Archive pour avril, 2011

Joh-20,19_Vision_Doubt_Apparition_Doute

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Publié dans:immagini sacre |on 30 avril, 2011 |Pas de commentaires »

OMELIA: SPERIMENTARE, AMARE, CREDERE L’INVISIBILE VEDERE… CHE COSA IMPORTANTE!

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/22329.html

Omelia (01-05-2011)

COMMENTO ALLE LETTURE
a cura di padre Alvise Bellinato

SPERIMENTARE, AMARE, CREDERE L’INVISIBILE VEDERE… CHE COSA IMPORTANTE!

« Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Lo dimostra il loro amore per i sensi, amati per se stessi, indipendentemente dall’utilità. E tra tutti preferiscono la vista, non solo in riferimento all’azione, ma anche senza intenzione pratica. Il motivo è che, mostrando la molteplicità delle differenze, la vista fa acquisire più degli altri sensi le conoscenze ».
Inizia con queste parole il libro più famoso di Aristotele, La metafisica, una pietra miliare nella storia del pensiero umano.
È difficile dargli torto… Immaginiamo che, per assurdo, un giorno ci venisse ordinato di dover rinunciare obbligatoriamente a uno dei cinque sensi. A quale di essi rinunceremmo meno a malincuore?
Credo che nessuno di noi rinuncerebbe alla vista. Tutti siamo ben convinti che la vista, come dice Aristotele, è il senso che fa acquisire più di tutti gli altri le conoscenze.
Prova di ciò ne sia il fatto che la parola « idea » deriva dal greco « vedere ».
Noi possiamo avere delle idee, cioè conoscere, proprio perché vediamo.
Nella nostra cultura occidentale vedere è molto importante, più importante dell’udire, ad esempio (nella Bibbia invece le cose stanno in modo un po’ diverso).
Soprattutto oggi, nella civiltà digitale, dell’immagine, della comunicazione visiva, del look…vedere è molto importante!
Il grosso problema è… che Dio non si vede…

GESÙ C’È… MA NON SI VEDE
La seconda Domenica di Pasqua è caratterizzata da una certa insistenza sull’interessante tema del vedere.
« Il Signore (invisibile) ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati » (prima lettura).
« Voi amate Gesù Cristo, pur senza averlo visto, e ora, senza vederlo, credete in lui » (seconda lettura).
« Perché mi hai veduto, tu hai creduto, Tommaso; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! » (Vangelo).
Le tre letture delineano un itinerario spirituale basato sull’invisibile. Propongono una visione non più umana, ma soprannaturale. É una nuova vedere, basato su un sesto senso (in noi poco sviluppato…): la fede.
1. Cristo risorto, anche se invisibile, agisce potentemente nella Chiesa.
2. Cristo risorto, anche se invisibile, può essere amato con tutte le forze.
3. Cristo risorto, anche se invisibile può essere oggetto di fiducia completa.

In sintesi, potremmo individuare tre orientamenti nelle letture odierne:
Sperimentare potentemente l’azione dell’Invisibile.
Amare con tutto il cuore l’Invisibile.
Confidare con tutte le forze nell’Invisibile.
Sono queste le tre coordinate che ci vengono proposte dalla Parola di Dio nell’Ottava di Pasqua, celebrando la vittoria gloriosa e potente di Cristo sulla morte e sul peccato.

SPERIMENTARE L’INVISIBILE
Gli Atti degli Apostoli ci descrivono con chiarezza la situazione della Chiesa primitiva: la presenza di Cristo era talmente forte che « prodigi e segni avvenivano per mezzo degli apostoli » nella comunità. Pur non essendo visibile con gli occhi, Gesù Risorto è presente con la sua potenza divina, a tal punto che « un senso di timore era presente in tutti ».
Non si vede Cristo, ma si vedono gli effetti concreti della sua potenza, attraverso le guarigioni e la potenza nell’esercizio dei carismi.
La presenza viva di Cristo, vivo e risorto, è sperimentata in modo così forte e personale, che i primi cristiani arrivano al punto di avere « ogni cosa in comune », di vendere proprietà e sostanze per dividerle con tutti.
Anche questo è un effetto concreto della potenza di Gesù: nasce la Chiesa, fondata sulla condivisione, la solidarietà, l’amore.
Si realizza qui quanto Gesù aveva promesso: « Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro » (Mt 18, 20).
La Chiesa vive oggi un momento particolare, in cui sente un grande bisogno di sperimentare la presenza viva del Risorto. Sono molti i cristiani che dicono di non sperimentare la presenza di Gesù in modo sentito nella loro vita.
Affinché la fede dei credenti non sia soltanto un elemento razionale, ma esperienziale, non solo una verità conosciuta, ma vissuta, non solo un’obbedienza dottrinale, ma un incontro personale, è necessario ascoltare ciò che gli Atti degli Apostoli ci dicono con chiarezza, oggi, sulla potenza dell’Invisibile.
La Parola di Dio ci dice che non possiamo fare una vera esperienza di Cristo da soli: abbiamo bisogno dei fratelli, di stare insieme.
L’esercizio più coraggioso dei carismi, sotto l’autorità della Chiesa (« prodigi e segni avvenivano per mezzo degli apostoli »), la vita in comune (« tutti i credenti stavano insieme »), la condivisione fraterna (« avevano ogni cosa in comune »), la solidarietà concreta verso i poveri (« dividevano le sostanze con tutti, secondo il bisogno di ciascuno »), sono tutti elementi che consentono ai cristiani di ritrovare l’ardore delle origini e fare esperienza di Cristo risorto, invisibile, ma potentemente al lavoro in mezzo al suo popolo.
La Chiesa, fino alla fine de tempi, avrà sempre bisogno della presenza di questi segnali profetici: segnali dell’Invisibile, che favoriscono nei fratelli l’esperienza di incontro personale.

