Archive pour juin, 2011

Teresa di Gesù recuperata nella sua realtà umana e riscoperta nella sua venatura biblica, di Gianfranco Greco (O.R.)

dal sito:

http://www.edizioniocd.it/news.php?nid=24&pid=6

Osservatore romano: quotidiano, 12 dicembre 2003,

Teresa di Gesù recuperata nella sua realtà umana e riscoperta nella sua venatura biblica, di Gianfranco Greco

        Vi sono segrete sinfonie tra la mistica Teresiana e la mistica ebraica? A questa domanda risponde il bel volume dei Cristiana Dobner, carmelitana scalza del monastero di Concenedo di Barzio (Lecco) dal titolo: “Il segreto di un archivio. Teresa di Gesù e il nonno marrano” (Edizioni OCD, Morena – Roma 2003, € 9,50). Già nella “Presentazione” di P. Jesùs Castellano Cervera, ocd, è possibile cogliere tre segrete sintonie”.
        La prima riguarda la formula di Padre Santiago Guerra, studioso carmelitano della “mistica comparata”, il quale rilevava come nella mistica carmelitana si trovano unite presenza di Dio e di trascendenza: la dimora (Shekinah) e il carro di fuoco (Merkabah). Teresa, come Giovanni della Croce, parla del Dio “presente” che dimora in noi e presso di noi, ma anche del Dio inafferrabile e trascendente.

La Sacra Scrittura “Parola dello Sposo”
         La seconda formula fa riferimento all’amore quasi passionale – sponsale di Teresa per la Sacra Scrittura, “Parola dello Sposo”. Basta leggere il prezioso testo del Castello interiore, per cogliere le reminiscenze mistiche dell’Antico Testamento. Nella terza annotazione – scrive Padre Castellano Cervera – “dentro il tema della preghiera di benedizione e la confessione di lode, la berakah e la todà, che continuamente sono presenti negli scritti teresiani, quasi un ritornello che ci ricorda la continua benedizione del nome del Signore. Solo nell’espressione più familiare e ricorrente, “Benedetto sia il Signore” e simili, le recenti Concordancias teresianas, ne enumera esattamente 299” (pag. 10).
         Teresa – si chiede suor Cristiana Dobner, dopo aver esaminato sino in fondo Los toledanos nel capitolo primo (pag. 15-60); “la consapevolezza di Teresa” nel capitolo secondo (pag. 61-80) e, nel capitolo terzo (pag. 81-120): “il cuore di Teresa nel tronco d’Israele?” – “non è vissuta in tensione amorosa fra la Shekina e la merkavà, fra anelito al Dio Infinito che percepiva dentro di sé e l’amore appassionato per i fratelli?” (pag. 119).

Tre realtà teresiane
         In conclusione suor Dobner nel suo libro ha voluto delineare soprattutto tre realtà teresiane: delineare la storia della ricezione di “un’ascendenza familiare”; esplicitare “la catena di citazioni o di testimonianze, concentrate sul punctum, sull’istante decisivo per il nucleo de los toledanos”; individuare i luoghi teresiani come nuclei di ricerca di una consapevolezza e di un’incidenza sulla dottrina stessa” (pag. 120). Urge – scrive ancora l’Autrice – “una fine ripresa di quella forma in cui l’antropologico di Teresa, la risposta dell’uomo, viene implicato nel teologico, nella verità di Dio. Da questo specifico punto di osservazione – continua – si può sviluppare una grammatica e una fenomenologia del carmelitanesimo, della sua evangelizzazione: nei caratteri, nello stile e nei contenuti” (ibid.).

Antiche piste e odierna apertura del Carmelo teresiano
         L’Autrice di questo volume ha trovato “antiche piste che vengono a costituire l’apertura ecumenica odierna del Carmelo teresiano”. Questa indagine – confessa la Dobner – “non costituisce il testo ultimo, altri sapranno battere, meglio e con più competenza, questa stessa o altre piste” (ibid.). Tuttavia è assodato che Teresa d’Avila appartiene, per la sua ascendenza, alla stirpe ebraica; ne aveva piena e cosciente consapevolezza. Il suo rispetto – avverte – considerati i tempi e le intemperie filosofico-teologiche, era sommo”. E ancora più esplicita la Dobner, quando si chiede: “Il gusto di Teresa, il suo salire il monte alla ricerca incessante del Dio rivelato e incarnato in Gesù Cristo, non si colloca in quadro di consonanza? Non nella facile ed ingannevole proposta del cristianesimo con il retrogusto di ebraismo, bensì nella traccia di un retaggio comune, di radici che, nella storia, fioriscono diversamente in un’attesa di speranza che, pur tuttavia, accomuna” (ibid.).
         Bel volume, questo di suor Cristiana Dobner. Le sei pagine di biografia (121-126), dimostrano serietà e robustezza di questo saggio teresiano.

Il messaggio spirituale

         A leggerlo, ne ricavi un grande beneficio. Amerai di più Teresa di Gesù e capirai chi è il “nonno marrano”.
         In questo libro – annota Padre Castellano Cervera – Teresa di Gesù viene “recuperata nella sua realtà umana e riscoperta nella sua venatura biblica. Aperta, anche all’universalità del suo messaggio spirituale, ad un dialogo aperto con tutti, in un’amicizia spirituale senza confini”.

Publié dans:OSSERVATORE ROMANO (L'), Santi |on 23 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Riorientare la Messa: Padre Lang spiega come si deve essere “rivolti al Signore” (2007)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12315?l=italian

Riorientare la Messa

Padre Lang spiega come si deve essere “rivolti al Signore”

