Archive pour le 5 juin, 2011

underwater – buona notte

underwater - buona notte dans immagini buon...notte, giorno Underwater_Life_Photos_50

http://www.fabulousnature.com/cat35.htm

lo Spirito Santo

lo Spirito Santo dans immagini sacre visite_tableaux_mosaique_pantocrator_colombe

http://www.eglise-saint-charles.com/tb_mosaique_pantocrator.html

Publié dans:immagini sacre |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea » [Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni]

dal sito:

http://www.pozzodigiacobbe.it/Home/Spirito_Santo/meditazioneSequenza.html

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea »

[1. Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni ED. DEHONIANE ROMA a cui si rimanda per un maggiore approfondimento.]

Introduzione

La sequenza della Pentecoste fu chiamata « aurea » per la ricchezza del pensiero, per la grande devozione, per la bellezza poetica. Fu composta fra il 1150 e il 1250, forse da Stefano Langton, contemporaneo di Lotario dei conti di Segni, nato nel 1161, cardinale a 27 anni, papa a 37, nel 1198, col nome di Innocenzo III.
Ci sono, comunque, diversi critici che attribuiscono a Innocenzo III il Veni, Sancte Spiritus.
Meditiamo la’sequenza aurea’.

Vieni, Santo Spirito
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce

« Vieni, Santo Spirito », così inizia la sequenza della Pentecoste, chiamata « aurea » per la preziosità del pensiero teologico e biblico, la grandezza devozione, la bellezza poetica.

L’inizio della sequenza è caratterizzato dal quadruplice invito delle prime due strofe: « Vieni, vieni, vieni, vieni ».
Non sorge spontaneo, nella recita, l’ implorazione dell’effusione dello Spirito, un rinnovato battesimo, una nuova Pentecoste?
Il verbo « venire », ci ricorda la figura del Cristo che, incarnato, viene a noi (cf. Gv 1, 14) e dello Spirito « Paraclito »:  » Colui che chiamato, viene a noi », si effonde su di noi, penetra in noi? Così nell’incarnazione (Lc 1, 35) e nell’eucaristia con le due epiclesi: invocazioni al Padre perché effonda lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel Cristo (prima epiclesi) e trasforma i nostri cuori, perché siano degni della comunione eucaristica (seconda epiclesi).
L’ implorazione inizia insistentemente, « vieni, vieni, vieni, vieni », si realizza così la promessa di Gesù di inviarci un altro Consolatore che « rimanga sempre con noi per sempre » (Gv 14,17; 14,26; 16;14).

« un raggio della tua luce ».
La « luce » è in rapporto diretto con la « vita »; è la prima realtà creata da Dio: « Sia la luce! » (Gen 1, 3).
Con la luce la bellezza del creato si mostra a noi. Nella luce abbiamo modo di vedere le cose, gustiamo i colori, la vita ci si presenta in tutto il suo splendore. In opposizione alla luce, nelle tenebre della notte tutto è nascosto, tutto si nasconde e tace. Alla luce dell’alba le creature si risvegliano e, se ne abbiamo fatto l’esperienza, possiamo ricordarne l’esplosione di gioia, tutto brilla e canta in allegria. Giovanni nel prologo dice del Verbo:  » In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1, 4). Quando nasce un bambino, diciamo che è venuto alla luce.

Vieni padre dei poveri,
vieni, datore dei doni
vieni, luce dei cuori.

La preghiera autentica è animata da tante virtù, prima fra tutte la carità, quindi la fiducia, l’abbandono, la speranza, l’umiltà; con la preghiera, dinanzi a Dio ci riconosciamo bisognosi di aiuto, poveri. Il superbo, l’orgoglioso, l’egoista rifuggono la preghiera. Nella triplice invocazione, possiamo anche intravedere un appello alla presenza delle Persone trinitarie:

Vieni padre dei poveri! Lo Spirito procede dal Padre poiché « ogni buon regalo e ogni dono perfetto proviene dall’alto e discende dal Padre della luce  » (Gc 1,17).

