Archive pour juillet, 2011

Sant’Ignazio da Loyola

Sant'Ignazio da Loyola dans immagini sacre

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31 luglio : Sant’ Ignazio di Loyola Sacerdote

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Sant’ Ignazio di Loyola Sacerdote

31 luglio

Azpeitia, Spagna, c. 1491 – Roma, 31 luglio 1556

Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491. Era avviato alla vita del cavaliere, la conversione avvenne durante una convalescenza, quando si trovò a leggere dei libri cristiani. All’abbazia benedettina di Monserrat fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e fece voto di castità perpetua. Nella cittadina di Manresa per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo presso il fiume Cardoner decise di fondare una Compagnia di consacrati. Da solo in una grotta prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri Esercizi Spirituali. L’attività dei Preti pellegrini, quelli che in seguito saranno i Gesuiti, si sviluppa un po’in tutto il mondo. Il 27 settembre 1540 papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù. Il 31 luglio 1556 Ignazio di Loyola morì. Fu proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. (Avvenire)

Etimologia: Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino

Emblema: IHS (monogramma di Cristo)
Martirologio Romano: Memoria di sant’Ignazio di Loyola, sacerdote, che, nato nella Guascogna in Spagna, visse alla corte del re e nell’esercito, finché, gravemente ferito, si convertì a Dio; compiuti gli studi teologici a Parigi, unì a sé i primi compagni, che poi costituì nella Compagnia di Gesù a Roma, dove svolse un fruttuoso ministero, dedicandosi alla stesura di opere e alla formazione dei discepoli, a maggior gloria di Dio.
Il primo scritto che racconta la vita, la vocazione e la missione di s. Ignazio, è stato redatto proprio da lui, in Italia è conosciuto come “Autobiografia”, ed egli racconta la sua chiamata e la sua missione, presentandosi in terza persona, per lo più designato con il nome di “pellegrino”; apparentemente è la descrizione di lunghi viaggi o di esperienze curiose e aneddotiche, ma in realtà è la descrizione di un pellegrinaggio spirituale ed interiore.
Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia un paese basco, nell’estate del 1491, il suo nome era Iñigo Lopez de Loyola, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere.
Iñigo perse la madre subito dopo la nascita, ed era destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca, nell’infanzia ricevé per questo anche la tonsura.
Ma egli ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come già per due suoi fratelli; il padre prima di morire, nel 1506 lo mandò ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché ricevesse un’educazione adeguata; accompagnò don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferiva la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera.
Nel 1515 Iñigo venne accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subì un processo che non sfociò in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca.
Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferì presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trovò a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; era il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferì ad una gamba.
Trasportato nella sua casa di Loyola, subì due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita.
Ma il Signore stava operando nel plasmare l’anima di quell’irrequieto giovane; durante la lunga convalescenza, non trovando in casa libri cavallereschi e poemi a lui graditi, prese a leggere, prima svogliatamente e poi con attenzione, due libri ingialliti fornitagli dalla cognata.
Si trattava della “Vita di Cristo” di Lodolfo Cartusiano e la “Leggenda Aurea” (vita di santi) di Jacopo da Varagine (1230-1298), dalla meditazione di queste letture, si convinse che l’unico vero Signore al quale si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere era Gesù stesso.
Per iniziare questa sua conversione di vita, decise appena ristabilito, di andare pellegrino a Gerusalemme dove era certo, sarebbe stato illuminato sul suo futuro; partì nel febbraio 1522 da Loyola diretto a Barcellona, fermandosi all’abbazia benedettina di Monserrat dove fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e fece il primo passo verso una vita religiosa con il voto di castità perpetua.
Un’epidemia di peste, cosa ricorrente in quei tempi, gl’impedì di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si fermò nella cittadina di Manresa e per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo poveramente presso il fiume Cardoner “ricevé una grande illuminazione”, sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati e che lo trasformò completamente.
In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi.
Arrivato nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme s’imbarcò per Gaeta e da qui arrivò a Roma la Domenica delle Palme, fu ricevuto e benedetto dall’olandese Adriano VI, ultimo papa non italiano fino a Giovanni Paolo II.
Imbarcatosi a Venezia arrivò in Terrasanta visitando tutti i luoghi santificati dalla presenza di Gesù; avrebbe voluto rimanere lì ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibì e quindi ritornò nel 1524 in Spagna.
Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorreva approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prese a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca.
Per delle incomprensioni ed equivoci, non poté completare gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferì a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia.
Ma già nel 1534 con i primi compagni, i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, fecero voto nella Cappella di Montmartre di vivere in povertà e castità, era il 15 agosto, inoltre promisero di recarsi a Gerusalemme e se ciò non fosse stato possibile, si sarebbero messi a disposizione del papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla; nel contempo Iñigo latinizzò il suo nome in Ignazio, ricordando il santo vescovo martire s. Ignazio d’Antiochia.
A causa della guerra fra Venezia e i Turchi, il viaggio in Terrasanta sfumò, per cui si presentarono dal papa Paolo III (1534-1549), il quale disse: “Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme”; e tre anni dopo si cominciò ad inviare in tutta Europa e poi in Asia e altri Continenti, quelli che inizialmente furono chiamati “Preti Pellegrini” o “Preti Riformati” in seguito chiamati Gesuiti.
Ignazio di Loyola nel 1537 si trasferì in Italia prima a Bologna e poi a Venezia, dove fu ordinato sacerdote; insieme a due compagni si avvicinò a Roma e a 14 km a nord della città, in località ‘La Storta’ ebbe una visione che lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù.
Il 27 settembre 1540 papa Polo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”.
L’8 aprile 1541 Ignazio fu eletto all’unanimità Preposito Generale e il 22 aprile fece con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prese a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo.
Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine, nonostante soffrisse dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limitava a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa.
Il male fu progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma.
Fu proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV.
Si completa la scheda sul Santo Fondatore, colonna della Chiesa e iniziatore di quella riforma coronata dal Concilio di Trento, con una panoramica di notizie sul suo Ordine, la “Compagnia di Gesù”.

Le “Costituzioni” redatte da s. Ignazio fissano lo spirito della Compagnia, essa è un Ordine di “chierici regolari” analogo a quelli sorti nello stesso periodo, ma accentuante anche nella denominazione scelta dal suo Fondatore, l’aspetto dell’azione militante al servizio della Chiesa.
La Compagnia adattò lo spirito del monachesimo, al necessario dinamismo di un apostolato da svolgersi in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale, com’era quello del XVI secolo; alla stabilità della vita monastica sostituì una grande mobilità dei suoi membri, legati però a particolari obblighi di obbedienza ai superiori e al papa; alle preghiere del coro sostituì l’orazione mentale.
Considerò inoltre essenziale la preparazione e l’aggiornamento culturale dei suoi membri. È governata da un “Preposito generale”.
I gradi della formazione dei sacerdoti gesuiti, comprendono due anni di noviziato, gli aspiranti sono detti ‘scolastici’, gli studi approfonditi sono inframezzati dall’ordinazione sacerdotale (solitamente dopo il terzo anno di filosofia), il giovane gesuita verso i 30 anni diventa professo ed emette i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza, più in quarto voto di obbedienza speciale al papa; accanto ai ‘professi’ vi sono i “coadiutori spirituali” che emettono soltanto i tre voti semplici.
Non c’è un ramo femminile né un Terz’Ordine. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di s. Ignazio e si contraddistingue per l’abbandono alla volontà di Dio espresso nell’assoluta obbedienza ai superiori; in una profonda vita interiore alimentata da costanti pratiche spirituali, nella mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio; nello zelo apostolico; nella totale fedeltà alla Santa Sede.
I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse, consentite solo ai Collegi e alle Case di formazione; i professi fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche e dignità ecclesiastiche.
Come attività, in origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del pontefice e pronto a svolgere qualsiasi compito questi volesse affidargli per la “maggior gloria di Dio”.
Quindi svolsero attività prevalentemente itinerante, facendo fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di cura di anime, di missioni speciali, di riforma del clero, operante nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America).
Nel 1547, s. Ignazio affidò alla sua Compagnia, un ministero inizialmente non previsto, quello dell’insegnamento, che diventò una delle attività principali dell’Ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione e della sua forza, lo testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo.
Alla morte di s. Ignazio, avvenuta come già detto nel 1556, la Compagnia contava già mille membri e nel 1615, con la guida dei vari Generali succedutisi era a 13.000 membri, diffondendosi in tutta Europa, subendo anche i primi martiri (Campion, Ogilvie, in Inghilterra).
Ma soprattutto ebbe un’attività missionaria di rilievo iniziata nel 1541 con s. Francesco Xavier, inviato in India e nel Giappone, dove i successivi gesuiti subirono come gli altri missionari, sanguinose persecuzioni.
Più duratura fu la loro opera in Cina con padre Matteo Ricci (1552-1610) e in America Meridionale, specie in Brasile, con le famose ‘riduzioni’. Più sfortunata fu l’opera dei Gesuiti in America Settentrionale, in cui furono martiri i santi Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues, Carlo Garnier e altri cinque missionari.
Col passare del tempo, nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti con la loro accresciuta potenza furono al centro di dispute dottrinarie e di violenti conflitti politico-ecclesiatici, troppo lunghi e numerosi da descrivere in questa sede; che alimentarono l’odio di tanti movimenti antireligiosi e l’astio dei Domenicani, dei sovrani dell’epoca e dei parlamentari e governi di vari Stati.
Si arrivò così allo scioglimento prima negli Stati di Portogallo, Spagna, Napoli, Parma e Piacenza e infine sotto la pressione dei sovrani europei, anche allo scioglimento totale della Compagnia di Gesù nel 1773, da parte di papa Clemente XIV.
I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II; nel 1814 papa Pio VII diede il via alla restaurazione della Compagnia.
Da allora i suoi membri sono stati sempre presenti nelle dispute morali, dottrinarie, filosofiche, teologiche e ideologiche, che hanno interessato la vita morale e istituzionale della società non solo cattolica.
Nel 1850 sorse la prestigiosa e diffusa rivista “La Civiltà Cattolica”, voce autorevole del pensiero della Compagnia; altre espulsioni si ebbero nel 1880 e 1901 interessanti molti Stati europei e sud americani.
Nell’annuario del 1966 i Gesuiti erano 36.000, divisi in 79 province nel mondo e 77 territori di missione. In una statistica aggiornata al 2002, la Compagnia di Gesù annovera tra i suoi figli 49 Santi di cui 34 martiri e 147 Beati di cui 139 martiri; a loro si aggiungono centinaia di Servi di Dio e Venerabili, avviati sulla strada di un riconoscimento ufficiale della loro santità o del loro martirio.
L’alto numero di martiri, testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti, votati all’affermazione della ‘maggior gloria di Dio’, nonostante i pericoli e le persecuzioni a cui sono andati incontro, sin dalla loro fondazione.