LONDRA, giovedì, 25 ottobre 2007 (ZENIT.org).- L’obiezione che solitamente viene sollevata rispetto alla forma antica di celebrare la Messa è che il sacerdote dà le spalle alla comunità, ma questo è un falso problema, secondo padre Uwe Michael Lang.
La postura “ad orientem” – verso oriente – riguarda piuttosto la volontà di assumere una direzione comune (tra comunità e sacerdote) nella preghiera liturgica, aggiunge.
Padre Lang del London Oratory, recentemente nominato alla Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa, è autore del libro “Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica”. Il libro è stato pubblicato inizialmente in Germania da Johannes Verlag e poi in inglese da Ignatius Press. Successivamente è apparso anche in italiano (ed. Cantagalli), francese, ungherese e spagnolo.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Lang parla della postura “ad orientem” e della possibilità di riscoprire questa antica pratica liturgica.
Come si è sviluppata, nella Chiesa dei primi secoli, la pratica di celebrare la liturgia “ad orientem”, rivolti verso oriente? Qual è il suo significato teologico?
Padre Lang: Nella maggior parte delle religioni, la posizione che si assume nella preghiera e nell’orientamento dei luoghi sacri è determinata da una “direzione sacra”. La direzione sacra dell’ebraismo è verso Gerusalemme o più precisamente verso la presenza del Dio trascendente “shekinah” nel Sancta Sanctorum del Tempio, come si legge in Daniele 6,11.
Anche dopo la distruzione del Tempio, l’uso di rivolgersi verso Gerusalemme è rimasto nella liturgia della sinagoga. È così che gli ebrei hanno espresso la loro speranza escatologica per l’arrivo del Messia, per la ricostruzione del Tempio e per il rientro del popolo di Dio dalla diaspora.
I primi cristiani non si volgevano più verso la Gerusalemme terrena, ma verso la nuova Gerusalemme celeste. La loro ferma convinzione era che con la seconda venuta, nella gloria, il Cristo risorto avrebbe radunato il suo popolo per costituire questa città celeste.
Essi vedevano nel sorgere del sole un simbolo della Risurrezione e della seconda venuta. E questo simbolo è stato quindi trasposto anche nella preghiera. Vi sono elementi che ampiamente dimostrano che dal secondo secolo in poi, in gran parte del mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente.
Nel Nuovo Testamento, il significato della preghiera orientata (rivolta verso oriente) non è esplicito.
Ciò nonostante la Tradizione ha individuato molti riferimenti testuali a questo simbolismo, come ad esempio: il “sole di giustizia” in Malachia 3, 30; “verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” in Luca 1, 78; l’angelo che sale dall’oriente con il sigillo del Dio vivente in Apocalisse 7, 2; e le immagini di luce nel Vangelo di san Giovanni.
In Matteo 24, 27-30 il segno della venuta del Figlio dell’Uomo con grande potenza e gloria, come la folgore che viene da oriente e brilla fino a occidente, è la croce.
Esiste una stretta relazione tra la preghiera orientata e la croce; questo risulta evidente sin dal quarto secolo, se non prima. Nelle sinagoghe di quel periodo, il punto in cui erano collocati i rotoli della Torah indicava la direzione della preghiera “qibla” verso Gerusalemme.
Tra i cristiani divenne uso comune segnare la direzione della preghiera con una croce sul muro orientale nelle absidi delle basiliche e nei luoghi privati, per esempio, dei monaci e degli eremiti.
Verso la fine del primo millennio vi sono teologi di diverse tradizioni che osservano come la preghiera orientata sia una delle pratiche che distinguono il Cristianesimo dalle altre religioni del Vicino Oriente: gli ebrei pregano verso Gerusalemme, i musulmani verso la Mecca, mentre i Cristiani verso oriente.
Anche gli altri riti della Chiesa cattolica adottano l’orientamento liturgico?
Padre Lang: La preghiera liturgica orientata (rivolta verso oriente) fa parte anche delle tradizioni bizantina, siriaca, armena, copta ed etiope. Ancora oggi essa è in uso nella maggior parte dei riti orientali, almeno per quanto riguarda la preghiera eucaristica.
Alcune Chiese cattoliche orientali, come ad esempio quella maronita e quella siro-malabarese, hanno adottato in tempi recenti la Messa rivolta “versus populum”, ma questo è dovuto all’influenza moderna occidentale e non deriva dalle proprie tradizioni.
Per questo motivo la Congregazione vaticana per le Chiese orientali ha dichiarato nel 1996 che l’antica tradizione di pregare rivolti verso oriente ha un profondo valore liturgico e spirituale e deve essere preservata nei riti orientali.
Spesso sentiamo dire che “ad orientem” significa che il sacerdote sta celebrando con le spalle rivolte alla comunità. Ma qual è il significato vero di questo orientamento?
Padre Lang: Il luogo comune secondo cui il prete dà le spalle alla gente è un falso problema in quanto il punto essenziale è che la Messa è un atto di culto comune, in cui il sacerdote insieme alla comunità – che rappresentano la Chiesa pellegrina – protendono verso il Dio trascendente.
La questione non è se la celebrazione è rivolta “verso” o “contro” la comunità, ma è la comune direzione della preghiera liturgica che conta. E ciò si può avere a prescindere dall’orientamento dell’altare. In Occidente molte chiese costruite dopo il XVI secolo non sono più orientate.
Il sacerdote all’altare, rivolto nella stessa direzione dei fedeli, guida il popolo di Dio nel cammino della fede. Questo movimento verso il Signore trova la sua massima espressione nei santuari di molte chiese del primo millennio, in cui la rappresentazione della croce o del Cristo glorificato indica la meta del pellegrinaggio terreno dell’assemblea.
Essere rivolti verso il Signore significa mantenere vivo il senso escatologico dell’Eucaristia e ci ricorda che la celebrazione del Sacramento è una partecipazione alla liturgia celeste e la promessa della futura gloria nella presenza del Dio vivente.
Questo dà all’Eucaristia la sua grandezza, evitando che la singola comunità si chiuda in se stessa, aprendola verso l’assemblea degli angeli e dei santi nella città celeste.
In che modo può una liturgia orientata promuovere il dialogo con il Signore nella preghiera?
Padre Lang: L’elemento principale del culto cristiano è il dialogo tra il popolo di Dio nel suo complesso, compreso il celebrante, e Dio verso il quale è rivolta la preghiera.
È per questo che il liturgista Marcel Metzger sostiene che la diatriba sul verso in cui è rivolto il celebrante rispetto alla comunità esclude del tutto colui verso il quale tutte le preghiere sono dirette, ovvero Dio stesso.
L’Eucaristia non è celebrata con il sacerdote rivolto verso i fedeli o dando loro le spalle. Piuttosto è l’intera assemblea che celebra rivolta verso Dio, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo.
Nella premessa al suo libro, l’allora cardinale Ratzinger osserva che nessuno dei documenti del Concilio Vaticano II indica di dover rivolgere l’altare verso i fedeli. Come si è verificato allora il cambiamento? Qual è la base per tale importante modifica della liturgia?
Padre Lang: Solitamente si citano due argomenti principali per sostenere la posizione del celebrante rivolto verso i fedeli.
Il primo è che tale pratica corrisponde a quella della Chiesa dei primi secoli e che pertanto deve essere adottata come la norma anche ai tempi nostri. Tuttavia, un’attenta analisi dei documenti non dà conferma a questa ipotesi.
Il secondo è che la “attiva partecipazione” dei fedeli, un principio introdotto da Papa Pio X e diventato centrale nella “Sacrosanctum Concilium”, impone che il celebrante sia rivolto verso la comunità.
Ma una riflessione critica sul concetto di “attiva partecipazione” ha di recente rivelato la necessità di una nuova valutazione teologica di questo importante principio.
Nel suo libro “Lo spirito della liturgia”, l’allora cardinale Ratzinger compie una utile distinzione tra la partecipazione alla liturgia della Parola, che comprende azioni esterne, e la partecipazione alla liturgia eucaristica, in cui le azioni esterne sono del tutto secondarie, poiché è la partecipazione interiore della preghiera che costituisce l’elemento centrale.
La recente esortazione apostolica post-sinodale del Santo Padre “Sacramentum Caritatis” contiene una importante trattazione di questo argomento al paragrafo 52.
Il nuovo ordinamento della Messa promulgato da Papa Paolo VI nel 1970 vieta al sacerdote di rivolgersi ad oriente? Esiste qualche ostacolo giuridico che vieta l’uso più ampio di questa antica pratica?
Padre Lang: Il Messale di Papa Paolo VI considera come un’opzione legittima quella di combinare la posizione del sacerdote rivolto verso i fedeli durante la liturgia della Parola e la posizione di entrambi rivolti verso l’altare durante la liturgia eucaristica e in particolare per il Canone.
La versione revisionata delle Istruzioni generali del Messale romano, che sono state pubblicate inizialmente per motivi accademici nel 2000, affronta la questione dell’altare al paragrafo 299, che sembra considerare la posizione del celebrante rivolto “ad orientem” come non opportuna o persino vietata.
Tuttavia, la Congregazione per il culto divino e i sacramenti ha rigettato questa interpretazione in risposta ad una domanda sottoposta dal cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna. Ovviamente il paragrafo delle Istruzioni generali deve essere letto alla luce di questa riposta, datata 25 settembre 2000.
La recente lettera apostolica di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”, che liberalizza l’uso del Messale di Giovanni XXIII, consentirà un più profondo apprezzamento della posizione “rivolti verso il Signore” durante la Messa?
Padre Lang: Io credo che molte riserve o persino timori sulla Messa “ad orientem” derivino da una scarsa familiarità con essa e che la diffusione dell’ “uso straordinario” del rito romano antico aiuterà molte persone a riscoprire e apprezzare questa forma di celebrazione.

