Archive pour mars, 2011

buona notte

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http://www.siguiendosuspisadas.com.ar/tapices2.htm

Omelia per il 1 aprile 2011: Qual è il primo di tutti i comandamenti?

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17547.html

Omelia (12-03-2010)

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
« Qual è il primo di tutti i comandamenti? ».

Come vivere questa Parola?
Il Vangelo di oggi descrive l’incontro di Gesù con uno scriba sincero: ascoltando Gesù, vuole conoscere di più. La sua domanda manifesta il desiderio di capire quale comandamento è essenziale fra la confusione di tante leggi e prescrizione della Legge di Mosè.
Come risposta Gesù cita lo Shema Israele: « Ascolta Israele » in Deuteronomio 6,4ss. Il Dio di Mosè, il Dio di Gesù, è l’unico Dio; Colui che per amore, ci ha creati, salvati, accolti come figli suoi in Gesù Cristo. Siamo creati dall’amore, in amore e ‘per amare’.
La vita terrena è un dono per darci la possibilità di crescere nell’amore di Dio e dei fratelli per unirci a lui liberamente. Uno diventa ciò che ama. Dio è diventato uomo per amore nostro e per farci come lui. L’amore nostro per Dio e per il prossimo è via alla divinizzazione.
Lo scriba è pienamente d’accordo con le parole di Gesù: Amare Dio con tutto se stesso e il prossimo come se stesso « è meglio di tutti gli olocausti e i sacrifici ».
Infatti, tutta la realtà umana trova senso e espressione in questo amore autentico. Gesù, vedendo che lo scriba risponde saggiamente, gli dice: « Non sei lontano dal Regno di Dio ». Un augurio che lo scriba continui la sua ricerca di verità per scoprire fino in fondo l’amore personale del Padre che si manifesta a lui nel Figlio suo, Gesù.
Nella mia pausa contemplativa oggi, cerco di continuare il dialogo con Gesù, sull’essenzialità del comandamento di Amore verso Dio e verso i fratelli e le sorelle.
Signore Gesù, non voglio vivere la vita solo in superficie. Insegnami che cosa è l’amore e come esprimerlo nell’impegno concreto di ogni giorno per Dio e per il prossimo.

La voce di una patrona dell’Italia
O mio Signore, è la tua carità che ti mosse a creare l’uomo a tua immagine e somiglianza …La ragione è l’amore inestimabile col quale in te stesso hai guardato la tua creatura e te ne sei innamorato; e perciò l’hai creato per amore, per amore le hai dato l’essere affinché essa potesse gustare il Bene sommo ed eterno che tu sei.
Santa Caterina da Siena

Holy Mary

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Publié dans:immagini sacre |on 31 mars, 2011 |Pas de commentaires »

L’adulterio spirituale

dal sito:

http://www.rocciadibelpasso.it/adulterio.htm

L’adulterio spirituale

Questa meditazione ha lo scopo di farci riflettere col cuore e con l’intelligenza, su una problematica che emerge nel contesto della vita cristiana e di quella sacerdotale e religiosa. Ci aiuteranno la Parola di Dio e dei santi Padri. La meditazione si prefigge di farci fare un itinerario spirituale di conversione, di aiutarci a penetrare sempre di più il mistero di Dio rivelato in Cristo per mezzo dello Spirito Santo.
Apriamo dunque le porte del cuore all’ospite divino e invochiamo il Padre che nel nome di Gesù ci conceda il dono dello Spirito Santo. Lo spunto per la meditazione lo ricaviamo dal vangelo di Giovanni 8, 1-11.
La scena che Giovanni, o chi per lui, ci presenta è quella di un giudizio in cui si sarebbe pronunciata una sentenza di morte irrevocabile. La legge prescriveva questo e ciò si doveva fare (Lv 20,10; Dt 22,22-24).
Da una parte abbiamo il giudice, dall’altra la donna e i suoi accusatori. La donna sa che non ha giustificazioni da addurre. L’unica speranza che le rimane è Gesù.
E Gesù propone una soluzione prima della sua sentenza: « Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei » e annota l’evangelista, « se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi ». Segue quindi la sentenza del Signore: « Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più ».
Cosa lo Spirito Santo ci vuole insegnare con questa pericope ?
Io credo diverse cose, alcune ve le dirò io altre ve le suggerirà Lui.
La prima cosa è questa: dinanzi a Gesù siamo tutti in una situazione di adulterio, devo dire, purtroppo, dai più anziani ai più giovani, come ci dice il vangelo più su.
Tutti siamo adulteri in quanto non abbiamo rispettato il patto d’alleanza con Dio.
L’adulterio è il preferire l’idolo al Dio vivente, così come si preferisce la sensualità dell’estraneo all’amore del coniuge.
Cosa è dunque la conversione? E’ l’irruzione dell’amore nella nostra vita; è il sentirci amati e perdonati, al di là di ogni nostra aspettativa e di ogni nostro merito; è il corrispondere all’amore coll’amore. La vita spirituale inizia con una risposta di amore all’amore di Dio: « va’, cioè, agisci, opera, vivi senza peccare, ma amando ».
« Chi è il peccatore? » chiesero un giorno a S. Bernardetta, e lei diede una risposta sbalorditiva per la sua età e per la sua formazione: « Il peccatore, è colui che ama il peccato », ama, non fà il peccato.
C’è una grossa differenza infatti tra l’amore al peccato e la caduta nel peccato.
Mi chiederete che significato ha questo discorso con la vita cristiana, la vita consacrata col Battesimo. Ha un significato fondamentale. Cosa è infatti la vita cristiana se non il praticare il comandamento dell’amore?
« Il primo e il più grande comandamento è amare Dio e il secondo è simile a questo: amare il prossimo » (cfr Mt 22,37). Il prossimo non è l’africano, ma colui che ci sta al fianco, e, qualche volta, come una spina.
Il prossimo è il sacramento di Dio, la sua manifestazione, per cui « è un bugiardo chi afferma di amare Dio e poi odia suo fratello », afferma Giovanni (cfr 1Gv 4,20).
Dinanzi a Gesù che giustifica, il nostro atteggiamento deve essere quello dell’adultera che non ha altra speranza se non la misericordia. Dinanzi a Gesù che salva gratuitamente, il nostro atteggiamento non può essere quello del fariseo, ma del pubblicano. Dinanzi ai nostri tradimenti, ai nostri fallimenti dobbiamo riconoscere che non abbiamo amato, che non abbiamo risposto coll’amore, all’amore di Dio.
La vita cristiana è proprio questo agire non per meritare l’amore ma per ringraziare Dio per l’amore.
La nostra vita deve essere una risposta di amore all’amore di Dio.
E questo lo possiamo fare non evadendo dalla comunità, ma nella comunità, alcune volte fino al martirio, anche se devo riconoscere che una vita in comune (come quella dei religiosi), senza amore non è vita, è morte, perché « chi non ama rimane nella morte » (1Gv 3,14).
Mi ha sempre colpito l’ultima parte della vita di S. Giovanni della Croce; la persecuzione che ha subito dal suo priore perché, quando questi era ancor giovane, Giovanni, che allora era suo superiore, lo rimproverò.
S.Giovanni ha accettato tutto con amore per rispondere all’amore crocifisso del nostro Dio.
Ha accettato, conformandosi così a Cristo che, crocifisso, perdona. Se non testimoniamo l’amore di Dio nella vita comune, nel ministero apostolico, fra i giovani, nel ministero della riconciliazione, ecc., la nostra religione è vana (Gc 1,26). S. Giacomo dice questo a proposito della lingua, ma tutti i danni della vita comune non vengono a causa della lingua che non la si sa, o non la si vuol frenare?
Non è mai troppo tardi per iniziare da capo, l’importante è avere il cuore aperto e disponibile al perdono, perché, perdonati, perdoniamo a nostra volta. Perché, perdonati, ringraziamo Dio col vivere rispettando i suoi comandamenti, solo allora osservare i comandamenti non sarà più un obbligo ma un’esigenza di amore.
Cos’è dunque la vita cristiana se non la risposta all’amore di Dio che chiama? E chiama non per sadismo ma perché l’individuo accetti il piano di Dio per la propria e l’altrui santificazione.
Nella regola del Mastro si legge a proposito dell’accoglienza del novizio nel monastero per la professione: « Dirà l’abate: « Vuoi tu fare la promessa? » e il novizio risponderà: « E’ Dio che lo vuole per primo, quindi anch’io (hoc primo Deo, sic et mihi) » (RM 89).
Se i coniugi contassero sul loro volersi bene, se chi si impegna nel celibato contasse sulla sua decisione, sulla propria scelta, sulla comunità che umanamente lo ha accolto bene e con la quale durante la probazione è vissuto in pace e con spirito d’amore, saremmo ancora in uno spazio di peccato. Significa che i sentimenti dell’adultera pentita non sono ancora i nostri.
Le nostre volontà sono mutevoli, i nostri cuori sono incostanti, i nostri caratteri sono instabili, dunque se qualcuno pone come fondamento dell’offerta di tutta la sua vita la volontà umana, il fallimento è assicurato. E per fallimento intendo non solo l’abbandono dello stato di santità battesimale o sacerdotale, ma una vita senza amore, in un adulterio continuo.
Non dobbiamo dunque dimenticare quello che abbiamo detto sopra: a noi non va imputato proprio nulla di quello che riesce bene, mentre tutto, veramente tutto dipende dall’apertura allo Spirito Santo che agisce in noi ed è l’amore del Padre amante verso il suo figlio amato.
E` quanto ci invita a fare S. Benedetto: « Attribuire a Dio e non a se stesso il bene che si crede di avere » (RB 4.42). Tutt’al più possiamo dire con S. Paolo: « La grazia di Dio in me non è stata vana » (15,10), cioè non ho vanificato, reso inutile, la grazia che Dio mi ha concesso convertendomi e istruendomi in Cristo.
E` inevitabile che a un certo punto della vita cristiana sopraggiunga il momento della tentazione, anzi normalmente questa si fa più forte proprio dopo la presa di coscienza della vocazione alla santità data da Dio col battesimo.
In quell’ora di prova la chiarezza razionale non serve più, la volontà umana da forte diventa debole e impotente, l’entusiasmo delle forze viene meno.
I padri del deserto hanno sempre insistito sulla difficoltà di garantire continuità e sviluppo positivo all’entusiasmo iniziale: alcuni si fermano alle prime difficoltà, altri seguono i propri progetti e non quello di Dio, altri finiscono per indurirsi, per inacidirsi, per ripiegarsi su di sé; solo, pochi pervengono a essere quello che il Signore vuole che siano: dei capolavori di cristiani e di uomini che possono esclamare con Maria: « Il Signore ha fatto in me grandi cose! »(Lc 1,49).
La vita cristiana non è una struttura che garantisca di per sé la buona riuscita, è un cammino nel deserto: in essa si deve procedere nella carovana del popolo di Dio, ciascuno con il proprio peso, per poter giungere tutti insieme alla meta.
Nel deserto è facile cadere, essere preda di epidemie, perdere di vista il punto di arrivo, essere abbagliati da un miraggio, venir meno prima di arrivare al luogo desiderato. A un certo punto sopraggiunge lo scoramento, l’ora in cui non si sa più come e perché andare avanti: questo sbandamento, questa oscurità viene per tutti, anche per chi sembra possedere particolari carismi ed essere stato privilegiato dal Signore con doni e protezioni particolari.
Neppure i più grandi profeti come Elia (1Re 19,34) e Geremia (1,10; 15,10; 20,14 ecc.), furono esentati da momenti di oscurità, anche per loro vennero i giorni in cui si sentirono incapaci di profetizzare, giorni in cui contestarono con forza la loro vocazione, « giorni di adulterio »; per questo è assolutamente necessario che l’offerta della propria vita, le promesse battesimali, o i voti religiosi, avvengano unicamente in risposta a Dio, in conseguenza del suo amore che ci ha chiamato per primo e che sempre è disposto a dirci la sua parola: « Non ti condanno, va’ e non peccare più ».