Autore: Antonio Borrelli

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Padri e figli (Gianfranco Ravasi 26 dicembre 2010)

dal sito:

http://www.famigliacristiana.it/chiesa/blog/la-bibbia-in-un-frammento_1.aspx?_pn_=2

GIANFRANCO RAVASI

Figli e padri (26 dicembre 2010)

« Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto! Padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore! »
(Efesini 6,1.4)
Il grande scrittore russo Lev Tolstoj, nel suo monumentale romanzo Anna Karenina
(1875-1877), ha lasciato una frase curiosa ma significativa: «Le famiglie felici si assomigliano tutte, le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo». Chi ha letto quel libro sa che in esso si scava in profondità nei drammi della coppia, in particolare quella di Anna e Vronskij, con un esito tragico perché l’approdo sarà nel suicidio della Karenina.
Le famiglie molto spesso trascinano con sé un travaglio che non è riducibile a semplici
schemi psicologici e sociologici, soprattutto nel rapporto generazionale tra padri e figli
(tra l’altro, esemplare in questo senso è un celebre romanzo di un altro scrittore russo
contemporaneo di Tolstoj, Padri e figli di Ivan S. Turgenev).
Anche san Paolo, nelle sue Lettere, ci ha lasciato quelli che gli esegeti hanno chiamato
“codici familiari”, presenti in particolare nel capitolo 3 della Lettera ai Colossesi e nei capitoli 5-6 dello scritto indirizzato agli Efesini. È da quest’ultimo che abbiamo desunto il nostro frammento, un bell’esempio di morale domestica, segnata da equilibrio e rigore, nello stile anche dell’insegnamento etico della filosofia greca, soprattutto stoica. Come è evidente, l’Apostolo si rivolge a entrambi i protagonisti della vicenda familiare.
Da un lato, ci sono i figli che devono ai genitori il rispetto e l’obbedienza, un impegno
“giusto” perché si basa non solo sulla morale naturale, ma anche sul comandamento divino: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà» (Esodo 20,12). «Ognuno di voi rispetti sua madre e suo padre», si ripete nel libro del Levitico (19,3).
D’altro lato, però, ecco anche l’impegno dei genitori presentato sotto un duplice profilo. Il negativo: «Non esasperate i vostri figli», con la petulanza, con l’incomprensione, con l’eccesso di severità, con l’imposizione di uno stile di vita datato che non tiene conto dei nuovi contesti sociali e culturali. Ma c’è un aspetto positivo ben più rilevante, quello dell’educazione, della formazione, dell’esempio e della testimonianza. Non basta generare fisicamente. Essere genitori comprende un’arte pedagogica che esige pazienza, amore e tempo. Non si forma un figlio con un rimprovero sbrigativo o con la concessione illimitata di ciò che egli desidera, così da non avere discussioni.
Questo monito rivolto a figli e a genitori è ripetuto quasi alla lettera anche ai cristiani di Colossi e, in forma più ampia e con destinatari giovani e anziani, pure al discepolo Tito (2,1-8). È, questa, la dimostrazione non solo della figura di pastore propria di Paolo, spesso bollato come un freddo e astratto intellettuale, ma è al tempo stesso la testimonianza di una fede che si innerva nella quotidianità, che esce dal tempio e si presenta nelle case, che non ignora il groviglio delle relazioni, dei problemi, delle crisi di ogni famiglia. La parola di Dio, infatti, «è una lampada, il suo insegnamento una luce, un sentiero di vita l’istruzione che ammonisce» (Proverbi 6,23).

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IL PANE CHE SAZIA LA VITA DI BELLEZZA, AMORE E VERITÀ (OMELIA)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27567?l=italian

IL PANE CHE SAZIA LA VITA DI BELLEZZA, AMORE E VERITÀ

Vangelo della XVIII Domenica del Tempo Ordinario

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 29 luglio 2011 (ZENIT.org).- “Così dice il Signore: “O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti”.(Is 55,1-3)
“Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla; perché vada nel villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”.
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.”(Mt 14,13-21)
Appena terminato di trascrivere questo Vangelo, mi sono alzato per cercare un libro che lo commentasse. Casualmente ho posto l’occhio sopra un altro libro. Attratto dal titolo, l’ho aperto al centro, ho cominciato a leggere e subito mi sono sentito avvolgere da… un buon profumo di pane:
“Ricordo il profumo appetitoso del forno nei giorni di festa. Le donne del vicinato si mettevano in coda, come in processione, ad aspettare il loro turno per la cottura del pane.
Le forme impastate venivano disposte a una a una su assi di legno, con la meticolosità di chi sta per fare una cosa importante, e poi ricoperte con una pezza bianca.
Molti poveri si avvicinavano al forno: mia madre ne conosceva parecchi e riservava sempre qualche cosa per loro: forme di pane, qualche pezzo di carne, un po’ di vino. Ognuno sapeva di poter contare su di lei e si avvicinava pieno di trepidazione e di speranza. Mai una volta l’attesa di quei poveri andò delusa.
La cottura del pane era sempre una cerimonia importante. Ogni volta mi sembrava di assistere a qualche cosa di nuovo, che non avevo mai visto prima. Intorno c’erano il fermento e l’ansia che accompagnano la nascita di un bambino: quel forno di mattoni, sul retro della casa, era come una culla pronta a ospitare il nascituro, anzi i nascituri, perché i pani da cuocere erano tanti. Le forme, infarinate come pesci, e coperte da un lenzuolo bianco, venivano portate sulle assi verso il forno. Qualche donna accarezzava il proprio pane e vi imprimeva il segno della croce sulla parte rigonfia: un ringraziamento, una benedizione per un futuro migliore. Poi ognuna se ne restava lì, muta, in attesa che la cottura terminasse, con gli occhi fissi alla bocca del forno, attenta a che il pane non bruciasse o non divenisse troppo gonfio.
Quando finalmente era cotto, veniva disteso sulle tavole e di nuovo coperto. Prima di allontanarsi con la tavola dei pani sul capo, tutte ne davano uno a mia madre per l’uso del forno. In quei giorni l’odore del pane rimaneva nell’aria fino a sera.” (Romano Battaglia, Notte infinita, 1989, p. 130-134).
Dicevo che leggendo questa pagina ho gustato nell’anima una fragranza particolare. Potrei esprimerla così: quella nostalgia di bellezza semplice e pura, di povertà lieta e fiduciosa, di amore riconoscente ed accogliente che la scena evoca, non aveva in sé la nota triste dell’assenza, ma quella gioiosa del dono posseduto.
Conosco infatti la verità di questa vita materialmente povera, ma ricca di amore: è quella che ho scelto, anzi, è quella che ha scelto me, è quella che celebro ed amministro da vent’anni, è quel “Pane di vita” (Gv 6,48) che mangio e distribuisco ogni giorno e che nutre la mia vita in un modo tale per cui, sempre assetato e sempre affamato di Lui, posso nel medesimo tempo testimoniarne l’ineffabile sazietà: “non manco di nulla” (salmo 23/22,1).
Ma ciò non è solo per me.
Dice infatti la Scrittura: “O voi tutti assetati,..venite, comprate senza pagare,..ascoltatemi..e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti” (Is 55,1-3).
Le forme di pane impastato avvolte di bianco, il forno come grembo e culla, la donna che accarezza il proprio pane come fosse un bambino sulla cui fronte traccia il segno della croce, il ringraziamento, la benedizione, e infine la fragranza odorosa come prolungamento del pane: ecco come il simbolo e la poesia riescono a trasfigurare il quadro sereno di una scena di vita non più usuale nell’evento quotidiano della celebrazione eucaristica del “Pane vivo” sulle “tavole” di tutto il mondo, includendovi, non a caso, anche il grembo materno.
Simile ad un sacerdote all’altare, la madre del poeta preparava e prodigava per tutti il dono del pane; così anche noi, ogni giorno, non mangeremmo il “Pane della vita” se Maria, sua Madre, non Lo avesse donato al mondo dicendo il suo “sì” a Dio.
E quel segno di croce tracciato sopra il pane, anche oggi si trova spesso impresso sull’ostia di pane azzimo che diventerà il bianco Corpo di Gesù.
E come ogni donna se ne restava lì, muta, con gli occhi fissai al forno, in attesa che la cottura terminasse, così nella santa Messa ogni credente ascolta in silenzio le parole divine della Consacrazione, per le quali il fuoco dello Spirito Santo invocato scende prontamente dal Cielo ad operare il miracolo del mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore; e tutti contemplano ed adorano il Mistero del “Pane vivo” elevato in alto dal sacerdote.
Si compiono così le parole del salmo:
“Gli occhi di tutti sono a Te rivolti in attesa e Tu dai loro il cibo a tempo opportuno. Tu apri la mano e sazi il desiderio di ogni vivente” (Salmo 144/145, 15-16).
Dice: “Gli occhi di tutti”, ma sappiamo che moltissimi non credono o non sanno nemmeno cosa sia l’Eucaristia.
Eppure è vero che, sin dal grembo materno, lo sguardo “ontologico” di tutti i figli dell’uomo è rivolto a questo “vero Corpo nato da Maria Vergine”, e lo è per i tre motivi che Egli stesso ha indicato quando ha detto di essere “la via, la verità e la vita” di ogni uomo (Gv 14,6).
Lo è realmente: com’è vero che il grembo materno è la via obbligata perché la vita fisica di ogni uomo nasca alla luce; com’è vero che l’Amore divino che crea l’uomo al concepimento è la verità unica e totale della sua esistenza; e com’è vero che la vita personale di ognuno è chiamata a realizzare la propria felicità per mezzo della somiglianza all’“immagine di Dio” secondo la quale è stata creata (Gen 1,27).
“Io sono il pane della vita”, non cessa di affermare Gesù (Gv 6,48) dalla “tavola” di pietra di ogni altare.
Pane vivo da “baciare ed accarezzare”, poiché Dio è bambino ed il rapporto con Lui consiste necessariamente in quell’affetto e quella fiducia che caratterizzano i piccoli e sono suggeriti dal legame materno.
* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Jesus prayer

