Archive pour le 25 juin, 2011

Welcome to Holy Trinity Greek Orthodox Church – Tennessee

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http://www.holytrinitybluffcity.org/

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« Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli» (San Tommaso d’Aquino)

dal sito:

http://www.dellepiane.net/patristica%20MOBILI.htm

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo  (CORPUS DOMINI) – U.R.
 
Preghiere
 
« Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli»
San Tommaso d’Aquino nel tredicesimo secolo
 
         Dio onnipotente ed eterno, ecco che mi avvicino al sacramento del tuo Figlio unigenito, il nostro Signore Gesù Cristo. Malato, vengo dal medico dal quale dipende la mia vita; macchiato, alla sorgente della misericordia; cieco, al focolare della luce eterna; povero e privo di tutto, dal maestro del cielo e della terra.
         Imploro dunque la tua immensa, la tua inesauribile generosità, affinché ti degni di guarire le mie infermità, di lavare le mie macchie, di illuminare la mia cecità, di colmare la mia indigenza, di coprire la mia nudità; e così, io possa ricevere il pane degli angeli (Sal 77,25), il Re dei re, il Signore dei signori (1 Tm 6,15), con tutta la riverenza e l’umiltà, tutta la contrizione e la devozione, tutta la purezza e la fede, tutta la fermezza del proposito e la rettitudine dell’intenzione che la salvezza della mia anima richiede.
         Dammi, ti prego, di non ricevere semplicemente il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma proprio tutta la fortezza e l’efficacia del sacramento. Dio pieno di mitezza, dammi di ricevere il Corpo del tuo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, questo corpo materiale che egli ha ricevuto dalla Vergine Maria, in modo tale da meritare di essere incorporato al suo corpo mistico e di figurare tra le sue membra.
Padre pieno di amore, concedi a me che sto per ricevere ora il tuo Figlio amatissimo sotto il velo che si addice al mio stato di pellegrino, che io possa un giorno contemplarlo a viso scoperto e per l’eternità, lui che, essendo Dio, vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

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Santissimo Corpo e Sangue di Cristo  (CORPUS DOMINI) – VESPRI
 
Discorso 272 (Nuova Biblioteca Agostiniana)
 
Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete.
 Sant’Agostino nel quinto secolo
 
Ciò che vedete sopra l’altare di Dio è il pane e il calice: ve lo assicurano i vostri stessi occhi. Invece secondo la fede che si deve formare in voi, il pane è il corpo di Cristo, il calice è il sangue di Cristo. Quanto ho detto in maniera molto succinta forse è anche sufficiente per la fede: ma la fede richiede l’istruzione… Questo pane come può essere il suo corpo ? E questo calice, o meglio ciò che è contenuto nel calice, come può essere il sangue suo ?
Queste cose, fratelli, si chiamano sacramenti proprio perché in esse si vede una realtà e se ne intende un’altra. Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere il mistero del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: « Voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte » (1 Cor 12, 27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: « Amen » e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: « Il Corpo di Cristo », e tu rispondi: « Amen ». Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen.
Perché dunque il corpo di Cristo nel pane ? Non vogliamo qui portare niente di nostro; ascoltiamo sempre l’Apostolo il quale, parlando di questo sacramento, dice: « Pur essendo molti formiamo un solo pane, un solo corpo » (1 Cor 10, 17). Cercate di capire ed esultate. Unità, verità, pietà, carità. Un solo pane: chi è questo unico pane? « Pur essendo molti, formiamo un solo corpo ». Ricordate che il pane non è composto da un solo chicco di grano, ma da molti. Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete.
 

Corpus Domini: Commento esegetico-spirituale della Parola di Dio

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/AnnoA-2011/05-Ordinario-A_2011/Omelie/11-Domenica-Corpus-Domini-A_SC.html

LETTURE DELLA PAROLA DI DIO della DOMENICA:

CORPUS DOMINI

 Commento esegetico-spirituale della Parola di Dio

  Dt 8,2-3.14b-16a – Ti ha nutrito di un cibo che tu non conoscevi…
  Dal Salmo 147 – Rit.: Benedetto il Signore, gloria del suo popolo.
  1 Cor 10,16-17 – Un solo pane, un solo corpo noi siamo, pur in molti.   
  Gv 6,51-58 – La mia carne è vero cibo, e il mio sangue vera bevanda.
 
