Lo stupore e il respiro : La poesia come domanda, incontro, comunicazione

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Lo stupore e il respiro   

La poesia come domanda, incontro, comunicazione

Aveva ragione Vico: risalendo fino alle origini delle espressioni artistiche dell’uomo, ci accorgiamo che quelle poetiche sono molto più antiche. Se per la prosa dobbiamo attendere le « Confessioni » di Sant’Agostino, per la poesia ci avviciniamo alla nebulosa delle origini. 
A patto però di non pensare alla poesia come sistema metrico codificato, bensì ad un atteggiamento – ecco dove stanno le ragioni di Vico – di stupore e di ricerca del senso ultimo, del respiro di Dio.
Perché, come avevano intuito grandi « moderni » come William Blake, Paul Ricoeur e Northrop Frye, il linguaggio poetico è strettamente connesso a quello religioso.
C’è nella poesia l’abissale nostalgia della creazione, della comunione con il tutto, del fiato di Dio che è anche quello del poeta, perché la ricerca del ritmo metrico non è altro che il tentativo di tornare a respirare come all’origine del tutto, con l’universo: potrebbe essere questa la spiegazione del perché spesso la poesia torna alla natura.
Nel Medioevo molte testimonianze, quella di Ilario di Poitiers, cui è attribuita un’opera in esametri sulla vita di Cristo, o quella del « Dittochaeon » (illustrazione in quartine degli affreschi in una chiesa), ci dicono che la poesia non è solo un espediente per richiamare la memoria in un momento in cui era difficile accedere alla scrittura (è la tesi di Havelock), ma altro, un « altro » che è anche ricerca di altrove, come nel romantico « sehnsucht nach dem tode », struggente nostalgia di ciò che si nasconde dietro la morte. Basta leggere Baudelaire per capirlo. Dietro di lui non c’è il nulla, come alcuni hanno scritto, ma la ricerca disperata di un senso.
Basterebbe un altro nome, Thomas Stearns Eliot, per capire come la modernità poetica non sia altro che ripresa della ricerca di quel respiro originario. Guardiamo al tema delle ossa che riprendono vita: si parte da Ezechiele, si passa per Origene, Riccardo di san Vittore, Emilio Draconzio fino ad arrivare ad Eliot, che al colmo della nausea della « Terra desolata » (1922) riprende quel tema apparentemente disperato e che in realtà richiama la speranza della resurrezione e di una Vita Nuova.
Le visioni di morte della « Terra desolata » sembrano un proclama di resa al nulla, e sono in realtà il riposo prima della primavera: così a Phlebas il fenicio cui « una corrente sottomarina/ spolpò l’ossa in mormorii », risponde qualche anno più tardi, il « Mercoledì delle ceneri » (si guardi alla estrema pregnanza « penitenziale » del titolo) con il canto di rinascita: « Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti/ Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra,/ nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,/ dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite/ nella serenità del deserto ». Il deserto diviene sereno, perché la morte (« un pecchione che pungeva » l’aveva definita in quegli stessi anni Chesterton) non ha più senso nella prospettiva cristiana.
C’era stato però un inizio, un punto di svolta assoluto, dopo il quale la poesia non fu più se stessa: Dante, come tutti, nessuno escluso, hanno capito, da Eliot a Pound, da Claudel a Luzi, da Blake a Bonnefoy. L’Alighieri segna il confine più lontano raggiungibile dal verso umano, perché in lui i versi stessi non sono più figura retorica, ma senso, carne, dolore, umore e preghiera. Vita, insomma. Dopo di lui questa unità si è dissolta, lasciando intravedere, talvolta, bagliori di inquietante bellezza. Petrarca, il cantore di una sola donna, concretizzazione estrema della bella dama senza pietà provenzale, chiude il « Canzoniere » con l’implorazione di Grazia alla vera Signora, consapevole dell’errore di aver amato la creatura al posto del suo Creatore. E si prenda Leopardi, materialista ed ateo secondo molti, ma che altri hanno avvicinato alla concezione apofatica della divinità, secondo la quale non è possibile trovare attributi umani al Numinoso. Si pensi a Mario Luzi che, attraverso la guerra, il macello, la colpa, distilla un verso macerato e insieme sereno, memore del Fiorentino, in cui tutto sembra tornare ad unità: Dio e la donna, il Medioevo e l’oggi. E come non pensare a Wislawa Szymborska, in cui colloquialità, amore e bellezza di Dio costituiscono un tutt’uno? E per rimanere nell’universo femminile, come dimenticare il passaggio nella notte della follia per risalire -ancora una volta l’ombra di Dante!- a riveder le stelle di Margherita Guidacci e Alda Merini? E come ignorare la ricerca della bellezza divina nelle schegge di autentico fulgore di Cristina Campo, alias Vittoria Guerrini?
Se poi ci ricordiamo che in Italia i nomi della lirica contemporanea sono, dopo Ungaretti e il « caso » Rebora, grande poeta chiusosi in convento, molti e qualificati, da Giovanni Raboni a David Maria Turoldo e a Umberto Marvardi, da Davide Rondoni a Roberto Mussapi, e tantissimi altri, ci accorgiamo che la poesia è poesia, e basta, e non ha bisogno di aggettivi, perché è ricerca pura, vale a dire risalita del fiume verso la grande Origine.
 
Marco Testi
critico letterari

Publié dans : Approfondimenti |le 28 avril, 2011 |Pas de Commentaires »

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