Gli scalatori, discepoli di « mistica verticale »

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus/0905je/0905je22.htm

Gli scalatori, discepoli di « mistica verticale »

di Alberto Laggia  

Dall’Olimpo al Sinai, dal colle del Golgota, al Machu Picchu: da sempre la montagna è luogo privilegiato del numinoso, ideale topografia ierofanica, in ogni religione e mitologia. Allo stesso tempo, da quando l’uomo ha iniziato ad ascendere le vette, l’esperienza della salita è diventata simbolo di « ascesi » mistica; non fa differenza se l’ascensione sia la verticale in solitaria invernale alla Bonatti o il modesto cocuzzolo del Mont Ventoux, immortalato dall’epistola del Petrarca a Dionigi da Borgo San Sepolcro.
Il muovere per un piano inclinato, a prescindere dal grado di pendenza, è un’esperienza che prima « estrania » da sé e poi, quasi d’incanto, « interiorizza ». Il cammino insolito e faticoso sull’Alpe costringe a riflettere sull’altro cammino sorprendente e impervio della nostra vita. Può diventare tormento, come la tormenta di neve lo è per l’alpinista, ma anche « avventura dello spirito », come l’impresa sportiva della conquista di una vetta. « Accade » comunque qualcosa, come se la gialla parete di Dolomia o i sentieri cristallizzati dello Hielo Continental patagonico fossero luoghi con un surplus di senso, dotati di una parola « silenziosa »; e dicessero qualcosa di noi che nessun altro luogo è capace di pronunciare. «La montagna è un maestro muto che produce discepoli taciturni», scriveva Wolfgang Goethe. Così colui che va per monti può imbattersi in continue metafore dell’esistenza. È quanto potentemente ha raccontato alla fine degli anni Trenta Renè Daumal col suo Monte Analogo, un « falso » romanzo d’avventure, purtroppo inconcluso, che è una vera e propria metafisica dell’alpinismo.
Il mettersi per via che ascende apre alla scoperta di noi stessi, e non solo, come ha narrato anche lo scrittore-scalatore Erri De Luca nel racconto Il pilastro di Rozes che sta in Il contrario di uno (2003), dove l’arrampicata diventa rivelazione sul destino dell’uomo alla relazione e l’inferno della solitudine: «Siamo due: in parete è molto più del doppio di uno (…). Ci guardiamo le facce gocciolose. Siamo quasi fuori, anche se non si vede la cima. Siamo due, il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente». È lo stesso fenomeno fisico della rarefazione dell’aria che sperimenta l’alpinista che ascende, spiega Davide Longo nell’introduzione dell’antologia Racconti di montagna (Einaudi), che induce a meditare sull’essenziale. Salendo tutto si rarefà: suoni, incontri, materia, tempo, ma lascia spazio, luce a ciò che il troppo pieno cela ai nostri occhi. Come se esistesse una particolarissima forma di conoscenza «verticale» – così l’ha definita il biblista Piero Rattin – capace di cogliere l’anima delle cose, più della conoscenza «orizzontale» della scienza.
Se è vero, per dirla ancora con Goethe, che «quando lo sguardo penetra nell’altitudine, si annuncia l’immane», l’ascesa rischia di toccare la vertigine e si trasforma in esperienza mistica, occasione di dialogo con l’Altro dei due, con Dio. E provoca preghiera, contemplazione, conversione. Riassume questa tensione, raccolta in tanta letteratura di montagna, un grandissimo dell’alpinismo come Kurt Diemberger, l’unico alpinista vivente ad aver salito due « ottomila inviolati ». Scrive lo scalatore austriaco nell’estate del 1957, dopo aver conquistato il Broad Peak (8047 metri), in una lettera all’amico Kurt Maix: «Sarebbe dunque questo il grande momento nella vita di un alpinista? Me l’ero raffigurato diverso. È vero il mondo è ai miei piedi… Di fronte a me si erge il K2; con la sua mole possente sovrasta la cima e me, minuscolo punto che vi è aggrappato sopra. Mi stupisco di tutto quanto mi circonda ed esiste e perfino del fatto che adesso devo andare via; il tempo è stato troppo breve. Mi inginocchio sulla cornice più alta: « Ti ringrazio, o Dio, di avermi concesso questo ». Mentre guardo in lontananza gli occhi mi si inumidiscono e le brune catene di montagne, così remote, si confondono davanti a me perdendo i contorni, non posso farci nulla».
