Dio.
Ma chi di noi può dire con certezza cosa gli accadrà dopo la morte?
Nessuno.
Possiamo solo confidare nella volontà di Dio, che è una volontà salvifica.
La Parola ci dice che Dio ha fatto tutto il possibile, per parte sua, affinché questa speranza possa diventare certezza per gli uomini.
Certo, c’è una parte che spetta a noi. E’ nostra parte “andare a Gesù”, cioè orientare la nostra vita secondo la sua Parola. In questo modo lui non ci respingerà.
Se crediamo in Lui, non tanto con una pura operazione teorica, ma conformando la nostra vita a Lui, abbiamo la vita eterna.

Questa è la fede della Chiesa, che celebriamo oggi.
Il giorno del nostro Battesimo ci è stata consegnata una candela accesa, come segno della fede ricevuta, con la raccomandazione di conservarla “per la vita eterna”.

Alcuni testimoni ci dicono che il Papa ha voluto questa candela accesa accanto a sé, durante la sua agonia.
Preghiamo che la luce della fede arda nei nostri cuori e guidi anche noi dove Dio ci aspetta.

Omelia per la Commemorazione dei fedeli defunti : Alla morte risponde l’amore

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/20149.html

Omelia (02-11-2010)

padre Gian Franco Scarpitta

Alla morte risponde l’amore

Come la giornata dedicata a tutti i Santi, anche l’odierna liturgia ci invita a considerare in senso globale e universale un aspetto della nostra devozione che solitamente guardiamo nelle circostanze singolari e limitate. Si tratta dei nostri cari defunti, di solito onorati singolarmente per mezzo di preghiere, Messe di suffragio e altre pie pratiche a loro dedicate come il pellegrinaggio e la visita al cimitero, per i quali oggi, però, la Chiesa ci invita a pregare tutti insieme indistintamente offrendoci oltretutto la possibilità di avere un occhio di riguardo anche per le anime di tutti coloro dei quali su questa terra si è perduta la memoria, per i defunti trascurati e dimenticati perché costretti in vita alla solitudine e all’emarginazione, come pure per tutti coloro di cui si sono perse le tracce in occasioni di calamità naturali o in conseguenza della guerra. La commemorazione di Tutti i Defunti interessa infatti tutti i cari estinti terreni e si estende a tutti coloro che in un modo o nell’altro sono stati sottratti alla vita terrena, non importa quali siano state le loro condizioni sociali e le loro caratteristiche personali: oggi preghiamo per tutti i defunti, ne facciamo memoria e impetriamo per essi l’intercessione affinché Dio possa estinguere per loro residuati di colpa e di peccaminosità.
Di fronte al problema della morte, Dio risolve le nostre domande semplicemente con l’amore. E in forza di esso siamo orientati alla fiducia e alla speranza, considerando dalla rivelazione che anche per coloro che sono umanamente trapassati vi è possibilità di salvezza nonostante il peccato o le defezioni terrene, poiché Dio, che tutti i mezzi impiega fino all’ultimo istante affinché ogni suo figlio non si perda ma ritorni alla comunione con Lui, dispone per i nostri defunti un tempo ulteriore di purificazione affinché, liberi dai gravami delle pecche terrene, essi possano associarsi agli Eletti nella contemplazione definitiva del suo volto: il Purgatorio.
Smentire, come fanno certuni, questa realtà intermedia fra la Gloria eterna del Paradiso e la Retribuzione definitiva dell’empio (inferno) equivale a mettere in discussione l’onnipotenza dell’amore di Dio e la profondità delle sue possibilità di salvezza, riducendo lo stesso amore divino ad una sorta di aut aut per il quale si pongono solo due alternative: o ti salvi o ti danni. Non è invece nell’ordine dell’amore di Dio abbandonare le anime al loro destino, piuttosto risponde alla sua vera Identità accompagnarle e condurle a salvezza sfruttando fino all’ultime tutte le risorse possibili. Deve esistere allora una dimensione purgatoriale per la quale residui di peccato e imperfezioni possano essere rimossi anche dopo la vita terrena, altrimenti sarebbe vano e futile pregare e sostare al cimitero per i nostri defunti (2Mc 12, 42-46) e questa è la prospettiva per la quale oggi, come tutti i giorni dell’anno, siamo chiamati a coltivare maggiormente e con più intensità le nostre relazioni di intimità con i nostri cari defunti, accompagnandoli nell’orazione mentre essi si purificano ulteriormente per raggiungere la gioia infinita del Paradiso. Facendo applicare l’Eucarestia a loro vantaggio chiediamo al Signore che, intervenendo con la sua presenza reale e sostanziale nel Sacramento, agisca egli stesso per la purificazione sollecita di tutti i defunti ottenendo che il Sacrificio dello stesso Signore si applichi per il loro riscatto ed è questo il motivo per cui eccezionalmente nella giornata odierna ogni sacerdote potrà celebrare tre liturgie eucaristiche; con la visita ai cimiteri potremo anche lucrare per i nostri cari defunti l’Indulgenza Plenaria, che otterrà loro il vantaggio della remissione delle pene temporali e a noi l’accrescimento spirituale della consapevolezza di aver instaurato solide relazioni con i nostri cari che adesso pregano per noi come noi per loro.
La giornata del 2 Novembre è quindi ben lungi dall’identificarsi come occasione di mestizia, sconforto, dolore e rassegnazione, ma è piuttosto incentivo alla gioia nella rivalutazione di quanto sia forte oltre la morte l’amore di Dio e di come lo stesso Signore abbia dominato e vinto e la morte nel suo Figlio Gesù Cristo Risorto che ora ci concede le grazie sopra menzionate e dare a tutti una risposta definitiva all’inquietante interrogativo che continuamente ci assilla intorno alla realtà inevitabile del trapasso, cogliendo anche l’opportunità per noi stessi di immedesimarci nello stesso Signore Risorto. In Lui abbiamo la certezza che anche noi siamo destinati alla risurrezione perché la morte non ha più rilevanza né ragion d’essere nel nostro vivere quotidiano; affidarsi alla sua Parola e rinnovare la nostra adesione a Lui tutti i giorni ci porta a riscoprire la verità di Dio che sulla croce ha consegnato se stesso per il riscatto dell’umanità pagando con sangue umano i peccati e le miserie dell’uomo, che è morto alla pari di tutti noi per affrontare egli medesimo la realtà del trapasso che noi tutti tendiamo a schivare ma che dopo tre giorni è risuscitato nel suo corpo glorioso per donare a tutti la vita. Come afferma Paolo, Cristo risuscitato non muore più, la morte non ha più potere su di lui e coloro che a lui si affidano sono destinati alla stessa eredità di vita senza fine, di vita eterna.
Accostandosi al sepolcro dell’amico Lazzaro defunto ormai da quattro giorni, Gesù lo riporta alla luce nonostante il miasma cadaverico, le bende e il sudario, ma non prima di aver pianto con Marta per condividere con lei la realtà legittima del dolore umano che coglie tutti alla sprovvista in ogni circostanza luttuosa, ma soprattutto non prima di aver qualificato se stesso come « la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà ». Ciò è sufficiente a spiegare che anche prescindendo dall’uscita materiale dalle tombe Cristo è la Vita che si dona a tutti, il Dio incarnato per il quale tutti vivono e in virtù del quale la vita « non è tolta ma trasformata » (liturgia dei defunti).