Publié dans:liturgia |on 23 juin, 2011 |Pas de commentaires »

The chalice

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Publié dans:immagini sacre |on 22 juin, 2011 |Pas de commentaires »

IL VOLO DELLE FARFALLE (RAVASI)

dal sito:

http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Pages/ColumnPage.aspx?IdArticolo=ed4de2de-2701-40ba-af93-cd7161b44fc6&IdRubrica=.mattutino&TitoloRubrica=Il%20mattutino&Autore=Gianfranco%20Ravasi

Il mattutino a cura di Gianfranco Ravasi
 
22/01/2011

IL VOLO DELLE FARFALLE

Lontano dai rumori nel riconquistato silenzio posso ascoltare le farfalle che mi volano per la testa. È necessaria molta attenzione e persino del raccoglimento perché il loro battere d’ali è quasi impercettibile. Un respiro un po’ più forte basta a coprirle. Il miglior commento a questa considerazione è forse nella storia che sta all’origine del libro che la contiene, Lo scafandro e la farfalla (Ponte alle Grazie 1997). Nel 1995, a 43 anni, il giornalista francese Jean-Dominique Bauby ebbe un ictus. Si risvegliò dal coma venti giorni dopo con la sindrome denominata locked-in: il suo corpo aveva cessato di rispondere ai suoi comandi, tranne la palpebra sinistra. Da allora, per più di un anno, egli riuscì a dettare il libro citato: con un battito di ciglio, fermava il suo interlocutore sulla lettera dell’alfabeto che gli veniva presentata. Nacque così questa straordinaria testimonianza da un « oltre » invalicabile ai sani, un mondo in cui il silenzio in verità si popolava di presenze. Dieci giorni dopo la pubblicazione del volume, Bauby morì. Era il marzo 1997 e in quello stesso anno il regista Julian Schnabel realizzò una versione cinematografica dell’opera, premiata a Cannes ma snobbata dai grandi circuiti cinematografici italiani. Vorrei aggiungere una sola nota. Noi che abbiamo tutti i sensi vigili e il cervello in piena funzione spesso perdiamo un’infinità di eventi, di dati, di meraviglie che ci circondano. Lasciamo che irrompa il brusio di fondo delle città, di internet, della televisione a tener occupati orecchio, occhio e mente. Il battere d’ali delle farfalle, cioè il segreto profondo della realtà, ci è ignoto. Fermi come siamo sulla superficie delle cose, distratti dal rumore e dal clamore, non conosciamo più il linguaggio del silenzio, della meditazione, della contemplazione. Sono, allora, proprio quelli che consideriamo « disabili » a mostrarci che cosa significhi la vita autentica e profonda

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 22 juin, 2011 |Pas de commentaires »

FLORILEGIO AGOSTINIANO: CHE COSA E’ IL TEMPO

dal sito:

http://www.cassiciaco.it/navigazione/opere/florilegio/aforismi/tempo.html

FLORILEGIO AGOSTINIANO

IL TEMPO

CHE COSA E’ IL TEMPO
« Fammi udire e capire come in principio creasti il cielo e la terra. Così scrisse Mosè, così scrisse, per poi andarsene, per passare da questo mondo, da te a te. Ora non mi sta innanzi. Se così fosse, lo tratterrei, lo pregherei, lo scongiurerei nel tuo nome di spiegarmi queste parole. [ ...] Non sono forse pieni della loro vecchiezza quanti ci dicono: « Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra? Se infatti continuano, stava ozioso senza operare, perché anche dopo non rimase sempre nello stato primitivo, sempre astenendosi dall’operare? ». [ ] Quanti parlano così non ti comprendono ancora o sapienza di Dio, luce delle menti. Non comprendono ancora come nasce ciò che nasce da te e in te. [ ]
Ecco come rispondo a chi chiede: « Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra? ». Non rispondo come quel tale, che, dicono, rispose eludendo con una facezia l’insidiosità della domanda: « Preparava la geenna per chi scruta i misteri profondi ». Altro è capire, altro schernire. Io non risponderò così. Preferirei rispondere: « Non so ciò che non so », anziché in modo d’attirare il ridicolo su chi ha posto una domanda profonda, è la lode a chi diede una risposta falsa. Invece dico che tu, Dio nostro, sei il creatore di ogni cosa creata; e se col nome di cielo e terra s’intende ogni cosa creata, arditamente dico: « Dio, prima di fare il cielo e la terra, non faceva alcunché ». Infatti se faceva qualcosa, che altro faceva, se non una creatura? [...] Se qualche spirito leggero, vagolando fra le immagini del passato, si stupisce che tu, Dio che tutto puoi e tutto crei e tutto tieni, autore del cielo e della terra, ti sia astenuto da tanto operare, prima di una tale creazione, per innumerevoli secoli, si desti e osservi che il suo stupore è infondato. Come potevano passare innumerevoli secoli, se non li avessi creati tu, autore e iniziatore di tutti i secoli?

