Archive pour décembre, 2010

Omelia (23-12-2010) : Benedetto il Signore…

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21173.html

Omelia (23-12-2010) 
Monaci Benedettini Silvestrini

Benedetto il Signore…

Le due letture sono talmente collegate tra di loro che il vangelo non è altro che la risposta e la verifica della profezia di Malachia. Meravigliose sono le opere del Signore! La nascita di Giovanni, figlio di Elisabetta, mette in movimento tutta la zona montana intorno a Ain Karem. Che sarà mai questo bambino? E’ un pensiero che si potrebbe formulare su ogni bambino che viene al mondo. Conosciamo il suo inizio ma ci resta nascosto il suo futuro. Tanto più che la nascita di Giovanni è accompagnata da eventi strani: Un padre muto, un concepimento fuori delle norme della genetica, un nome inusitato in famiglia, una dichiarazione del padre che manifesta il nome impostogli dall’Angelo: « che chiamerai Giovanni! ». E dopo questo atto di obbedienza, esplode dalle sue labbra l’inno di ringraziamento a Dio, sempre fedele alle promesse. Che sarà di questo bambino? Sarà il messaggero inviato a preparare la via al Signore, secondo lo spirito di Elia che ha la missione di convertire il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri onde evitare lo sterminio. Il Messia Gesù nel silenzio del grembo materno assiste a questi eventi… Ma alla sua manifestazione egli si presenterà come fuoco purificatore. Purificherà i figli di Levi perché possano offrire una oblazione gradita a Dio. Il Messia, l’Inviato da Dio, viene a ristabilire l’ordine e dare alla convivenza umana il sapore della pace e della concordia, incominciando proprio dalla famiglia. Spiace di costatare la profonda crisi di molte famiglie dove si vive senza comprendersi, senza accettarsi e sinceramente amarsi, dalle quali i figli, che mal sopportando le limitazioni imposte, fuggono per avventurarsi in una vita da singoli che spesso si risolve in una convivenza libera, senza alcun vincolo morale e normativo. Dovremmo attendersi eventi dolorosi, catastrofici per rinsavire? 

Magnificat

Magnificat dans immagini sacre

http://www.praytherosaryapostolate.com/thevisitation.htm

Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

Romano il Melode : Hymn., 33, 15-21 (per il Natale)

dal sito:

http://digilander.libero.it/undicesimaora2/padri/Melode_antologia.pdf

Romano il Melode

Antologia

Hymn., 33, 15-21

«Colei che veniva a me, ha ricevuto la forza,
poiché un segreto vigore mi ha sottratto.
Perché, Simone figlio di Giovanni, tu mi dici
che una immensa folla addosso mi si accalca?
La mia divinità, essi non toccano.
Ma questa donna, nella visibil veste
la natura mia divina ha conquistato
in modo manifesto, e la salute ha avuto
gridandomi: Salvami, Signore! «.

Vedendosi non rimasta inavvertita,
cosí tra sé la donna rifletteva:
«Mi farò scorgere dal salvatore mio, Gesú,
adesso che dalle brutture mie sono mondata.
E invero adesso non ho piú paura:
per suo volere infatti io compivo questo.
Ho fatto solo quel ch`ei desiderava:
Incontro a lui son corsa con la fede
dicendogli: Salvami, Signore!

Non ignorava certo il Creatore
quel ch`io facevo, bensí pietoso
egli mi ha sopportata. Solo toccandolo,
ho vendemmiato la forza, perché lui
s`è lasciato spogliare volentieri.
Cosí ora è sparita la paura d`esser vista,
davanti a Dio gridando ch`egli è il medico
degli infermi e il salvatore d`anime, signor
della natura, al quale io dico: Salvami, Signore!

A te ho ricorso, medico mio buono,
l`obbrobrio mio alfine rigettando.

Non levar contro di me tua collera,
non adirarti contro la tua serva:
solo per tuo volere io ho agito,
poiché, ancor prima di pensare all`atto,
presente, m`assistevi e m`incitavi a farlo.
Sapevi che il cuor mio gridava: Salvami, Signore!».

«Donna, coraggio ormai che per la fede
e col mio assenso tu mi hai spogliato.
Rassicurati ora, perché non è per farti biasimare
che in mezzo a tanta gente t`ho condotto,
ma per dar loro sicurezza: quando mi si spoglia
io mi rallegro, non muovo alcun rimbrotto.
Resta in buona salute, tu che in tutto il tuo male
mi gridavi: Salvami, Signore!

Non opra di mia mano è questo, ma della fede tua.
Molti infatti han toccato la mia veste,
senza però ricever forza, perché la fede non portavan seco.
Tu che con molta fede m`hai toccato,
hai colto della salute il frutto;
ecco perché davanti a tutti t`ho portato,
per farti dire ancora: Salvami, Signore!».

O Figlio incomprensibile di Dio, incarnato
per noi per amor dell`uomo,
come la donna dal suo sangue hai liberata,
cosí libera me dai miei peccati,
tu che unico senza peccato sei.
Per le preci e le suppliche dei santi,
inclina il cuore mio o sol potente,
alla meditazione incessante della tua parola,
sí che tu possa salvarmi.

1. Il mistero natalizio nella Chiesa primitiva: Ignazio d’Antiochia

dal sito:

http://www.kenosis.it/Testi_Approfondimenti_2007.htm#Il_mistero_natalizio_di_Cristo_

Il mistero natalizio di Cristo

(25 Dicembre 2007)

1. Il mistero natalizio nella Chiesa primitiva: Ignazio d’Antiochia

Come introduzione al mistero natalizio scegliamo un testimone della Chiesa delle origini, al quale il Santo Padre ha dedicato un’apposita catechesi durante la sua presentazione dei Padri della Chiesa: il santo vescovo Ignazio d’Antiochia[1]. All’inizio del secondo secolo, sant’Ignazio fu portato a Roma dai persecutori della Chiesa e ivi morì come martire. Ignazio fa parte dei “Padri apostolici”, cioè della primissima generazione dei Padri della Chiesa, quella immediatamente successiva al tempo apostolico. Egli si trova quindi vicinissimo alle origini della Chiesa. Durante il viaggio dalla Siria a Roma, Ignazio scrisse una serie di lettere. Tra queste, troviamo una professione impressionante che presenta le fondamentali verità di fede e che rifiuta con chiarezza le pericolose eresie di quel tempo. Il Vescovo si scontra soprattutto con i Noceti, i quali presentano l’umanità di Gesù, la sua nascita e la sua morte come realtà solo apparenti. Ignazio, invece, sottolinea la vera umanità di Gesù, la sua nascita dalla Vergine Maria, la sua vera passione in croce e la sua vera risurrezione corporea dai morti. In questo contesto, troviamo anche un’affermazione di notevole pregio sulla nascita di Gesù:
«Al principe di questo mondo rimase celata la verginità di Maria e il suo parto, similmente la morte del Signore, i tre misteri clamorosi che furono compiuti nel silenzio di Dio (…).Un astro brillò nel cielo sopra tutti gli astri, la sua luce era indicibile, e la sua novità stupì. La altre stelle con il sole e a luna fecero un coro all’astro ed esso più di tutti illuminò (…) Apparso Dio in forma umana per una novità di vita eterna si sciolse ogni magia, si ruppe ogni legame di malvagità. Scomparve l’ignoranza, l’antico impero cadde. Aveva inizio ciò che era stato deciso da Dio. Di qui fu sconvolta ogni cosa per preparare l’abolizione della morte»[2].
La nascita di Gesù dalla Vergine Maria e la sua passione in croce appaiono qui come misteri nei quali la potenza di Dio si cela sotto il velo di avvenimenti poco appariscenti, anche se contemporaneamente viene rivelata la gloria divina. Questo vale soprattutto per la nascita del Redentore, il cui splendore si manifesta nella stella di Betlemme.
Ignazio indirizza la lettera succitata alla chiesa di Efeso, fondata dall’apostolo Paolo, in cui tre secoli dopo, nel 431, fu proclamato il dogma di Maria come Theotókos, “genitrice di Dio”. Maria è chiamata Madre di Dio perché ha partorito il Figlio di Dio, secondo l’umanità. Poiché il Figlio eterno di Dio ha assunto da Maria la natura umana, Egli rimane membro dell’umanità per sempre. Qui ci troviamo di fronte alla verità di fede sull’unione ipostatica: nell’ipostasi, o nella persona del Figlio eterno di Dio, grazie all’Incarnazione da Maria Vergine, sono unite la natura divina e quella umana. Divinità e umanità in Gesù Cristo sono distinte, non sono mescolate, ma non sono neppure separate. La maternità divina di Maria è perciò un richiamo al mistero di Gesù Cristo: la natura divina e quella umana sono unite nell’unicità della persona divina del Figlio. La verità di fede che vede unite nell’unica persona due nature distinte, senza mescolanza e senza separazione, fu definita solennemente dal Concilio di Calcedonia, nel 451. Questa dottrina, in sostanza, si trova già nel Nuovo Testamento, specialmente nella teologia giovannea: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). La prospettiva giovannea viene sviluppata ancora più chiaramente nelle lettere di sant’Ignazio, anticipando il dogma di Calcedonia nelle sue linee essenziali:
«Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore»[3].