Jesus prayer dans immagini sacre JesusTheTeacher

http://www.tkinter.smig.net/PrincessIleana/JesusPrayer/index.htm

Publié dans:immagini sacre |on 29 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

Beati i cercatori di Dio (intervista a Mons Bruno Forte)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus/0908je/0908je94.htm

INTERVISTA – MONSIGNOR BRUNO FORTE

Beati i cercatori di Dio

di Vittoria Prisciandaro 

È rivolta a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità» l’originale Lettera ai cercatori di Dio scritta di recente dai vescovi italiani. Un documento che invita a riflettere sulla « questione del senso » e che intende parlare a tutti, credenti e non credenti. Ce ne spiega il perché il presidente della Commissione della Cei che l’ha stilata.
Un gesto di amicizia. Così i vescovi italiani chiedono di interpretare la Lettera ai cercatori di Dio che reca la data del 12 aprile, giorno di Pasqua, ed è stata presentata all’assemblea della Cei nel maggio scorso. Il testo è rivolto a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità», spiega monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. «I cercatori di Dio non sono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che restano sempre degli assetati dell’amore assoluto e della felicità che esso dona, e crescono nella conoscenza della fede a partire da domande sempre nuove. Cercatori di Dio possono considerarsi perfino gli indifferenti, quelli che sembrano lontani o distratti, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena e felice».
Il testo è diviso in tre parti: nella prima il lettore è invitato a riflettere sulle domande di senso che uniscono tutti, presentate attraverso vari temi, dalla ricerca di felicità alla giustizia, dalla fragilità al rispetto dell’ambiente; nella seconda parte si testimonia il cuore dell’annuncio cristiano e si presenta la comunità dei credenti riuniti nella Chiesa; nella terza si fa una proposta di incontro con Gesù Cristo nella preghiera, nella Parola, nei sacramenti, nel servizio della carità e nel desiderio della vita eterna. Stampato in edizioni diverse, a costi diversi e comunque accessibili a tutti, il volumetto può essere variamente utilizzato: per la meditazione personale, ma anche per la catechesi per giovani e adulti, o per incontri a tema. «Testimoniare la bellezza dell’avventura cristiana è oggi quanto di più necessario ci sia di fronte alle insicurezze, alle solitudini, alle inquietudini e ai naufragi della nostra post-modernità», aggiunge Forte.
A proposito dei cercatori di Dio, si parla di «atei per amore». A chi si riferisce la Lettera?
«L’ateismo può essere pensato in due modi: c’è l’ateismo superficiale di chi dice con sicurezza « Dio non c’è », non si sa se per comodo o per evadere la domanda, e costui è già definito « stolto » dalla Bibbia. E poi c’è un ateismo tragico, di coloro che soffrono l’assenza di Dio e non riescono a credere. Questo ateismo pensoso, inquieto, è certamente di singolare nobiltà. Ma proprio questo tipo di ateo è vicino al credente, se è vero che del credente si può dare questa definizione: « Un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere ». È questo il punto di incontro fra credenti e non credenti, che siano non negligenti nel porsi le domande vere: la ricerca di Dio, la lotta con Lui, il percepire Dio non semplicemente come la proiezione di un desiderio e di un’attesa, ma come l’Altro che viene a me e sovverte e inquieta anche la mia attesa, e proprio così mi rende vivo e libero. È proprio questa ricerca che si offre come un vero punto di incontro tra credenti e non credenti, un cammino di dialogo che anche la Lettera ai cercatori di Dio vorrebbe favorire».
In un altro passaggio del testo si afferma che la differenza, più che tra credenti e non credenti, è tra pensanti e non pensanti. Cosa si vuole sottolineare marcando questa differenza?
«Come vescovi vogliamo dire un grande « no » alla negligenza del pensiero, dell’inquietudine, della ricerca. Il « sì », invece, è alla continua, appassionata ricerca del volto di Dio, che deve caratterizzare il credente, perché è inesauribile la profondità dell’Amato, del Signore da conoscere; e il non credente, serio e pensoso, perché nessuno può appagarsi con la risposta facile « Dio non c’è ». In realtà il mistero di Dio intriga tutti, la ricerca di Dio qualifica la vita di tutti. Un ebreo tedesco che ebbi occasione di conoscere anni fa, un artista sopravvissuto alla Shoah, mi diceva: « Vivere è cercare Dio, vivere veramente è trovare Dio ». Credo che questo sia profondamente vero. Ecco perché tutti dobbiamo essere cercatori. La preghiera e l’auspicio di questa Lettera è che possa aiutare a cercare Dio, ma anche a farne esperienza nella sua Chiesa».
«Lo scontro tra amore e tradimento ci mette in una condizione di inquietudine che scopriamo sempre presente e nuova»: quanto, nell’esperienza pastorale, si fa i conti con questa dimensione e quanto incide sulla fede delle persone?
«Enormemente. Chi ha esperienza di pastore si rende conto di come il cuore dell’uomo sia uno straordinario incrocio di tensioni e contraddizioni, e come anche nella vita delle persone più luminose e vicine all’esperienza di Dio esistano tanti momenti di buio, di angoscia, di paura, di contraddizione possibile. E, viceversa, anche in chi sembra del tutto lontano da Dio ci sono a volte dei barlumi di Vangelo straordinariamente eloquenti. Ecco perché è sempre necessario accompagnare l’uomo con amicizia e rispetto: abbiamo bisogno sempre di più di una Chiesa nello spirito della Gaudium et Spes, non dirimpettaia del mondo, ma amica, vicina, che si mescola con la gente, ne assume le domande, le attese, le sofferenze e proprio così annuncia con coraggio, con fedeltà e in maniera credibile il Vangelo di Gesù».
La sfida della fragilità e il significato della vulnerabilità sono temi ricorrenti nelle prime pagine della Lettera. Seguendo le vicende della cronaca recente viene in mente un’icona dei nostri giorni, Michael Jackson, uomo ricco, carriera leggendaria, eppure morto in solitudine…
«Credo sia importante distinguere le oggettive capacità, da credenti diremmo « i doni di Dio », che Michael Jackson ha ricevuto nella sua vita professionale, come la capacità di lanciare uno stile di arte musicale che ha parlato al cuore di tanti, da quella che invece è la vicenda personale dell’uomo, che nel caso specifico mi sembra segnata da tanta fragilità e da tanti punti oscuri tutt’altro che esemplari. Occorre certo comprensione e affidamento alla misericordia di Dio, ma è anche chiaro che sarebbe profondamente sbagliato proporre questi aspetti più negativi e oscuri come modello ai nostri giovani. Una cosa è l’arte, la musica, la bellezza che egli è riuscito a inventare; altra cosa la vicenda di fragilità, dolore, oscurità morale e culturale sul piano personale. I giovani vanno aiutati a tener presente questa distinzione per evitare di confondere un idolo, un modello, una rockstar, con una vicenda umana che proprio di fronte al dramma della sua morte in solitudine si rivela piena di contraddizioni e fragilità».
Nella Lettera c’è un passaggio sulla dignità del lavoro in cui si sottolinea l’importanza del riposo. Visto che ormai le dinamiche del lavoro sono sempre meno governabili dal singolo e sembra perduta la battaglia per il riposo domenicale, come recuperare il valore della festa?