Come sarebbe esistito un tempo non iniziato da te? e come sarebbe trascorso, se non fosse mai esistito? Tu dunque sei l’iniziatore di ogni tempo, e se ci fu un tempo prima che tu creassi il cielo e la terra non si può dire che ti astenevi dall’operare. Anche quel tempo era opera tua, e non poterono trascorrere tempi prima che tu avessi creato un tempo. Se poi prima del cielo e della terra non esisteva tempo, perché chiedere cosa facevi allora? Non esisteva un allora dove non esisteva un tempo. Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Il tuo oggi è l’eternità. Perciò generasti coeterno con te Colui, cui dicesti: Oggi ti generai.
Tu creasti tutti i tempi, e prima di tutti i tempi tu sei, e senza alcun tempo non vi era tempo. [...] Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo altri parlare. Cos’è dunque il tempo? Se nessun m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di lui che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere. [...]
(AGOSTINO, Confessioni XI, 15, 18 – 22, 28) (AGOSTINO, Confessioni XI, 3, 5 – 14, 17)
 

IL TEMPO E’ MISURAZIONE
Eppure [Attamen] parliamo di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo; ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. Signore mio, luce mia, la tua verità non deriderà l’uomo anche qui? Perché, questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato, o quand’era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più, quindi non poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremmo nulla, che sia stato lungo, dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel tempo presente, perché mentre era presente, era lungo. Allora non era già passato, così da non essere; era una cosa, che poteva essere lunga. Appena passato, invece, cessò all’istante di essere lungo, poiché cessò di essere. [... ] Consideriamo dunque, anima umana, essendoti dato di percepire e misurare le more del tempo, se il tempo presente può essere lungo.
Che mi risponderai? Cento anni presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possono esser presenti cento anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente, ma gli altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo presente, tutti gli altri futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento, che si supponga presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni non potranno essere tutti presenti. Considera ora se almeno quell’unico che è in corso sia presente. Se è in corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se il secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure l’anno in corso è presente tutto, e se non è presente tutto, un anno non è presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi, qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l’ultimo, tutti gli altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, alcuni sono passati, altri futuri. Ecco cos’è il tempo presente, l’unico che trovavamo possibile chiamare lungo: ridotto stentamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è presente tutto. Le ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la prima di esse tutte le altre sono future, per l’ultima passate, per qualunque delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest’unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato, che non ha una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione. [... ]
Eppure (Et tamen), Signore, noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto l’uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare l’inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo passare; passato, non può, perché non è. Io cerco, Padre, non affermo. Dio mio, vigilami e guidami. Chi vorrà dirmi che non sono tre i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente, poiché gli altri due non sono? 0 forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un luogo occulto, allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto, allorché da presente diviene passato? In verità, chi predisse il futuro, dove lo vide, se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato, non narrerebbe certamente il vero, se non lo vedesse con l’immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto.
Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato sono. Lasciami estendere, o Signore, la mia ricerca, tu speranza mia. Fa che nulla disturbi il mio sforzo. Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non sono se non presenti. Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono il futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. – Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente si permettano queste espressioni metto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l’espressione abusiva entrata nell’uso; si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno, purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente ma si riconosce cosa vogliamo dire. Dissi poc’anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga quanto quella; oppure, misurandola, indicare qualsiasi altro rapporto fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo passaggio. Se mi si chiedesse: « Come lo sai? », risponderei: « Lo so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né passato né futuro ».
Il tempo presente, poi, come lo misuriamo, se non ha estensione? Lo si misura mentre passa; passato, non lo si misura, perché non vi sarà nulla da misurare. Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non può passare che dal futuro, attraverso il presente, verso il passato, ossia da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più, non si misura. Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi.
(AGOSTINO, Confessioni XI, 15,18)

L’ANIMA MISURA DEL TEMPO
Dunque il tempo non è il movimento dei corpi [o degli astri]. Ti confesso, Signore, d’ignorare tuttora cosa sia il tempo; d’altra parte ti confesso, Signore, di sapere che pronuncio queste parole nel tempo; che da molto ormai sto parlando del tempo, e che proprio questo molto non lo è per altro, che per la durata del tempo. Ma come faccio a saperlo, se ignoro cosa sia il tempo? O chissà, non so esprimere ciò che so? Ahimè, ignoro persino cosa ignoro. Ecco, Dio mio, davanti a te che non mento: quale la mia parola, tale il mio cuore. Tu, Signore Dio mio, illuminando la mia lucerna illuminerai le mie tenebre. [...]
Non è veritiera la confessione della mia anima, quando ti confessa che misuro il tempo? Dunque, Dio mio, io misuro e non so cosa misuro. Misuro il movimento di un corpo per mezzo del tempo, ma non misuro ugualmente anche il tempo? Potrei misurare il movimento di un corpo, la sua durata, la durata del suo spostamento da un luogo all’altro, se non misurassi il tempo in cui si muove? Ma questo tempo con che lo misuro? Si misura un tempo più lungo con un tempo più breve come con la dimensione di un cubito quella di un trave? Così ci vedono misurare la dimensione di una sillaba lunga con quella di una breve, e dirla doppia; così misuriamo la dimensione dei poemi con la dimensione dei versi, e la dimensione dei versi con la dimensione dei piedi, e la dimensione dei piedi con la dimensione delle sillabe, e la dimensione delle sillabe lunghe con quella delle brevi: non sulle pagine, perché così misuriamo spazi e non tempi, ma al passaggio delle parole, mentre vengono pronunciate. [...]
Ne ho tratto l’opinione che il tempo non sia se non un’estensione. Di che? Lo ignoro. Però sarebbe sorprendente, se non fosse un’estensione dello spirito stesso. Perché, cosa misuro, di grazia, Dio mio, quando affermo: « Questo tempo è più lungo di quello », o anche precisamente.