2. I misteri della vita di Cristo e la nascita del Dio-uomo
Ignazio caratterizza esplicitamente la nascita del Figlio di Dio da Maria come “mistero”. In questo accenno si manifesta una riflessione trattata successivamente con il nome di “misteri della vita di Gesù Cristo”. La sua formulazione è del gesuita Francisco Suarez, che nel sec. XVI riassume la dottrina teologica su Gesù Cristo in due grandi trattati: De Verbo incarnato e De mysteriis vitae Christi. Il famoso teologo gesuita, definito successivamente doctor eximius, sviluppa qui la dottrina di san Tommaso d’Aquino che distingue, nella sua Somma Teologica, il mistero dell’Incarnazione rispetto a quanto invece il Redentore ha fatto e sofferto per noi (STh III q. 1-59). Soffermandosi sull’Incarnazione, l’Aquinate tratta il legame tra la natura divina e quella umana nella persona del Figlio, mentre nella contemplazione della vita di Gesù, investiga sugli eventi salvifici a partire dal concepimento nel grembo della Vergine Maria fino alla sua venuta nella gloria alla fine dei tempi. Gli eventi della vita di Gesù sono dei “misteri” poiché nella sua umanità risplende la rivelazione della sua divinità. «In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice» (CCC 515).
Quindi, tutti gli eventi della vita di Gesù sono, così come descritto, dei “misteri” in senso profondo. Nonostante questo, il trattato classico sui “misteri della vita di Cristo” si sofferma specialmente su alcuni punti: le realtà storiche nelle quali risplende in una maniera particolarmente intensa l’intero mistero della persona di Gesù. Qui si vede con chiarezza chi è Gesù Cristo e in che cosa consiste la sua missione. Vi fanno parte, senza dubbio, il mistero della nascita di Gesù, legata intrinsecamente ai misteri dell’infanzia del Signore e alla sua vita nascosta a Nazareth (cf. CCC 522-534).
3. Il legame tra desiderio umano e grazia divina
La nascita di Gesù Cristo è il compimento del desiderio umano di raggiungere la comunione con Dio, ma è al tempo stesso un evento che supera le attese più audaci dell’umanità. L’uomo desidera la felicità sempiterna e si rivolge a Dio per ricevere da Lui la pienezza della beatitudine che vince la morte e il peccato. L’uomo abbandonato a se stesso, però, soffre le conseguenze del primo peccato che, sin dall’inizio della storia umana, lo ha privato della partecipazione alla vita divina. A seguito dei progenitori, l’uomo nasce in uno stato di peccato originale, senza l’amicizia di Dio e senza poter partecipare alla Sua vita, una vita che supera infinitamente le capacità naturali dell’uomo. I Padri dell’Oriente e dell’Occidente descrivono la situazione dei figli di Adamo spesso come “morte spirituale”, come privazione della vita divina e come alienazione dalla casa paterna di Dio. San Basilio scrive, ad esempio, nella sua famosa opera dedicata allo Spirito Santo:
«Il progetto salvifico del nostro Dio e Salvatore consiste, per gli uomini, nella capacità di rialzarsi dopo la caduta e nel ritorno alla familiarità con Dio, vie d’uscita dall’alienazione sorta mediante la disobbedienza [di Adamo]. Per questo ha voluto la venuta di Cristo nella carne»[4].
Nei Padri, la perdita della vita divina è chiamata anche “morte dell’anima”, riprendendo una formulazione del profeta Ezechiele (Ez 18,4.20: «L’anima che pecca morirà»). Gregorio di Nissa sottolinea che l’Incarnazione unisce il Figlio di Dio alla natura umana, composta di corpo e anima. «Siccome questi due, a seguito della disobbedienza [di Adamo], erano stati abbandonati alla morte (perché la morte dell’anima consisteva nell’alienazione dalla vera vita e la morte del corpo nella corruttibilità), la morte doveva essere gettata fuori da entrambi mediante l’aggiunta della vita»[5].
Sant’Agostino identifica la “morte dell’anima” con il peccato originale. Questa descrizione viene accolta, tra l’altro, dal Concilio di Trento, il quale parla del “peccato” che è la “morte dell’anima” (DS 1512). Il peccato originale nei discendenti di Adamo non è quindi un atto peccaminoso personale, ma uno stato di opposizione a Dio, presente già nei neonati e tolto con il Battesimo mediante l’infusione della vita divina, la grazia santificante. Il peccato originale e le sue conseguenze ostacolano l’ascesa dell’uomo alla comunione con Dio e alla sua felicità eterna. È pur vero che anche se non ci fosse stata alcuna caduta all’inizio della storia umana, l’uomo non sarebbe in grado di partecipare con le sue proprie forze, limitate, alla vita infinita del Dio trino.
La grazia di Dio, invece, rende l’uomo capace di prepararsi ad accogliere il dono della vita divina e l’Incarnazione di Dio. I profeti inviati da Dio annunciano, al popolo d’Israele, il Messia che viene, l’“Emmanuele”, il “Dio con noi”, colui che alla fine dei tempi stabilirà il suo eterno regno di pace (ad es., Is 7,14; 9,5-6). Il Messia è discendente di Davide (cf. 2 Sam 7,12-16 ecc.). In questo senso, esiste una preparazione dell’arrivo di Gesù “dal basso”, mediante gli eventi della storia guidati dalla divina provvidenza. Ne fa parte già la figura di Adamo, sottolineata nella genealogia secondo Luca, come parte integrante della preistoria di Gesù Cristo (Lc 3,38). Cosi come Adamo, progenitore dell’umanità, favorisce con la sua disobbedienza la perdita della salvezza, anche l’obbedienza vicaria di Cristo a favore e al posto dell’umanità ci conduce alla grazia paradisiaca portandola a compimento. Per questo, Paolo oppone l’efficacia negativa di Adamo all’effetto positivo della redenzione portata da Gesù Cristo (cf. Rm 5,12-21; 1 Cor 15,21-22. 45-49).
Mentre Luca riconduce la genealogia di Gesù fino ad Adamo, Matteo sottolinea la discendenza di Gesù da Abramo e da Davide (Mt 1,1-17). La fede di Abramo riceve da Dio la promessa che in lui saranno benedette tutte le stirpi della terra (Gn 12,3). L’annuncio del profeta Natan a Davide, per il quale uno dei suoi discendenti eserciterà un governo eterno, si compie in Gesù Cristo mediante san Giuseppe, appartenente appunto alla tribù di Davide. Lo ribadiscono gli evangelisti Matteo e Luca (Mt 1,16.20; Lc 1,27). Giuseppe non era il padre terreno di Gesù, ma assumeva secondo il diritto ebraico la funzione di padre. Nell’educazione di Gesù, egli rappresenta a livello umano il Padre divino. Nel compito di san Giuseppe si manifesta con chiarezza il rapporto tra la preparazione umana dell’Incarnazione e la divina grazia: la generazione di Gesù Cristo non avviene mediante un padre umano, ma con la forza dello Spirito Santo che opera in Maria in una maniera del tutto simile alla creazione del mondo (cf. Lc 1,38). Nell’Incarnazione ha inizio la nuova creazione, che non può derivare dalle forze umane.
Il rapporto tra desiderio umano e grazia divina si mostra anche in Maria, ma in una maniera diversa rispetto a come lo di vede, invece, nella vita di Giuseppe. Maria è “piena di grazia” (Lc 1,28). Come madre del Messia, ella è radicalmente opposta alle potenze diaboliche del male. Nel Protovangelo della Genesi si legge, infatti, che il discendente della donna che schiaccerà la testa del serpente non può essere separato dalla “donna” che appare come nemica del maligno (Gn 3,15). Come “nuova Eva”, Maria non è mai stata sotto l’influsso del peccato. Lei è stata concepita senza peccato originale. Perciò, la Beata Vergine è la dimostrazione della Chiesa nella sua santità incrollabile. La redenzione dell’umanità non sarebbe perfetta se non ci fosse almeno una persona che ha ricevuto la salvezza in maniera pura senza mai perderla. In Lei, la donazione fedele del popolo d’Israele, della “figlia di Sion”, si unisce all’inizio dell’umanità redenta da Cristo: in Lei si trova l’origine sana della Chiesa, che con una risposta sponsale durante l’annuncio dell’angelo, si apre al Figlio di Dio, lo “sposo” (Mc 2,19). Secondo Tommaso d’Aquino, l’annuncio dell’angelo a Maria era necessario per «mostrare l’esistenza di un matrimonio spirituale tra il Figlio di Dio e il genere umano. Perciò, attraverso l’annuncio si è atteso il consenso della Vergine al posto dell’intero genere umano» (STh III q. 30 a. 1).
La preparazione dell’umanità all’Incarnazione è stata sostenuta da Dio e trova il suo culmine in Maria. Nonostante questo, neanche la Beata Vergine Maria era capace di superare se stessa e di favorire, mediante un’autotrascendenza attiva, l’Incarnazione di Dio. L’Incarnazione non era un evento qualsiasi dell’esperienza umana che abbandona se stessa al Figlio di Dio. Per l’Incarnazione di Dio era necessario il dono della divina grazia proveniente “dall’alto”: Dio stesso, Padre e Figlio e Spirito Santo insieme, opera in maniera miracolosa la generazione dell’umanità di Gesù dalla Vergine Maria e l’assunzione della natura umana di Gesù tramite la persona dell’eterno Figlio. I testi del Nuovo Testamento sottolineano l’opera comune delle persone divine, quando riconducono l’origine dell’Incarnazione all’opera del divino Padre oppure al Figlio oppure allo Spirito Santo. L’opera dello Spirito Santo viene accentuata in Matteo e Luca (Mt 1,18.20; Lc 1,35). Paolo e Giovanni ribadiscono la missione del Figlio dal Padre (Gal 4,4; Gv 8,26 ecc.). L’inno a Cristo nella lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi menziona il fatto che il Figlio di Dio “spogliò se stesso”, vale a dire assunse la natura umana (Fil 2,6-11). L’Incarnazione risale quindi all’opera sovrana del Dio trino il quale, comunque, accoglie in Maria la cooperazione umana.
L’Incarnazione come evento di grazia viene anche sottolineata mediante il messaggio udibile dall’esterno e portato alla Vergine Maria e a Giuseppe attraverso un angelo. L’Incarnazione di Dio, realmente avvenuta, non è ipotizzabile dalla fantasia umana, la quale potrebbe al massimo formulare la possibilità teorica dell’Incarnazione. Ella non è neanche deducibile dalle promesse dell’Antico Testamento, le quali svelano il loro messaggio soltanto a posteriori, alla luce della Nuova Alleanza.
Nel rapporto descritto tra preparazione umana e grazia divina nell’Incarnazione si mostra una realtà che vale, in forma di paragone, per la relazione di ogni persona umana con Dio: per essere amici di Dio, per partecipare all’abbondanza infinita della sua vita eterna trinitaria, non basta la nostra pia preparazione, quanto importante che sia; il fattore decisivo è sempre l’azione sovrana di Dio che si inchina verso la sua creatura e le dona per amore il regalo immenso della grazia.