Omelia per la Solennità di Tutti i Santi : Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16544.html

Omelia (01-11-2009)

mons. Vincenzo Paglia

Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli

La Chiesa, davvero madre e maestra, che opera in ogni modo per spingere i suoi figli alla santità, ci viene incontro presentandoci oggi la grande schiera dei santi comuni. Potremmo dire che i santi di cui si fa oggi memoria sono la moltitudine di coloro che, come il pubblicano, hanno ammesso il loro peccato, hanno rinunciato ad accampare scuse e privilegi e si sono affidati alla misericordia di Dio (Lc 18,10-14). Non sono degli eroi, quasi dei superman della vita spirituale, da ammirare ma impossibili da imitare. Essi sono uomini e donne comuni, una moltitudine composta di discepoli di ogni tempo che hanno cercato di ascoltare il Vangelo e composta anche di persone non credenti ma di buona volontà che si sono impegnate a vivere non solo per se stesse.
L’Apocalisse, che ascoltiamo nella prima lettura, schiude a Giovanni un incredibile scenario: « Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani » (7,9). Nessuno, a qualunque popolo e cultura appartenga, è escluso, purché lo voglia, dal partecipare alla vita dei santi. Quella moltitudine è composta da tutti i « figli di Dio »: è la famiglia dei santi. Essi non sono gli uomini « importanti » e valorosi, ma i chiamati da Dio a far parte del suo popolo: « Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (l Cor 6,11). Si tratta di un popolo di deboli, di malati, di bisognosi; di gente che sta davanti a Dio non in piedi ma in ginocchio; non a fronte alta ma con il capo inchinato; non con atteggiamenti di rivendicazione, ma con le mani stese per mendicare aiuto.
Si è santi, pertanto, non dopo la morte, ma già da ora, da quando cioè entriamo a far parte della familia Dei, da quando siamo « separati » (questo vuoi dire « santo ») dal destino triste di questo mondo. Giovanni, nella sua prima lettera, lo dice con chiarezza: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!…Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato » (1 Gv 3,1.2). La santità è (deve essere) l’impegno decisivo della vita di ogni credente; l’orizzonte nel quale iscrivere i pensieri, le azioni, le scelte, i progetti sia personali che collettivi. La santità non è un fatto intimistico avulso dalla concretezza della vicenda umana, così come non è una parentesi della propria vita la figliolanza di Dio e l’appartenenza alla sua famiglia.
Si tratta in verità di una dimensione che rivoluziona la vita degli uomini. In termini evangelici la santità è, descritta dalle beatitudini (Mt 5,1-12), da qualcuno definite acutamente « la carta costituzionale » dell’uomo del Duemila. Esse possono aiutare gli uomini a uscire dalla condizione triste in cui si trovano. La concezione della felicità evangelica, rovesciata rispetto a quella della cultura dominante, è in realtà un’indicazione preziosa. È vero che possiamo chiederci: Come si può essere felici quando si è poveri, afflitti, miti, misericordiosi? Eppure, se guardiamo più attentamente le cause dell’amarezza della vita, le scorgiamo nell’insaziabilità, nell’arroganza, nella prevaricazione, nell’indifferenza degli uomini. La via della santità non è, allora, una ?via straordinaria; è piuttosto il cammino quotidiano di uomini e donne che cercano di vivere alla luce del Vangelo.