(AGOSTINO, Confessioni XI, 24, 31 – 28, 37)  

Publié dans:Sant'Agostino |on 22 juin, 2011 |Pas de commentaires »

The covenant with Abraham [scusate se ho fatto degli errori, da ieri sera che è morto il mio gatto non capisco niente]

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http://www.artbible.net/1T/Gen1501_AbrahamCovenant_18/index.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 juin, 2011 |Pas de commentaires »

RABBI NACHMAN DI BRESLOV

 dal sito:

http://www.cabala.org/articoli/nachman.htm

RABBI NACHMAN DI BRESLOV

Rabbi Nachman è stato uno dei più grandi tra i maestri chasidici di tutti i tempi. La sua vita fu breve e piena di eventi drammatici, ma qualunque cosa gli succedeva serviva unicamente a rafforzare la sua già incommensurabile fede in Dio. Egli era un pronipote dello stesso Baal Shem Tov, il fondatore del Chasidismo. Rabbi Nachman nacque il primo del mese di Nissan dell’anno 5532 (1772). Fin da piccolo fu attratto da particolari vie di contemplazione e di meditazione mistica, che praticava in solitudine nei boschi e sulle montagne, a guisa del suo famoso bisnonno. Sposatosi in età molto giovane (secondo l’abitudine di quel periodo), Rabbi Nachman, date le sue brillanti virtù umane e spirituali, non ebbe difficoltà a radunare intorno a sè un folto numero di discepoli. Gli unici problemi gli venivano dal movimento degli « oppositori » (Mitnagdim), e perfino da alcuni maestri chasidici, forse gelosi dello sviluppo rapidissimo che il suo gruppo di fedeli andava assumendo, attirando a sé anche anziani e quotati rabbini. Molti dei suoi cambiamenti di sede furono proprio dovuti al fatto che Rabbi Nachman rifuggiva le diatribe e gli scontri, e preferiva andarsene piuttosto che causare invidia e inimicizia. Egli ebbe comunque un grande desiderio di viaggiare, che lo portò nella stessa terra d’Israele, per una breve visita. Tuttavia gli spostamenti in quei periodi erano molto difficili, e richiedevano un notevole sforzo fisico. Fu soprattutto ciò che lo portò a contrarre la tubercolosi, la malattia che avrebbe causato la sua morte prematura. Poco tempo prima gli era morta anche la moglie e un figlio in tenera età. Rabbi Nachman lasciò questo mondo durante la festa di Sukkot dell’anno 5571 (1810), all’età di 38 anni.
Furono tuttavia anni intensi e pieni forse quanto intere vite. All’età di 18 anni Rabbi Nachman aveva testimoniato di se stesso di essere già arrivato al livello del santo bisnonno, il Baal Shem Tov. Forse una tale affermazione potrebbe sembrare orgogliosa, ma Rabbi Nachman era la persona più modesta della terra, e quanto diceva era semplicemente vero.
In modo simile a quanto era già successo per il santo Arizal (anch’egli mancato a 38 anni), l’opera di Rabbi Nachman fu registrata e pubblicata dal suo più fedele discepolo, Rabbi Natan. Essa è composta da tre elementi principali. Il primo libro è Likutei Moharan, una collezione dei suoi più importanti insegnamenti. In essi il maestro tesse insieme nozioni profondamente cabalistiche con le loro interpretazioni chasidiche, elementi di racconti o midrashim con altri di carattere morale e psicologico. Poi vi è un’opera in diversi volumi: Likutei Halakhot, dove il maestro spiega il significato interiore e cabalistico delle regole della Halakhà. Si tratta di un’opera preziosissima, che da un’infinito respiro mistico all’altrimenti stretto e difficile mondo dell’Halakhà. Altrettanto importante è il Likutei Etzot ha-Meshulash (Raccolta triplice di Consigli), una raccolta di interpretazioni chasidiche, sistematizzata come una specie di mini-enciclopedia un ordine alfabetico. Infine ci sono diversi racconti o leggende, che Rabbi Nachman raccontò in varie occasioni.
Uno degli elementi centrali del suo insegnamento, tratto tipicamente chasidico, è l’insistenza sul bisogno di essere sempre contenti, di non lasciarsi mai abbattere, di non avere mai paura. Rabbi Nachman spiega che l’unico vero peccato è la tristezza e lo scoramento che gelano il cuore di una persona che ha commesso un’infrazione morale o alla quale è successo qualcosa di brutto (Dio non voglia). La depressione è la radice di ogni peccato successivo, in quanto convince la persona di non essere capace di allontanarsi dalla falsa strada, di non essere capace di fare altro che errori, di non meritare nulla se non disgrazie e punizioni.
Un altro elemento particolare del pensiero di Rabbi Nachman è il suo non aver voluto iniziare una dinastia chasidica, come invece tipico di ogni altro gruppo, nel quale alla morte del Rebbe viene eletto un successore, quasi sempre il figlio di costui. Rabbi Nachman disse ai suoi discepoli che non avrebbero dovuto aspettarsi nessun altro Rebbe se non lo stesso Messia. Tutt’oggi il movimento dei Chasidim di Breslov, diffuso soprattutto in Israele, Stati Uniti e Francia, non ha un maestro-guida, se non lo stesso Rabbi Nachman, vivo più che mai nell’amore e nell’attenzione di quanti seguono la sua via.
Un’altra delle particolarità di Rabbi Nachman fu quella di insegnare tramite racconti dall’aspetto fiabesco e mitico (re, principesse, castelli, ecc.). Si trattava dell’evolversi di una delle caratteristiche presenti nell’insegnamento del suo santo bisnonno: il Baal Shem Tov. I suoi racconti però erano di carattere più popolare e folcloristico, più vicini agli archetipi della cultura ebraico-contadino di Russia e Polonia in quei tempi. Come vedremo dai due esempi che verranno tradotti qui di seguito, le storie di Rabbi Nachman avevano invece un aspetto esteriore quasi vicino agli archetipi dei nobili gentili di quei tempi. Si tratta però di un solo aspetto esterno, poichè le storie di Rabbi Nachman sono in realtà tesori preziosi di sapienza cabalistica, opere altamente creative di un’anima che sapeva trovare scintille di santità ovunque.
Rabbi Nachman aveva una vocazione particolare nell’avvicinare e nel comunicare con gli ebrei dell’ »Hashkalà », l’Illuminismo ebraico, che stava prendendo piede in Europa in quegli stessi anni. Condannati con veemenza da parte del rabbinato ufficiale e benpensante, i maskilim (illuministi) furono gli iniziatori del laicismo ebraico, e sostenevano il diritto di frequentare le scuole e le università degli stati in cui vivevano, e il diritto di seguire valori molto più vicini a quelli dei popoli gentili loro vicini e contemporanei. Ovviamente ciò portava a un notevole indebolimento o alla stessa scomparsa della pratica religiosa ebraica, l’osservanza delle Mitzvot, e ciò segnò anche l’inizio del doloroso fenomeno dell’assimilazione. Vi erano dunque motivi più che sufficienti per preoccupare il mondo ebraico ortodosso.