« Io sono il pane vivo, disceso dal cielo »

« L’uomo è un essere che si abitua alle cose straordinarie e spesso ne riconduce l’impressione eccezionale d’un dato momento entro un’espressione convenzionale e superficiale ordinaria. L’uomo si abitua; ed anche a riguardo di realtà, che eccedono la sua consueta capacità di comprensione, egli le considera spesso normali e come contenute nell’involucro puramente verbale che le qualifica, senza più attribuire e riconoscere la esuberante ricchezza di significato interiore loro proprio. Così avviene sovente a noi per questo ineffabile sacramento dell’Eucaristia ».
La capacità di « meravigliarci »
Queste parole di Paolo VI1 descrivono a perfezione lo strano atteggiamento di molti cristiani davanti al dono dell’Eucaristia fatto da Cristo alla sua Chiesa. Ci manca la capacità di sorprenderci, di meravigliarci, perfino di « scandalizzarci », sia pure in un atteggiamento di diniego, come capitò agli ascoltatori di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: « Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo? » (Gv 6,60). Prima avevano espresso il loro stupore con una frase, più che di scetticismo, come quella appena citata, di disorientamento per la difficoltà a « razionalizzare » il mistero: « Come può costui darci la sua carne da mangiare? » (v. 52).
Rimane, in ogni modo, il fatto che essi sono capaci di « meravigliarsi » e di reagire di fronte a qualcosa di enormemente grande e sorprendente, qualora ciò sia vero! Noi, invece, forse « crediamo », ma non ci meravigliamo più: ci siamo talmente « abituati » alle cose grandi, che esse non ci dicono più nulla, sono diventate ordinarie. Nessuna sorpresa perciò che non abbiano più incidenza nella nostra vita. C’è da domandarsi se la vita di molti cristiani sarebbe diversa da quella che è, se, per ipotesi assurda, l’Eucaristia venisse a mancare!
Tutte le letture bibliche della odierna Liturgia del « Corpus Domini » mi sembrano orientate precisamente al fine di suscitare un senso di « meraviglia » davanti all’incredibile, da tradursi però in coerenti atteggiamenti di vita. È quello a cui ci invita anche la sequenza del « Lauda Sion » che, pur fluita dalla mente del più grande fra tutti i teologi, Tommaso d’Aquino, è intrisa di tutto l’affetto del suo cuore ed esplode in accenti di commossa poesia.
« L’uomo non vive soltanto di pane… »
Già la prima lettura ci aiuta non poco a comprendere molti riferimenti che troveremo nel discorso eucaristico di Gesù. A distanza di tanti anni egli intende risuscitare nel cuore degli Israeliti non solo il ricordo dei benefici passati, ma anche la « commozione » davanti alla benevolenza di Dio verso i loro padri durante la faticosa peregrinazione del deserto.
Nel brano di Dt 8,2-3.14-16 abbiamo lo sfondo desolante del « deserto », con tutte le sue asprezze, la fame, la sete, i rischi mortali, le insidie, la spossatezza, i frequenti smarrimenti nel cammino, la disperazione. Tutto questo per dire che Israele da solo non avrebbe potuto sopravvivere a quell’ambiente che, proprio per sua natura, è una trappola di morte. L’uomo non basta da solo a salvarsi!
E in realtà solo Dio ha salvato Israele, rendendo prodigiosamente fertile il deserto, quasi che dalla sua sabbia senza vita avesse potuto fiorire il frumento e sgorgare l’acqua ristoratrice e dissetante. Quello che il deserto da sé non poteva fare, l’ha operato la « parola che esce dalla bocca del Signore » (Dt 8,3).
La « parola », perciò, è la vera protagonista di questa drammatica esperienza d’Israele per tutto il periodo della sua lunga peregrinazione, lontano dalla Terra promessa: senza di essa neppure la « manna » che lo ha sfamato, neppure « l’acqua » che è scaturita dalla « roccia durissima », avrebbero potuto prodursi. Più che i doni di Dio, perciò, vale la sua « parola », che quei doni si era impegnata a offrire e ha offerto.
Si noti poi, in tutto il testo che abbiamo letto, la sottolineatura della « eccezionalità » del dono fatto da Dio al suo popolo. « Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore » (v. 3; cf v. 16). Il dare la « manna », dunque, è un prodigio più grande di quello che Dio avrebbe fatto se avesse dato a Israele il « pane », già « conosciuto » dai loro padri. La parola di Dio è « creatrice » di situazioni sempre nuove: Dio si supera sempre!