«Recuperando anzitutto il valore della dignità della persona umana. Il lavoro è certamente un’espressione fondamentale dell’uomo, ma guai a farlo diventare un assoluto che schiacci la dignità della persona. Non c’è dubbio che, dove si perde il senso della festa, dove si vive per lavorare invece di lavorare per vivere, lì è anche la dignità e la qualità della vita dell’uomo che viene compromessa. Dicendo che lavoro e festa devono essere coniugati e che è necessario rispettare le festa per dare piena dignità all’uomo e al suo lavoro, la Lettera non fa altro che mettersi dalla parte dell’uomo, della sua dignità, che si perde nella schiavitù del lavoro, dove manca il senso della festa e della libertà. Dignità che viene invece ritrovata se si ha un riferimento ultimo, che per il credente è il Dio da celebrare nella festa della domenica, nella gioia di un cuore che loda».
La Lettera parla del bisogno di avere profeti disarmati. Chi lo è oggi? Chi lo è stato nel passato prossimo?
«I profeti disarmati sono coloro che annunciano con coraggio e fedeltà il Vangelo di Gesù e non contano sui mezzi umani per imporlo agli uomini, ma unicamente sull’irradiazione della sua forza e della sua bellezza. In questo senso i profeti disarmati sono i santi, che sono spesso ben più numerosi di quelli che la Chiesa può o riesce a canonizzare. Sono sparsi tra la folla, quasi inevidenti, perché la loro testimonianza si consuma nella fedeltà di ogni giorno: penso a numerosi lavoratori, uomini e donne; ai genitori che danno la vita per i loro figli nel quotidiano di una testimonianza umile, silenziosa e fedele. Ma penso anche a tanti atti di generosità che si compiono quotidianamente nei nostri ospedali, nelle nostre carceri, dove ci sono persone anziane bisognose di affetto… I nomi di queste persone sono scritti nei cieli e questo è l’esempio più eloquente che si possa dare dei profeti disarmati. Ma se vogliamo proprio indicare dei nomi a noi vicinissimi nel tempo pensiamo a figure come madre Teresa di Calcutta, come Giovanni Paolo II, Chiara Lubich, soltanto per citare qualcuno che è già ora alla presenza di Dio, ma ha inciso e segnato profondamente con la sua opera i giorni in cui viviamo. Il Signore non è mai stanco di suscitare nella Chiesa questi profeti, ed essi continuano ad annunciare la forza liberante del Vangelo».
Uno dei temi affrontati è l’ambiente. Ritiene che la salvaguardia del creato sia sempre più un impegno ecumenico da condividere con i fratelli delle altre Chiese?
«Direi proprio di sì, e di questo è segno evidente la Giornata per il creato, che è stata inaugurata nel 2006, il primo settembre, giorno di inizio dell’anno liturgico ortodosso: un appuntamento che unisce ora i cristiani nel richiamare come la fede in Dio e la spiritualità si collochino anche nel rispetto del creato e dell’ambiente che Dio ha voluto per l’uomo. Credo che la coscienza per questa sensibilità e spiritualità ecologica vada crescendo e sia qualcosa da stimolare ed educare perché possiamo preparare per chi verrà dopo di noi una terra abitabile e accogliente secondo il disegno di Dio. Il grande rischio, con gli strumenti che l’uomo oggi possiede sul piano tecnico, è che se non cresce questa sensibilità si possa distruggere il mondo in cui il Creatore ci ha posto come custodi del giardino e non come despoti».
Nella seconda parte la Lettera sintetizza in breve il cuore del messaggio cristiano e parla poi della Chiesa e dell’esercizio dell’autorità, temi su cui il dialogo è più complesso…
«La seconda parte della Lettera parla prima di tutto di Gesù Cristo e della Trinità. Si parla dell’annuncio, il kérygma, la buona notizia: non siamo soli in questo mondo, Dio ci ama e ci ha mandato suo Figlio, il quale ci ha aperto la via alla vita eterna, alla salvezza dal male e alla possibilità di imparare ad amare e a camminare uniti nell’amore verso la patria di Dio. Questo primato del primo annuncio mi sembra la cosa più importante e bella della seconda parte. Alla luce di questo primato della buona novella, la Chiesa si offre come serva, strumento per portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini. E anche l’autorità della Chiesa non è vista come autoritarismo dispotico, ma come strumento per garantire e testimoniare nella fedeltà il Vangelo di Gesù affidato agli Apostoli e ai loro successori. Anche se in vasi di creta, è il tesoro di Dio affidato alla Chiesa».
La Lettera insiste molto sull’importanza del dialogo. Il dialogo ai tempi di Facebook e Twitter diventa chance o perdita?
«La Rete è una grande sfida e può rappresentare le due cose. Può essere la caduta in un reale anonimato, dove si finge che il virtuale sia reale, cioè che le relazioni virtuali siano relazioni umane piene; ma può essere anche una straordinaria possibilità di contatto e conoscenza, di incontri veri e profondi, sia con strumenti del sapere, che con persone in ricerca. Ecco perché è importante l’educazione all’uso della Rete e il non diventarne schiavi e prigionieri. Ricordo spesso che il linguaggio della Rete, che di fatto si usa soprattutto in inglese, è fortemente teologico: to save, salvare; to convert, convertire; to justify, giustificare… Sono termini che – seppure inconsapevolmente – rivelano come, al di là della fugacità e della volatilità del contatto virtuale, ci sia un bisogno di permanenza, di stabilità, di profondità. Direi perfino un bisogno di conversione, che può essere valorizzato se l’uso della Rete è equilibrato e al servizio della crescita spirituale e umana della persona».
La Lettera ha uno stile dialogante, un modo di proporsi in positivo. Un tono diverso da altri documenti. Una scelta precisa?
«Il dialogo è non soltanto proporsi all’altro con tutta la verità di sé stessi, ma anche essere disposti ad accoglierlo nel nostro cuore, sforzandoci di discernere il bene e la verità che ci vengono da lui / lei, ma anche con la sincerità di dire quelli che ci sembrano i limiti o i punti non condivisibili. Il dialogo non è mai irenismo, ma è crescita comune nella verità e nell’amore».
Quali contributi anche delle scienze umane sono confluiti nella stesura del testo? A parte gli autori citati, mi pare si colga l’influenza di alcuni pastori: don Tonino Bello, ma anche il magistero del cardinale Martini…
«Certamente i vescovi che hanno lavorato a questa Lettera, quelli della Commissione della fede, dell’annuncio e della catechesi che presiedo, ma anche tutti gli esperti che sono stati convocati in diversi seminari nazionali – esperti di scienze umane, di comunicazione, di Bibbia, di teologia, di pastorale, di filosofia… – hanno contribuito a fare di questo testo una sorta di punto di incontro di sensibilità varie, di anime plurali della Chiesa italiana. Insieme ai testimoni citati, ce ne sono altri. Tutto questo ci serve a capire che non è la lettera di un singolo protagonista, ma la voce di pastori che si sono a loro volta messi in discussione e in ascolto di tutti, per poter comunicare ai cuori inquieti la gioia e il tesoro di Dio, con un linguaggio accessibile e non tecnico. Lo dimostra tra l’altro il fatto che la Lettera sia stata approvata all’unanimità dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana».
Agosto è il mese delle vacanze per eccellenza. Un tempo propizio per riprendere la Lettera come lettura spirituale e stimolo alla riflessione?
«Lo proporrei di sicuro, perché mi sembra che la vera vacanza non sia mai lo stordimento, la fuga dalla ricerca della verità. La vacanza vera è anche dedicare più tempo allo spirito, alle possibilità interiori, è nutrimento intellettuale, spirituale, non solo attraverso la bellezza dei luoghi, il riposo fisico, ma anche attraverso stimoli che vengono dalla lettura, dall’incontro con persone significative, dall’apertura a segnali dell’opera dell’uomo nella storia, come l’arte. In questo senso la Lettera può essere un canovaccio per vivere i giorni di vacanza con uno stimolo semplice e profondo alla riflessione e alla ricerca della felicità, che in ultima analisi è la ricerca del Dio, che ama infinitamente tutti e ciascuno di noi: precisamente il Dio di Gesù Cristo, che la Lettera intende proporre a chiunque sia in ricerca di luce, di amore, di felicità».