Archimandrita Marco (Don Vincenzo)

Publié dans:meditazioni |on 31 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Ottant’anni fa l’abate di San Paolo fuori le Mura Ildefonso Schuster diventava arcivescovo di Milano: Lasciò un giardino fiorito per andare a fare un «mestieraccio» (di Inos Biffi)

forse ho già messo questo articolo, non riesco a ricostruire, dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/206q04a1.html

(L’Osservatore Romano 7-8 settembre 2009) 

Ottant’anni fa l’abate di San Paolo fuori le Mura Ildefonso Schuster diventava arcivescovo di Milano: Lasciò un giardino fiorito per andare a fare un «mestieraccio»

di Inos Biffi

L’8 settembre 1929 – esattamente ottant’anni fa – nella festa della Natività di Maria, patrona del Duomo, faceva il suo ingresso a Milano come arcivescovo, l’abate di San Paolo fuori le Mura, Ildefonso Schuster.
La sua figura non era sconosciuta alla Chiesa ambrosiana che, dal 1926 al 1928, lo aveva visto operare, in una missione non facile, come visitatore apostolico dei seminari, quando anche si trattò di progettare e di iniziare la costruzione del nuovo seminario, fuori dalla città, sulla collina boscosa di Venegono Inferiore. Fu una scelta sapiente, per la preparazione nel silenzio e nello studio di quei preti ambrosiani che, una volta scesi nelle popolose parrocchie e nei polverosi oratori, sarebbero stati educatori illuminati e zelanti pastori d’anime. Ecco perché una sua alienazione aprirebbe una ferita profonda nella memoria e nell’identità della Chiesa ambrosiana.
Specialmente il clero era stato impressionato da quel monaco raccolto, rapido, dal profilo gentile. Ne aveva, in particolare, apprezzato la cultura liturgica – egli era il celebre autore dei diversi volumi del Liber Sacramentorum:  un commento al messale romano che ancora oggi si può rimeditare e gustare – tanto il monaco di San Paolo aveva saputo cogliere e illustrare l’anima della preghiera cristiana e lo spirito delle sue vetuste formule, che egli conosceva e spiegava ai seminaristi in modo eccellente. Certo, lo stile, distinto e rispettoso, era accompagnato da una lucida e ferma determinazione, che, d’altronde, rifletteva la risolutezza perentoria di Chi lo aveva mandato e del quale, non senza una prudente mediazione, traduceva le decisioni, ossia di Pio XI, che, dopo essere stato per qualche mese sulla cattedra di sant’Ambrogio, continuava tranquillamente ancora a governarla.
L’invio di Schuster alla sede di Milano era ovviamente dovuto a lui, che lo aveva nominato a quella Chiesa il 26 giugno del 1929, gli aveva imposto il cappello cardinalizio il 18 luglio e lo aveva ordinato vescovo il 21 luglio.
È difficile conoscere per quali ragioni Pio XI, che non si incantava facilmente ed era un lucido conoscitore di uomini, abbia inviato come arcivescovo sulla cattedra di sant’Ambrogio l’abate di San Paolo, che non appariva e, di fatto, non era un uomo di governo. A Roma presiedeva un gruppo di monaci, a Milano avrebbe trovato molte centinaia di presbiteri; la sua diocesi nel Lazio si riduceva a qualche piccola parrocchia, quella ambrosiana era sconfinata. Alla sua nomina, mordacemente, il cardinale vicario Pompili aveva osservato:  « Ma come potrà reggere l’arcidiocesi lombarda, quando non riesce a governare il pollaio di San Paolo? ». Di fatto non pochi anche a Milano rimasero perplessi.
Sarebbe interessante – e ora è possibile con l’accesso agli archivi vaticani del tempo – conoscere le valutazioni di Pio XI sulle varie iniziative pubbliche o « politiche » di Schuster. Forse non tutte le scelte dell’arcivescovo di Milano, che mostrava autonomia di giudizio e tempestività di decisioni, facilitate dal suo temperamento impulsivo e ostinato, erano condivise dal Papa, col quale era in frequente contatto. D’altronde, non mancavano vescovi intelligenti, suoi suffraganei, come quello di Bergamo, Adriano Bernareggi, o di Cremona, Giovanni Cazzani, o autorevoli sacerdoti milanesi e laici riflessivi, che, di là dalla buona fede del cardinale, giudicavano non totalmente prudenti certi suoi gesti. Ma qui viene in mente quanto affermava Newman di Cirillo d’Alessandria:  « Cirillo, lo so, è un santo »; questo però non vuol dire, aggiungeva, che lo sia stato in ogni momento della sua vita o che ogni suo gesto sia stato obiettivamente impeccabile.