4. Il velo del nascondimento
Le parole del santo vescovo Ignazio d’Antiochia prima citate mettono in evidenza il nascondimento dei misteri della nascita di Gesù e della croce. La divina gloria appare quasi sotto un velo: il piccolo bambino nel presepio, a prima vista, non trasmette la verità che il Dio onnipotente stesso si è fatto uomo in lui; il Cristo crocefisso e coperto di piaghe sembra esprimere il contrario della vittoria ottenuta sulla croce. Perché Dio non si è rivelato in una maniera che potesse essere accettata quasi automaticamente da tutti gli uomini?
Tommaso d’Aquino si pone questa domanda rispetto alla nascita di Cristo: doveva diventare manifesta a tutti gli uomini? Il santo dottore afferma: «La nascita di Cristo non doveva diventare manifesta a tutti senza eccezione. Perché, primo, si sarebbe impedita la redenzione degli uomini avvenuta con la croce: “Se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Cor 2,8). Secondo, il merito della fede sarebbe stato diminuito … Se la nascita di Cristo fosse visibile a tutti mediante segni manifesti, sarebbe scomparso l’essenziale della fede, perché la fede è “una convinzione di quanto non si vede” (Eb 11,1). Terzo, si sarebbe potuto dubitare della sua vera natura umana» (STh III q. 36 a. 1). Proprio l’infanzia di Gesù mostra che Dio ha assunto veramente la natura umana e ha condiviso in tutto (quanto non condizionato dal peccato) la nostra sorte.
Il motivo più importante, a quanto pare, è quello della fede. Nella fede ci affidiamo a Dio tramite la testimonianza di altri uomini. Per questo, Tommaso d’Aquino ribadisce in seguito: «Fa parte dell’ordine voluto dalla divina sapienza che i doni di Dio e i misteri della sua sapienza non giungono allo stesso modo a tutti, bensì dapprima ad alcuni e poi, tramite essi, ad altri. E perciò, sul mistero della risurrezione, si dice: Dio lo ha risuscitato dai morti “e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio” (At 10,40s). La stessa cosa doveva avvenire anche in occasione della sua nascita …» (STh III q. 36 a. 2).
La fede è connessa all’importanza della libertà umana. Essa si basa su motivi ragionevoli, ma è anche un affidamento della volontà umana a Dio sotto l’influsso della grazia divina. Quest’apertura della propria volontà a Dio si realizza con più facilità in quegli uomini che non contano soltanto sulle proprie forze. Il mistero di Betlemme diventa manifesto ai semplici pastori e ai sapienti dell’Oriente, disposti a lasciare le proprie terre, ma rimane chiuso davanti alla presunzione degli scribi. Il re Erode è consapevole del mistero, ma vuol togliere di mezzo il bambino divino perché pensa che possa essere d’intralcio al suo regno terrestre. Il nascondimento della nascita di Gesù a Betlemme si basa sull’importanza della fede che raccoglie in sé la libertà umana e l’atteggiamento dell’umiltà.