Vittoria Prisciandaro

Publié dans:Bruno Forte |on 29 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

JÜRGEN MOLTMANN (Un teologo all’ombra della Croce)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus/0709je/0709je50.htm

JÜRGEN MOLTMANN

Un teologo all’ombra della Croce

di Claudia Milani 

È considerato uno dei più grandi pensatori cristiani viventi. Si è confrontato con il dramma di Auschwitz, con le ingiustizie del mondo, con la sfida della teologia al femminile. Oggi Jürgen Moltmann dice: «Il protestantesimo è solo la mia provenienza, l’ecumenismo è il mio futuro».
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». L’intera produzione teologica di Jürgen Moltmann può essere considerata un’interpretazione di questa frase evangelica, che costituisce la linea guida della sua theologia crucis. A partire dalle riflessioni condotte ne Il Dio crocifisso, il teologo tedesco, già docente presso le Università di Bonn e Tübingen, presenta un Dio capace di soffrire con l’uomo e per l’uomo, un Dio che accetta di mettersi in gioco a fianco della creatura. Ma la morte di Croce non è l’ultima parola: se è vero che «Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato» (Romani 8,34), allora la vittoria vale più della sconfitta e si apre per Moltmann la possibilità di una teologia della speranza che pone al centro la mattina di Pasqua e la Resurrezione di Cristo.
Il rapporto tra la Croce e la Resurrezione, la (presunta) fine della storia, l’ecumenismo e lo stato del dialogo interreligioso, il problema del male radicale e il tema di una « teologia di genere » sono alcuni degli argomenti su cui abbiamo chiesto l’opinione del noto teologo protestante.
Professor Moltmann, lei è uno dei più grandi teologi tedeschi viventi. Un altro importante teologo tedesco, che oggi è Papa, ha di recente scritto un libro su Gesù di Nazaret: che cosa pensa di questo libro? Lo ha letto?
«No, non l’ho ancora letto, e perciò non posso nemmeno pensare nulla di positivo o negativo in proposito».
Nell’ultimo libro di Ratzinger, e più in generale in tutta la riflessione teologica dell’attuale Pontefice, viene sottolineato il legame tra cristianesimo e cultura ellenistica: anche lei è dell’opinione che questo legame sia così importante?
«Questo legame è importante per l’Europa, ma non lo è per il cristianesimo extraeuropeo: cioè, esso rappresenta il percorso del cristianesimo nel mondo romano-ellenistico, con cui si giunge alla fusione tra cristianesimo e pensiero greco che Joseph Ratzinger ha evidenziato. Non riguarda però la cristianità siriana, la cristianità persiana, quella armena e quella che si situa al di fuori di questo circolo culturale: perciò questo legame è corretto solo se viene delimitato. E in secondo luogo, questo è il paradigma medievale di Tommaso D’Acquino, ma non il paradigma moderno del nuovo concetto di ragione di Immanuel Kant, di Hegel e del pensiero scientifico moderno. Perciò questo approccio è storicamente corretto e io lo accetto storicamente, ma non rappresenta il pensiero moderno e la sintesi di cristianesimo e pensiero moderno».
Quindi lei pensa che non esista una sola forma di cristianesimo, bensì diversi modi di essere cristiani?
«Sì, se si va in Africa o in Asia diventa chiaro che c’è un cristianesimo costantiniano e uno non-costantiniano».
Il pensiero di Jürgen Moltmann potrebbe essere definito come una «teologia della speranza», a partire da uno dei suoi testi più importanti. Ma quale teologia della speranza e quale teologia in generale sono oggi possibili, in un’epoca in cui, come dice Fukujama, possiamo parlare di «fine della storia»?
«Fukujama si è sbagliato e lo ha capito lui stesso: non si trattava di fine della storia. Lui dava una particolare interpretazione di Hegel, secondo cui la storia sarebbe giunta alla fine e non ci sarebbero più contraddizioni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica non si è più vista alcuna contraddizione nei confronti del mondo capitalistico democratico dell’Occidente. Nel frattempo abbiamo però fatto esperienza di altre contraddizioni, in particolare tra il mondo occidentale e il mondo islamico: non siamo quindi affatto arrivati alla fine della storia. Inoltre, dal punto di vista teologico, solo la venuta di Cristo pone fine alla storia: fino a quel momento non siamo contenti».
A questo proposito possiamo dire che l’Europa, e più in generale l’Occidente, vivono oggi l’urgente problema del dialogo con le religioni non cristiane, specialmente con l’islam. Lei vede la possibilità di un’apertura in questo campo o crede a un irrigidimento delle religioni?
«Per uno sguardo sull’islam bisognerebbe chiedere ai cristiani che vivono nei Paesi islamici. Non rivolgersi al cristianesimo europeo, bensì ai cristiani copti in Egitto, ai siriani in Siria, e così via. Per quanto ne so, non esiste un dialogo tra musulmani e cristiani in Egitto, benché i musulmani vengano spesso invitati a Milano per fare dialogo. Come se i cristiani vivessero solo in Europa: e questo non è vero!».
Lei è un teologo protestante ma, al pari di altri teologi della Riforma, è stato considerato anche un ispiratore della teologia cattolica. Lo stato di salute del dialogo ecumenico non sembra oggi molto buono. Qual è la sua diagnosi in proposito?
«Il protestantesimo è solo la mia provenienza, l’ecumenismo è il mio futuro. Per questo non mi interessa se uno è cattolico, ortodosso o metodista: voglio formulare una teologia cristiana, perciò traggo volentieri spunto anche dal mondo cattolico e da quello ortodosso. Il dialogo ecumenico tra Roma e il protestantesimo al momento non gode di buona salute, quello tra i teologi cattolici e quelli ortodossi è molto buono e anche quello tra teologi evangelici e ortodossi. A maggio sono stato in Romania, ad Alba Julia, e ho trovato un grande accordo proprio sulle difficili questioni della dottrina trinitaria e della cristologia. E inoltre, sul fianco sinistro del protestantesimo, c’è anche il grande movimento pentecostale, che deve essere incluso nel dialogo ecumenico. Non si tratta di sette, come spesso e volentieri le definiscono i vescovi cattolici in America latina, bensì di un esteso movimento pentecostale con una nuova esperienza dello Spirito Santo. Esso fa indubbiamente anche degli errori, ma è sempre così nel mondo, e con questo movimento dobbiamo cercare un dialogo. Se il dialogo non va avanti con Roma, bisogna trovare un’altra soluzione».
La sua è una teologia molto attenta alle sfide del presente, al riscatto dei deboli di fronte ai potenti e perfino ai problemi ecologici. Che cosa rappresenta per lei la dimensione politica della teologia?
«Johann Baptist Metz e io nel 1967-1968 abbiamo inaugurato il significato politico della nuova teologia di fronte ad Auschwitz. Non deve più accadere nel cristianesimo che non si reagisca apertamente a un tale crimine contro l’umanità. Ci dobbiamo intromettere là dove viene venerata la morte e distrutta la vita: questo intendevamo per teologia politica. Non volevamo una politicizzazione della teologia, ma una sorta di teologia profetica».
Il suo discorso teologico si è confrontato spesso con il problema del male, in particolare con quel male radicale che è stata l’esperienza di Auschwitz: lei che risposta ha dato, o ha cercato di dare, a questo problema? Come si può credere ancora in Dio dopo Auschwitz?
«E a chi si deve credere dopo Auschwitz, se non a Dio? Se si dicesse « Dopo Auschwitz non si può più credere in Dio », allora Hitler avrebbe annientato non solo il popolo ebraico, ma anche il Dio d’Israele: e che il Dio d’Israele rida di Hitler, io non lo credo proprio. Questa non è un’idea mia, ma del mio amico Emil Fackenheim, il quale dice che dopo Auschwitz bisogna credere in Dio, altrimenti si darebbe una vittoria postuma a Hitler. Ma anche per me ciò vale come un postulato. Il testo Il Dio crocifisso è la mia risposta ad Auschwitz e all’orrore che io stesso ho vissuto durante la guerra».
Da questo punto di vista, qual è per lei il valore della Croce? Che significato ha la morte di Cristo per Dio Padre, da un lato, e per l’uomo di oggi, dall’altro?
«In primo luogo va detto che Cristo non è morto solo per i peccatori, ma anzitutto per le vittime dei peccatori. Ho formulato questa idea insieme alla teologia della liberazione: nella teologia dei peccatori noi vediamo sempre solo i colpevoli, che fanno il male, si pentono e trovano la Grazia. Ma che ne è delle vittime? Di questo fino a oggi si è parlato troppo poco. Ma Cristo è diventato uomo ed è stato crocifisso per poter vivere con coloro che stanno all’ombra della Croce, il popolo dei crocifissi, come hanno detto Ellacuría e poi Sobri no. Questo è il primo passaggio: Cristo porta i peccati del mondo, Cristo porta le sofferenze del mondo. E il secondo passaggio è quello di vedere un legame tra la Crocifissione e la Trinità, poiché Gesù è morto col grido « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27,46; Mc 15,34) e quindi ha sperimentato l’abbandono di Dio e Dio Padre ha provato il dolore per la morte del Figlio. Cristo ha vissuto la morte nell’abbandono, il Padre è sopravvissuto alla morte del Figlio: questa è la situazione del Venerdì santo, che Hans Urs von Balthasar ha descritto in maniera così approfondita e a cui la Pasqua dà risposta».
Qual è la visione di Moltmann sull’uomo contemporaneo?
«Dell’uomo moderno ho l’impressione che non ami la vita nel modo corretto: per questo fa esperimenti con embrioni e feti, come se fossero il primo stadio della vita umana e non degli esseri umani veri e propri. L’umanità deve essere rispettata anche nel suo stadio originario, adamico: questo per me è più importante delle ricerche staminali per le malattie degli anziani o per la demenza. Nel mondo moderno, in cui si sorvola su tutto, si dovrebbe rafforzare l’amore per gli stadi iniziali della vita. Questo è importante anche in rapporto al terrorismo del mondo islamico. Il mullah Omar e i talebani in Afghanistan hanno detto: « La vostra gente ama la vita, i nostri giovani amano la morte ». Questo è puro fascismo. Uno dei generali fascisti di Franco ha gridato una volta a un suo soldato: « Viva la muerte! »; questo era anche il grido delle SS ed è una cosa insopportabile. Al contrario, l’amore per la vita deve essere così forte da farci protestare contro la morte anche quando non riguarda noi personalmente, ma solo gli israeliani in Israele e i palestinesi a Gaza».
La sua riflessione teologica si è sviluppata nei decenni anche a partire dal dialogo teologico con sua moglie, Elisabeth Moltmann Wendel: che differenza vede nel pensare la teologia « in coppia », rispetto a chi argomenta in solitudine?
«Non esiste un pensiero in solitudine, il pensiero teologico è sempre un dialogo: un dialogo con gli altri, soprattutto con fratelli e padri, ma anche con madri e sorelle. Noi abbiamo iniziato una teologia di dialogo fra uomini e donne, anche con le nostre quattro figlie e questo ha portato molti frutti. Più fruttuoso di quanto potrebbe essere fare teologia solo fra uomini, perché questi sono solo il cinquanta per cento dell’umanità, e anche perché quattro occhi vedono meglio di due».