Questo non va dimenticato, se non si vuol ridurre a puro e sterile panegirico la biografia di Schuster, com’è stato fatto e, si fa, abitualmente. Nell’ampio e fluido elogio funebre, tenuto il 2 settembre 1954 nel Duomo di Milano, il « Porporato Pontefice dei Veneti » – così Schuster aveva definito il patriarca Roncalli – delineava con ammirevole finezza il profilo spirituale e pastorale del cardinale, monaco e pastore, appartenente alla « fortissima razza dei cenobiti » e al novero dei « grandi Vescovi della Chiesa »:  « Un prodigio coram angelis et hominibus ». E affermava:  « Egli con intenzione retta, con cuore generoso, in vista del pubblico bene, pose talvolta la sua fiducia in chi cessò poi di meritarla:  ma non cessò per questo di essere oggetto della sua carità. Attentare su questo punto alla perfetta buona fede del cardinale Schuster, alla sua lealtà nobile e grande, alla purezza della sua pietà misericordiosa, è azione inqualificabile che la voce della coscienza riprova, e che la storia a sua volta saprà smentire ».
Mentre trascorreva gli ultimi suoi giorni a Venegono, il pensiero di Schuster riandava agli anni passati a Milano, e – come aveva scritto nell’epigrafe per il suo venticinquesimo di episcopato – ringraziava Dio di averlo tradotto « incolume attraverso le dittature, i bombardamenti e gli incendi di Milano »; di averlo fatto passare per « il fuoco e la tempesta »; e di averlo condotto, sostenuto dalla « devota fedeltà del gregge al tribolato pastore », sulla via della salvezza.
Un giorno – ricorda Giovanni Colombo nei Novissima verba, che sono le sue pagine più belle – « nel vano della finestra [il cardinale] guardava in faccia al tramonto. Un tramonto di fine agosto così malinconico che pareva d’autunno inoltrato. Il cielo era tutto di un monotono grigiore cinereo:  poco più su della collina morenica che costeggia a destra l’Olona, il sole morente traspariva con una chiazza sanguigna, come fa una ferita a fior di benda ». Era di recente avvenuta la canonizzazione di Pio X, che Schuster personalmente non si attendeva. A commento l’arcivescovo dichiarava:  « Non tutti gli atti del suo governo si dimostrarono in seguito pienamente opportuni e fecondi »; ma, « altra cosa è l’incidenza più o meno felice sul piano storico di un governo ecclesiastico, altra cosa è la santità che lo anima ». « Certo pensava anche a sé – osserva Colombo – e rispondeva a interrogativi intimi. Ma su un punto la testimonianza della sua coscienza non aveva perplessità:  d’aver cercato solo e sempre in ogni pensiero e in ogni atto il Signore ». Ed è esattamente questa insonne ricerca di Dio, in un totale distacco da ogni bene terreno, che ha unificato e resa splendida ed esemplare la vita di Schuster.
Egli era uscito dal suo monastero – monasterium meum!, come amava dire evocando san Gregorio Magno – per pura obbedienza all’imperiosa volontà di Pio XI. « Quando l’onore di Dio, il servizio della Chiesa ed il bene delle anime lo esigono o lo consigliano – avrebbe scritto in Un pensiero quotidiano al giorno sulla Regola di S. Benedetto – non ci deve trattenere l’amore del « loco natio » né alcuna altra nostalgia ».
La partenza dal cenobio aveva però causato in lui una profonda sofferenza. Chiudendo la sua prima lettera pastorale, confessava di lasciare « con cuore trafitto la mia vetusta abbazia di san Paolo e il giardino fiorito della sua piccola diocesi »; mentre chi lo accompagnava nella sua discesa da Montecassino per avviarsi a Milano ricorda che, dopo aver abbracciato e benedetto i suoi confratelli, « salito in auto, scoppiò in un pianto dirotto che non poté trattenere per qualche momento ». Anche a Milano, sino alla fine dei suoi giorni, il monastero continuò ad affascinarlo con struggente nostalgia.
Ma, se « il respiro della sua vita – come ancora diceva Roncalli nell’orazione funebre – fu la preghiera in esercizio quotidiano di pietà religiosa », questo non solo non lo distraeva dalla dedizione insonne e laboriosissima alla vita attiva qual è richiesta a un pastore d’anime di milioni di fedeli, ma ne costituiva lo stimolo e la risorsa. Amava dire:  « Fare l’arcivescovo di Milano è un mestieraccio ».
D’altra parte, sempre nella sua prima lettera pastorale aveva scritto di sentirsi inviato « per dirla con una frase dell’Apostolo:  « per immolarmi sul sacrificio vostro e sulla liturgia (divino servizio) della vostra Fede »":  vi rimase fedele dal primo momento fino all’ultimo dei suoi anni trascorsi come pastore della Chiesa ambrosiana. I decenni di vita contemplativa, la sua passione per il raccoglimento della cella e soprattutto per l’azione liturgica e per l’opus Dei col suo primato, non lo ritrassero mai da questa « immolazione », anche se imprimevano qualche linea di frettolosità e di impazienza non sempre gradita.
Avvertirono il suo « sacrificio » anzitutto i sacerdoti che, pure, non mancarono di sperimentare, all’inizio del suo episcopato, una severità eccessiva, che poteva in qualche caso diventare sommaria e sbrigativa:  una severità che, dopo la tragedia della guerra e la costatazione dello zelo del presbiterio ambrosiano, finì con lo sciogliersi in una paternità sempre più indulgente e dolce.