Vieni, datore dei doni! Lo Spirito procede anche dal Figlio, per mezzo del quale « tutto è stato fatto », afferma S.Giovanni nel prologo, « e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (Gv 1,3)

Vieni, luce dei cuori! Lo Spirito è luce dei cuori, perché è « Spirito di verità » (Gv 14,17). Interior intimo meo, afferma S. Agostino, « Più intimo del mio intimo »; ci guida « alla verità tutta intera » (Gv 16,13) e ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto (cf. Gv 14,26), aiutandoci a realizzarlo nella nostra vita.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

La vera consolazione viene solo da Dio. Lui è la roccia sicura ove rifugiarsi nei momenti della grande sventura. Dio, non solo dà sollievo al cuore, ma dà forza (conforto nel senso etimologico della parola), trasforma il cuore, libera e salva. « Ti amo, Signore, mia forza, – Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza » (Sal 18 (17), 2-3). Dio non elimina la nostra sofferenza, ma ce ne fa scoprire il significato misterioso e profondo.

Ospite dolce dell’anima!
Ha un particolare sapore di Paradiso. « Dio ci ha fatto dono del suo Spirito » ( 1Gv 4, 13). « E dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà » (2Cor 3, 17); liberi dal rifiuto all’Amore, il peccato; ricolmi di gioia, di pace, di speranza, di vita, pregustiamo il Paradiso. La dolcezza dell’ospitalità di Dio la esprime nell’anima specialmente lo Spirito Santo; la esprime come un’esperienza profonda di pace, di gioia, di bontà, che scoglie ogni durezza di cuore, placa ogni turbamento e inquietudine, allieva il peso della croce e dona la gioia nel dolore. Scomparsa ogni paura, ogni tristezza, ogni angoscia, l’anima può realmente dire allo Spirito: « Dolcissimo sollievo…Dolcissimo sollievo! ».

Nella fatica, riposo
nella calura, riparo
nel pianto, conforto.

Abbiamo, sinora, parlato degli aspetti positivi e dolcissimi, del battesimo dello Spirito o effusione dello Spirito, ora consideriamo la debolezza umana: la fatica quotidiana, l’ardore delle passioni, il pianto della prova e del dolore. Considerando queste realtà, scaturiscono spontanee le implorazioni allo Spirito: Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. Sentiamo in queste parole, l’eco delle parole di Gesù: « Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11, 28). Noi siamo spesso stanchi ed affaticati sul piano morale e spirituale. Gesù ci ristora con la sua presenza, il ritrovarlo nella celebrazione dell’Eucaristia, nei sacramenti ci dà la forza di riposare. Nel pianto della nostra miseria morale nel confessionale, ci soccorre con la sua misericordia, ci conforta e ci rialza . Ricordiamo che l’umiltà è la via della carità. Farsi piccoli, essere poveri in spirito è attirare la compiacenza di Dio. « Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha il cuore contrito  » (Is 66, 2). « Chiedete e troverete…bussate e vi sarà aperto » (Mt 7, 7): il mistero della preghiera insistente, perseverante!…non perché pensiamo di essere esauditi per le molte preghiere; ma per la virtù che la preghiera ci fa esercitare: la fiducia, la speranza, la carità, l’umiltà. (cf. Lc 11, 5-8).

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

E’ un’implorazione che sale dalle tenebre, nelle quali, senza la luce e la forza dello Spirito, siamo spesso sommersi. Brancoliamo nel buio di dubbi e di problemi non risolti; esperimentiamo il doloroso vuoto del cuore, privo d’amore, di gioia, di pace; il vuoto doloroso della vita priva di opere buone, di virtù. Imploriamo lo Spirito, perché ci illumini e ci guidi  » alla verità tutta intera » (Gv 16,13); ci aiuti a realizzarla nella nostra vita: « (lo Spirito) vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ( vi aiuterà a realizzare) tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14,26). Preghiamo per tutti quelli che lo ignorano, lo rattristano o addirittura l’hanno spento nella loro vita. Preghiamo col grande Manzoni nella Pentecoste: « Noi t’imploriam! Placabile Spirito discendi ancora, ai tuoi cultor propizio, propizio a chi t’ignora … ».

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Fare l’umile esperienza della debolezza umana, della nostra impotenza, nonostante i buoni propositi, le sincere intenzioni; debolezza e impotenza non solo nelle azioni, ma anche nei pensieri, nell’amore: accettare con umiltà e semplicità questa situazione, è una garanzia del nostro cammino verso Dio. Pietro disse a Gesù:  » Signore, insieme a te sono pronto a subire il carcere e anche la morte » (cf. Lc 22, 33). Pietro è indubbiamente sincero, ma Gesù sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e non ha bisogno che alcuno glielo dica (cf. Gv 2, 24-25), « Non ora, Pietro, ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi » (cf. Gv 13, 36).

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sànguina.