Claudia Milani

Teologia in movimento tra dramma
e speranza
Jürgen Moltmann nasce nel 1926 ad Amburgo da una famiglia da lui definita «secolare», ma la Seconda guerra mondiale lo avvicina in maniera inaspettata alla fede, tanto che lui stesso dirà «non fui io a trovare Cristo, ma Cristo a trovare me». Durante la prigionia in Gran Bretagna inizia gli studi di teologia, che terminerà a Göttingen: qui conosce la teologa Elisabeth Wendel, che diventerà poi sua moglie. Divenuto pastore, dal 1963 insegna presso l’Università di Bonn, quindi dal 1967 al 1994 è docente di Teologia sistematica presso l’Università di Tübingen. Nel 1964 scrive Teologia della speranza opera in cui, in alternativa alle posizioni di Barth e Bultmann, l’intera rivelazione viene letta alla luce del «principio speranza» desunto dal pensiero di Ernst Bloch, ma superato in direzione della speranza cristiana. Segue Il Dio crocifisso (1972) in cui, contro l’idea dell’impassibilità di Dio, Moltmann elabora una teologia della croce basata sull’asserto che «se Dio fosse fondamentalmente incapace di soffrire, sarebbe anche incapace di amare» (M. Douglas Meeks). In La Chiesa nella forza dello Spirito (1975) vengono esplorate, con forte spirito ecumenico, le implicazioni di questa teologia per la Chiesa. In questa fase, la teologia di Moltmann è contraddistinta dal dialogo tra cristianesimo e marxismo e dal confronto ecumenico e si pone «in dialogo serrato, ma non acritico, con le teologie della liberazione latinoamericana, nera e con la teologia minju sudcoreana. Più tardi diventerà centrale anche il confronto con il femminismo» (Fulvio Ferrario) e l’elaborazione di una «teologia politica» insieme a Johann Baptist Metz.
————————————-

Nel 1980 Moltmann inizia a proporre una «teologia in movimento, dialogo, conflitto» attraverso quelli che lui stesso definisce Contributi sistematici alla teologia: il centro focale di questi contributi è la teologia trinitaria, a partire da un approccio molto critico rispetto alle teorie di Barth e Rahner. Dei Contributi fanno parte: Trinità e Regno di Dio (1980), Dio nella creazione (1985), La via di Gesù Cristo (1989), Lo Spirito della vita (1991), L’avvento di Dio (1995), Esperienze di pensiero teologico (1999).

Publié dans:CHIESE DELLA RIFORMA : TEOLOGI |on 29 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

Santi Nazario e Celso martiri

Santi Nazario e Celso martiri dans immagini sacre Santi_Nazario_e_Celso

http://vangelodelgiorno.org/main.php?language=IT&module=saintfeast&localdate=20100728&id=428&fd=0

Publié dans:immagini sacre |on 28 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

28 luglio: Santi Nazario e Celso Martiri (mf)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/64650

28 luglio: Santi Nazario e Celso Martiri

Paolino, biografo di sant’Ambrogio riferisce che il vescovo di Milano ebbe un’ispirazione che lo guidò sulla tomba sconosciuta di due martiri negli orti fuori città. Erano Nazario e Celso. Il corpo del primo era intatto e fu trasportato in una chiesa davanti a Porta Romana, dove sorse una basilica a suo nome. Sulle reliquie di Celso, le ossa, sorse una nuova basilica. Nazario aveva predicato in Italia, a Treviri e in Gallia. Qui battezzò Celso che aveva nove anni. Furono martirizzati a Milano nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano. (Avvenire)

Etimologia: Nazario = consacrato a Dio, dall’ebraico
Celso = alto, elevato, eccelso, dal

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Milano, santi Nazario e Celso, martiri, i cui corpi furono rinvenuti da sant’Ambrogio.    

« … San Nazaro cittadino Romano, discepolo di S. Pietro fu battezzato da S. Lino non ancora Papa, incontro per questo, la disgrazia del di lui padre, di religione Ebreo, e dell’imperatore Nerone persecutore dei Cristiani, per esimersi dalla malignità dell’uno e dell’altro, usci Nazaro da Roma, e, predicando Gesù Cristo, traversate alcune città lombarde, entrò in Piacenza, portossi indi a Milano: ivi trovò, per fede carcerati i santi fratelli Gervasio e Protasio, ed amorosamente confortatali, li animo a soffrire coraggiosamente il martirio. Di questo fatto informato il Prefetto Romano, condannò Nazaro alla frusta e all’esilio. Volse allora Nazaro alla Francia seguitando a predicare in ogni luogo la fede in Gesù Cristo.
Arrivato in Francia, da una cospicua Matrona gli fu presentato un assai grazioso fanciullo di nove anni. E fu pregato a volerlo avviare nella legge e religione da lui predicata. Con lieta cortesia accettò Nazaro il presentato infante, e dopo la conveniente istruzione, lo battezzò imponendogli il nome di Celso. E trovata angelica la indole del suo allievo, lo dichiarò compagno del suo apostolato, sebbene ancora non fosse uscito da puerizia. Non furono li Santi senza incontri in quella città. Infieriva in quel tempo in Roma e nelle province dell’impero, la dichiarata persecuzione di Nerone ed i Ss. Nazaro e Celso, stretti di catene il collo, furono imprigionati. Atterrita da tristo sogno, la moglie di Prefetto romano, ne ottenne la liberazione. Simile avventura provarono in Treviri dove molto fruttuosa riusciva la loro predicazione. Gran numero di quelli cittadini ricevevano il Battesimo, per tale motivo irritato quel prefetto fece arrestare li due Santi. Imprigionò Nazaro e consegno Celso ad una donna pagana, acciò lo conducesse all’idolatria; ma non riuscì essa all’intento. Non si mosse Celso per carezze, né per schiaffi, né per sferzate dal santo proposito. Invocando Gesù Cristo, mai cessò da piangere fin che fu riunito a Nazaro suo maestro. Nazaro intanto fu indarno tentato a rinunciare alla religione cristiana dal quel prefetto; ma perché cittadino Romano non fu tormentato nella persona, stretto in catene, fu con il suo allievo spedito a Nerone a Roma.
Ivi, come era successo in Treviri, Celso fu separato dal suo maestro e tentato di rinunziare a Gesù Cristo restò sempre fermo nella fede, e con animo virile sopportò ogni tormento e minacciò al prefetto: « Dio a cui servo ti giudicherà » né mai potè acquietarsi privo del suo maestro. Per comando di Nerone fu Nazaro strascinato nel tempio di Giove con la intenzione di sacrificare a quel falso nume sotto pena di morte. Non si sgomentò per questo, entrato egli nel tempio caddero tosto a terra infranti quegli idoli tutti. Si vide Nazaro tutto splendente di luce celeste e comparve vero apostolo di Gesù Cristo. Conosciuta Nerone la ferma risoluzione delli Santi ordinò che fossero ambidue gittati in mare. Scortati perciò a Civitavecchia, rinchiusi furono in una appostata barca ed avviata questa in alto, li nostri Santi furono sommersi in mare. Non erano ancora in allora compiuti i disegni di Dio, a questi la Divina Provvidenza, (a noi genovesi mai sempre propizia, e benefica) li riservava, fu quindi risparmiata la corona del martirio tanto desiderata. Una subita tempesta di mare minacciava di assorbire la barca colla quale erano stati precipitati i Santi, mentre essi andavano a piedi asciutti passeggiando sulle onde del mare in placida calma. Spaventati del temuto naufragio li marinari esecutori del tirrenico decreto di Nerone, ed illuminati dalla prodigiosa situazione dei Santi conobbero il loro fallo risolvettero di riceverli di nuovo in barca e dopo breve preghiera delli medesimi videro il mare in subita bonaccia. Da tali prodigi persuasi quei marinari della santità delle persone da loro oltraggiate, e della religione da essi predicata, chiesero ed ottengo dai Santi istruzione e Battesimo. Dopo tali avvenimenti quei novelli cristiani non si azzardavano ritornare a Nerone, e pieni della speranza in Dio, confortati della compagnia dei Santi abbandonarono le vele alla direzione della Provvidenza. Prosperamente navigando entrato nel nostro mare il fortunato naviglio volse la prora verso Genova città allora libera e alleata col Romano Impero. Distanti ancora da quelle mura 600 incirca passi videro sopra una delle colline di Albaro un tempio e una torre con intorno un’area circondata da macerie. Qui per ispirazione divina approdarono i Santi ed atterrati gli idoli che ritrovarono in quel tempio, consacrato alla falsa deità delli loro morti, cominciarono a predicare la fede in Gesù Cristo con felice riuscimento e senza veruno incontro, battezzarono quanti si convertirono; vi celebrarono il Divino Sacrificio e diedero così ad Albaro il vanto di essere la prima terra, non solo del Genovesato, ma di tutta la Italia, dove si è palesemente predicata e ricevuta la fede di Cristo, e dove è stata celebrata la prima Messa quietamente. Da Albao passarono a predicare in Genova, dove in pochi giorni videro ricevuta e radicata la santa nostra religione, che per grazia particolare dell’Altissimo da poco meno di secoli diciotto conserviamo purissima, mai turbata dalla eresia, né mai amareggiata per sangue sparso da’ martiri della nostra terra. Compiuto con tanta felicità e frutto il loro apostolato in Genova, passarono i nostri Santi a Milano, premuroso Nazaro delli sovra lodati Gervasio e Protasio ivi tutt’ora in catene, di vieppiù fortificarli a soffrire per la fede di Gesù Cristo. Reggeva in allora quella Provincia a nome del crudele Nerone, il crudelissimo Antolino nella qualità di Prefetto. Inteso questo dell’operare dei Santi (che mai cessarono di predicare Gesù Cristo) li fece imprigionare, e trovati inutili quanti seppe trovare, li tentativi, e tormenti, li condannò l’uno e l’altro ad essere decapitati. Fregente e glorioso retaggio dell’Apostolato; e fuori della porta Romana fu eseguita l’empia condanna nel luogo allora detto « le tre muraglie » nell’anno di nostra salute 76. … Informati del glorioso martirio delli suddetti loro Santi Apostoli seguito in Milano, sul terminare del primo secolo, memori de’ benefici da loro ricevuti eressero a loro nome un tempio in distanza dalla prememorata torre di passi circa 60, luogo dove approdato avevano li Santi ».