Quanto ai fedeli ambrosiani non ebbero, fin da subito, al solo vederlo, il minimo dubbio, né la più piccola esitazione:  per essi quella delicata figura, sempre rapida e raccolta, dagli occhi vivi e dal sorriso lieve, era la figura di un santo.
In particolare, questa santità traspariva nella « devozione » con cui celebrava. Il cardinale Giacomo Biffi ha colto perspicacemente questo aspetto:  « Non era un colosso, eppure la sua presidenza veniva percepita come qualcosa di determinante e di intenso. La gente semplice correva a contemplare quest’uomo esiguo e fragile che, nelle vesti del « liturgo », diventava un gigante. « Liturgo »:  ecco la parola giusta, anche se ovviamente nessuno dei semplici la conosceva. Dunque, un liturgista insigne, ma più che altro un « liturgo » imparagonabile.
« I suoi gesti erano sempre sciolti e misurati:  non c’era niente di teatrale nella sua attitudine. Eppure il suo era davvero uno spettacolo, al tempo stesso spontaneo e affascinante. Intento insieme e assorto, era agli occhi di tutti un testimone eloquente dell’invisibile. Nessuno era più sollecito di lui, che si muoveva entro i sacri misteri con la disinvoltura di chi si sente a casa. Non ci meraviglia allora che i milanesi accorressero in Duomo all’immancabile appuntamento domenicale ».
Del resto, egli, decenni prima del Vaticano ii, ebbe lucida e acuta la percezione della teologia della liturgia. Scriveva:  la Sacra Liturgia è « la preghiera speciale che è per eccellenza la preghiera della Chiesa »; essa è la preghiera « che direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante ».
Schuster si spense quasi improvvisamente il 30 agosto 1954 proprio nel suo seminario. Vi era arrivato, « stremato, smagrito, sofferente », cogliendo tutti di sorpresa:  non aveva fatto mai una vacanza, e i cinque lustri di episcopato lo avevano ormai tutto consumato. L’indomita fortezza del suo animo era sempre stata racchiusa in quel corpo esile, che più volte era comparso nei luoghi più remoti e impervi della diocesi – « come un lumicino preoccupato quasi più di nascondersi che di apparire », avrebbe detto il Patriarca Roncalli nell’epicedio; ma in quei giorni la sua figura ci appariva spossata oltre misura.
Sempre nei Novissima verba Giovanni Colombo, allora rettore maggiore dei seminari milanesi, ricorda:  « L’automobile dell’Arcivescovo si fermò davanti all’atrio del Seminario verso le 18 del 14 agosto. Non pioveva più, ma una bassa nuvolaglia copriva tutto il cielo e la campagna era macera di pioggia recente ».
Non era stato facile convincerlo a lasciare il torrido episcopio di Milano per salire a quel colle, dove il riposo e l’aria salubre si sperava avrebbero rinnovato le sue energie esauste. Ma non ebbe alcun giovamento.
Si spense dopo un’agonia – che ai presenti era parsa una liturgia – e dopo aver benedetto la sua Chiesa e aver chiesto perdono di quello che aveva fatto e non fatto.
Faceva « ancora buio », come quando Maria di Magdala andò al sepolcro:  era l’ora del canto del gallo, « l’araldo del giorno », come lo chiama sant’Ambrogio, quando « la stella lucifera dalla tenebra libera il cielo ». A quell’ora nel monastero di San Paolo, dove l’abate Schuster era sempre il primo ad apparire, si scioglieva « il labbro devoto » e si elevava « la santa primizia dei canti ». A quell’ora abitualmente l’arcivescovo incominciava, pregando, la sua giornata intensa. In quell’alba la sua giornata terrena era finita:  sorgeva « il Giorno che illumina giorni » per una lode ormai perenne.
Quasi subito, dopo quell’annunzio, si avviò un pellegrinaggio orante e ininterrotto al colle del seminario:  una fiumana di gente, come fosse avvenuto tacitamente un accordo in tutta la diocesi, saliva a venerare l’arcivescovo santo e, più che a pregare per lui, ad affidarsi alla sua intercessione.
La mattina nel trasporto a Milano avrebbe percorso, tra folle innumerevoli, la sua « via trionfale » – come l’ha denominata il cardinale Colombo, che nel secolo scorso fu a sua volta un grande arcivescovo di Milano insieme a Ferrari, a Schuster e a Montini – « addobbata di arazzi, illuminata dallo sfolgorio solare ».
È importante per una Chiesa che non si spenga e non si annebbi la memoria della sua storia, e soprattutto dei suoi pastori, specialmente quando questi si presentino con il pregio raro e splendido della santità. Ecco perché sarebbe segno di avvedutezza pastorale e di sensibilità spirituale riaccenderne le figure con impegnative e studiose memorie.

