Le Preghiere sulla strada

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Le Preghiere sulla strada

di Renzo Bellanti
 
Non c’è nessuno oggi per la strada. In quest’ora di sole pomeridiano non si sente altro rumore che quello dei miei passi. È un po’ strano, Signore, tutto questo silenzio entro uno scenario solitamente tanto rumoroso. Penso che queste ore siano, in qualche modo, il tempo sabatico delle nostre strade, in cui la città riposa dal rumore, dal traffico e dalla quotidiana impazienza dei suoi abitanti. Da questo punto di vista la quiete comincia a piacermi. Sa di preghiera, come l’antico riposo che esprimeva il sospiro della terra sottratta al lavoro umano per essere affidata, di nuovo, a Te, suo Creatore. Questo ritrovato silenzio è, forse, la lode delle case, dei muri e dei tetti; delle terrazze e dei balconi; delle porte e delle finestre, serrate per conservare inviolati gli spazi degli uomini. È anche la voce dei lampioni spenti e dei gerani assetati; dell’asfalto rovente e degli alberi che lo ingentiliscono con le loro ombre invitanti.
Appunto da una di queste ombre un cane mi guarda con grandi occhi umidi e tristi. Probabilmente è stato abbandonato, certamente è un randagio. Può darsi che aspetti un cartoccio d’avanzi, ma forse, guardando meglio, ha solo voglia di non muoversi e spera che io non lo disturbi costringendolo a cercare un altro posto.
Mi colpisce, Signore, un pensiero che viene da Te, dalla tua Parola: <> (Rm 8,21).
Ecco, ora ci siamo: gli occhi del cane esprimono quest’attesa che viene da lontano. Essi vanno oltre il bisogno immediato. Sono una preghiera, carica del dolore antico di tutta la creazione, rivolta a Te, ma anche un po’ a me, anzi a tutti gli uomini a cui Tu avevi affidato la terra. Noi dovevamo lavorarla e custodirla facendone il luogo dell’incontro con Te. Le altre creature ci avrebbero aiutato pacificamente e ci avrebbero tenuto dolce compagnia. Le cose, lo sai, non sono andate così.
Ma c’è la tua promessa. Per questo le creature attendono e ci guardano. Comincio a sentirmi a disagio, Signore, al pensiero che questo povero randagio mi sta scrutando, con silenziosa impazienza, sperando di vedere in me l’uomo della creazione nuova. Forse sono soltanto fantasie estive, forse il cane spera unicamente che non lo disturbi e non lo scacci dal suo posto ombreggiato. Può darsi. Però il lupo di Gubbio, quando vide il volto mite e sorridente di Francesco, sentì affiorare, dal profondo del suo essere, la speranza oscura di riscatto che generazioni e generazioni di animali famelici avevano trasmesso a lui con il sangue. Credeva di odiare gli uomini ma, quando vide Te in Francesco, fece con essi un patto che scavalcava la violenza, la paura ed era profezia. Ma che cosa vede in me questo randagio, Signore, che cosa?
Sono contento, ora, di non aver nulla in mano, nulla da offrire. Perché se avessi avuto qualcosa mi sarei sentito subito generoso, buono, padrone della situazione e lo sguardo del cane non avrebbe potuto interrogarmi così all’improvviso, un po’ come il tuo ha interrogato Pietro quando, spintonato dalle guardie, ti sei voltato a guardarlo, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, la notte della tua Passione.
Perdonami questo paragone; volevo solo dire che, anche attraverso gli occhi di questo povero animale, sei ancora Tu che mi sorprendi scoccando, come una freccia, la tua domanda silenziosa. e, mentre cerco d’allontanarmi pian piano smorzando il rumore dei passi, la consapevolezza di doverti una risposta mi brucia dentro come una ferita.
 
Gli occhi umidi e tristi
del randagio sulla via
cercano, forse, l’uomo
della Creazione nuova
che non lo scaccerà.

Publié dans : ANIMALI, RACCONTI SIMPATICI |le 18 juillet, 2011 |Pas de Commentaires »

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