Fonte: 
Sito Convento e Parrocchia San Francesco d’Albaro – Genova

Publié dans:Santi, santi martiri |on 28 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

I carismi femminili. La donna è una cetra che canta la vita (di Pavel Evdokimov)

dal sito:

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2010/09/17/i-carismi-femminili-la-donna-e-una-cetra-che-canta-la-vita.html#more

17/09/2010

I carismi femminili. La donna è una cetra che canta la vita

Pubblichiamo un estratto dal volume La novità dello Spirito (Ancora, 1997) – tradotto dal francese con la supervisione di Tomás Spidlík nel 1979 – ricordandone così a quarant’anni dalla morte (16 settembre 1970) l’autore, celebre pensatore e teologo russo ortodosso che insegnò teologia all’Istituto di San Sergio a Parigi, fu attivamente impegnato nel movimento ecumenico e anche tra gli osservatori invitati al concilio Vaticano ii.

di Pavel Evdokimov

La Bibbia fa della donna l’organo della recettività spirituale della natura umana:  infatti la promessa della salvezza è stata fatta alla donna; la donna riceve l’Annunciazione; a lei il Risorto appare per prima; la donna « vestita di sole » raffigura la Chiesa e la Città celeste nell’Apocalisse. Allo stesso modo, Dio sceglie l’immagine della sposa e della fidanzata per esprimere il suo amore verso l’uomo, e la natura nuziale della comunione. Infine, l’evento più importante:  l’Incarnazione si compie nell’essere femminile della Vergine:  è lei a dare al Verbo la sua carne e il suo sangue.
Alla paternità divina come specifico dell’essere di Dio, risponde direttamente la maternità femminile come specificità religiosa della natura umana, la sua capacità recettiva del divino. Il fine della vita cristiana è di fare di ogni essere umano una madre, un essere predestinato al mistero della nascita:  « affinché Cristo sia formato in voi » (Galati, 4, 19)
La santificazione è l’azione dello Spirito che opera la nascita miracolosa di Gesù nel profondo dell’anima. Perciò la Natività simboleggia ed esprime il carisma di ogni donna, di generare Dio nelle anime devastate:  « Il Verbo nasce sempre di nuovo nei cuori degli uomini », dice la Lettera a Diogneto. Per san Massimo, il mistico è colui nel quale si manifesta la nascita dei Signore. Quando san Paolo desidera esprimere la sua paternità spirituale, usa l’immagine della maternità:  « Io provo i dolori del parto ».
La Bibbia indica nella donna il punto predestinato dell’incontro tra Dio e l’uomo. Se l’uomo partecipa all’Incarnazione con il suo silenzio, nella persona di san Giuseppe, è la donna invece a pronunciare il fiat a nome di tutti. Al fiat creativo del Padre risponde l’umile fiat della « serva del Signore ». Cristo non avrebbe potuto prendere carne e sangue umani se l’Umanità-Maria non glieli avesse dati liberamente, come dono, pura offerta. La Vergine è il punto di incontro, il luogo di convergenza dei due fiat.
Figura della Chiesa, la Vergine personalizza il suo principio di protezione materna, orante; è la preghiera della Chiesa, quella che intercede.
In greco, la castità significa integrità e integrazione, la potenza stessa di unire. Un’antica preghiera liturgica chiede alla purissima Madre di Dio:  « Con il tuo amore, lega la mia anima »; dall’aggregato degli stati psichici, fa uscire l’unità, l’anima. Questa integrazione è la sola capace di arrestare l’opera di demolizione a cui si abbandona il genio maschile moderno. In verità, la salvezza della civiltà dipende dall’ »eterno-materno ».
Si coglie la sua potenza salvatrice se si comprende che Eva non fu tentata in quanto « sesso debole »; al contrario, è stata sedotta perché è lei che rappresenta il principio dell’integrazione religiosa della natura umana; colpita al cuore, questa soccombe immediatamente:  Adamo la segue, docilmente (« la donna mi ha offerto il frutto »), senza offrire alcuna resistenza, senza formulare domanda.
Lasciato a se stesso, l’uomo si smarrisce nell’infinito delle sue astrazioni, in tecniche perfezionate di avvilimento; degradato, diventa degradante e crea un mondo che risponde ai suoi postulati disumanizzati – l’uomo è in agonia.
L’uomo si prolunga nel mondo con l’utensile; la donna lo fa con il dono di sé. Nel suo essere stesso essa è legata ai ritmi della natura. Se la caratteristica dell’uomo è « agire », quella della donna è « essere »:  ed è lo stato religioso per eccellenza. L’uomo crea la scienza, la filosofia, l’arte, ma altera tutto con una tremenda obiettivazione della « verità organizzata ». La donna è l’opposto di ogni obiettivazione; il suo forte non è la creazione, ma la generazione. Nel suo essere stesso, essa è il criterio che corregge ogni astrazione per ricollocare al centro i valori, per fare in modo che si manifesti correttamente il verbo maschile. Istintivamente la donna difenderà sempre il primato dell’essere sulla teoria, dell’operativo sullo speculativo, dell’intuitivo sul discorsivo. Essa possiede il dono di penetrare immediatamente nell’esistenza dell’altro, la facoltà innata di cogliere l’imponderabile, di decifrare il destino. Proteggere il mondo degli uomini in qualità di madre, e purificarlo in qualità di vergine, dando a questo mondo un’anima, la sua anima:  tale è la vocazione di ogni donna, religiosa, celibe o sposa.
L’uomo ex-statico è nell’estensione di se stesso, nella proiezione del suo genio al di fuori, per dominare il mondo; la donna in-statica è rivolta verso il proprio essere, verso l’essere. Il femminile si esercita a livello della struttura ontologica; non è il verbo, ma l’esse, il grembo della creatura. È questa la manifestazione della santità, quella santità dell’essere che è insopportabile ai demoni; e non mediante gli atti, ma nella sua purità-santità la donna ferisce il dragone alla testa.
In Eraclito, « la guerra è il padre di tutte le cose; al contrario, l’armonia, l’accordo, è la madre di ogni cosa ». Il padre-guerra è simboleggiato dall’arco, e la madre-sinfonia dalla cetra. Ora la cetra, si potrebbe dire, è l’arco sublimato, l’arco dalle molte corde; anziché la morte, essa canta la vita. Così il maschile guerriero, omicida, può essere « accordato » dal femminile e cambiato in vita, cultura, culto, liturgia dossologica.
La Didascalia lega ontologicamente il femminile al mistero dello Spirito Santo:  « Il diacono ha il posto di Cristo, e voi lo amerete; onorerete le diaconesse al posto dello Spirito Santo ». Per questo nel simbolismo dell’assemblea liturgica, la donna è chiamata « l’altare » e rappresenta la preghiera. Immagine dell’anima in adorazione, essa è l’essere umano divenuto preghiera. Nell’affresco delle catacombe di San Callisto, l’uomo stende la sua mano sul pane dell’offerta, ed è il sacrificatore, il vescovo, colui che agisce, che celebra. Dietro a lui sta in piedi l’orante, la donna in preghiera, offerta pura e dono totale. Nel suo carisma di protezione essa eleva la vita, il mondo, gli uomini verso Dio. Essa è sotto il segno dello Spirito che aleggia – « cova », secondo il termine ebraico del racconto della Creazione – segno del Paraclito, Avvocato e Consolatore.
Il sacerdozio di ordine, l’episcopato e il presbiterato, è una funzione maschile di testimonio:  il vescovo attesta la validità salvatrice dei sacramenti e possiede il potere di celebrarli; ha il carisma di vigilare sulla purezza del deposito della fede ed esercita il potere pastorale. Il ministero della donna appartiene al sacerdozio regale femminile, non è nell’attribuzione di funzioni, ma nella sua « natura ». Il ministero d’ordine (il sacerdozio) non si trova nei suoi carismi:  sarebbe tradire il suo essere; tuttavia la sua vocazione personalizzata nella Vergine Maria non è inferiore:  è semplicemente diversa. La spiritualità monastica è assai rivelatrice su questo punto:  se su altri piani apparentemente la donna è un essere inferiore all’uomo, al contrario, sul piano carismatico l’uguaglianza tra uomini e donne è perfetta. Clemente Alessandrino nota:  « La virtù dell’uomo e della donna è una medesima virtù, una stessa natura di condotta ». Teodoreto osserva che certe donne « hanno lottato non meno, se non di più degli uomini (…) con una natura più debole hanno mostrato la stessa risolutezza degli uomini ». Il loro forte è la « divina carità », e una grazia particolare per appassionarsi di Cristo. Nessuno le ritiene inferiori:  sono giudicate capaci di dare la direzione spirituale alle religiose, alle stesse condizioni degli uomini. Una donna carismatica, theophòtistos, illuminata da Dio, riceve il titolo di ammas, madre spirituale. In genere sono le madri del loro monastero, come Pacomio lo era del suo. La gente di fuori veniva a trovarle e a chiedere loro consigli (sant’Eufrasia, sant’Irene).