Niente impedisce perciò che nei tempi del Nuovo Testamento egli superi il dono stesso della « manna » con un cibo anche più misterioso e nutriente, per saziare la « fame » del suo popolo che continua l’aspra peregrinazione nel deserto della vita. E questo è tanto più possibile in quanto la « parola » di Dio, a cui nulla può resistere, davvero in Cristo « si è fatta carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (Gv 1,14).
Cristo, nuova « manna »
In realtà il cibo « nuovo », più misterioso e nutriente, che Dio ci dà ed era prefigurato dalla manna e dall’acqua scaturita dalla roccia, è la « carne » stessa e il « sangue » di Cristo, immolato per noi sulla croce.
È chiaro perciò che il dono è infinitamente più grande e la benevolenza di Dio raggiunge qui l’incredibile. E anche lo « scopo », pur muovendosi sulla linea degli interventi salvifici dell’Antico Testamento appena ricordati, è più profondo: non è soltanto il desiderio di essere vicino al suo popolo e di rifocillarne le forze con l’energia che ogni cibo ingerito ed assimilato infonde nell’organismo, ma soprattutto la volontà di assumerlo a « vivere » la sua stessa vita. Infatti, mangiando di Cristo, non si può non vivere di Cristo: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (Gv 6,57). È così che per i cristiani, per una non del tutto strana assurdità evangelica, la stessa faticosa « peregrinazione » nel deserto della vita diventa già un « abitare » nella patria del cielo (cf Fil 3,20).
Ma vediamo di analizzare brevemente questo meraviglioso brano di Vangelo, che costituisce la parte conclusiva del così detto « discorso eucaristico », che secondo l’Evangelista Gesù avrebbe pronunciato nella sinagoga di Cafarnao (Gv 6,59).
Se in tutta la sezione precedente di questo discorso (Gv 6,26-50) Gesù si è presentato come « il pane disceso dal cielo » (vv. 33.35.41), « il pane della vita » (v. 48), in realtà egli intendeva preparare mediante la « fede » i suoi ascoltatori all’affermazione più sbalorditiva ancora: quel « pane », che è lui, in quanto Figlio di Dio, « mandato » nel mondo per salvarlo (cf vv. 38-40), viene offerto agli uomini perché essi lo « mangino » veramente, facendosi da lui « vivificare » e trasformare addirittura in una realtà divina, « eterna » come è eterno Iddio. La « morte » non ha accesso là dove si mangia il « pane della vita »!
« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo »
« Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (v. 51). È evidente in questa ultima espressione il riferimento alla morte di croce, intesa come offerta sacrificale « in favore » (in greco ypér) non di pochi eletti, ma del « mondo » intero. Infatti negli scritti del Nuovo Testamento, compreso Giovanni, la preposizione ypér viene adoperata quasi automaticamente per esprimere il valore redentivo della morte di Cristo.2
Ma la cosa che più sorprende è che egli promette (si noti il futuro « darò ») di dare a « mangiare » proprio quella « carne » che sarà immolata sulla croce: un pasto « sacrificale », dunque, offerto perché tutta la forza di redenzione e di amore espressa in quel sublime gesto di donazione venga partecipata ai credenti. Di qui lo scandalo dei Giudei, che contestano la possibilità stessa del fatto: « Come può costui darci la sua carne da mangiare? » (v. 52).
Come capita in Giovanni, l’incomprensione degli altri dà a Gesù l’opportunità di ribadire e di approfondire il suo pensiero (vv. 53-58).
Varie cose colpiscono in queste parole di Gesù, che raggiungono il culmine del disvelamento del mistero e colmano ancora di stupore; almeno se non tentiamo di volgerle al vago, allo sfumato, alla metafora, appunto, di niente altro che una unione profonda, magari anche mistica, con lui.
« La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda »
Prima di tutto il « realismo » con cui Gesù si esprime, quasi preoccupato che gli uomini siano tentati di attenuare la portata di quello che lui sta dicendo. Si noti infatti la solennità della ripresa iniziale: « In verità, in verità vi dico… » (v. 53). Inoltre, parla di « vero cibo » e « vera bevanda » (v. 55), con la caratteristica aggettivazione giovannea (alethés = vero, verace) che esprime la realtà più profonda delle cose, colte però in chiave di fede. Il « mangiare », poi, che qui ricorre diverse volte (vv. 54.55.58), è espresso in greco con un verbo (tróghein) che propriamente significa « divorare », « triturare »: qualcosa, perciò, che richiama non un gesto simbolico, ma crudamente realistico. Indubbiamente c’è anche un riferimento allo strazio violento a cui fu sottoposto il corpo di Cristo sulla croce.
Di qui anche il richiamo al « sangue », che grondò abbondante dalle ferite del corpo del Signore crocifisso e che non era consentito agli Ebrei di mangiare in nessuna maniera, perché nel sangue c’è la « vita », che appartiene a Dio solamente (Lv 17,11). Invece Gesù offre il suo sangue proprio perché intende comunicare agli uomini la sua stessa « vita »: non riserva nulla per se stesso! « Corpo » e « sangue » esprimono la « totalità » della sua persona, offerta in dono ai fratelli.
La seconda cosa da osservare è l’insistenza con cui Gesù parla della « vita » che ne deriverà a coloro che mangeranno di lui: « Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno… Chi mangia questo pane vivrà in eterno » (vv. 51.54.58). Sembra strano che da un gesto di morte, qual è quello evocato qui da tutto il contesto, possa nascere la vita. Eppure è proprio così! L’offerta di Cristo sulla croce è l’espressione massima dell’amore: e l’amore è essenzialmente vitalità, potenza contagiosa di trasformazione, ricreazione di rapporti interrotti o semplicemente affievoliti.
D’altra parte questa « vita », comunicata dalla partecipazione al corpo e al sangue del Signore, è la vita stessa che vive oggi il Figlio di Dio nella gloria: « Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me » (v. 57). Perciò è una vita di « risorti » in Cristo: Cristo vive « per (in greco dià) il Padre », perché da lui ha tutto il suo essere all’interno del mistero trinitario e perché da lui ha ricevuto la vita nella risurrezione. Il cristiano vive « per (dià) Cristo » nella misura in cui in tutto ciò che fa e pensa si lascia guidare da lui e a lui orienta tutto se stesso: in tale modo l’Eucaristia diventa per lui indispensabile mezzo di partecipazione al mondo del divino, per avere in sé la pienezza della vita che viene da Dio.
Per ultimo, vorrei far notare come san Giovanni parli qui costantemente di « carne » (sárx) piuttosto che di « corpo », come fanno invece i Sinottici. Perché questo? Non è facile dirlo, e gli studiosi divergono tra di loro. A parte il fatto che molto probabilmente il quarto Evangelista ci rende meglio l’originale aramaico besár (= carne), che esprime sia la persona intera che il corpo che la rappresenta, c’è da pensare che egli abbia voluto intenzionalmente collegare l’Eucaristia con la Incarnazione. Si ricordino le parole del prologo del suo Vangelo: « E il Verbo si fece carne (sárx) e venne ad abitare in mezzo a noi » (1,14). Mediante l’Eucaristia « continua » in mezzo agli uomini l’Incarnazione, cioè Cristo prolunga la sua presenza di amore e di salvezza tra noi nella pienezza e nella totalità del suo essere.
« Poiché c’è un solo pane, siamo un corpo solo »
Nella prospettiva di queste riflessioni non ci sarà difficile capire la densità della seconda lettura, in cui san Paolo ricorda ai cristiani di Corinto il significato dell’Eucaristia come koinonía, cioè come comunione e fusione in Cristo e con i fratelli: « Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1 Cor 10,16-17).
« Comunicando » dunque con l’Eucaristia, non soltanto ci compaginiamo a Cristo, ma ci compaginiamo anche tra di noi, diventiamo « un corpo solo », pur essendo molti. Mangiando il corpo di Cristo, anche noi diventiamo « corpo di Cristo » (sant’Agostino).

  Da CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Anno A, Elledici, Torino/Leuman                                                                                                                            .

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