…scribes and Pharisees, hypocrites!

...scribes and Pharisees, hypocrites! dans immagini sacre woeuntoyou

http://thewordofchrist.net/oursavior/TheCrucifixion/thirdday.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

DELLA PREGHIERA DETTA CON DOLORE E CON LA QUALE L’UOMO NASCE ALL’ETERNITÀ

 dal sito:

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/preghierasofronio.htm

DELLA PREGHIERA DETTA CON DOLORE E CON LA QUALE L’UOMO NASCE ALL’ETERNITÀ
 
dell’Archimandrita Sofronio
 
Gli approcci della preghiera profonda sono strettamente legati ad un profondo pentimento per i nostri peccati. Quando l’amarezza di questo taglio va oltre ciò che possiamo sopportare, il dolore ed il violento disgusto di sé cessano improvvisamente. In modo completamente inatteso, tutto cambia grazie all’irruzione dell’amore di Dio. E il mondo è dimenticato. Molti chiamano tale fenomeno “estasi”. Non mi piace questo termine, poiché è spesso associato a diverse deformazioni. Ma anche se chiamiamo diversamente questo dono di Dio e lo denominiamo “uscita dell’anima pentita verso Dio”, io dovrei dire che non mi è mai venuta l’idea di “coltivare” tale stato, cioè di cercare mezzi artificiali per giungervi. Questo stato è sempre venuto in modo completamente inatteso ed ogni volta diverso. La sola cosa di cui mi ricordo con sicurezza, è della mia afflizione inconsolabile causata dall’allontanamento da Dio; questa sofferenza era in un certo qual modo strettamente collegata al mio cuore. Mi pentivo amaramente della mia caduta e, se le mie forze fisiche fossero bastate, le mie lamentazioni non sarebbero mai cessate.
Ho scritto queste righe e, non senza tristezza, “mi ricordo dei giorni antichi” (Salmo 142, 5) – piuttosto delle notti – quando il mio spirito ed il mio cuore avevano così radicalmente deviato dalla mia vita passata che, per anni, il ricordo di ciò che avevo lasciato dietro di me non mi sfiorava più. Dimenticavo anche le mie cadute spirituali, ma la visione schiacciante della mia indegnità di fronte alla santità di Dio non cessava di intensificarsi.
Più di una volta, mi sono sentito come crocifisso su una croce invisibile. Al Monte Athos, ciò mi succedeva quando la rabbia contro quelli che mi avevano contrariato si impossessava di me. Questa passione terribile uccideva in me la preghiera e la riempiva d’orrore. A volte, mi sembrava impossibile lottare contro di essa: mi sbranava come una bestia feroce lacera la sua preda. Una volta, per un breve momento d’irritazione, la preghiera mi lasciò. Affinché ritornasse, dovetti lottare per otto mesi. Ma quando il Signore cedé alle mie lacrime, il mio cuore divenne più vigilante e più paziente.
Quest’esperienza della crocifissione si ripeté più tardi (allora ero già ritornato in Francia), ma in un altro modo. Non rifiutavo mai di prendermi cura, come confessore, di quelli che si rivolgevano a me. Il mio cuore provava una compassione particolare per le sofferenze dei malati mentali. Scossi dalle eccessive difficoltà della vita contemporanea, alcuni di loro richiedevano con insistenza un’attenzione prolungata, cosa che andava oltre le mie forze. La mia situazione era diventata senza via d’uscita: dovunque mi giravo, qualcuno gridava di dolore. Ciò mi rivelò la profondità delle sofferenze degli uomini della nostra epoca, triturati dalla crudeltà della nostra famosa civilizzazione.
Gli uomini creano enormi meccanismi governativi che si rivelano essere degli apparati impersonali, per non dire inumani, che schiacciano con indifferenza milioni di vite umane. Incapace di cambiare i crimini – davvero intollerabili, benché legalizzati – della vita sociale dei popoli, sentivo nella mia preghiera, senza alcuna immagine sensibile, la presenza di Cristo crocifisso. Vivevo in spirito la sua sofferenza con una tale acutezza che, anche se avessi visto con i miei stessi occhi colui che è stato “innalzato da terra” (cfr. Giovanni 12, 32), ciò non avrebbe in nessun modo aumentato la mia partecipazione al suo dolore. Per quanto insignificanti siano state le mie esperienze, approfondirono la mia conoscenza di Cristo nella sua manifestazione sulla terra per salvare il mondo.
In lui ci è stata data una rivelazione meravigliosa. Essa attrae il nostro spirito a lui con la grandezza del suo amore. Mentre piangeva, il mio cuore benediceva, e benedice ancora, il nostro Dio e Padre che ha voluto rivelarci, con il Santo Spirito, l’incomparabile e unica verità e santità del suo Figlio nelle piccole prove che ci colpiscono.
La grazia accordata ai principianti per attirarli ed istruirli non è a volte inferiore a quella data ai perfetti; tuttavia, ciò non significa che sia già assimilata da colui che ha ricevuto questa benedizione terribile. L’assimilazione dei doni divini esige delle prove prolungate ed una intensa fatica ascetica. Per risorgere e rivestire “l’uomo nuovo” di cui parla san Paolo (Efesini 4, 22-24), l’uomo decaduto passa attraverso tre tappe. La prima, è l’appello e l’ispirazione a intraprendere lo sforzo ascetico e spirituale che si presenta a noi. La seconda, è la perdita della grazia “percettibile” e la prova dell’abbandono di Dio; il suo senso è di offrire all’asceta la possibilità di manifestare la sua fedeltà a Dio con una scelta libera. La terza, infine, è l’acquisizione per la seconda volta della grazia percettibile, e la sua custodia legata ormai ad una conoscenza spirituale di Dio.
“Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto. E chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E se non siete stati fedeli in ciò che è altrui, chi vi darà il vostro?” (Luca 16, 10-12). Colui che, nel corso della prima tappa, è stato istruito direttamente dall’azione della grazia nella preghiera ed in qualsiasi altra opera buona, e che, durante un abbandono prolungato di Dio, vive come se la grazia rimanesse immutabilmente con lui, riceverà – dopo una lunga messa alla prova della sua fedeltà – la “vera” ricchezza in possesso eterno, ormai inalienabile. In altre parole, la grazia e la natura creata si collegano, ed i due diventano uno. Questo dono ultimo è la deificazione dell’uomo, la sua partecipazione al modo di essere divino, santo e senza inizio. È la trasfigurazione di tutto l’intero uomo, con la quale diventa simile al Cristo, perfetto.
Quanto a quelli che non rimangono fedeli “in ciò che appartiene ad altri”, secondo l’espressione del Signore, perdono ciò che hanno ricevuto all’inizio. Qui, osserviamo un certo parallelismo con la parabola dei talenti (cfr. Matteo 25, 14-29). […] Questa parabola, come pure quella dell’amministratore infedele, non è applicabile alle relazioni umane abituali, ma soltanto a Dio. Il padrone non tolse nulla al servo che aveva fatto fruttificare i talenti e li aveva raddoppiati, ma gli rimise in possesso la totalità – i talenti che gli erano stati affidati e quelli che aveva acquisito con la sua fatica – come ad un comproprietario: “Entra nella gioia (del possesso del Regno) del tuo Signore”. Quanto al talento del servo pigro, il padrone lo rimise “a colui che ne aveva dieci”, “poiché sarà dato”, a tutti coloro che fanno fruttificare i doni di Dio “e saranno nell’abbondanza” (Matteo 25, 29).
San Giovanni il Climaco dice da qualche parte che ci si può familiarizzare con qualsiasi scienza, qualsiasi arte, qualsiasi professione al punto da finire per esercitarla senza sforzo particolare. Ma pregare senza pena, ciò non è stato mai dato a nessuno, soprattutto la preghiera senza distrazione, compiuta dall’intelletto nel cuore. L’uomo che prova una forte attrazione per questa preghiera può sentire un desiderio difficilmente realizzabile: fuggire da ovunque, nascondersi da tutti, nascondersi nelle profondità della terra in cui, anche in pieno giorno, la luce del sole non penetra, o non giungono gli echi né delle pene degli uomini né delle loro gioie, dove si abbandona ogni preoccupazione di ciò che è passeggero. È comprensibile, poiché è naturale dissimulare la sua vita intima dagli sguardi esterni; ma, questa preghiera mette a nudo il nucleo stesso del cuore, che non sopporta di essere toccato, se non per mano del nostro Creatore.
A quali dolorose tensioni un tale uomo non si espone nei suoi tentativi per trovare un luogo conveniente a questa preghiera! Come un soffio venuto da un altro mondo, genera diversi conflitti, tanto interni che esterni. Uno di essi è la lotta con il proprio corpo, che non tarda a scoprire la sua incapacità a seguire gli slanci dello spirito; molto spesso, le necessità corporali diventano così lancinanti che costringono lo spirito a scendere dalle altezze della preghiera per prendere cura del corpo, altrimenti quest’ultimo rischia di morire.
Un altro conflitto interno emerge, particolarmente all’inizio: come possiamo dimenticare coloro che ci è stato comandato di amare come noi stessi? Teologicamente il ritiro dal mondo si presenta all’intelligenza come un passo opposto ai sensi di questo comandamento; eticamente, come un intollerabile “egoismo”; misticamente, come un’immersione nelle tenebre della spoliazione, in cui non c’è nessun appoggio per lo spirito, dove possiamo perdere coscienza della realtà di questo mondo. Infine, abbiamo timore, poiché non sappiamo se la nostra impresa soddisfi il Signore.
La spoliazione ascetica di tutto ciò che è creato, quando è soltanto il risultato dello sforzo della nostra volontà umana, è troppo negativa. Come tale, è chiaro che un atto puramente negativo non può condurre al possesso positivo, concreto, di ciò che si cerca. Non è possibile esporre tutte le vibrazioni e tutti gli interrogativi che assalgono lo spirito in simili momenti. Eccone tuttavia uno: “Ho rinunciato a tutto ciò che è passeggero, ma Dio non è con me. Non è questo «le tenebre esterne», l’essenza dell’inferno?”. Il ricercatore della preghiera pura passa per molti altri stati, a volte terribili per l’anima. Può darsi che tutto ciò sia inevitabile su questa via. L’esperienza mostra che è caratteristico per la preghiera penetrare nei vasti settori dell’essere cosmico.
Per la loro natura, i comandamenti di Cristo trascendono tutti i limiti; l’anima si tiene sopra il baratro dove il nostro spirito inesperto non discerne alcun cammino. Cosa farò? Non posso contenere l’abisso spalancato che si trova dinanzi a me; vedo la mia piccolezza, la mia debolezza; a volte, inciampo e cado da qualche parte. La mia anima, consegnata “nelle mani del Dio vivente”, si rivolge molto naturalmente a lui. Allora, mi raggiunge senza difficoltà, dovunque mi trovi.
All’inizio, l’anima è nel timore. Ma, dopo essere stata più di una volta salvata dalla preghiera, si rinforza gradualmente nella speranza, diventa più coraggiosa dove prima il coraggio sembrava completamente inappropriato.
Provo a scrivere sul combattimento invisibile del nostro spirito. Le esperienze che ho vissuto non mi hanno dato ragioni sufficienti per ritenere di avere già trovato l’eternità. Secondo me, finché siamo in questo corpo materiale, ricorriamo necessariamente ad analogie prese in prestito al mondo visibile.
 