AMARE L’INVISIBILE
S. Pietro, nella seconda lettura, ci ricorda che l’amore di Cristo, invisibile ma presente, è la forza segreta della Chiesa.
Solo l’amore consente di sopportare sofferenze e prove e di essere perseveranti fino alla fine.
La risurrezione di Cristo ha segnato l’inizio della nostra rigenerazione. Abbiamo ricevuto già la caparra della salvezza, ma l’eredità completa, la pienezza, « è conservata nei cieli per noi ».
Aspettando il giorno in cui il velo della fede si squarcerà e potremo vedere Cristo faccia a faccia, dobbiamo essere « per un po’ di tempo afflitti da varie prove », ma non dobbiamo scoraggiarci.
L’amore verso Cristo ci consente di resistere: quando Gesù Cristo si manifesterà (e potremo finalmente vederlo) non si dimenticherà della nostra perseveranza nella prova e ci ricompenserà.
La assenza di visione non significa tristezza, ma speranza.
Due volte viene ripetuto il concetto che, pur nelle prove e nella assenza della visione, « siamo ricolmi di gioia » e « esultiamo di gioia indicibile ».
Uno dei problemi più gravi della società attuale è la mancanza di gioia.
Si cerca di fare esperienza di tutto, di provare tutto, di fare tutte le esperienze. Ma la gioia sembra sempre un passo più avanti: sfugge ed è irraggiungibile. Nella ricerca della gioia palpabile e materiale, l’uomo si svuota spiritualmente.
L’amore è il segreto della gioia vera: quanto più saremo disposti ad amare Cristo (cioè ad osservare la sua Parola), tanto maggiore sarà la gioia.
Anche qui va sottolineata l’importanza profetica dei testimoni della gioia, cioè di tutti coloro che hanno saputo rendere testimonianza credibile all’Invisibile, attraverso una vita radicale di amore e dedizione a Cristo.

CREDERE L’INVISIBILE
« Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa » (Gv 14,26).
È molto bella l’immagine di Cristo che soffia sugli Apostoli lo Spirito Santo.
Giovedì scorso, nella Messa crismale, lo stesso gesto è stato compiuto dal Papa e dai Vescovi sull’olio profumato, affinché si trasformasse in Crisma di salvezza. Soffiare per comunicare lo Spirito: un gesto efficace.
E lo Spirito è chiamato con questo titolo strano: « Consolatore ».
Ma Consolatore di cosa?
Consolatore degli uomini che non possono vedere l’Amato, ma devono camminare nel chiaroscuro della fede. Lo Spirito ci consola nella nostra impossibilità di vedere Cristo, come l’hanno visto gli Apostoli.
Non potremmo resistere a lungo nell’aridità della pura fede. Non ce la faremmo a perseverare fino alla fine, mantenendo accesa la candela ricevuta al fonte. Abbiamo bisogno dello Spirito consolatore, soffio di Cristo che ravviva nei cuori dei cristiani la fede battesimale.
Il Vangelo di oggi ci dice che è possibile credere senza vedere. Ci dice qualcosa di ancora più forte: c’è una beatitudine nella fede senza visione.
La nostra fede è basata sulla parola e sugli atti compiuti da Gesù Cristo.
« Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome ».
Il Vangelo, che contiene le parole e gli atti di Gesù Cristo, è stato scritto perché crediamo e perché, credendo, abbiamo la vita.
C’è bisogno di un ritorno quotidiano e personale al Vangelo, che deve essere letto, meditato, assimilato.
« Il nostro Vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo » (1 Tess 1, 5).
L’invito forte del Risorto, oggi, a ciascuno di noi, è ad aprire il cuore e la mente alla sua Parola, perché la nostra fede in lui sia rinvigorita e possiamo, come Tommaso, esclamare con tutto il cuore, gridare « Mio Signore e mio Dio! ».
Preghiamo insieme perché la Chiesa possa vivere una nuova Pentecoste, segnata dall’esperienza personale di incontro con il Risorto, perché l’amore spinga i cristiani all’eroismo della sequela, perché la fede aumenti nel cuore dei credenti.