5. L’amore umano del Bambino divino nel presepio
Esistono delle dimensioni del mistero natalizio che vengono spesso trascurate, o addirittura negate, dalla teologia contemporanea. Rientra, tra queste, la convinzione che Cristo, nella sua anima umana, ha amato tutti noi già nel presepio. Lo sottolinea con estrema chiarezza l’enciclica di Papa Pio XII sulla Chiesa quale corpo mistico di Cristo, Mystici corporis:
«Questa amorevolissima conoscenza, con la quale il divin Redentore ci ha seguiti fin dal primo momento della sua incarnazione, supera davvero ogni capacità della mente umana, perché per quella visione beatifica di cui godeva fin dal primo istante in cui fu accolto nel grembo della Madre di Dio egli ha presenti continuamente e perpetuamente tutte le membra del corpo mistico e le abbraccia nel suo amore. O ammirabile degnazione della divina pietà verso di noi; o inestimabile ordine dell’immensa carità! Nel presepio, sulla croce, nella gloria eterna del Padre, Cristo ha presenti e congiunti a sé tutti i membri della Chiesa in modo molto più chiaro e più amorevole di quello con cui una madre guarda il suo figlio e se lo stringe al seno, e con cui un uomo conosce e ama se stesso»[6].
Questa presentazione è forse esagerata? Potrebbe un bambino appena nato già porre in essere degli atti di conoscenza spirituale e di libero arbitrio? Piuttosto, non leggiamo nel vangelo di Luca che Cristo cresceva e che la sua sapienza aumentava nel corso del tempo? (Lc 2,32)
Le testimonianze del Nuovo Testamento non negano il progresso della scienza umana di Gesù e il suo vero essere bambino. Contemporaneamente, però, i testi biblici manifestano anche l’influsso singolare del suo essere Dio sulla sua anima umana. Secondo la lettera agli Ebrei, Gesù Cristo, «entrando nel mondo, … dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. (…) Allora ho detto: Ecco io vengo (…)per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7). Questa descrizione presuppone un atto della volontà umana del Figlio incarnato di Dio.
Il vangelo di Giovanni sottolinea che Gesù Cristo vede il Padre già durante la sua vita terrena: «Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46; cf. 1,18). Vedere il Padre viene espresso secondo il testo greco nel tempo perfetto: si tratta di un’azione iniziata nel passato che permane anche nel presente. Il Figlio è rivolto al Padre eternamente nella visione, e questa conoscenza divina si rispecchia anche nell’anima umana di Gesù che non può essere separata dalla persona del Figlio.
Nella visione beatifica, l’anima di Cristo non ci considera alla maniera della conoscenza terrena, con la quale progrediamo da una impressione all’altra, ma la visione di Dio accoglie l’intera realtà quasi in un unico sguardo. Tommaso d’Aquino spiega la visione immediata di Dio utilizzando la descrizione di san Paolo, per il quale la visione di Dio faccia a faccia si distingue dalla conoscenza “a pezzettini” con cui comprendiamo le realtà conosciute soltanto successivamente (ek mérous, “in parti”: 1 Cor 13,12; cf. STh I q. 12 a. 2. 10 ecc.). In cielo vedremo Dio come Egli è (cf. 1 Gv 3,2). La visione di Dio mediante l’anima di Gesù si rivolge a Dio stesso, ma vede in Lui come in uno specchio anche le realtà create. Questa visione supera le categorie umane. Per essere colta in un linguaggio umano, ella va trasformata in una forma categoriale.
La teologia medievale ha formulato la realtà complessa della scienza di Cristo con la dottrina della scienza triplice di Gesù (ad esempio in Tommaso d’Aquino: STh III q. 9-12): la visione beatifica, la scienza infusa (in cui la conoscenza immediata di Dio viene trasmessa in categorie colte dal linguaggio umano) e la scienza acquisita di Cristo. Durante la vita terrena, Gesù Cristo è contemporaneamente in cammino come pellegrino e unito a Dio nella visione (presente nella parte superiore della sua anima). Questa realtà misteriosa viene indicata dalla scolastica con la formula simul viator et comprehensor («allo stesso tempo in cammino e giunto al termine»).
Lo sguardo al presepio svela, quindi, l’amore personale misterioso di Cristo per ognuno di noi. «Gesù ci ha conosciuto e amati, tutti e ciascuno, durante la sua vita, la sua agonia e la sua passione, e per ognuno di noi si è offerto: il Figlio di Dio “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20)» (CCC 478). Vogliamo rispondere a quest’amore eterno e divino nel cuore del bambino Gesù con la nostra adorazione amorevole, soprattutto durante il tempo natalizio. Nel bambino Gesù si aprono i tesori immensi dell’amore divino.