Ma Rabbi Nachman vedeva molto più in là dei suoi contemporanei: scorgeva nelle anime dei maskilim (gli intellettuali) un’ansia di conoscenza e di progresso che la pur valida vita di osservanza religiosa non riusciva a soddisfare. Inoltre egli scorgeva in essi anche dei potenziali « ba’alei teshuvà » (maestri del ritorno), che sarebbero un giorno ritornati all’Ebraismo con i tesori delle conoscenze prese dall’ambito mondano nel quale si erano a lungo intrattenuti, conoscenze che sarebbero state « rettificate » alla luce dei principi esoterici della Torà. Rabbi Nachman arrivò a dire che la stessa venuta del Messia sarebbe stata annunciata dal fenomeno congiunto di un gran numero di « ba’alei teshuvà » e di « gherei tzedek » (giusti convertiti). Pur se l’Ebraismo è sempre stato e rimane una religione che non cerca proseliti, se questi si avvicinano con intenzioni pure e serie essi sono accolti con grande gioia.
La profezia di Rabbi Nachman si sta avverando proprio nei nostri giorni, nei quali diventa sempre più imponente il numero di ebrei laici che stanno ritornando all’osservanza e allo studio della Torà, specie nelle sue componenti esoteriche. Contemporaneamente, cresce in modo inaspettato il numero di gentili che chiedono di diventare ebrei. Purtroppo il Rabbinato ufficiale, con la stessa mancanza di perspicacia già dimostrata altre volte nel passato, tratta entrambi questi due tipi di persone come dei sottosviluppati mentali, tenendoli lontani dalle conoscenze della parte mistica ed esoterica della Torà, e cercando di dirigerli unicamente verso la sola pratica della parte halakica (delle regole pratiche), pia e devota quanto si vuole, ma senz’altro limitata. Non c’è nessun dubbio che una retta osservanza dei precetti sia la base insostituibile senza la quale non potrebbe esserci né una vera teshuvà, né una sincera conversione, e neppure una genuina comprensione della Cabalà.. Tuttavia i collegi di studi rabbinici, ai quali queste persone vengono indirizzate, non contengono nei loro programmi altro che le istruzioni sul come fare i pavimenti, dimenticandosi di come una casa sia costituita anche da pareti e da tetti. Quello che il Rabbinato non ha ancora capito è che non si tratta di ritornare semplicemente alla situazione esistente prima del diffondersi del laicismo. Ciò è del tutto inconcepibile. Il mondo si muove ad una velocità sempre più elevata, e lo stesso pensare di rimanere fermi nello stesso posto già costituisce un errore madornale, per non parlare del credere di poter ritornare indietro!
I « maestri del ritorno » e i « giusti convertiti » (e qui potremmo anche includere tutti quei gentili che pur non intendendo diventare ebrei si sentono sinceramente attratti dalla sapienza contenuta nella Torà) non ricercano soltanto la parte morale e pratica della Legge ebraica, per quanto profonda e perfetta possa essere. Nella maggior parte dei casi essi desiderano un’esperienza diretta della parte mistica e contemplativa, desiderano gettare uno sguardo dentro le stanze interne della Torà, dove sono custoditi i suoi segreti. Non è un desiderio erroneo o prematuro, come sostengono i rabbini non preparati a condurli all’interno del Palazzo del Re. Una tale opinione negativa è unicamente motivata dai pregiudizi di una mentalità ristretta che ha già fatto il suo tempo, oltre che dalla stessa incapacità, peraltro non ammessa volentieri, di tali rabbini nel condurre altri in luoghi dei quali loro stessi non sono a conoscenza.
Quel che si richiede a tali maestri è un fondamentale atto d’umiltà: è noto che non tutte le anime d’Israele hanno la stessa accesa passione per la parte mistica della Torà. Molte anime sono soprattutto attratte dalla parte più pratica e legale, che peraltro contiene così tanta saggezza da riempire facilmente i giorni e gli anni di chi vi si senta votato. Ma non occorre generalizzare. Succede invece che tali maestri pretendono che i loro interessi diventino una norma per tutti, confinando ogni attrazione verso la parte cabalistica in un angolo a volte definito come accessorio e facoltativo, e a volte definito come inutile, pericoloso o proibito. Non c’è nulla di più falso! La Cabalà. è da sempre l’anima della Torà, così come le regole dell’Halakhà ne sono il corpo. Solo una piena interazione di questi due partner inseparabili è chiamata « vita », e il Dio d’Israele è il Dio della vita. D’altronde sono sempre esistiti, in ogni luogo e in ogni generazione, validissimi maestri, esperti della parte legale e pratica, che hanno scalato anche le vette delle conoscenze esoteriche. Oggi costoro si dichiarano pronti ad insegnare chi gli si avvicina sinceramente, senza porre precondizioni o senza esami introduttivi. Dunque l’unica cosa che viene richiesta ai rabbini delle molte Yeshivot ufficiali, per il momento, è almeno di non interferire in ciò. In un futuro ormai prossimo però si renderà necessario introdurre corsi di Cabalà in ogni programma di studio in yeshivà, a qualsiasi livello, avanzato o introduttivo che sia.
Un altro punto sul quale Rabbi Nachman ci lascia un insegnamento quanto mai attuale è sull’atteggiamento che gli ebrei religiosi dovrebbero tenere nei confronti di quelli non religiosi, specie in paesi come Israele o gli Stati Uniti, cioè dove vi sono forti comunità religiose. Purtroppo non è raro tutt’oggi vedere come l’ebreo ortodosso guardi ai suoi fratelli laici con un malcelato orgoglio e senso di superiorità morale. Non c’è nulla di più errato, dato che solo Dio è in grado di giudicare tutti i meriti e i demeriti di una persona. Rabbi Nachman invece, irradiando simpatia ed interesse umano anche verso il più assimilato degli ebrei, stabiliva subito un canale di contatto, tramite il quale ogni forma di benedizione e di insegnamento poteva passare. Il suo esempio è tutt’oggi centrale nel comportamento dei Chasidim Breslov. Questi sono tra i più aperti e tolleranti degli ebrei ortodossi, e nei loro ranghi vi sono numerosissimi ba’alei teshuvà.