Il testo dell’Exultet

dal sito:

http://www.aquino.it/pasqua/exultet.htm

Il testo dell’Exultet

Il testo dell’Exultet che si legge ancora oggi nel corso della veglia pasquale discende da una redazione duecentesca fissata da papa Innocenzo III. A sua volta, questo si fonda su una tradizione più antica, rimasta pressoché invariata nel corso dei secoli. Soltanto nell’Italia meridionale l’Exultet ha conosciuto agli albori del suo utilizzo una diversa redazione, denominata « testo di Bari » o della Vetus Itala. Essa conteneva una formula variata nella prefazio che è stata successivamente normalizzata nel corso del XII secolo sulla base dell’ ordo romano . Soltanto nella parte finale il testo seguiva varianti di volta in volta diverse: esso si concludeva infatti con le commemorazioni liturgiche, cioè formule di intercessione per il clero, i fedeli, i papi, i sovrani e le autorità locali. Poiché nel corso degli anni si potevano avere serie diverse di reggenti, spettava al diacono ricordare o leggere il nome della autorità del momento, che di solito veniva appuntata sul rotolo mediante note mnemoniche. Queste ultime offrono oggi preziosi indizi per la datazione e la provenienza dei rotoli.

Esulti il coro egli angeli, esulti l’assemblea celeste:
un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto.

Gioisca la terra inondata da così grande splendore;
la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo.

Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore,
e questo tempio tutto risuoni
per le acclamazioni del popolo in festa.

[(E voi, fratelli carissimi,
qui radunati nella solare chiarezza di questa nuova luce,
invocate con me la misericordia di Dio onnipotente.
Egli che mi ha chiamato, senza alcun merito,
nel numero dei suoi ministri, irradi il suo mirabile fulgore,
perché sia piena e perfetta la lode di questo cero.)]

[Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.]

In alto i nostri cuori.
Sono rivolti al Signore.

Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio.
E’ cosa buona e giusta.

E’ veramente cosa buona e giusta
esprimere con il canto l’esultanza dello spirito,
e inneggiare al Dio invisibile, Padre onnipotente,
e al suo unico Figlio, Gesù Cristo nostro Signore.

Egli ha pagato per noi all’eterno Padre il debito di Adamo,
e con il sangue sparso per la nostra salvezza
ha cancellato la condanna della colpa antica.

Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello,
che con il suo sangue consacra le case dei fedeli.

Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri,
dalla schiavitù dell’Egitto,
e li hai fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso.

Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre del peccato
con lo splendore della colonna di fuoco.

Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo
dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo,
li consacra all’amore del Padre
e li unisce nella comunione dei santi.

Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte,
risorge vincitore dal sepolcro.

(Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti.)

O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà:
per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!

Davvero era necessario il peccato di Adamo,
che è stato distrutto con la morte del Cristo.
Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!

(O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere
il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi.

Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno,
e sarà fonte di luce per la mia delizia.)

Il santo mistero di questa notte sconfigge il male,
lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori,
la gioia agli afflitti.

(Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti,
promuove la concordia e la pace.)

O notte veramente gloriosa,
che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!

In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode,
che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri,
nella solenne liturgia del cero,
frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce.

(Riconosciamo nella colonna dell’Esodo
gli antichi presagi di questo lume pasquale
che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio.
Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore,
ma si accresce nel consumarsi della cera
che l’ape madre ha prodotto
per alimentare questa preziosa lampada.)

Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero,
offerto in onore del tuo nome
per illuminare l’oscurità di questa notte,
risplenda di luce che mai si spegne.

Salga a te come profumo soave,
si confonda con le stelle del cielo.
Lo trovi acceso la stella del mattino,
questa stella che non conosce tramonto:
Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen
 