Publié dans:Cardinali, diocesi |on 31 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Pietra della Sinagoga di Corinto (foto Abdo Abdo)

Pietra della Sinagoga di Corinto (foto Abdo Abdo) dans immagini sacre 82corinto

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Publié dans:immagini sacre |on 30 mars, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI PRESENTA LA FIGURA DI SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26134?l=italian

BENEDETTO XVI PRESENTA LA FIGURA DI SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI

In occasione dell’Udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 30 marzo 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito la meditazione sulla figura di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), tenuta questo mercoledì da Papa Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’ l’autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi dalle stelle.
Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a comprendere che un’altra era la vocazione a cui lo chiamava. Infatti, nel 1723, indignato per la corruzione e l’ingiustizia che viziavano l’ambiente forense, abbandonò la sua professione – e con essa la ricchezza e il successo – e decise di diventare sacerdote, nonostante l’opposizione del padre. Ebbe degli ottimi maestri, che lo introdussero allo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e della mistica. Acquisì una vasta cultura teologica, che mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla Congregazione diocesana delle Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli strati più umili della società napoletana, a cui amava predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede. Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di « cappelle serotine ». Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire.
Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le « cappelle serotine » appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una « nuova evangelizzazione », particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società.
Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente egli stesso divenne il superiore. Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo Fondatore.
Stimato per la sua bontà e per il suo zelo pastorale, nel 1762 Alfonso fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, ministero che, in seguito alle malattie da cui era afflitto, lasciò nel 1775, per concessione del Papa Pio VI. Lo stesso Pontefice, nel 1787, apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta dopo molte sofferenze, esclamò: « Era un santo! ». E non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa. Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni. Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento di teologia morale, che esprime adeguatamente la dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa Pio XII « Patrono di tutti i confessori e i moralisti ». Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio, fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù. Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equilibrata e convincente tra le esigenze della legge di Dio, scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza morale e – occorre riconoscerlo – di una certa mancanza di stima verso il Sacramento della Confessione, l’insegnamento di sant’Alfonso è ancora di grande attualità.
Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: « Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare ». Di qui il suo famoso assioma: « Chi prega si salva » (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio precedessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: « Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera»… Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale » (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia. « Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi… Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede… e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza! » (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini « copiosamente ». E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo, analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la santità è accessibile ad ogni cristiano: « Il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante da mercante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato » (Pratica di amare Gesù Cristo. Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare sulla strada della santità, sulla strada strada verso Dio e verso la vera gioia. Grazie.

“E SE L’AFRICA SCOMPARISSE DAL MAPPAMONDO?” (Filomeno Lopes)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26136?l=italian

“E SE L’AFRICA SCOMPARISSE DAL MAPPAMONDO?”