6. Il legame con il Mistero Pasquale
Il mistero natalizio è intrinsecamente legato al cuore del messaggio salvifico che culmina nella croce e nella risurrezione. Il mistero pasquale si manifesta sin dall’inizio della vita di Gesù. Il legame della nascita di Gesù con la croce si mostra già sul luogo dell’evento: in questo mondo non esiste alcun posto adeguato per il Salvatore dell’universo; egli non nasce in un palazzo regale, bensì in una stalla. Egli non giace in un letto per i bambini, ma in una mangiatoia per gli animali. La rappresentazione del bue e dell’asino nei nostri presepi corrisponde a quella situazione contenuta in un detto del profeta Isaia: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» (Is 1,3). Il divino re del mondo nasce fuori da una casa normale e viene crocifisso fuori dalle porte della città (cf. Eb 13,12). Le potenze di questo mondo, istigate dalla volontà maligna di Satana, vogliono spingerlo fuori e annichilirlo. La furia del maligno e il suo volere distruttivo si mostra poi anche nella persecuzione di Gesù bambino attuata dal re Erode: il bambino Gesù deve fuggire in Egitto per salvare la sua vita (Mt 2,13-18). Durante la presentazione di Gesù bambino al tempio, il vecchio Simeone annuncia con parole profetiche che Cristo sarà un segno di contraddizione (Lc 2,35). Perciò, noi cristiani non dobbiamo meravigliarci se siamo chiamati a confrontarci con l’inimicizia del mondo e se dobbiamo quasi nuotare contro la corrente. Se non fossimo pronti a ciò, dovremmo tradire il nostro Signore e maestro.
Gli eventi attorno alla nascita di Gesù lasciano intravedere la crocifissione: dal presepio, un cammino dritto porta verso il monte Gólgota. Allo stesso momento – e di più – , però, si mostra anche lo splendore della futura risurrezione. I pastori sperimentano l’apparizione di un angelo, «e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Essi sentono un messaggio di gioia: nella città di Davide è nato il Salvatore, il Messia promesso dai profeti. Un esercito celeste di angeli loda Dio con un canto solenne: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,10-13). «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
L’anticipazione della gioia pasquale riguarda anche la stessa nascita di Gesù. Nel prologo di Giovanni si trova un versetto che viene riferito, secondo i primi manoscritti conservati in greco, ai credenti: «i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,13). I papiri conservati nella sabbia egiziana, però, non sono le uniche testimonianze antiche del testo giovanneo. Già nel secondo e nel terzo secolo si trova presso le regioni più varie della Chiesa, presso i Padri e gli scrittori ecclesiastici, la versione che riferisce a Gesù Cristo lo stesso versetto del prologo: «che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato». Questa spiegazione viene difesa oggi da esegeti di spicco. Papa Giovanni Paolo II la definisce “probabile” in una delle sua Catechesi Mariane (10.7.1996). L’essere generato di Gesù “non da sangue” significa probabilmente che la nascita di Gesù avvenne senza effusione di sangue, che nell’Antico Testamento è considerata causa dell’impurità rituale. I Padri della Chiesa legano comunque la nascita di Gesù dalla Vergine Maria alla promessa d’Isaia, per il quale (seguendo il testo greco della Settanta) la “Vergine” “sta concependo e partorendo” (Is 7,14). Essi vedono nel parto verginale di Maria l’annullamento della sentenza penale che la Genesi attribuisce al parto doloroso quale segno del peccato (Gn 3,16). Essi ricordano anche l’inaspettato annuncio dell’arrivo del mondo nuovo contenuto nel libro di Isaia: «Prima di provare i dolori, ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un maschio» (Is 66,7). In seguito, Gerusalemme stessa viene presentata come donna che partorisce i suoi “figli” con gioia (Is 66,8-12). Alcuni rabbini che trattano del parto indolore nel tempo messianico vedono questo evento come segno della redenzione d’Israele, della “figlia di Sion”.
In questa prospettiva della storia salvifica della “figlia di Sion”, Maria appare come prototipo e come madre spirituale del popolo di Dio. Così come lo splendore, il mistero pasquale è già visibile nella nascita di Gesù, allo stesso modo esiste anche un parallelo tra il mistero natalizio e il sacramento del Battesimo. Il versetto dal prologo di Giovanni (1,13) citato sopra offre in ogni caso un parallelo tra la nascita verginale e il Battesimo, senza dipendere dalla lettura del testo al plurale (riferito ai cristiani) o al singolare (riferito a Cristo). Se partiamo dalla lettura al plurale concernente i credenti, l’essere nato da Dio viene descritto con termini accolti dalla nascita di Gesù da Maria Vergine. Se invece – ciò che è più probabile – preferiamo la lettura al singolare riferito a Cristo, l’origine verginale di Cristo appare come inizio di un avvenimento che si estende in seguito in modo analogo anche ai credenti.
Questo rapporto tra nascita verginale e Battesimo viene colto già in tempi antichissimi. Si trova alla fine del secondo secolo in sant’Ireneo, particolarmente legato alla tradizione giovannea. Il vescovo di Lione scrive che il Figlio di Dio «aprì con purezza il grembo puro che fa rinascere gli uomini in Dio e che Egli stesso ha purificato»[7]. Nella formulazione, si uniscono la nascita del Figlio di Dio da Maria Vergine e la rinascita del cristiano nel Battesimo. Maria e la Chiesa vengono messe insieme in un’unica prospettiva. Il parto di Maria, descritto come “mistero” già da Ignazio d’Antiochia, appare qui come segno della nostra rinascita da Dio nel sacramento del Battesimo. Anche il nostro essere nati dall’alto, ad opera divina, è un mistero della grazia. Ringrazieremo perciò Dio con tutto il cuore, soprattutto durante la nostra visita al presepio.
In un discorso programmatico scritto in occasione del 1600o anniversario del sinodo di Capua (391-392), Papa Giovanni Paolo II sviluppa il rapporto del parto verginale con il mistero pasquale: «nella liturgia», la Chiesa «ha sempre celebrato il Natale guardando alla Pasqua, così come, celebrando la Pasqua è memore del Natale, e riconosce in Maria la testimone eccezionale dell’identità tra il Bambino nato dalla sua carne verginale e il Crocifisso rinato dal sepolcro sigillato …»[8].

7. L’infanzia di Gesù e la nostra infanzia spirituale
Secondo le prediche natalizie di san Bernardo, l’infanzia di Gesù è un segno dell’“umiltà” di Dio che assume la natura umana, poco appariscente, per liberare noi uomini dalle catene del male. A maggior ragione, noi uomini siamo invitati ad accogliere il regno di Dio con la prontezza di un bambino: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno di Dio. Perciò, chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4). Il Figlio di Dio ha santificato l’essere umano dal concepimento fino alla morte, penetrandolo con la sua sconfinata vita divina. Egli ci invita ad essere semplici e fiduciosi come un piccolo bambino, per aprirci a Lui che si fece bambino per noi.
L’essere bambino di Gesù è un potente aiuto per la crescita del nostro amore di Dio. Un teologo austriaco, autore di un intero libro raccomandabile sull’infanzia di Gesù, sottolinea: «Come bambino, il Figlio di Dio poteva conquistare più facilmente il nostro cuore, la nostra fiducia. Nessuno deve avere paura di fronte ad un bambino. Il bambino non sa niente dell’odio e della rabbia, lui conosce solo l’amore che egli desidera. Certamente, Cristo avrebbe potuto apparire anche come uomo adulto maturo, pieno di forza e di maestà, come sarà alla fine dei tempi per la Parusia. In questo caso, lo avremmo forse temuto di più, ma probabilmente lo avremmo amato di meno. In occasione del suo primo avvento egli voleva, invece, toglierci il timore. Perciò l’angelo disse ai pastori: “Non temete … troverete un bambino …» (Lc 2,10.12)[9].

Dossier a cura del Prof. Dr. Manfred Hauke, della Facoltà di Teologia di Lugano (Svizzera). (Agenzia Fides 22/12/2007)

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[1] Cf. Benedetto XVI, Catechesi del 14.03.2007.
[2] Ignazio d’Antiochia, Ad Eph. 19,1-3.
[3] Ignazio d’Antiochia, Ad Eph. 7,2.
[4] Cfr. Basilio, De Spiritu Sancto 15, 35.
[5] Gregorio di Nissa, De triduo inter mortem et resurrectionem Domini nostri Iesu Christi spatio (Gregorii Nysseni Opera IX, 292).
[6] DS 3812 & Enchiridion delle Encicliche 6, n. 226. Vedi anche il rinvio a questo brano in CCC 478.
[7] Adv. haer. IV,33,11.
[8] La questione della perpetua verginità di Maria riguarda il mistero di Cristo, n. 5 (24.5.1992).
[9] Ferdinand Holböck, Das Mysterium der Kindheit Jesu, in Leo Scheffczyk (ed.), Die Mysterien des Lebens Jesu und die christliche Existenz, Aschaffenburg 1984, 86-94 (91). Cf. Idem, Warum ist Gott ein Kind geworden? Christiana Verlag: Stein am Rhein
31982.