Latino
Exultet iam angelica turba caelorum! Exultent divina mysteria, et pro tanti regis victoria tuba intonet salutaris. Gaudeat se tantis Tellus inradiata fulgoribus, et aeterni regis splendore lustrata, totius orbis se sentiat amisisse caliginem. Laetetur et Mater Ecclesia, tanti luminis adornata fulgore, et magnis populorum vocibus haec aula resultet. Quapropter adstantibus vobis, fratres carissimi, ad tam miram sancti huius luminis claritatem, una mecum, quaeso, Dei omnipotentis misericordiam invocate. Ut qui me, non meis meritis, intra levitarum numerum dignatus est adgregare, luminis sui gratia infundente, cerei huius laudem implere praecipitat. Per (..) Vere qui dignum et iustum est invisibilem Deum omnipotentem Patrem, Filiumque unigenitum Dominum nostrum Iesum Christum, toto cordis ac mentis adfectu at voci ministerio personare, qui pro nobis aeterno Patri Adae debitum solvit et veteris piaculi cautionem pio cruore detersit. Haec sunt enim festa paschalium, in quibus verus ille agnus occiditur eiusque sanguis postibus consecratur. Haec nox est in qua primum patres nostros, filios Israel, educens de Aegypto, Rubrum mare sicco vestigio transire fecisti. Haec igitur nox est, quae peccatorum tenebras columnae inluminatione purgavit. Haec nox est, quae hodie per universum mundum in Christo credentes, a vitiis saeculi segregatos et caligine peccatorum, reddit gratiae, sociat sanctitati. Haec nox est, in qua destructis vincolis mortis, Christus ab inferis victor ascendit. Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset. O mira circa nos tuae pietatis dignatio! O inaestimabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, filius tradidisti! O certe necessarium Adae peccatum, quod Christi morte deletum est! O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem! O beata nox, quae sola meruit scire tempus et horam in qua Christus ab inferis resurrexit. Haec nox est, de qua scriptum est: Et nox ut dies inluminabitur, et: Nox inluminatio mea in deliciis meis. Huius igitur sanctificatio noctis fugat scelera, culpas lavat et reddit innocentiam lapsis, maestis laetitiam; fugat odia, concordiam parat et curvat imperia. In huius igitur noctis gratia, suscipe, sancte Pater, incensi huius sacrificium vespertinum, quod tibi in hac cerei oblatione solemni, per ministrorum manus, de operibus apum, sacrosancta reddit Ecclesia. Sed iam columnae huius praeconia novimus, quam in honore Dei rutilans ingnis accendit. Qui licet divisus in partes, mutuati luminis detrimenta non novit: alitur liquantibus ceris quas in substantiam pretiosae huius lampadis apis mater eduxit. Apis ceteris, quae subiecta sunt homini animantibus antecellit. Cum sit minima corporis parvitate, ingentes animos angusto versat in pectore, viribus imbecilla sed fortis ingenio. Haec explorata temporum vice, cum canitiem pruinosa hiberna posuerint, et glaciale senium verni temporis moderata deterserint, statim prodeundi ad laborem cura succedit; dispersaque per agros, libratis paululum pinnibus, cruribus suspensis insidunt, prati ore legere flosculos; oneratis victualibus suis, ad castra remeant, ibique aliae inaestimabili arte cellulas tenaci glutino instruunt, aliae liquantia mella stipant, aliae vertunt flores in ceram, aliae ore natos fingunt, aliae collectis et foliis nectar includunt. O vere beata et mirabilis apis, cuius nec sexum masculi violant, foetus non quessant, nec filii destruunt castitatem; sicut sancta concepit virgo Maria, virgo peperit et virgo permansit. O vere beata nox, que expoliavit Aegyptos, ditavit Hebraeos; nox in qua terrenis caelestia iunguntur. Oramus te, Domine, ut cereus iste, in honore nominis tui consecratus, ad noctis huius caliginem destruendam indeficiens persevert. In odorem suavitatis acceptus, supernis luminaribus miseatur. Flammas eius Lucifer matutinus inveniat, ille inquam Lucifer qui nescit occasum; ille qui regressus ab inferis, humano generi sereno inluxit. Precamur ergo te, Domine (…)

Italiano
Esulti ormai l’angelica schiera dei cieli!
Esultino i ministri divini, e per la vittoria di sì gran re risuoni la tromba salvifica.
Gioisca la Terra irradiata da tanti fulgori e, illuminata dallo splendore del re eterno, senta di essersi liberata dalla tenebra in tutta la sua estensione.
Si rallegri anche la madre Chiesa, adornata dallo splendore di tanta luce, e quest’aula echeggi delle alte voci dei fedeli.
Perciò, o fratelli carissimi, essendo voi presenti a sì meravigliosa luce di questa santa fiamma, invocate insieme con me, vi prego, la misericordia di Dio onnipotente; affinché colui il quale, non per meriti miei, si degnò di pormi tra il numero dei leviti, travasandosi la grazia della sua luce, mi insegni a compiere la lode di questo cero.
Per (il nostro signore Gesù Cristo..) Perché è cosa veramente degna e giusta con tutto lo slancio del cuore e della mente e con l’ausilio della voce proclamare la gloria di Dio invisibile Padre onnipotente e del Figlio unigenito nostro Signore Gesù Cristo, il quale in nostra vece pagò all’Eterno Padre il debito di Adamo e col sangue innocente cancellò l’obbligazione contratta con l’antico peccato.
Sono queste, infatti, le feste pasquali, in cui è sacrificato il vero agnello e il suo sangue è destinato alle porte.
È questa la notte in cui, conducendo fuori dall’Egitto i nostri padri, figli d’Israele, li facesti passare attraverso il Mar Rosso a piedi asciutti.
È questa dunque la notte che ha rimosso le tenebre del peccato con la luce della colonna di fuoco. È questa la notte che i credenti in Cristo, allontanati dai vizi del mondo e dalle tenebre del peccato, oggi in tutto il mondo restituisce alla grazia, riunisce alla santità.
E questa la notte in cui, spezzate le catene della morte, Cristo risorge vittorioso dagli inferi.
A nulla avrebbe giovato a noi l’esser nati, se non ci fosse toccato il bene della redenzione. O meravigliosa condiscendenza della tua misericordia verso di noi!
O inestimabile amore di carità! Per redimere il servo consegnasti il figlio! O peccato di Adamo, certo necessario, che è stato cancellato con la morte di Cristo! O colpa felice, alla quale fu concesso di avere tale e tanto redentore!
O notte beata, alla quale sola fu concesso di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo risuscitò dalla morte!
È questa la notte di cui fu scritto: e la notte sarà illuminata come giorno, e ancora: la notte sarà la mia luce nella felicità.
E dunque la santificazione di questa notte fuga i delitti, lava le colpe e ridà l’innocenza ai traviati, letizia agli afflitti; dissipa gli odi, procura la concordia, piega le potenze.
Accetta dunque, padre Santo, in questa notte di grazia, il sacrificio vespertino di questa fiamma che la santa Chiesa per mano dei suoi ministri a te porge in questa solenne offerta del cero, frutto di operosità delle api.
Ma ormai conosciamo gli annunci di questa colonna che a onore di Dio la vivida fiamma accende. Fiamma che, sebbene spartita, non conosce diminuzione della luce distribuita: si alimenta delle molli cere che madre ape ha prodotto per formare la materia di questa preziosa lampada.
L’ape è superiore a tutti gli altri esseri viventi che sono soggetti all’uomo.
Pur molto piccola di corpo, rivolge tuttavia nell’angusto petto alti propositi; debole di forze ma forte d’ingegno.
Essa, dopo aver esplorato l’alternare delle stagioni, allorché il gelido inverno depose la canizie e poi il clima moderato della primavera spazzò via il torpore glaciale, subito sente la preoccupazione di uscire al lavoro; e le api sparse per i campi, librando leggermente le ali, si posano appena con le agili zampe per cogliere con la bocca i piccoli fiori del prato, cariche del loro vitto rientrano negli alveari e qui alcune con arte inestimabile costruiscono cellette con tenace glutine, altre stipano il fluido miele, altre tramutano in cera i fiori, altre danno forma ai loro piccoli lambendoli con la bocca, altre incamerano il nettare delle foglie raccolte. O ape veramente beata e mirabile, di cui i maschi non violano il sesso, né lo turbano i feti, né i figli distruggono la castità; così come, nella sua santità, Maria concepì vergine, partorì vergine e vergine rimase.
O notte veramente beata, che spogliò gli Egizi e arricchì gli ebrei, notte in cui le cose celesti si congiungono con le terrene, Preghiamo te, o Signore, affinché questo cero consacrato in onore del tuo nome persista senza venire meno per dissipare le tenebre. Possa l’astro del mattino trovare la sua fiamma (ancora accesa), quell’astro di Lucifero, dico, che non conosce tramonto, quell’astro che, ritornando dagl’Inferi suole spargere sereno la sua luce sul genere umano. Preghiamo dunque te, o Signore, (…)