Estratto da: Archimandrite Sophrony, La prière, expérience de l’éternité, Cerf/Le sel de la terre, 1998.
 
 
 
Padre di bontà, o Figlio unico, o Santo Spirito, Trinità fonte di Luce e Creatrice di Vita,
 
Che, per la tua sapienza insondabile, hai chiamato tutta la creazione visibile ed invisibile dal non essere all’essere, e che, con la tua potenza ineffabile mantieni tutte le cose,
 
Che, per i tuoi altri benefici riguardo agli uomini, ci hai affidato questo ministero celeste:
 
Rendici degni con la tua grazia di credere in questo Mistero, di cogliere la maestà e di compiere con un cuore puro ed uno spirito illuminato questo sacramento in un modo degno,
 
Noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.
Archimandrita Sofronio 
 
 
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana
 

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 29 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia per domenica 30 ottobre 2011

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13711.html

Omelia per domenica 30 ottobre 2011

(02-11-2008)

mons. Ilvo Corniglia

Gesù si trova a Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni della sua vita. Il brano di oggi è l?inizio del suo ultimo discorso pubblico, che sfocerà in una violenta requisitoria contro le guide spirituali del popolo (per sette volte ?Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!?). Nella linea dei profeti che condannavano i capi di Israele (cfr. Ml 1,14-2,10: I lettura), Gesù con molta franchezza denuncia e smaschera i limiti vistosi che manifestano i responsabili della comunità giudaica: scribi e farisei, cioè i teologi, gli intellettuali che col loro prestigio culturale esercitano un notevole influsso sul popolo e lo frenano nell?aprirsi al suo Vangelo. Gesù non contesta la loro autorità di maestri incaricati di spiegare la Legge, ma una serie di abusi molto gravi.
- ?Dicono e non fanno?. Parole e fatti si contraddicono. La loro prassi di vita non è coerente col loro insegnamento e lo scredita. ?Predicano bene, ma razzolano male?.
- Sono legalisti esigenti e rigidi con gli altri, ma accondiscendenti con se stessi.
- Quello che fanno lo fanno per ostentazione. Sono malati di esibizionismo. Non fanno il bene per se stesso e nell?intento di piacere a Dio, ma solo per essere visti e riscuotere l?ammirazione della gente. In tutto mirano a mettersi in mostra e a richiamare l?attenzione su di sé. Così es. ?allargano i loro filattèri e allungano le frange?. I ? filattèri? erano scatolette di cuoio che contenevano (propriamente ?custodivano?) brevi testi della Legge. Si portavano legate sul braccio sinistro e sulla fronte. Il significato era molto suggestivo: la Parola di Dio deve essere ricordata (la fronte) e messa in pratica (il braccio). Essi le ingrandivano per renderle più visibili e tutto si riduceva a pura esteriorità. Così pure aumentavano la lunghezza delle ?frange?, quattro fiocchi appesi agli angoli della veste (avevano lo scopo di ricordare l?osservanza dei Comandamenti: cfr. Nm 15,38-41). Tutto questo per mostrare la loro devozione alla Legge. Inoltre in ogni ambito della vita sociale vogliono essere onorati a causa della loro posizione: nei banchetti in case private, nelle cerimonie della sinagoga, nella vita pubblica per le strade e nelle piazze.
?Amano sentirsi chiamare dalla gente ?rabbì? (= ?maestro mio? o ?signore mio?; cfr. in italiano ?monsignore?, ?eccellenza?). Insomma, per il ruolo che svolgono devono riscuotere dovunque rispetto e venerazione. Al centro non c?è Dio né il loro servizio né coloro a cui offrono l?insegnamento, ma la loro persona che tutti devono circondare di onore.
Sarebbe fin troppo facile mostrare con esempi concreti come gli atteggiamenti denunciati e messi in ridicolo con fine ironia da Gesù si ripetano puntualmente nei più diversi strati e settori della nostra società.
Ma come cristiani non possiamo non sentirci interpellati in prima persona: il far parte della Chiesa non significa essere automaticamente esenti da tali limiti. Tutt?altro. Gesù lo sapeva e lo sa. Quando Matteo scrive il Vangelo, nel riportare questa critica di Gesù, pensa sicuramente ai capi farisei che in quel tempo guidavano la comunità giudaica, da cui la Chiesa aveva preso le distanze e da cui era anche perseguitata. Ma intende pure correggere le medesime contraddizioni che all?interno della comunità cristiana manifestano coloro che, rivestiti di autorità o titolari di qualunque incarico, se ne servono per il proprio prestigio o per interessi personali.