Non c’è grande alpinista al mondo che non abbia fatto i conti, durante una scalata riuscita o dopo un fallimento, con le grandi questioni dell’esistenza come la morte e la presenza dell’Assoluto. Reinhold Messner che non ama usare il termine «Dio» e si professa scettico nei confronti di tutte le immagini della divinità, un giorno mi confessò: «Preferisco parlare di Aldilà. Immagino che ci sia una dimensione che è infinita della quale non abbiamo la minima idea. So solo che più conosciamo noi stessi e il nostro mondo, e più capiamo che l’Aldilà deve esistere. E se alla fine sono sopravvissuto in montagna contro ogni calcolo probabilistico e oltre le mie forze, devo creder che ci sia qualcosa che mi ha voluto tenere in vita». Non è un caso, allora, che l’ultima « impresa » dello scalatore altoatesino sia stata la realizzazione a Castel Firmiano, sopra Bolzano, del museo La montagna incantata sul sacro e le vette. Stesso punto di vista è quello di Abele Blanc, alpinista valdostano di fama internazionale, che ha al suo attivo ben 13 « ottomila »: «Quando sei in cima», dice, «la morte non sembra più qualcosa di doloroso, un distacco crudele; è così vicina che sembra, oserei dire, non violenta e quasi naturale. Per questo per me la morte non è una sconfitta ma un passaggio che attendo e che, sono convinto, mi aprirà verso la conoscenza di qualcosa di più ampio».
I temi tanto cari al cristianesimo dell’ » uscire » e del « salire » hanno a che fare quasi naturalmente con l’ascendere sul crinale dei monti e trovano un’indiretta conferma anche nella stessa storia dell’alpinismo. A svelare il contributo decisivo di religiosi e sacerdoti nella prima esplorazione e conquista di molte vette alpine, dal monte Rosa, alla Marmolada al Grossglockner, è il recente volume Tonache e piccozze dello storico Andrea Zannini (CDA & Vivalda). La ricerca rileva lo stretto rapporto tra clero e montagna ai primordi dell’alpinismo, raccontando le imprese di una sessantina di religiosi cattolici tra il 1770 e il 1890 che contribuirono a gettare le basi per la nuova disciplina. C’è, infatti, un visibilissimo « filo rosso » che lega questa storia e le innumerevoli iniziative pastorali finalizzate a far scoprire al pellegrino quanto sia cristiano il camminare insieme, « verso l’alto ».
L’ultima di queste è stata promossa da monsignor Giuseppe Andrich, vescovo di Belluno e Feltre, pochi mesi fa, in collaborazione con la Provincia di Belluno: si chiama « Il percorso delle Dolomiti » ed è un suggestivo tracciato ad anello suddiviso in 30 tappe che tocca in altavia alcuni tra i più straordinari scenari montani esistenti. Qui la montagna « incantata » e i segni della fede e dell’arte lasciati dall’uomo si fondono in un’armonia sublime, trasformando un trekking in un pellegrinaggio, un « cammino » appunto, come quello celeberrimo che porta al Santuario di Santiago de Compostela. «Facciamo tutti parte di una carovana in cammino», afferma il vescovo. «Qualcuno pensa di essere diretto verso l’ignoto, molti altri sentono di orientarsi verso il mistero di una « patria » che può farsi anche « via », nella contemplazione della bellezza e nella fatica. Come vescovo cresciuto nella cultura della montagna dolomitica, il mio cammino è con molti orientato verso questa patria e, insieme a tutti gli amici della carovana, sperimento la vita come un percorso difficile di montagna». Perché, come ha scritto un forte e saggio scalatore: «Volevo salire in alto per arrivare con lo sguardo in fondo alla mia anima».

Alberto Laggia

Publié dans : meditazioni |le 13 mai, 2011 |Pas de Commentaires »

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