Publié dans:liturgia |on 30 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Il silenzio per cogliere il mistero di Dio e riconoscerLo nei fratelli. L’ascolto della Parola per metterla il pratica.

dal sito:

http://www.giovanipace.org/index.php?option=com_content&task=view&id=2710

Dal silenzio all’ascolto   

domenica 14 febbraio 2010

Il silenzio per cogliere il mistero di Dio e riconoscerLo nei fratelli. L’ascolto della Parola per metterla il pratica.

di Madre Anna Maria Cànopi, osb
 
Viviamo nell’era della comunicazione: oggi si ritiene che la persona si possa realizzare nella misura in cui comunica nel “villaggio globale” che è diventato il mondo. In parte è vero, tuttavia se si privilegia soltanto questo aspetto si rischia di perdere un’altra dimensione della creatura umana non meno importante, anzi quella che fonda la stessa comunicazione: il silenzio. La parola, infatti, per essere significante deve maturarsi ed alimentarsi alla fonte interiore dell’essere, deve sgorgare da un cuore le cui radici affondano nel mistero divino, altrimenti essa scade in un vuoto cicaleccio, si banalizza in verbosità e cerca di imporsi con toni assordanti e persino con volgarità e insolenza.
I seguaci di Gesù sono infatti chiamati a realizzare e a custodire i genuini valori dell’uomo, perciò dove e quando essi sono calpestati, devono avere il coraggio di andare controcorrente e non scegliere la via più facile e larga. Amare e coltivare il silenzio significa fare spazio dentro di sé prima di tutto a Dio e poi ai fratelli. Solo quando ci si è liberati dalla brama di autoaffermarsi e di porre se stessi al centro dell’interesse è possibile mettersi in silenzio. L’uomo orgoglioso – e chi non lo è, poco o tanto? – non sa tacere, perché non vuole anteporre nessuno a se stesso. Di conseguenza non sa ascoltare, anzi, parla sempre di sé e a se stesso.
Solo la via dell’umiltà, della dimenticanza di sé fa pervenire alla terra promessa del silenzio dove il cuore si sprofonda in adorazione del mistero di Dio e diviene capace di riconoscerlo presente nel volto dei fratelli, delle sorelle, dei poveri, dei sofferenti, di ogni uomo. Questo itinerario di liberazione dalla tirannia del proprio io, del resto, non è altro che il cammino stesso di conversione a cui siamo ogni giorno chiamati e con particolare impegno nel tempo di grazia quaresimale.
Il vero silenzio non è tanto frutto di nostri sforzi ascetici, quanto piuttosto l’irraggiarsi di una Presenza. È Dio che ci parla e ci fa entrare in dialogo con Lui, perciò ci fa sentire l’esigenza di tacere per poter ascoltare.
L’iniziativa del dialogo con la persona umana parte infatti da Dio stesso; il dono è quindi, da parte del primo interlocutore, veramente incomparabile. Parlando all’uomo Dio gli si rivela come Amore e gli si dona senza misura. Per questo alla vera conoscenza di Dio non si giunge solo con l’intelligenza – per via di ragionamenti e riflessioni – ma con il cuore, mediante l’intuizione dell’amore che da Lui stesso si riceve. Per accogliere la parola del Signore bisogna dunque aprire l’orecchio del cuore.
Come stupirsi, allora, del fatto che si possa essere innamorati della Parola? Il salmista ne canta con accenti appassionati le qualità eccellenti: essa è verace, fedele, stabile, irrevocabile, meravigliosa, è scudo di protezione, nutrimento, dolcezza, fonte di vita, di luce, di gioia, di consolazione, di pace, di felicità perenne; in breve, essa ha tutti gli attributi di Colui che la proferisce (cf. Sal 118).
Guai a chi chiude l’orecchio del cuore a “Colui che parla” personalmente e in piena autorità! (cf. Eb 12,25).
Per il credente ascoltare è aderire con amore a Colui che parla e diventare sua dimora.
Questo stile di ascolto e di risposta è il contrassegno dei cristiani.
Se ascoltare una persona significa accoglierla, ascoltare il Signore significa credere in Lui e aderire incondizionatamente alla sua volontà.
Si tratta di un ascolto insieme passivo e attivo, tenendo desto il senso della fede, porgendo a Colui che parla l’orecchio del cuore tutto pervaso di riverente amore e con risoluta deliberazione ad acconsentire prontamente per diventare luogo in cui ogni sua parola si fa atto vitale. Quando la Parola di Dio trova un cuore così disponibile opera davvero meraviglie; crea continuamente cose nuove che già appartengono al Regno dei cieli.
Mentre forse sulle vie e nelle piazze della città fa strepito il Carnevale – clamore di paganesimo! – coloro che desiderano vivere veramente da cristiani devono sentire l’urgenza di iniziare la quaresima abbracciando innanzitutto questa pratica ascetica: il silenzio per l’umile e intenso ascolto dell’unica Parola carica di verità e di vita, di amore e di gioia.