Publié dans:ebraismo |on 21 juin, 2011 |Pas de commentaires »

IL PAPA E IL CONTADINO (Giovanni XXIII ed un contadino arabo- palestinese che…)

dal sito:

http://www.stpauls.it/fc98/4698fc/4698fc88.htm
 
L’INTERVISTA – Amos Luzzatto, presidente delle Comunità ebraiche italiane

IL PAPA E IL CONTADINO

di FRANCA ZAMBONINI  

    «Tra le figure esemplari, che noi chiamiamo « giusti », io metto Giovanni XXIII e l’umile contadino arabo palestinese che sessant’anni fa accolse la mia famiglia a Tel Aviv, pur sapendo di rischiare la vita»: così risponde il professor Luzzatto alla domanda su chi considera santo.
Accadde sessant’anni fa: il 19 novembre 1938, 48.032 ebrei italiani, fino al giorno prima cittadini a pieno diritto, vennero cancellati dal loro Paese in forza dei Regi Decreti per la difesa della « razza romano-italica ». Erano romanissimi-italianissimi da decine di generazioni, ma si ritrovarono fuori. Così riassume Lia Levi nel suo libro Tutti i giorni di tua vita (Ed. Mondadori, 1997): «Fuori dalle scuole alunni e studenti, fuori dall’insegnamento maestri e professori, le maestre d’asilo e i luminari dell’università. Fuori dalle Forze armate. Fuori i medici, i veterinari, le ostetriche, gli avvocati, gli architetti, i chimici, i giornalisti, i ragionieri ebrei. Fuori gli ebrei da proprietà di città e campagna e dalla patria potestà su figli di altra religione… Passerà, passerà, passerà, mormoravano gli ebrei increduli, sbigottiti, ma era solo un modo per tenersi in vita».
Altri provvedimenti seguiranno ai primi: proibito agli ebrei andare negli alberghi, ottenere il passaporto, possedere una radio con più di cinque valvole, avere il nome sull’elenco del telefono, perfino fare un annuncio mortuario. Ed era solo l’inizio della tempesta che si stava addensando. Accadde sessant’anni fa, ma quell’esclusione pesa ancora sugli ebrei italiani.
Dice Clara Sereni, discendente di una famiglia che ha dato molto alla storia e alla cultura italiane, di cui ha raccontato nel suo libro Il gioco dei regni (Einaudi, 1993): «Nei momenti di crisi, la diversità ritorna problematica e insieme scatta una appartenenza. A me è successo con la guerra del Golfo, quando Israele, dove vivono i miei parenti residui, si trovò sotto grave minaccia. È bastato un telegiornale per ripropormi gli incubi, eppure pensavo di essermene liberata per sempre. Mi tornò alla mente una citazione, chissà di chi: « Alcuni mi rinfacciano di essere ebreo, altri me lo perdonano, altri ancora mi lodano per questo, ma tutti ci pensano ». All’epoca delle leggi razziali io non c’ero perché sono nata nel dopoguerra. I miei nonni paterni, Alfonsa e Samuele, conservarono il diritto al passaporto perché il loro figlio era stato un eroe della prima guerra mondiale e ripararono in Palestina. Appartenevano alla prima generazione di ebrei italiani nata fuori dai ghetti, che erano stati chiusi una cinquantina di anni prima. Fuggirono per non vivere dentro un altro ghetto».
Il nuovo presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane è il professor Amos Luzzatto: ha 70 anni, vive a Venezia, è medico chirurgo, scrittore e saggista.
Professor Luzzatto, quando uscirono le leggi razziali lei aveva dieci anni. Cosa ferì di più il bambino che lei era?
«Vivevo a Roma, ero stato promosso brillantemente alla prima ginnasio. Ne venni cacciato, come tutti gli alunni ebrei. La mia mamma cominciò a farmi le lezioni, su una panchina ai giardinetti. Passavano i ragazzi e mi gridavano: « Giudeo ». È questo che mi ha fatto più male. Per i miei compagni, i miei amici, io ero diventato un estraneo da disprezzare. Poi la mia famiglia non poté più restare a Roma, il settimanale Israel diretto da mio nonno venne chiuso, eravamo sotto stretto controllo, i poliziotti davanti al portone. Ci siamo trasferiti in Palestina, a Tel Aviv, dove fummo accolti in casa di un arabo palestinese, povero, ospitale, pietoso».
A sessant’anni di distanza, lei ha digerito l’insulto?
«No, neanche adesso. Né feci in tempo a introiettarlo, perché mi trovai quasi subito dentro la guerra. La Palestina era sotto mandato britannico e quando l’Inghilterra entrò nel conflitto, il 3 settembre del ’39, seguirono subito i razionamenti, le maschere antigas, le bombe su Tel Aviv, la paura. Nel ’42 sembrava che i tedeschi stessero arrivando fino in Palestina. Da Stalingrado veniva la minaccia di una tenaglia verso il Medio Oriente, le valanghe tedesche avanzavano in Egitto. Un vicino di casa ci disse che ognuno di noi ebrei era stato assegnato al proprio sgozzatore…».
Dopo le leggi razziali, avete ricevuto sostegno da parte di vostri amici non ebrei, un po’ di solidarietà, piccoli gesti?
«Gli amici intimi ci dissero timidamente che capivano cosa c’era precipitato sulla testa, e gli dispiaceva. Ma aggiungevano che, se Mussolini aveva deciso così, avrà avuto le sue buone ragioni e bisognava accettarle. Gesti di solidarietà e di aiuto concreto vi furono quando cominciarono le retate, le deportazioni, e divenne chiaro che l’antisemitismo non colpiva solo gli ebrei, ma tutto il Paese».
È difficile oggi vivere da ebreo in Italia?
«Alcuni ambienti ci dimostrano amicizia, adesione. In altri invece sta lentamente crescendo una ostilità, e serpeggiano vecchi pregiudizi, stereotipi come l’ebreo avaro, l’ebreo ricco, l’ebreo superbo. Una volta compare un accenno sul giornale, un’altra volta in Tv e perfino in Parlamento».
C’è una responsabilità anche da parte delle Comunità ebraiche?
«Sicuramente non siamo masochisti. Però riconosco che una responsabilità l’abbiamo, nel senso di una insufficienza didattica. Se tutti noi ci impegnassimo a spiegare noi stessi, forse alcune prevenzioni cadrebbero. Da presidente delle Comunità ebraiche, mi impegno in questo lavoro di presenza, di chiarimenti, scrivo ai giornali, parlo con politici e ministri, come per anni ha fatto egregiamente Tullia Zevi, che mi ha preceduto nell’incarico. Avremmo bisogno di un robusto ufficio stampa, ma il nostro bilancio è in condizioni penose».
Lei ha partecipato a tutti gli incontri del dialogo tra ebrei e cristiani che si tengono ogni anno, alla Mendola o a Camaldoli. Servono questi incontri?
«Sono molto importanti perché ci si conosce, si formano amicizie. Ma è una goccia nel mare. Come si può arrivare dappertutto? Le forze non bastano».
Però ogni tanto buttate una pietra sul cammino del dialogo. Per esempio, l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Aharon Lopez, ha chiesto di rinviare di cinquant’anni la beatificazione di Pio XII, finché i documenti sui suoi pretesi silenzi sulla persecuzione nazista contro gli ebrei non siano tutti esaminati.
«Ho parlato con l’ambasciatore Lopez e credo che le sue parole non siano state bene interpretate. Non è nostra intenzione fare battaglie, al contrario. Sommessamente diciamo che le ragioni del famoso silenzio andrebbero approfondite. Pio XII aveva offerto di contribuire alla raccolta dell’oro richiesto dai nazisti per evitare la deportazione del ghetto di Roma; e quando le chiese e i conventi offrirono rifugio agli ebrei, questo non avvenne sicuramente senza un nulla osta del Vaticano. Noi abbiamo espresso subito la nostra gratitudine per questi aiuti. Ma ci chiediamo se non c’erano anche possibilità più forti, interventi preventivi, per evitare la tragedia dell’Olocausto».
Avete sollevato obiezioni anche quando, lo scorso ottobre, è stata fatta santa Edith Stein, l’ebrea divenuta suora cattolica e uccisa in campo di concentramento. Il Papa ha parlato della «testimonianza della Stein come un ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani». E voi vi siete inquietati. Forse vi infastidisce la sua conversione?
«Se l’incontro dev’essere quello del martirio, Dio ce ne scampi. Non siamo prevenuti contro la sua conversione al cattolicesimo, la base del dialogo è il rispetto per le scelte, soprattutto per quelle che non condividiamo. Però la Stein non è morta perché era una cristiana votata al martirio, ma è stata uccisa da ebrea perseguitata. E non può essere un ponte, perché la sua scelta di convertirsi fu in realtà un distacco dalla fede dei padri».
Lei, personalmente, chi considererebbe santo?
«Per la nostra religione solo Dio è santo. Gli uomini e le donne di vita esemplare noi li dichiariamo « giusti ». Dunque, tra i giusti del mondo cattolico, metterei per primo Giovanni XXIII. Lo conobbi quando era patriarca di Venezia e mi colpì per la sua grandezza d’animo, la sua semplicità e bontà. Tra i giusti del mondo islamico, darei il primo posto a quell’umile contadino palestinese che ci offrì la sua casa quando riparammo a Tel Aviv, dicendoci che per la sua religione l’ospitalità è sacra. Ci accolse sapendo di rischiare la vita».
Tra gli ebrei che vivono oggi in Israele esistono molte divisioni politiche e religiose. Anche tra gli ebrei italiani?
«Sì, ma più che divisioni le chiamerei articolazioni. Non arriveremo mai alle vite separate, al non guardarci più in faccia, come succede in Israele in alcuni luoghi e in certe circostanze. Queste che chiamo articolazioni rappresentano un bene. La vivacità del confronto è preferibile al sonno dell’abitudine».
Lei è in partenza per Gerusalemme. La saluterà come la città esclusiva di David o anche come il cuore delle tre religioni?
«Non potrei immaginare Gerusalemme senza i cristiani in tutte le loro sfumature, cattolici, armeni, copti, ortodossi, e senza i fedeli islamici. Le sue radici più lontane sono ebraiche, perché altre religioni non c’erano quando David la fece il centro dell’ebraismo più di tremila anni fa. Noi siamo i fratelli maggiori, ma dobbiamo saper convivere con cristiani e musulmani. Altrimenti Gerusalemme verrebbe snaturata, mentre deve restare la casa delle tre grandi religioni monoteiste».
Professore, gli ebrei sono noti per il loro senso dell’umorismo, e penso al successo di Moni Ovadia con i suoi spettacoli di vita ebraica. Lei ha sottomano una storiella, una battuta?
«Ovviamente ne so centinaia, le dico la prima che mi viene in mente. « Perché gli ebrei rispondono sempre a una domanda con un’altra domanda? ». La risposta è, appunto, un’altra domanda: « Perché no? ». C’è una grande filosofia dietro questa storiella. È difficile rispondere alle domande. Ma è ancora più difficile formularle in maniera giusta».