Filomeno Lopes alla tavola rotonda promossa da Harambee International Onlus

ROMA, mercoledì, 30 marzo 2011 (ZENIT.org).- “E se l’Africa scomparisse dal mappamondo? Una riflessione filosofica” è il titolo dell’ultimo libro (Armando Editore) del professor Filomeno Lopes, presentato questo lunedì a Roma nel corso del Forum Harambee sull’Africa.
L’autore, originario della Guinea Bissau, è docente di Filosofia della Comunicazione presso la Pontificia Università Urbaniana e l’Università La Sapienza di Roma.
La questione più importante, ha osservato, non è tanto ciò che gli altri possono pensare sulla scomparsa o meno del continente, quanto ciò che la stessa Africa è in grado di dire al riguardo.
“Si tratta di spostare l’interesse su un aspetto qualitativo”, ha indicato. “C’è un proverbio africano che dice: ‘Quando il tuo futuro è assai oscuro, non avere timore né vergogna di tornare indietro’”.
“Se si guarda oggi al futuro dell’Africa è veramente problematico per noi africani – ha riconosciuto Lopes –. Allora bisogna fermarsi, tornare indietro, per guardare cosa c’era prima e cosa può costituire quello spirito per un futuro meno peggiore del presente, che stiamo vivendo”.
È quindi la vittoria della storia sulla geografia: il mondo non è l’Occidente, ma l’Occidente è diventato il mondo entro il quale tutti noi siamo nati e cresciuti.
L’Africa di cui parla Filomeno Lopes è quella che nasce veramente sulla nave della schiavitù, “che si afferma come realtà pensante sul suo futuro a partire dalle Americhe, con i figli degli schiavi, con i movimenti del Panafricanesimo e di Negritude, e che rientra nel suolo ormai chiamato Africa a partire dagli anni ’60. Quindi quest’Africa non è necessariamente un luogo geografico, ma unità di passioni e capacità di pensare insieme, progettare un futuro”.
La strada proposta dall’autore nel suo libro consiste nel cercare una riflessione e creare condizioni di possibilità filosofiche per un discorso sulla filosofia della comunicazione, o meglio ancora una filosofia dell’agire comunicativo endogeno in Africa.
“L’Africa ha cominciato ad esistere a partire da un certo periodo ed è esistita come realtà di violenza – ha commentato –. Da quel periodo in poi stiamo cercando di capire come, da questa morte, possa nascere una resurrezione. Da qui tutto il tema del Rinascimento africano che, secondo me, non può prescindere dalla comunicazione”.
“E’ inutile parlare di solidarietà, quando ci stiamo uccidendo ogni giorno”, ha dichiarato Lopes. “Questo significa che di fondo la nostra capacità comunicativa è fortemente in crisi”.
Dove attingere allora per capire che se si continua così il futuro remerà contro?
Il professor Lopes parte dagli egiziani per arrivare a dialogare con tutti gli altri filosofi, dai greci fino ad Habermas. Questo ormai è il patrimonio dell’Africa, ha sottolineato: “Gli africani siamo questa realtà: dentro di noi abita un europeo, un americano, un asiatico e viceversa”.
Per ulteriori informazioni,
http://www.harambee-africa.org/.

Publié dans:FILOSOFIA |on 30 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Gerusalemme – il muro del pianto

Gerusalemme - il muro del pianto dans immagini Western_wall_jerusalem_night

http://en.wikipedia.org/wiki/File:Western_wall_jerusalem_night.

Publié dans:immagini |on 29 mars, 2011 |Pas de commentaires »

QUARESIMA: MIRANDO ALLA GIOIA

dal sito:

http://www.suffragio.it/prediche/gemme/quaresima95.htm

QUARESIMA: MIRANDO ALLA GIOIA

Il tempo dei perché e dei per chi

Ci sono le stagioni dell’anno e le stagioni vita. E ci sono le stagioni liturgiche … La Chiesa, splendida madre, grande maestra ed educatrice, ci dona la Quaresima questo grande stagione liturgica – ci invita alla Quaresima.
La Quaresima torna ogni anno con la sua proposta di domande forti e con la sua richiesta di risposte forti. È lì e, come un faro, indica la strada del porto … Non la si può mai dare per scontata: è un grande appello sempre nuovo e scomodo, inquietante a verificare il cuore del nostro essere cristiani, mettendoci di fronte a Gesù Cristo.
È il tempo dei perché e dei per chi, degli interrogativi fondamentali su Dio, sulla vita, sulla morte, sull’amore, sul dolore, sulla Pasqua che è amore e dolore insieme.
È il tempo di forti proposte. È il luogo in cui vivere la realtà di un incontro, di una conoscenza, di una accoglienza più vera di Gesù Cristo e del suo Vangelo. La Quaresima allora è uno vicenda di conversione. È la vicenda di un cristiano e di una comunità che si lasciano educare, « lacerare », consolare, trasformare da una Parola che salva, da un Crocefisso Risorto. Ho trovato un raccontino di Anthony de Mello ironico ma incisivo: mi sembra un’ottima premessa a questo tempo che stiamo per cominciare:
Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energie, tagliando la legna con un’accetta perché diceva di non avere tempo per fermarsi ad affilarne la lama.
Quaresima allora è il tempo del « fermarsi », dell’ « affilare le lame » … è il tempo di ridiventare cristiani appassionati, profondi e geniali, che si sanno straamati e perdonati da Dio, non annoiati, non vinti dall’abitudine, non verniciati da un Cristianesimo esteriore, non rassegnati al « così fan tutti »
 
Al centro lo Pasqua di Gesù
Prima di ogni altra cosa, la Quaresima va vista come una Buona Notizia, come uno straordinario Vangelo, come un grande annuncio di vita, di speranza, di possibilità concreta di cambiare la nostra vita, se lo vogliamo. Al centro della Quaresima deve stare Dio e la suo misericordia, deve stare la Pasqua di Gesù. La Quaresima non deve essere dominata dall’ aspetto ascetico, dalla rinuncia, dalla proibizione, ma deve essere dominata dall’aspetto teologico, dalla Pasqua perché prima sta Dio, prima sta la grazia, prima sta il Vangelo, poi la morale cristiana poi l’ascesi cristiana. Non per nulla risuona un annuncio nella 2^ lettura della 1^ domenica di Quaresima:
 
Vi supplichiamo, in nome di Cristo:
lasciatevi riconciliare con Dio.
(2 Cor 5,20)
 