Madre Anna Maria Cànopi, osb
Abbazia benedettina « Mater Ecclesiae »
Isola San Giulio (Novara)
da NP febbraio 1996
 

Publié dans:meditazioni |on 30 avril, 2011 |Pas de commentaires »

-Luk-24,13_Emmaus_on_the_way_en_route

-Luk-24,13_Emmaus_on_the_way_en_route dans immagini sacre 16%20A%20LES%20PELERINS%20D%20EMMAUS%20PARIS%20LOU

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Le ultime ore di Giovanni Paolo II raccontate dal suo Segretario

dal sito:

http://www.zenit.org/article-10846?l=italian

Le ultime ore di Giovanni Paolo II raccontate dal suo Segretario

ROMA, giovedì, 25 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo alcuni estratti del volume “Una vita con Karol”, la straordinaria testimonianza del Cardinale Stanislaw Dziwisz, l’uomo che per vari decenni è stato l’ombra di Wojtyla.
Pubblicato dalla Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana, il volume di memorie dell’attuale Arcivescovo di Cracovia, è una lunga conversazione col giornalista Gian Franco Svidercoschi.
I passaggi sono estratti dal capitolo 35, “Lasciatemi andare dal Signore”.

* * *

2005. Karol Wojtyla è giunto alla fine del suo viaggio terreno. Così don Stanislao racconta il congedo finale.

( … ) Erano le 21,37. Ci eravamo accorti che il Santo Padre aveva smesso di respirare. Ma solo in quel preciso momento «vedemmo» sul monitor che il suo grande cuore, dopo aver continuato a battere per qualche istante, si era fermato. Il dottor Buzzonetti si chinò su di lui e alzando appena lo sguardo mormorò: «È passato alla casa del Signore». Qualcuno intanto aveva bloccato le lancette dell’orologio su quell’ ora. E noi, come se lo avessimo deciso tutti insieme, ci mettemmo a cantare il Te Deum. Non il Requiem, perché non era un lutto, ma il Te Deum, come ringraziamento a Dio per il dono che ci aveva dato, il dono della persona del Santo Padre, di Karol Wojtyla.
Piangevamo. Come si faceva a non piangere! Erano, insieme, lacrime di dolore e di gioia. E fu allora che si accesero tutte le luci della casa … Poi, non ricordo più. Era come se fosse calato improvvisamente il buio. Il buio sopra di me, dentro di me. Sapevo bene quello che era successo, ma era come se, dopo, non riuscissi ad accettarlo. O non riuscissi a capirlo. Mi mettevo nelle mani del Signore, ma quando pensavo di avere il cuore sereno ripiombava il buio … Finché è arrivato il momento del congedo. C’era tutta quella gente. Tutte quelle persone importanti venute da lontano. Ma, soprattutto, c’era il suo popolo. C’erano i suoi giovani. C’erano quelle scritte, così significative e così impazienti. In piazza San Pietro c’era una grande luce. E adesso era tornata anche dentro di me.
Concludendo l’omelia, il cardinale Ratzinger ha fatto quell’ accenno alla finestra, e ha detto che lui stava sicuramente là, a vederci, a benedirci. Anch’io mi sono voltato, non ho potuto fare a meno di voltarmi, ma non ce l ‘ho fatta a guardare in su. Alla fine, quando sono arrivati sul sagrato, i sediari che portavano la bara l’hanno lentamente girata. Come per permettergli l’ultimo sguardo verso la sua piazza. Il congedo definitivo dagli uomini, dal mondo.
Ma anche da me? No, da me no. In quel momento, non ho pensato a me. L’ho vissuto insieme con tutti gli altri. E tutti erano scossi, turbati. Ma per me è stata una cosa che non potrò mai dimenticare. Intanto, il corteo stava entrando in basilica, dovevano portare la bara giù nella tomba.
E allora, proprio allora, mi è venuto di pensare … L’ho accompagnato per quasi quarant’anni, prima dodici a Cracovia, poi ventisette a Roma. Sono stato sempre con lui, accanto a lui. Ora, nel momento della morte, lui è andato da solo. L’ho sempre accompagnato, ma da qui è andato da solo. E questo fatto, di non averlo potuto accompagnare, mi ha colpito tanto. Sì, certo, lui non ci ha lasciati. Sentiamo la sua presenza, e anche le tante grazie ottenute tramite lui. E poi, io l ‘ho accompagnato fino a questo punto della Chiesa. Ma, da qui, è andato da solo. E ora? Dall’altra parte, chi lo accompagna?