«Ma voi non fatevi chiamare ?rabbì?…E non chiamate nessuno ?padre? sulla terra…E non fatevi chiamare ?maestri?» ( propriamente ?coloro che indicano la via? o ?guide?). Questi tre titoli, che si davano ai maestri ebrei, i cristiani non possono attribuirli a nessuno, perché sono riservati il primo e il terzo soltanto a Cristo e il secondo a Dio.
Non è tanto questione di titoli onorifici di cui si fregiavano e con cui si facevano chiamare i maestri giudei, ma è piuttosto questione di contenuti che si nascondono dietro quei titoli. Non è cioè in gioco una puerile e ingenua vanità, ma la concezione della Chiesa.
Questa per Gesù è una realtà alternativa alla società di allora e di oggi. Nella sua famiglia tutti sono ?fratelli?, perché ?uno solo è il Padre vostro, quello del cielo?, e tutti sono discepoli ?perché uno solo è il vostro Maestro (cioè Gesù) …una sola è la vostra guida (il vostro leader), Cristo?. Tutti perciò, senza eccezione, godono di una uguale dignità, perché ciascuno è figlio e discepolo allo stesso titolo.
Gesù esige che nei loro rapporti ciò che li differenzia passi in secondo piano, mentre in primo piano deve stare ciò che è comune tra loro. Ciò che hanno in comune, il dono uguale per tutti, è appunto la loro relazione con Dio e con Gesù: Dio è l?unico vero Padre di tutti e Gesù è l?unico vero Maestro e Guida. I cristiani, prima di essere qualcosa di diverso l?uno dall?altro, prima di svolgere compiti differenti, sono in una posizione di uguale dignità. perché figli di un unico Padre, quindi fratelli, e discepoli di un unico Maestro Gesù.
Nella Chiesa, se in primo piano c?è questa fondamentale uguaglianza, le differenze però rimangono. Non c?è un livellamento piatto e informe. Per es. Gesù ha assegnato a Pietro un servizio speciale (Mt 16,18ss) e così pure ai Dodici (Mt 9,36-10,42, etc). Non abolisce il nome di padre, anzi richiede con forza il rispetto del padre e della madre (Mt 15,4; 19,19). Se chiede ai discepoli di non farsi chiamare maestro, padre, guida (nel senso che non devono pretenderlo, come segno di superiorità sugli altri), tuttavia desidera che si comportino come maestro, padre e guida. Ma nel legame con Lui, l?unico Mastro, e col Padre. E solo per servire i fratelli. Non nega la presenza nella Chiesa di un?autorità, che sarà esercitata in nome di Lui, l?unico Signore, e come un servizio d?amore ?Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato (da Dio) e chi si abbasserà sarà innalzato (da Dio)?. E? evidente il richiamo a Mt 20,26-28 dove Gesù delinea la fisionomia della sua comunità, in contrapposizione e in alternativa alla società civile.
Chiunque è chiamato a svolgere un compito dentro la comunità deve farsi ?amore che serve?, imitando quale modello supremo Gesù, che per amore si è abbassato fino alla morte ed è stato glorificato dal Padre (cfr. Fil 2,6-11). Commovente a questo riguardo è la testimonianza di Paolo, che ? perfetto imitatore di Cristo ? svolge un servizio? materno, un servizio pronto a dare la vita per i suoi cristiani (1Ts 2,7-13: II lettura). La comunità cristiana è allora il luogo dove l?esperienza di Dio come Padre e l?esperienza della fraternità determinano e plasmano il modo di agire, di vivere, di relazionarsi reciprocamente, in un?atmosfera di famiglia. Dove, di conseguenza, nessuno potrà mai essere considerato un estraneo, un rivale. Ma un ?fratello per il quale Cristo è morto? (1Cor 8,11). Un altro te stesso: ?Amerai il prossimo tuo come te stesso? (Mt 22,39). Un altro Gesù: ?lo avete fatto a me? (Mt 25,40).
In questa comunità di discepoli tutti intenti ad accogliere la Parola (cfr. II lettura), di fratelli, di servi, l?amore che li lega e li fa famiglia si espande ad abbracciare ogni persona, amata da Dio, in modo unico e irripetibile, e candidata all?incontro definitivo con Lui. ?Per me ogni persona che è come se fosse unica al mondo? ( Madre Teresa di Calcutta).