L’ uomo senza lo Spirito è nulla, è dolore, è colpa. Il « nulla » ci richiama, il deserto, l’abisso, il peccato. Scegliamo la via dell’umiltà, della carità, del semplice abbandono; « Beati i puri di cuore » (Mt 5, 8). Preferiamo alla speculazione, la contrizione del cuore, che purifica e la contemplazione che porta all’unione d’amore. Dio « non è lontano da ciascuno di noi », dice Paolo agli Ateniesi. « In lui, infatti, noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Di lui stirpe noi siamo » (At 17, 27-28). Perché il nostro sguardo sia limpido, curiamo la purificazione del cuore. « Crea in me, o Dio, un cuore puro…Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi » (Sal 51(50), 12-19).

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato.

Lo Spirito Santo fa suoi i nostri limiti, le nostre imperfezioni, le nostre impotenze, perfino i nostri peccati….
« Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8, 26). Lo Spirito completa ciò che in noi è incompleto, perfeziona ciò che in noi è imperfetto, purifica ciò che in noi è impuro, sana ciò che in noi è malato. Missione dello Spirito è trasformare il nostro cuore inaridito e indurito, secondo la promessa-profezia di Ezechiele: « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » (Ez 36, 25-26). Maria è la più valida collaboratrice dello Spirito Santo. Preghiamo Lei, porta del cielo… preghiamo Lei che interceda per noi peccatori e le chiediamo: Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

La prima generosità che lo Spirito ci domanda è la totale fiducia in lui, l’abbandono totale. Noi ci abbandoniamo a Lui, consapevoli che non siamo stati noi per primi « ad amare Dio; ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » ( 1Gv 4, 10) e « Ci ha fatto dono del suo Spirito ». « Abbiamo noi riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi « ? (1Gv 4, 16). Il lavoro, gli impegni, sono quelli di sempre; ma interiormente e anche esteriormente c’è qualcosa di nuovo, di molto importante. Il santo timore di Dio o amoroso rispetto per il Padre nostro celeste, la coscienza della nostra piccolezza e l’esperienza della maestà divina (Sal 139 (138)). La fortezza che ci permette di combattere con le armi stesse di Dio, la fede, la speranza, la carità, la preghiera. Il consiglio che, dono dello Spirito, dà all’anima la capacità dell’ascolto interiore, le fa cogliere la Voce che parla nel più intimo del suo intimo: Interior intimo meo, scrive S. Agostino. Impariamo a distinguere, nella nostra vita, le sfumature più delicate, quello che piace o dispiace a Dio. « Il Consolatore, lo Spirito Santo, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14, 26). La pietà ci fa sperimentare la tenerezza paterna di Dio verso di noi, suoi figli. La scienza ci fa vedere le creature con l’occhio di Dio. La sapienza ci dà il gusto di Dio, delle realtà divine, tutte le realtà di questo mondo, senza riferimento a Dio, risultano insipide.

Dona virtù e premio
dona morte santa,
dona gioia eterna.

La sequenza aurea si era aperta con una visione di cieli lontani dai quali imploravamo « Vieni…vieni…vieni…vieni… »: quattro implorazioni. Ora si chiude nella pace e nella sicurezza del dono. Si ripete, in conclusione, il verbo’donare’ . Ricordiamo, allora, le parole di Paolo nella lettera ai Romani: « Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (tanto meno che cosa sia conveniente fare), ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui (il Padre) che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti, secondo i disegni di Dio » (Rm 8, 26-27)!. Così lo Spirito trasforma tutta la nostra vita per il tempo e per l’eternità. Sì lo credo, lo spero, ne sono sicuro, per il tempo e per l’eternità.

Publié dans:Inni, Letteratura italiana |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI, 23 maggio 2010 (Pentecoste, sul « Veni, Sancte Spiritus)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100523_pentecoste_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Domenica, 23 maggio 2010

(Pentecoste, sul « Veni, Sancte Spiritus)

Cari fratelli e sorelle,

nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque, e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito Santo, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo.

Di questa preghiera di Cristo ci parla il brano evangelico odierno, che ha come contesto l’Ultima Cena. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16). Qui ci viene svelato il cuore orante di Gesù, il suo cuore filiale e fraterno. Questa preghiera raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce, dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono totale che Egli fa di se stesso, e così il suo pregare diventa per così dire il sigillo stesso del suo donarsi in pienezza per amore del Padre e dell’umanità: invocazione e donazione dello Spirito s’incontrano, si compenetrano, diventano un’unica realtà. «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre». In realtà, la preghiera di Gesù – quella dell’Ultima Cena e quella sulla croce – è una preghiera che permane anche in Cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre. Gesù, infatti, vive sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo.