La meta del cammino quaresimale è la Pasqua di Gesù, il meraviglioso mattino di Pasqua, è credere nel Risorto, è vivere a partire dalla Resurrezione. La Quaresima è e deve diventare quindi il tempo dello stupore per le parole di Gesù, per i gesti di Gesù, per la sua morte, per la sua resurrezione cioè per la sua Pasqua. Questa è la conversione: dallo stupore al far memoria delle parole e dei gesti di Gesù. Affascinati dalla sua vicenda, dai suoi gesti, dalle sue parole, dovremmo poter dire: vorrei essere anch’io così, sentire così, agire così, essere libero così, pregare, amare, perdonare così. Fra i tanti inviti che la Pasqua ci lancia, ne sottolineo due in particolare.
 
Il cuore e il silenzio
Ecco l’attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
(Osea 2, 16)
Sono le parole dell’amante alla sua Amata, sono il desiderio potente e dolce dell’intimità, stare cl tu per tu … Sono le parole che il nostro Signore – come un tempo con Israele -ci sussurra in questa Quaresima appena iniziata. Fermarsi nelle cose affannose della nostra vita e spalancare il nostro cuore, la nostra libertà a Dio: ecco la Quaresima! E Dio, come l’amore – e Dio è amore – non lascia mai le persone come le ha trovate: le illumina, le ispira, le consola, le trasforma, le trasfigura
Vi darò un cuore nuovo,
metterò dentro di voi uno spirito nuovo
toglierò da voi il cuore di pietra
e vi darò un cuore di carne.
(Ezechiele 36,26)
È questo il più grande miracolo che la tenerezza e la forza di Dio sanno inventare. Ed è solo questo cuore nuovo, questo cuore di carne che ci dona occhi per vedere, nella Croce di Gesù, le Croci degli uomini e che ci dona mani instancabili nella carità. Lasciamoci « sedurre » dal Signore, allora, lasciamoci condurre nel « deserto ».C’è un libro che amo e che mi sentirete citare spesso: « Il piccolo principe » di Saint Exupéry. Ho scovato lì questo passo:
Mi è sempre piaciuto il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia.
Non si vede nulla. Non si sente nulla.
E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.
« Ciò che abbellisce il deserto »,
disse il piccolo principe,
« è che nasconde un pozzo in qualche luogo… »
Il silenzio cristiano nasconde il pozzo d’acqua viva delle Parole e della vita che Gesù di Nazareth ci regala perché possiamo imparare a lasciarci amare, ad amare, a servire, a sperare, ad essere liberi.
 
La libertà dalle cose
e il digiuno per la fraternità

La Quaresima è anche tempo di fraternità, di donazione. È una ottolineatura recente ma certo non accidentale. Terribili le parole di Voltaire che così apostrofava i preti:
« A chi predicate la Quaresima, ai ricchi?
Ma se non la fanno mai! …
Ai poveri? Ma se la fanno tutto l’anno!… ».
È ancora un filosofo, Socrate, che ci richiama all’essenziale:
Da vero filosofo qual era, Socrate era convinto che il saggio fosse portato istintivamente a condurre una vita frugale. Da parte sua, egli non portava nemmeno le scarpe eppure non riusciva a sottrarsi al fascino del mercato e vi si recava spesso a guardare la merce in esposizione. Quando un amico gli domandò perché lo facesse, rispose: « Mi piace ndarci per scoprire di quante cose posso benissimo fare a meno ».
Socrate ci invita a essere liberi dalle cose ed è davvero molto, vista la « cultura del superfluo » e la sete di avere, di potere dentro cui viviamo. Ma la « libertà da » è solo il primo passo: la libertà più vera, quello che fa felici, quella che ci chiede il Vangelo è la « libertà per », per la fraternità.Cosi va visto l’invito della Quaresima all’austerità, all’essenzialità, perché il risultato di certi digiuni non sia solo l’avere fame…
Anche il digiuno deve essere « digiuno per ». E riguardo al digiuno vi propongo solo tre frasi da meditare:
 
Se digiunando ti senti eroico, pensa
che i due terzi della popolazione mondiale
sono eroici.
 
Chi digiuna si fa trasparente.
Gli altri gli si fan trasparenti.
I loro dolori penetrano in lui ormai indifeso.
 
Il digiuno è il sigillo della carità.
Ti fa amare di più Dio,
dando più slancio alla tua preghiera.
Ti fa amare di più il prossimo,
dando più sostanza alla tua condivisione.
 
Mirando alla gioia
Cosi troviamo scritto su Gesù nella lettera agli Ebrei (12,2):
Mirando alla gioia si sottopose alla croce
Anche noi, mirando alla gioia, ci « sottoponiamo » alla Quaresima… Qualcuno ha scritto che
Per essere uomini veri, uomini felici
ci mancano gli altri e l’Altro
in Quaresima possiamo compiere questo cammino verso gli altri e verso l’Altro … e sarà gioia, la gioia del mattino di Pasqua!
 
Don Mirko
dall’Informatore Parrocchiale – marzo 1995
 

Publié dans:quaresima |on 29 mars, 2011 |Pas de commentaires »
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