Maria Vergine incinta

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ROMANO IL MELODE: Hymn., 32, 6.8-12 (per il Natale)

dal sito:

http://digilander.libero.it/undicesimaora2/padri/Melode_antologia.pdf

ROMANO IL MELODE

Hymn., 32, 6.8-12

Con palme i bambini ti lodano,
chiamandoti figlio di David:
avevan ragione, o Maestro,
perché tu l`insolente hai ucciso
Golia spirituale.
Le danzatrici dopo la vittoria
cosí l`acclamarono:
Saul mille ne uccise, David diecimila (cf. 1Sam 18,6-7).
Questo la Legge sta a dire,
e dopo la tua grazia, o mio Gesú.
La Legge è Saul geloso che perseguita;
però su David perseguitato
sboccia il frutto di grazia,
poiché di David il Signor tu sei,
o Benedetto, venuto a richiamare Adamo…
Tu la forza manifesti
eleggendo l`indigenza.
Segno di povertà fu quello
infatti di sedersi sopra un asinello,
mentre con la tua gloria
fai vacillare Sion.
Le vesti dei discepoli eran certo
un marchio d`indigenza,
ma l`inno dei bambini e delle folle il grido (cf. Mt 21,9)
eran di tua potenza il segno:
«Osanna nell`alto dei cieli» – ovvero:
Salvaci alfine; Salva, o Altissimo, gli oppressi.
Abbi pietà di noi, per queste palme;
I rami che si agitano il tuo cuore toccheranno,
tu che venuto sei per richiamare Adamo.
Adamo per noi contrasse,
mangiando il non dovuto,
il debito che ci opprime,
e fino ad oggi, al posto suo vien chiesto
a noi suoi discendenti.
Impadronirsi di sua vittima
dal creditor fu ritenuto poco;
incombe allor sui figli
reclamando del padre il debito,
svuota del debitor la casa,
tutti menando fuori.
A colui che è onnipotente
perciò noi ricorriamo:
conoscendo la nostra spoliazione,
assumiti tu il nostro debito,
tu ricco qual sei,
tu che venuto sei per richiamare Adamo.
Per liberare gli uomini venisti,                                                               
testimone il profeta Zaccaria,
che dolcissimo, giusto e salvatore,
un tempo t`ha chiamato (cf. Zc 9,9).
Esausti e vinti siamo,
scacciati dappertutto.
Nella Legge credemmo intravedere
un liberator, però in servaggio
essa ormai ci ha ridotti;
quindi appello ai profeti
facemmo e sulla speranza ci han lasciati.
Per questo coi bambini
ci gettiamo ai tuoi piedi:
pietà di noi, oppressi;
consenti a subir la croce e la sentenza
tu della morte lacera,
tu che venuto sei per richiamare Adamo.
«O creatura della mano mia -
risponde il Creatore a quelli che sí gridano -,
sapendo che la Legge non aveva
potere di salvarti,
lo stesso son venuto.
A]la Legge salvarti non spettava,
perché non è lei che t`ha creato;
né dei profeti compito,
che creature mie come te erano.
Solo a me spetta d`affrancarti
dal debito oppressore.
Per te sono venduto, e sí ti libero;
per te son crocifisso, e dalla morte scampi;
muoio, cosí a gridar ti insegno:
Benedetto tu sei
tu che venuto sei per richiamare Adamo.
Ho forse io amato tanto gli angeli?
No, sei tu, il meschino, che io ho preferito.
La mia gloria offuscai,
e ricco, liberamente povero mi feci,
per amor tuo.
Per te ho sofferto
fame, sete e fatica.
Per monti, valli e per burroni ho corso,
pecorella smarrita, per cercarti;
nome di agnello presi
per ricondurti, attratta da mia voce;
e di pastore, per dare la mia vita
per te, e sottrarti al lupo.
Tutto perché tu gridi io sopporto:
Benedetto tu sei,
tu che venuto sei per richiamare Adamo».        
                                  

STORIA DEL NATALE

dal sito:

http://www.flipnews.org/italia/underground_3/blog/index.php?option=com_content&task=view&id=3499&Itemid=133

STORIA DEL NATALE

Il Natale è la festività cristiana che celebra la nascita di Gesù, per i Cristiani figlio di Dio e della Vergine Maria. Cade il 25 dicembre (il 7 gennaio nelle Chiese orientali, per lo slittamento del calendario giuliano).

Il termine italiano Natale deriva dal latino natalis che significa « natalizio », « relativo alla nascita ».
Già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile) che commemorava la nascita dell’Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), anch’essa il 25 dicembre, introdotta da Aureliano nel 273 d.C., soppiantata progressivamente durante il III secolo dalla ricorrenza cristiana. Il Natale è anche chiamato Natale di Gesù o Natività del Signore.
 
I primi secoli del Cristianesimo
Il Natale non è presente tra i primi elenchi di festività cristiane di Sant’Ireneo e Tertulliano ; Origene, probabilmente alludendo ai Natalitia imperiali dichiara  che nelle scritture solo i peccatori, e non i santi, celebrano la loro nascita. Arnobio ridicolizza la celebrazione dei « compleanni » degli dei.
Le chiese cristiane celebravano piuttosto la festa dell’Epifania (dal greco p?f??e?a (epiphàneja): manifestazione, comparsa, apparizione, nascita), che commemora la visita dei Re Magi a Gesù.
Il processo attraverso il quale il 25 dicembre divenne la ricorrenza della nascita di Gesù per tutta la cristianità, incominciò solo nel III secolo e durò fino al successivo e differì temporalmente secondo le diocesi.

Celebrazioni in Alessandria d’Egitto
Le prime evidenze di una celebrazione provengono da Alessandria d’Egitto, circa 200 d.C., quando Clemente di Alessandria[5] disse che certi teologi egiziani, « molto curiosi », definirono non solo l’anno, ma anche il giorno della nascita di Gesù il 25 Pachon, corrispondente al 20 maggio del ventottesimo anno di Augusto ma fecero questo non perché ritenessero che il Cristo fosse nato quel giorno ma solo perché quel mese era il nono del loro calendario [6]. Altri scelsero le date del 24 o 25 Pharmuthi (19 o 20 aprile).
Un testo del 243, De paschae computus, attribuito a Cipriano ma probabilmente apocrifo, dichiara che la nascita di Cristo fu il 28 marzo perché fu in quel giorno che il sole fu creato[2].
Clemente dichiara anche che i Balisilidiani celebravano l’Epifania e con essa, probabilmente, anche la nascita di Gesù, il 15 l’11 Tybi (10 o 6 gennaio).
In un qualche momento la doppia commemorazione di Epifania e Natività deve essere diventata comune, sia perché l’apparizione dei pastori era considerata una delle manifestazioni della gloria di Cristo, sia forse a causa di una discrepanza del vangelo di Luca 3,22 presente in vari codici, tra cui il codice Bezae, in cui le parole di Dio sono rese houios mou ho agapetos, ego semeron gegenneka se (« tu sei il mio figlio prediletto, in questo giorno ti ho generato ») al posto di en soi eudokesa (« in te mi sono compiaciuto »).
Abraham Ecchelensis (1600-1664)
 riferisce della presenza di un dies Nativitatis et Epiphaniae da una costituzione della chiesa di Alessandria al tempo del Concilio di Nicea.
Epifanio riferisce di una cerimonia dai tratti gnostici ad Alessandria in cui, la notte tra il 5 e il 6 gennaio, un disco solare inquartato (oggi noto come « croce celtica ») detto Korê era portato in processione attorno a una cripta, al canto Oggi a quest’ora Korê ha dato vita all’Eterno[9].
Giovanni Cassiano (360-435) scrive tra il 418 e il 427 che i monasteri egiziani ancora osservano gli antichi costumi.
Il 29 Choiak (11 agosto) e 1 gennaio 433 Paolo di Emesa predica presso Cirillo di Alessandria, e i suoi sermoni  mostrano che la celebrazione del Natale il mese di dicembre era già fermamente stabilita, e i calendari provano la sua permanenza; per cui la festa si era diffusa in Egitto tra il 427 e il 433.