L’abate Isaia compone un libro di sentenze delle Madri, il Materikon, simile al Paterikon, sentenze dei Padri. All’infuori del potere sacramentale, e di tenere le omelie nelle chiese durante gli uffici (riservato all’episcopato e al sacerdozio d’ordine), le Madri avevano esattamente le stesse prerogative e doveri dei Padri presso i monaci. Esse non sono le madri delle Chiese – prerogativa esclusiva dei Padri, dei Vescovi e dei Dottori – ma sono le madri spirituali e partecipano alla « propagazione della dottrina ». I testi liturgici celebrano come « uguali agli apostoli » quelle che predicano il Vangelo ai pagani, li illuminano con l’insegnamento del catechismo, partecipano attivamente all’evangelizzazione (sant’Elena, santa Nina).
Si può ricordare l’istituzione delle diaconesse. La Didaskalia (iii, 8) attribuisce loro il potere di imporre le mani ai malati. Le Costituzioni apostoliche (viii, 19, 20) parlano dell’ordinazione con imposizione delle mani e invocazione dello Spirito Santo:  ciò che designa un ordine minore (…) le diaconesse « insegnano alle donne gli elementi della dottrina ». Nella chiesa nestoriana esse leggono i Vangeli nelle assemblee di donne. Su antiche pietre tombali si legge:  Vidua sedit:  rimasta vedova, catechizzò ed esortò, sedendo sulla cathedra. Tra quelle che hanno servito gloriosamente la Chiesa, troviamo Olimpiade, discepola e amica di san Giovanni Crisostomo, Procula e Pentadia, Anastasia, corrispondente di Severo di Antiochia, Macrina, sorella di san Basilio, Lampadia sua amica, Teosobia, moglie di san Gregorio Nisseno, e tante altre, conosciute e sconosciute.
La coscienza cristiana evolve. Se al tempo della letteratura rabbinica, un certo dottore in Israele dichiarava preferibile bruciare le parole della Legge piuttosto che affidarle a donne, ancora oggi alcuni ripetono il detto di san Paolo:  Mulieres in ecclesiis taceant.
Il racconto di Marta e Maria mostra che il Vangelo eleva la donna a quel vertice spirituale in cui si apre l’accesso alla « sola cosa necessaria ». San Paolo, proclamando che « in Cristo non c’è né uomo né donna », ispira la pratica della Chiesa, ed egli stesso associa parecchie donne al proprio ministero apostolico. Basta ricordare i nomi celebri di Febe e di Priscilla che hanno esercitato un vero apostolato. Altre donne furono ripiene di Spirito Santo e profetavano (Atti, 21, 9). Se san Paolo, sollecito dell’ordine, regola le condizioni e in certe circostanze impedisce alle donne di parlare, resta la grande verità:  « Non estinguete lo Spirito, non disprezzate le profezie » (1 Tessalonicesi, 5, 19). Accanto a 1 Corinzi, 14, un altro passo della medesima lettera (11, 3-16) ammette la legittimità della profezia e della parola da parte della donna, allo stesso titolo che da parte dell’uomo. C’era la parola che turbava l’ordine e quella che era dono di profezia. Certo, il mandato di insegnamento durante gli uffici è compito dell’episcopato. La donna è predestinata dai suoi carismi a uffici che tengono conto della sua natura particolare e del sacerdozio dei laici. Nell’apostolato laico, tutti e due, l’uomo e la donna, occupano ugualmente, ciascuno nella sua maniera propria, « la prima linea » nel combattimento per il regno di Dio nel mondo.
Ed è anzitutto il servizio della fede mediante la parola e la testimonianza vivente. Il primo còmpito di insegnamento è nella famiglia e nella scuola; ma la donna ha pure una funzione kerigmatica nella parrocchia, nel lavoro dei catechisti laici. È ancora lei forse – con il silenzio orante più ancora che con la parola – a partecipare alla funzione liturgica della comunione dei Santi.
« Mai nel corso della storia, diceva Pio xii, gli avvenimenti hanno richiesto dalla donna tanto eroismo quanto ai nostri giorni ».
« Vi sono diversità di carismi(…), di ministeri(…), di operazioni(…) Tutto è opera di un solo medesimo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno in particolare, come egli vuole », dice san Paolo (1 Corinzi, 12, 4-5). Lo stato coniugale, o celibatario, o religioso, rappresenta diverse forme di vocazioni personalissime della « diaconia ». L’immagine originale della pura essenza femminile toglie di mezzo le frontiere empiriche della natura e fa apparire la grazia della « madre spirituale » e della « diaconessa ».
Alla Russia del xx secolo è stato dato di passare attraverso il baratro di un destino storico unico; questa esperienza è ricolma di un senso profetico per quelli che sanno leggerla nel libro del tempo.
I grandi spirituali, gli starcy, hanno manifestato un interesse tutto speciale verso la diaconia della donna. Così gli starcy Macario e Ambrogio di Optina, seguendo l’esempio profetico di san Serafino di Sarov, si sono consacrati alla missione femminile, alla formazione apostolica della donna, e ciò testimonia la loro sorprendente chiaroveggenza.
La donna ha una percezione intuitiva – dal suo stesso grembo – dei valori dello Spirito:  è dotata di senso religioso; « l’anima è naturalmente cristiana » è detto anzitutto delle donne. I marxisti l’hanno avvertito perfettamente. L’emancipazione delle donne e l’uguaglianza dei sessi sono in primo piano nelle loro preoccupazioni. La virilizzazione della donna tende a modificare il suo tipo antropologico, a renderla perfino nella sua « psiche » identica all’uomo. Questo progetto di livellamento nasconde una lotta delle più violente contro la legge di Dio e mira all’annientamento dello stato carismatico femminile. Ora, la testimonianza è oggi unanime:  la fede nella Russia sovietica è conservata dalla donna russa; e tutti sono meravigliati per la parte della donna nella trasmissione della fede. Il rinnovamento religioso e la continuità della tradizione sono dovute alla sposa e alla madre. La donna, la ragazza russa, in pieno movimento di socializzazione, aspirano il più spesso e in una maniera sorprendente a interiorizzare e a vivere la verità che esse leggono sulle icone della Theotòkos. La loro femminilità discreta sembra ispirarsi più alle « Vergini della tenerezza » che all’ideale essenzialmente virile del regime. È la donna russa, con i suoi carismi, che, senza violenza, conserva i valori eterni, e rifà dal di dentro la Russia cristiana.
Dopo aver formulato il fiat, è ancora la donna predestinata a dire:  Non, non sic futurum esse, non possumus. Non senza motivo i grandi spirituali hanno prestato un’attenzione unanime, illuminata di speranza, all’approfondimento del ministero femminile carismatico.
Dal cuore della donna scaturisce spontaneamente, istintivamente, la resistenza invincibile al materialismo e a tutti gli elementi demoniaci della decomposizione della civiltà moderna.
La salvezza del mondo non verrà che dalla santità; ora, questa è più interiore alla donna nelle condizioni della vita moderna.
Secondo gli spirituali, il silenzio possiede un valore immenso. Il silenzio attivo è popolato di presenze:  « Chi sa ascoltare il Verbo, sa ascoltare il silenzio ». In un certo senso, anche la liturgia è il silenzio dello spirito che ascolta cantando, e questo silenzio è parte integrale dell’ufficio, come lo sono i silenzi di una sinfonia. Così la Vergine « conservava le parole del Figlio nel suo cuore » (Luca, 2, 51). Ogni donna ha una intimità innata, quasi una complicità con la tradizione, la continuità della vita. « Le parole conservate nel suo cuore » sono quelle che la donna può annunciare, come « Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli » ciò che aveva visto ed ascoltato; come le donne mirrofore « annunciarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri »; come le donne chiamate dalla liturgia « uguali agli apostoli ». La donna ha questo ministero carismatico di testimoniare e di essere serva della Parola, alla sua maniera, alla maniera dello Spirito Santo che manifesta, rivela il Verbo e si nasconde dietro la figura della colomba e della lingua di fuoco pentecostale.
Il « velo », segno del sacro e del mistero, di cui parla san Paolo, passa, nel tempo pre-apocalittico, all’immagine della donna vestita di sole, della donna rivestita del Verbo. Con tutto il suo essere essa lo predica; con una irradiazione ontologica, lo genera; dalle profondità del suo grembo, del suo cuore, essa porge la Parola al mondo.

(L’Osservatore Romano – 17 settembre 2010)

Publié dans:Ortodossia |on 28 juillet, 2011 |Pas de commentaires »
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