[Pagg. 223-225]

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 29 avril, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA RISURREZIONE DI CRISTO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26474?l=italian

BENEDETTO XVI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA RISURREZIONE DI CRISTO

Meditazione durante l’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 29 aprile 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo della meditazione che Benedetto XVI ha offerto questo mercoledì durante l’Udienza generale in Piazza San Pietro, dedicata al significato della risurrezione di Cristo.
* * *

Cari fratelli e sorelle,
in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).
Come possiamo allora far diventare « vita » la Pasqua? Come può assumere una « forma » pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.
Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l’Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del « cielo » sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L’Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l’Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo.
Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (…). Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall’invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un’altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.
E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell’uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c’è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.
La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana.
Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in « modo pasquale » e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 29 avril, 2011 |Pas de commentaires »

PORTRAITS OF PAUL

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http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.html

Publié dans:immagini sacre |on 28 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Lo stupore e il respiro : La poesia come domanda, incontro, comunicazione

dal sito:

http://www.cci.progettoculturale.it/questionedio/progetto_culturale_/iniziative_a_cura_del_progetto_culturale/00008376_Lo_stupore_e_il_respiro_.html

Lo stupore e il respiro   

La poesia come domanda, incontro, comunicazione

Aveva ragione Vico: risalendo fino alle origini delle espressioni artistiche dell’uomo, ci accorgiamo che quelle poetiche sono molto più antiche. Se per la prosa dobbiamo attendere le « Confessioni » di Sant’Agostino, per la poesia ci avviciniamo alla nebulosa delle origini. 
A patto però di non pensare alla poesia come sistema metrico codificato, bensì ad un atteggiamento – ecco dove stanno le ragioni di Vico – di stupore e di ricerca del senso ultimo, del respiro di Dio.
Perché, come avevano intuito grandi « moderni » come William Blake, Paul Ricoeur e Northrop Frye, il linguaggio poetico è strettamente connesso a quello religioso.
C’è nella poesia l’abissale nostalgia della creazione, della comunione con il tutto, del fiato di Dio che è anche quello del poeta, perché la ricerca del ritmo metrico non è altro che il tentativo di tornare a respirare come all’origine del tutto, con l’universo: potrebbe essere questa la spiegazione del perché spesso la poesia torna alla natura.
Nel Medioevo molte testimonianze, quella di Ilario di Poitiers, cui è attribuita un’opera in esametri sulla vita di Cristo, o quella del « Dittochaeon » (illustrazione in quartine degli affreschi in una chiesa), ci dicono che la poesia non è solo un espediente per richiamare la memoria in un momento in cui era difficile accedere alla scrittura (è la tesi di Havelock), ma altro, un « altro » che è anche ricerca di altrove, come nel romantico « sehnsucht nach dem tode », struggente nostalgia di ciò che si nasconde dietro la morte. Basta leggere Baudelaire per capirlo. Dietro di lui non c’è il nulla, come alcuni hanno scritto, ma la ricerca disperata di un senso.
Basterebbe un altro nome, Thomas Stearns Eliot, per capire come la modernità poetica non sia altro che ripresa della ricerca di quel respiro originario. Guardiamo al tema delle ossa che riprendono vita: si parte da Ezechiele, si passa per Origene, Riccardo di san Vittore, Emilio Draconzio fino ad arrivare ad Eliot, che al colmo della nausea della « Terra desolata » (1922) riprende quel tema apparentemente disperato e che in realtà richiama la speranza della resurrezione e di una Vita Nuova.
Le visioni di morte della « Terra desolata » sembrano un proclama di resa al nulla, e sono in realtà il riposo prima della primavera: così a Phlebas il fenicio cui « una corrente sottomarina/ spolpò l’ossa in mormorii », risponde qualche anno più tardi, il « Mercoledì delle ceneri » (si guardi alla estrema pregnanza « penitenziale » del titolo) con il canto di rinascita: « Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti/ Noi siamo liete d’essere disperse, poco bene facemmo l’una all’altra,/ nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,/ dimenticando noi stesse e l’un l’altra, unite/ nella serenità del deserto ». Il deserto diviene sereno, perché la morte (« un pecchione che pungeva » l’aveva definita in quegli stessi anni Chesterton) non ha più senso nella prospettiva cristiana.
C’era stato però un inizio, un punto di svolta assoluto, dopo il quale la poesia non fu più se stessa: Dante, come tutti, nessuno escluso, hanno capito, da Eliot a Pound, da Claudel a Luzi, da Blake a Bonnefoy. L’Alighieri segna il confine più lontano raggiungibile dal verso umano, perché in lui i versi stessi non sono più figura retorica, ma senso, carne, dolore, umore e preghiera. Vita, insomma. Dopo di lui questa unità si è dissolta, lasciando intravedere, talvolta, bagliori di inquietante bellezza. Petrarca, il cantore di una sola donna, concretizzazione estrema della bella dama senza pietà provenzale, chiude il « Canzoniere » con l’implorazione di Grazia alla vera Signora, consapevole dell’errore di aver amato la creatura al posto del suo Creatore. E si prenda Leopardi, materialista ed ateo secondo molti, ma che altri hanno avvicinato alla concezione apofatica della divinità, secondo la quale non è possibile trovare attributi umani al Numinoso. Si pensi a Mario Luzi che, attraverso la guerra, il macello, la colpa, distilla un verso macerato e insieme sereno, memore del Fiorentino, in cui tutto sembra tornare ad unità: Dio e la donna, il Medioevo e l’oggi. E come non pensare a Wislawa Szymborska, in cui colloquialità, amore e bellezza di Dio costituiscono un tutt’uno? E per rimanere nell’universo femminile, come dimenticare il passaggio nella notte della follia per risalire -ancora una volta l’ombra di Dante!- a riveder le stelle di Margherita Guidacci e Alda Merini? E come ignorare la ricerca della bellezza divina nelle schegge di autentico fulgore di Cristina Campo, alias Vittoria Guerrini?
Se poi ci ricordiamo che in Italia i nomi della lirica contemporanea sono, dopo Ungaretti e il « caso » Rebora, grande poeta chiusosi in convento, molti e qualificati, da Giovanni Raboni a David Maria Turoldo e a Umberto Marvardi, da Davide Rondoni a Roberto Mussapi, e tantissimi altri, ci accorgiamo che la poesia è poesia, e basta, e non ha bisogno di aggettivi, perché è ricerca pura, vale a dire risalita del fiume verso la grande Origine.
 