Celebrazioni a Cipro, Armenia e Anatolia
A Cipro, alla fine del IV secolo, Epifanio dichiara contro gli Alogi[12] che Cristo era nato il 6 gennaio ed era stato battezzato l’8 novembre.
Efrem il Siro (i cui inni si riferiscono all’Epifania e non al Natale) prova che la Mesopotamia ancora festeggiava la nascita tredici giorni dopo il solstizio d’inverno, ovvero il 6 gennaio.
Contemporaneamente in Armenia la data di dicembre era ignorata, e tuttora gli Armeni celebrano il Natale il 6 gennaio.
In Anatolia, i sermoni di Gregorio di Nissa su Basilio Magno (morto prima del 1 gennaio 379) e i due seguenti durante la festa di santo Stefano[14], provano che nel 380 il Natale era già celebrato il 25 dicembre[15].
Nel V secolo Asterio di Amaseia e Anfilochio di Iconio, contemporanei di Basile e Gregorio, mostrano che nelle loro diocesi le feste dell’Epifania e del Natale erano separate.

Celebrazioni a Gerusalemme
Nel 385 Egeria scrive di essere rimasta profondamente impressionata dalla festa della Natività di Gerusalemme, che aveva aspetti prettamente natalizi; il vescovo si recava di notte a Betlemme, tornando a Gerusalemme il giorno della celebrazione. La presentazione di Gesù al tempio era celebrata quattordici giorni dopo. Ma questo calcolo inizia dal 6 gennaio, e la festa continuava per gli otto giorni dopo quella data [17]; successivamente menziona solo le due feste maggiori dell’Epifania e della Pasqua. Per cui il 25 dicembre nel 385 non era osservato a Gerusalemme.
Giovanni di Nikiu per convincere gli armeni a osservare la data del 25 dicembre fa notizia di una corrispondenza tra Cirillo di Gerusalemme e papa Giulio I in cui Cirillo dichiara che il suo clero non può, nella singola festa della nascita e del battesimo, effettuare una doppia processione tra Betlemme e il Giordano e chiede a Giulio di stabilire la vera data della Natività dai documenti del censimento portati a Roma da Tito; Giulio stabilisce il 25 dicembre.
In un altro documento[19] si riferisce che Giulio scrisse a Giovenale di Gerusalemme (circa 425-458), aggiungendo che Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli era stato criticato per aver dimezzato le festività, ma Giulio morì nel 352 e la testimonianza di Egeria rende questi ultimi due documenti di origine dubbia[2].
Sofronio Eusebio Girolamo, scrivendo nel 411, rimprovera ai palestinesi di mantenere la celebrazione della nascita di Cristo nella festa della Manifestazione.
Cosmas Indicopleustes suggerisce [21] che anche alla metà del VI secolo la chiesa di Gerusalemme riteneva, basandosi sul passo evangelico di Luca, che il giorno del battesimo fosse il giorno della nascita di Gesù in quanto essere divino. La commemorazione di Davide e Giacomo l’Apostolo si svolgeva il 25 dicembre.
Il 25 dicembre 432 Paolo di Emesa pronunciava a Cirillo di Alessandria un discorso sul Natale.

Celebrazioni ad Antiochia
Ad Antiochia, dopo una lunga resistenza, la festa del 25 dicembre venne accolta nel 386 grazie all’opera di san Giovanni Crisostomo.
Durante la festa di san Filogonio del 386[22] San Giovanni Crisostomo predicò un importante sermone: in reazione ad alcuni riti e feste ebraiche invitò la chiesa di Antiochia a celebrare la nascita di Cristo il 25 dicembre quando già parte della comunità la celebrava in quel giorno da almeno dieci anni; dichiarò che in occidente la festa era già celebrata e che egli desiderava introdurla, che questa era osservata dalla Tracia a Cadice e che la sua miracolosamente rapida diffusione era un segno della sua genuinità.
Per giustificare la decisione interpretò gli episodi evangelici dicendo che il sacerdote Zaccaria entrò nel Tempio ricevendo l’annuncio del concepimento di Giovanni Battista in settembre; il vangelo data quindi il concepimento di Gesù dopo sei mesi, ovvero in marzo, per cui la nascita sarebbe avvenuta in dicembre.
Infine il Crisostomo dichiarò di sapere che i rapporti del censimento della Sacra Famiglia erano ancora a Roma e quindi Roma doveva aver celebrato il Natale il 25 dicembre per un tempo abbastanza lungo da consentire al Crisostomo di riportare con certezza la tradizione romana. Il riferimento agli archivi romani è antico almeno quanto Giustino di Nablus e Tertulliano. Papa Giulio I, nella falsificazione cirillina citata in precedenza, afferma di aver calcolato la data basandosi su Flavio Giuseppe, sulla base della stessa considerazione non provata riguardante Zaccaria.

Celebrazioni a Costantinopoli
Nel 379/380 Gregorio Nazianzeno si fa iniziatore (in lingua greca: exarchos) presso la Chiesa di Costantinopoli della nuova festa, proposta in tre sue omelie[26] predicate in tre giorni successivi nella cappella privata chiamata Anastasia; dopo il suo esilio nel 381, la festa scomparve[2].
Secondo Giovanni di Nikiu, Onorio, presente durante una delle sue visite, si accordò con Arcadio perché fosse osservata la festa nella stessa data di Roma. Kellner colloca questa visita nel 395; Baumstark tra il 398 e il 402; l’ultima data si basa su una lettera di Giacomo di Edessa citata da George di Beeltân, che dichiara che il Natale fu portato a Costantinopoli da Arcadio e Crisostomo dall’Italia dove secondo la tradizione si era tenuta fin dai tempi apostolici. Crisostomo fu vescovo tra il 398 e il 402, e quindi la festa sarebbe stata introdotta in questo periodo da Crisostomo vescovo allo stesso modo in cui era stata introdotta ad Antiochia da Crisostomo presbitero; però Lübeck prova che le evidenze su cui si basa la tesi di Baumstark non sono valide.
Più importante, ma solo poco meglio accreditata[2], è la tesi di Erbes’ che la festa sia stata introdotta da Costantino I tra il 330 e il 335; esattamente nel 330 secondo l’opinione di alcuni storici, e probabilmente consigliato della madre Elena e dai vescovi del Concilio di Nicea.