Franca Zambonini  

Il rabbino risponde con un sorriso
Un libro che è una lunga intervista, all’insegna della semplicità delle domande e della chiarezza delle risposte: il giornalista Alain Elkann chiede al rabbino capo di Roma, Elio Toaff, qual è il suo pensiero sulla venuta del Messia (da qui il titolo, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, lire 26 mila), quale comportamento tenere nei confronti di genitori e figli, come interpretare i testi sacri, qual è il giusto rapporto con il denaro, come affrontare solitudine e vecchiaia, che cosa ricorda della sua vita nel ghetto. E il suo giudizio sulla società d’oggi e sui suoi ideali…
«Nella mia lunga conversazione con il professor Toaff», spiega l’autore nella prefazione, «si capisce dalle prime righe che il Messia è una metafora per parlare di tutto con un uomo molto particolare e profondo che ha attraversato il secolo sempre con un sorriso. Toaff è un ebreo italiano, padre, marito, professore e un uomo di potere, ma è soprattutto un uomo che da tutta la vita obbedisce a Dio, alla sua legge interpretandone il volere».

l.m.

    

Publié dans:ebraismo : i giusti |on 21 juin, 2011 |Pas de commentaires »

IL MIO GATTO – RUDY – OGGI È MORTO…

AFFETTUOSO, FIDUCIOSO E BUONO FINO ALLA FINE, COME È SEMPRE VISSUTO; DENTRO AL « PACCHETTO » CON IL QUALE LO HANNO PORTATO VIA HO MESSO UNA IMMAGINE DI SAN PAOLO, L’APOSTOLO È STATO L’UNICO A DONARCI LA SPERANZA CHE LA CREAZIONE TUTTA SARÀ REDENTA [Rm 8]

Rublev’s icon, The Trinity

Rublev's icon, The Trinity dans immagini sacre Rublev%27s+Icon+on+Trinity

http://www.hararquixotic.com/2010/03/trinity.html

Publié dans:immagini sacre |on 19 juin, 2011 |Pas de commentaires »
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