Marco Testi
critico letterari

Publié dans:Approfondimenti |on 28 avril, 2011 |Pas de commentaires »

LA PAROLA DI DIO NELLA CHIESA : LA RIVERLAZIONE

dal sito:

http://www.dimanet.it/html/bibbia/LaBibbia.htm

LA PAROLA DI DIO NELLA CHIESA

Dalla Costituzione dogmatica
del Concilio Ecumenico Vaticano II
sulla divina rivelazione
 
La rivelazione
 
Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di Sé, e inoltre, volendo aprire la via della soprannaturale salvezza, fin dal principio manifestò Se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta con la promessa della redenzione, li risollevò nella speranza della salvezza ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cfr. Rm 2,1-7).
A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran Popolo, che dopo i Patriarchi ammaestrò per mezzo di Mose e dei Profeti affinché lo conoscessero come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice e stessero in attesa del Salvatore promesso, preparando in  tal modo lungo i secoli la via al Vangelo. Dopo aver Iddio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei Profeti, “alla fine nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”(Eb 1, l-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio(cfr. Gv1,1-18).
Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini «parla le parole di Dio»  (Gv 3, 34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5, 36; 17, 4). Perciò Egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr Gv 14, 9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione  di Sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’ invio dello Spirito Santo compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna.
L’economia cristiana, dunque, in quanto e alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcuna altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6, Tt 2, 13). La Sacra Tradizione . e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti.
Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Intatti, la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la Sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino la espongano e la diffondano; accade così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e riverenza.
La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa, e nell’adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. At 2, 42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, concordino i Presuli e i fedeli.
L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero però non è superiore alla parola di Dio ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, m quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, saggiamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.
È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.
 
L’ispirazione divina e 1′interpretazione della Sacra Scrittura
Le verità divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3, 16; 2 Pt 1, 19-21; 3, 15-16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa.
Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli in essi e per loro mezzo», scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere.
Pertanto “ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato a ogni opera buona” (2 Tm 3, lb-1/ gr.). Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana », l’interprete della Sacra Scrittura, per capir bene ciò che Egli ha voluto comunicarci deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi in realtà abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto tra l’altro, anche dei generi letterari.
La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici, o profetici, o poetici, o con altri modi di dire. È necessario dunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo intese di esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso.
Per comprendere infatti nel loro giusto valore ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originari modi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che allora erano generalmente in uso in rapporti umani.
Però, dovendo la Sacra Scrittura esser letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e alla unità di tuta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede.
È compito degli esegeti contribuire secondo queste norme alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura fornendo i dati previi, dai quali si maturi il giudizio della Chiesa. Quanto infatti, e stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio.
Nella Sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la Santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza dell’eterna Sapienza « affinché possiamo apprendere l’ineffabile benignità di Dio e quanto Egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia contemperato il suo parlare ». Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto le debolezze della umana natura, si fece simile all’uomo.
 

Publié dans:Concilio Vaticano II |on 28 avril, 2011 |Pas de commentaires »
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