Il racconto della Pentecoste nel libro degli Atti degli Apostoli – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11) – presenta il “nuovo corso” dell’opera di Dio iniziato con la risurrezione di Cristo, opera che coinvolge l’uomo, la storia e il cosmo. Dal Figlio di Dio morto e risorto e ritornato al Padre spira ora sull’umanità, con inedita energia, il soffio divino, lo Spirito Santo. E cosa produce questa nuova e potente auto-comunicazione di Dio? Là dove ci sono lacerazioni ed estraneità, essa crea unità e comprensione. Si innesca un processo di riunificazione tra le parti della famiglia umana, divise e disperse; le persone, spesso ridotte a individui in competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa. Questo è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità; perciò l’unità è il segno di riconoscimento, il “biglietto da visita” della Chiesa nel corso della sua storia universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa parla tutte le lingue. La Chiesa universale precede le Chiese particolari, e queste devono sempre conformarsi a quella, secondo un criterio di unità e universalità. La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati e neppure con le Federazioni di Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le frontiere umane.

Da questo, cari fratelli, deriva un criterio pratico di discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito Santo. Il cammino dei cristiani e delle Chiese particolari deve sempre confrontarsi con quello della Chiesa una e cattolica, e armonizzarsi con esso. Ciò non significa che l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di egualitarismo. Al contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo definire “tecnica”. La Bibbia, infatti, ci dice (cfr Gen 11,1-9) che a Babele tutti parlavano una sola lingua. A Pentecoste, invece, gli Apostoli parlano lingue diverse in modo che ciascuno comprenda il messaggio nel proprio idioma. L’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti sociali. Essa risponde alla sua vocazione, di essere segno e strumento di unità di tutto il genere umano (cfr Lumen gentium, 1), solo se rimane autonoma da ogni Stato e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la Chiesa dev’essere veramente, cattolica e universale, la casa di tutti in cui ciascuno si può ritrovare.

Il racconto degli Atti degli Apostoli ci offre anche un altro spunto molto concreto. L’universalità della Chiesa viene espressa dall’elenco dei popoli, secondo l’antica tradizione: “Siamo Parti, Medi, Elamiti…”, eccetera. Si può osservare qui che san Luca va oltre il numero 12, che già esprime sempre un’universalità. Egli guarda oltre gli orizzonti dell’Asia e dell’Africa nord-occidentale, e aggiunge altri tre elementi: i “Romani”, cioè il mondo occidentale; i “Giudei e prosèliti”, comprendendo in modo nuovo l’unità tra Israele e il mondo; e infine “Cretesi e Arabi”, che rappresentano Occidente e Oriente, isole e terra ferma. Questa apertura di orizzonti conferma ulteriormente la novità di Cristo nella dimensione dello spazio umano, della storia delle genti: lo Spirito Santo coinvolge uomini e popoli e, attraverso di essi, supera muri e barriere.

A Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio. Si realizza così ciò che aveva predetto il Signore Gesù: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Gli Apostoli, insieme ai fedeli delle diverse comunità, hanno portato questa fiamma divina fino agli estremi confini della Terra; hanno aperto così una strada per l’umanità, una strada luminosa, e hanno collaborato con Dio che con il suo fuoco vuole rinnovare la faccia della terra. Com’è diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe! Com’è diverso l’incendio di Cristo, propagato dalla Chiesa, rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni epoca, anche del secolo scorso, che lasciano dietro di sé terra bruciata. Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore.

Un Padre della Chiesa, Origene, in una delle sue Omelie su Geremia, riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così: «Chi è presso di me è presso il fuoco» (Omelia su Geremia L. I [III]). In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio, che nella Bibbia è paragonato al fuoco. Abbiamo osservato poco fa che la fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo. Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere “scottati”, preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: “Non abbiate paura”. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Il dolore che ci procura è necessario alla nostra trasformazione. E’ la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il “fuoco” è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime. Amen.

Publié dans:Inni, Papa Benedetto XVI |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »

buona notte e buona domenica

buona notte e buona domenica dans immagini buon...notte, giorno orchis_militaris_f1d

Orchis militaris

http://www.floralimages.co.uk/index_1.htm

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31