Celebrazioni a Roma
Riguardo alla Chiesa di Roma, la più antica[2] fonte sulla celebrazione del Natale è il Cronografo del 354[31] compilato nel 354, che contiene importanti tre date:
•    Nel calendario civile il 25 dicembre è indicato come Natalis Invicti.
•    Nella Depositio Martyrum, una lista di martiri romani o di altra origine universalmente venerati, il 25 dicembre è indicato come VIII kal. ian. natus Christus in Betleem Iudeae.
•    In corrispondenza del 22 febbraio, VIII kal. mart. è menzionata la cattedra di San Pietro.
Nella lista dei consoli sono indicati i giorni di nascita e di morte di Cristo e le date di ingresso a Roma e di martirio dei santi Pietro e Paolo.
Una citazione significativa è:
(LA) « Chr. Caesare et Paulo sat. XIII. hoc. cons. Dns. ihs. XPC natus est VIII Kal. ian. d. ven. luna XV »    (IT) « durante il consolato di Cesare (Augusto) e Paolo nostro signore Gesù Cristo nacque otto giorni prima delle calende di Gennaio [ovvero il 25 dicembre ] un venerdì, il quattordicesimo giorno della Luna »
Queste indicazioni però sembrango scorrette e possono essere delle successive aggiunte al testo, per cui anche se la Depositio Martyrum è datata al 336 è probabile che questa indicazione debba essere datata al 354, anche se la presenza in un calendario ufficiale lascia supporre che siano esistite delle celebrazioni popolari precedenti.
Sul finire del IV secolo la festività passò a Milano e per poi diffondersi nella altre diocesi del nord: Torino, Ravenna, ecc.
Ipotesi sull’origine della data del Natale
Sul fatto che il Natale venga festeggiato il 25 dicembre vi sono diverse ipotesi che possono essere raggruppate in due categorie: la prima che la data sia stata scelta in base a considerazioni simboliche interne al Cristianesimo, la seconda che sia derivata dall’influsso di festività celebrate in altre religioni praticate contemporaneamente al Cristianesimo di allora. Le due categorie di ipotesi possono coesistere.
Questo primo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come « interna » al Cristianesimo, senza apporti da altre religioni, derivante da ipotesi cristiane sulla data di nascita di Gesù.
•    Un’ipotesi afferma che la data del Natale si fonda sulla data della morte di Gesù o Venerdì Santo. Dato che la data esatta della morte di Gesù nei Vangeli ricorre tra il 25 marzo e il 6 aprile del nostro calendario, per calcolare la data di nascita di Gesù, hanno seguito l’antica idea che i profeti del Vecchio Testamento morirono a una « era integrale », corrispondente all’anniversario della loro nascita.[senza fonte] Secondo questa ipotesi Gesù morì nell’anniversario della sua Incarnazione o concezione, così la sua data di nascita avrebbe dovuto cadere nove mesi dopo la data del Venerdì Santo, il 25 dicembre o 6 gennaio.[senza fonte]
•    Il sorgere del sole e la luce sono simboli usati nel Cristianesimo e nella Bibbia. Per esempio nel vangelo di Luca, Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, descrive la futura nascita di Cristo, come « verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge ». Il Natale, nel periodo dell’anno in cui il giorno comincia a allungarsi, potrebbe essere legato a questo simbolismo.]
•    Un’ipotesi piuttosto recente asserisce che la data del Natale corrisponda, entro certi limiti, alla vera data di nascita di Gesù. Si tratta di un’ipotesi basata sull’analisi dei testi presenti nella biblioteca essena di Qumran e su alcune informazioni fornite dal Vangelo secondo Luca. Secondo Luca, San Giovanni Battista fu concepito sei mesi prima di Gesù (e quindici mesi prima del Natale), e l’annuncio del suo concepimento fu dato al padre San Zaccaria mentre questi officiava il culto nel Tempio di Gerusalemme. Dai rotoli di Qumran si è potuto ricostruire il calendario dei turni che le vari classi sacerdotali seguivano per tali offici, ed è stato possibile stabilire che il turno della classe di Abia (a cui apparteneva Zaccaria) cadeva due volte l’anno. Uno dei due turni corrispondeva all’ultima settimana di settembre, ossia proprio quindici mesi prima della settimana del Natale.
Il secondo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come « esterna » al Cristianesimo, come un tentativo di assorbimento di culti precedenti al Cristianesimo con la sovrapposizione di festività cristiane a feste di altre religioni antiche.
•    C’è chi afferma che la nascita del Cristo derivi dalla tradizione e dalla festa ebraica della luce, la Hanukkah, che cade il venticinquesimo giorno di Kislev e all’inizio del Tevet. Il mese di Kislev è comunemente accettato come coincidente con dicembre. Sotto l’antico Calendario Giuliano, per scelta popolare, la nascita di Cristo venne fissata al 5 a.C., il venticinquesimo giorno di Kislev. In questo senso il Cristianesimo avrebbe ripetuto quanto già fatto per le principali festività cristiane come Pasqua o Pentecoste, che sono derivate dalle corrispondenti festività ebraiche.[senza fonte]
•    La festa si sovrappone quasi perfettamente alle celebrazioni per il solstizio d’inverno (tipiche del nord Europa) e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre). Secondo alcuni studi recenti, a partire da quelli di Thomas Talley sul Natale e sulla diffusione del culto del Dies natalis solis invicti, l’ipotesi che la festa liturgica del Natale sia sorta per sostituire la festa pagana si è ridimensionata a favore di una origine autonoma avvenuta all’interno delle comunità cristiane dell’africa donatista.

Publié dans:NATALE 2010 e Avvento |on 21 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

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Fioritura liriodendro di Brunhilde Reinig

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Omelia per il 21 dicembre 2010: La gioia dell’incontro

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/11808.html

Omelia (21-12-2007) 
Messa Meditazione

La gioia dell’incontro

Gioisci! Questo è il senso della formula standardizzata ‘Ave’. E’ la gioia che ha attraversato l’Antico Testamento e che trova il culmine nelle due letture proposte oggi a libera scelta, dal Cantico o da Sofonia. Si gioisce per una presenza, per uno che ci viene donato. E’ lo sposo del Cantico, immagine splendente di Dio che ci ama; è il Re d’Israele ‘in mezzo a te’ come Salvatore potente. Elisabetta lo riconosce già nel bambino presente nel grembo di Maria; il bambino Giovanni Battista ne accoglie in un rimbalzo gioioso l’effetto salvifico. La gioia della vita è Uno che è presente.

L’incontro tra Elisabetta e Maria è l’incontro tra l’attesa e il compimento, tra la promessa e il suo realizzarsi. Avviene il primo riconoscimento del Fatto nuovo che è entrato nella storia: ‘il mio Signore’, come esclama Elisabetta. Ciascuna delle due mamme è contenta per il proprio figlio e per il figlio dell’altra: già questo è un raddoppio di gioia. Ma qui arriva a compimento l’attesa dei secoli. Si incontrano le acque che scendono scroscianti dalle rocce della storia di Israele e quelle del nuovo ruscello sgorgato dalla potenza di Dio. L’anziana Elisabetta e la giovane Maria. Colui che porta a termine l’Antico Testamento, e il Messia che inizia una nuova storia. I discepoli di Giovanni passeranno al nuovo Maestro, all’Uomo nuovo, iniziatore della nuova umanità. Tutto questo comincia ad accadere nel buon terreno delle Madri, e queste donne realizzano la propria vocazione e missione materna riconoscendo e accogliendo l’identità, la vocazione e la missione dei figli.
L’esito è la gioia. Si gioisce per una persona presente. E quale persona! La gioia vera della vita coincide con un bimbo che nasce, con un amico che si incontra, con un amore che sboccia. La gioia è l’altro. Qui, l’altro coincide con l’Altro, con Colui che è il tutto della vita, il Valore supremo e il senso di ogni cosa. La gioia non sta nell’avere delle cose, ma in un rapporto vero, capace di riconoscere l’altro, la sua dignità, la sua personalità; capace di riceverlo, ospitarlo, e quindi amarlo e seguirlo. Ci sono tante piccole e normali esperienze umane che documentano la verità di questo fatto nei rapporti familiari, amicali, amorosi. Ma tutto viene esaltato al massimo, quando l’altro è riconosciuto come segno di Dio e quindi la sua accoglienza coincide con l’accoglienza di Dio stesso, divenuto visibile e vicino come un amico.

‘Benedetta tu fra tutte le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! ». Lo dico a te o Maria, e nello stesso tempo lo dico alla Chiesa Madre, che mi dona Cristo rendendolo presente come un amico e come un figlio.

Ogni rapporto umano, di amicizia o di amore, trova compimento nella sua apertura a Cristo. La pienezza della gioia non sta nel contrapporre gli affetti umani all’amore di Cristo, ma nel viverli come segno che apre a un amore più grande. Domando di vivere in questo modo le mie amicizie e i miei amori.

Commento a cura di don Angelo Busetto

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Rm 8,37

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Publié dans:immagini belle |on 20 décembre, 2010 |Pas de commentaires »
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