Se noi cristiani vivessimo con più coerenza la fraternità reciproca e fossimo più accoglienti verso ogni uomo, quanti sentirebbero la nostalgia di far parte di questa famiglia!
?In tutto amare e servire? ( S. Ignazio di Loyola).
La società di oggi – società dell?immagine, della facciata, dove l?importante è il look, il far bella figura, l?apparire – in che misura influenza e condiziona noi cristiani? La critica severa di Gesù ci tocca direttamente e in quali atteggiamenti e azioni?
La nostra relazione con Dio e con Gesù, l?essere ?con-fratelli e con-discepoli?, fino a che punto è diventata convinzione profonda in noi e si riflette nei nostri rapporti concreti?
Davanti a ogni persona cerco di essere ?amore che serve?, anzi ?Gesù che serve??

Russian Orthodox Icons depicting Christ as the Holy Wisdom of God

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http://wapedia.mobi/en/Sophiology

Publié dans:immagini sacre |on 28 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

28 OTTOBRE: SAN GIUDA TADDEO

dal sito:

http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_17040_l1.htm

SAN GIUDA TADDEO (28 ottobre, festa) 

All’apostolo Giuda detto Taddeo, che significa “magnanimo”, o, secondo alcuni codici, Lebbeo, cioè “coraggioso”, o ancora, come Simone, Zelota, “ardente di zelo”, figlio di Cleofa, fratello di Giacomo e di Simeone (che, come si è visto, una tradizione identificherebbe con l’apostolo Simone) e cugino del Signore, è attribuita l’ultima delle lettere cattoliche nel canone del Nuovo Testamento. Scarsissime sono le notizie sulla sua vita. Una tradizione gli assegna attività di apostolato in Palestina e nelle regioni vicine; gli scrittori siri affermano il suo martirio ad Arado, presso Beirut. Dalla confusione con Addai, evangelizzatore della Siria mesopotamica discepolo dell’apostolo Tommaso e uno dei settantadue di cui parla in Vangelo di Luca, nasce invece un’altra tradizione che assegna a Giuda Taddeo una morte naturale a Edessa (oggi Urfa, in Turchia), capitale dell’Osroene, regno situato nella Mesopotamia nord-occidentale; confusione la cui origine è forse da ricercarsi nel racconto dai tratti leggendari riportato da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, I, 13), che narra la guarigione del re dell’Osroene Abgar V e il suo accoglimento dell’annuncio della salvezza.
Ma la tradizione che più si afferma è quella che unisce Giuda Taddeo all’altro apostolo Simone lo Zelota, insieme al quale, secondo il Breviario Romano, predicò in Mesopotamia. La Passio Simonis et Iudae indica per entrambi, come si è già detto, il martirio comune in Persia, nella città di Suanir (probabilmente nella Colchide), verso l’anno 70, a colpi di bastone, e la sepoltura in Babilonia. Si ha notizia della venerazione delle reliquie di Giuda Taddeo a Reims e a Tolosa in Francia; ma nel Medioevo esse si trovano a Roma, insieme a quelle di Simone, nella antica Basilica di San Pietro in Vaticano, nella quale esisteva un altare a loro dedicato. Nella nuova Basilica, dal 27 ottobre 1605 sono collocate presso l’altare al centro dell’abside del transetto sinistro (tribuna dei Santi Apostoli Simone e Giuda), dal 1963 dedicato a san Giuseppe patrono della Chiesa universale.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 28 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

28 Ottobre: San Simone apostolo

dal sito:

http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_17039_l1.htm

28 ottobre (festa)

SAN SIMONE
 
Le notizie pervenuteci su Simone ci attestano un appellativo, che Vangeli e Atti degli Apostoli riportano in due diverse forme (“cananeo” e “zelota”), entrambe dal significato di “ardente di zelo”. L’errata interpretazione del termine “cananeo” ha fatto sì che la Chiesa orientale lo abbia identificato con Natanaele di Cana, nome invece da riferirsi all’apostolo Bartolomeo. Alcuni hanno invece voluto attribuire all’appellativo “zelota” un valore indicativo dell’appartenenza alla setta politico-religiosa antiromana degli Zeloti, ma si tratta di un’ipotesi che non riceve alcuna conferma dai testi antichi, sia canonici che apocrifi. Un’interpretazione che già appare nell’antichità, nella Chiesa abissina, lo identifica invece con Simeone figlio di Cleofa, cugino di Gesù e fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale succedette nel 62 nella guida della Chiesa di Gerusalemme, fino alla morte che avvenne sotto l’imperatore Traiano. Così viene descritto il martirio da Egesippo, vissuto nel II secolo e citato da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, III, 32, 3. 6): «Alcuni di questi eretici accusarono Simeone, figlio di Cleofa, di essere discendente di Davide e cristiano; egli subì così il martirio, all’età di centoventi anni, sotto Traiano Cesare e il consolare Attico. […] il figlio dello zio del Signore, il suddetto Simeone figlio di Cleofa, fu denunciato dagli eretici e giudicato anch’egli per lo stesso motivo, sotto il consolare Attico. Torturato per molti giorni, testimoniò la sua fede in modo tale, che tutti, compreso il consolare, si stupirono di come un uomo di centoventi anni potesse resistere tanto; e fu condannato alla crocifissione». La menzione di Attico, cioè Tiberio Claudio Attico Erode, legato di Giudea dal 100 al 103, pone il martirio di Simeone ai primi anni del regno di Traiano, a Pella in Palestina, come si deduce ancora da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, III, 5, 3).
È invece evidentemente un’altra persona il Simone che, secondo la tradizione del Breviario Romano, predicò in Egitto e, insieme all’apostolo Giuda Taddeo, in Mesopotamia. I due apostoli figurano insieme anche nella notizia di san Fortunato, vescovo di Poitiers alla fine del VI secolo, che, riprendendo l’apocrifa Passio Simonis et Iudae, indica per entrambi il martirio comune (uccisi a bastonate) verso l’anno 70 a opera di pagani in Persia, nella città di Suanir (probabilmente nella Colchide); e la loro sepoltura sarebbe stata in Babilonia. Altre tradizioni nominano per il martirio le vicine regioni dell’Armenia e dell’Iberia caucasica; mentre una tarda tradizione orientale (affermata dal monaco Epifane, IX secolo) conosce una tomba di Simone a Nicopsis, nel Caucaso occidentale. Insomma, l’area geografica indicata dalle diverse tradizioni sembra essere comunque abbastanza circoscritta.
Per quanto riguarda la modalità del martirio, si innesta nella tradizione occidentale (quella cioè che accomuna nel martirio Simone e Giuda Taddeo) l’influsso della medievale Leggenda aurea di Iacopo da Varagine, e a Simone viene attribuito lo stesso martirio subito dal profeta Isaia, così che egli viene spesso rappresentato segato in due.
Nel Medioevo le reliquie di Simone, sempre unito a Giuda Taddeo, erano venerate nella antica Basilica di San Pietro in Vaticano, nella quale esisteva un altare a loro dedicato. Dal 27 ottobre 1605 sono collocate presso l’altare al centro dell’abside del transetto sinistro della nuova Basilica (tribuna dei Santi Apostoli Simone e Giuda), che nel 1963 è stato dedicato a san Giuseppe patrono della Chiesa universale.

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