Archive pour le 9 décembre, 2010

una Menorah di ghiaccio

una Menorah di ghiaccio dans immagini sacre hanukkah_menorah_3

Hanukkah Menorah Chabad Lubavitch. Hanukkah Menorah of ice sculpture in front of Chabad Lubavitch of Midtown Manhattan at 509 5th Avenue, New York City,
Rabbi Yehoshua Metzger, Co-director.

http://publicdomainclip-art.blogspot.com/2008/12/hanukkah-menorah-chabad-lubavitch-of.html

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Papa Benedetto: Sant’Ambrogio (udienza 24 ottobre 2007)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071024_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 ottobre 2007 

Sant’Ambrogio

Cari fratelli e sorelle,

il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita.

Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano.

Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione.

E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano in ricerca e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo: una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino –«il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7).

Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum: «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro”». Aveva imparato proprio da Ambrogio questo «ascoltare di dentro», questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio.

Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica» che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confessioni 6,3). Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando –, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori.

Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.

Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce … Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!» (La verginità 16,99). Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

Festa liturgica di S. Ambrogio (Car. Giacomo Biffi, emerito di Bologna, 2003)

la festa di Sant’Ambrogio cade il 7 dicembre a ridosso dell’Immacolata, per questo posto qualcosa oggi, dal sito:

http://www.bologna.chiesacattolica.it/arcivescovi/biffi/omelie/2003/2003_12_07.html

Festa liturgica di S. Ambrogio

Diocesi di Bologna: Sua Eminenza Rev.ma il Sig. Cardinale Giacomo Biffi

Il vescovo di Milano, Ambrogio, spirò all’alba del 4 aprile del 397, che era un sabato santo. Spirò dopo aver ricevuto il viatico dalle mani del vescovo di Vercelli, Onorato, e dopo una lunga orazione a braccia distese in croce – come per una preghiera eucaristica – cominciata la sera precedente.
Qualche giorno prima aveva detto di non temere di morire, perché sapeva di doversi presentare a un “padrone buono”. Noi aggiungiamo: poteva non aver paura del rendiconto, anche perché il suo era stato un buon servizio.
E il Signore Gesù – quasi a confermare tanta serenità – nelle ultime ore (a testimonianza del vescovo di Lodi, Bassiano, suo grande amico che era accorso ad assisterlo nella malattia) gli si era manifestato nell’atto di muovergli incontro e di sorridergli.
* * *
Il suo servizio episcopale era iniziato ventitrè anni prima in circostanze non comuni, che hanno sempre stupito la cristianità. Un’improvvisa acclamazione di popolo l’aveva costretto, mentre era un brillante funzionario imperiale (che tra l’altro non era nemmeno battezzato) a interrompere la sua promettente carriera politica e a dedicarsi a tempo pieno a Dio e ai fratelli nella vita ecclesiale.
Egli si arrese solo dopo una strenua e ripetuta resistenza. Molti anni dopo così pregherà il Signore: “Adesso custodisci il dono che tu allora mi hai fatto nonostante le mie ripulse” (De paenitentia II,73). Ma, una volta conosciuta veramente la volontà divina, non si è più risparmiato; ha abbandonato i progetti da lungo tempo accarezzati e si è dato totalmente alla sua inattesa missione.
Questo è il primo insegnamento che ci viene da sant’Ambrogio. Sulla strada di ciascuno di noi c’è un Dio che aspetta e che – quando uno magari non ci pensa per niente – interviene, scompiglia i nostri conti e decide la nostra sorte. Non sempre chiede un cambiamento radicale per un impegno eccezionale, come quello di Ambrogio, ma sempre vuole una donazione generosa e senza riserve. Anche se non sempre ci strappa alla nostra esistenza consueta, sempre vuole strapparci alla nostra mediocrità per farci vivere con un amore più risoluto e con una fedeltà senza incertezze.
D’altronde il Signore è lui, e a lui tocca decidere che cosa dobbiamo fare della vita che ci dona: “Io sono il Signore tuo Dio”, così sta scritto in capo ai comandamenti.
* * *
Chiamato a essere vescovo, egli si è trasfigurato in tutte le fibre del suo essere. Ma nella varia ricchezza della sua fondamentale umanità è rimasto se stesso, perché Dio non mortifica mai i valori autentici che sono in noi; piuttosto li piega al suo disegno e li fa entrare nel suo gioco. Basterà citare soltanto qualche esempio della vicenda di Ambrogio.
Era già un eccellente uomo di governo; e ha saputo governare la Chiesa con mano ferma e con ammirevole saggezza.
Possedeva un’invidiabile cultura letteraria; ed è riuscito a portare molti a Cristo con la magìa del suo dire e con l’eleganza classica della sua scrittura. “La soavità della sua parola mi incantava”, ricordava di lui uno spirito sensibile ed esigente come Agostino.
Aveva ricevuto dalla sua indole e da una raffinata formazione non comuni attitudini poetiche e musicali; e li userà per comporre in onore della Trinità, di Cristo e dei santi, splendidi inni che saranno cantati in tutta la cattolicità occidentale.
* * *
La sua insigne dottrina teologica ha fatto di lui uno dei massimi “Padri” della Chiesa. Le sue opere sono un mare di sapienza umana e cristiana. Da questo mare attingiamo solo alcuni pochi insegnamenti, che ci aiutino nella nostra vita di fede.
Il primo è quello della centralità del Signore Gesù. Il Salvatore è per lui il compendio di tutti i valori, la somma di tutte le verità. Dove c’è qualcosa di vero, di giusto, di buono, di bello, lì c’è un riverbero dello splendore del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, nel quale tutto è stato pensato e tutto è stato creato e redento.
Il secondo insegnamento è la contemplazione ammirata per la Chiesa, la Sposa di Cristo che egli considera il capolavoro del Padre.
Proprio perché, nonostante le nostre colpe, continuiamo a far parte di questo organismo santo e santificante, non dobbiamo perdere mai la speranza di essere perdonati e di rinascere. “Se disperi di ottenere il perdono per dei gravi peccati – egli scrive – serviti della Chiesa, affinché essa preghi per te. Guardando lei il Signore ti accorda quel perdono che a te potrebbe rifiutare” (In Lucam V,11).
Un terzo insegnamento, che può essere utile ascoltare da sant’Ambrogio, è quello di badare ai fatti più che perdersi in parole, sull’esempio del nostro Maestro e Redentore: “Non con le chiacchiere, ma con la sua morte il Signore ci ha salvato”, egli amava dire. E ancora: “Non con la dialettica è piaciuto a Dio di salvare il suo popolo”.
* * *
Ambrogio fisicamente non era un colosso: era una figura esile, non alto di statura, gracile di complessione. Ma la cristianità ha percepito subito la sua grandezza e ha sempre pensato a lui come a un gigante del panorama ecclesiale.
Soprattutto egli ha incantato chi si è accostato a lui per la sua intelligenza chiara, aliena dalle sottigliezze, per il suo cuore facile alla commozione, per la sua generosità verso tutti, per la sua capacità di decidere, per il gusto dell’azione coraggiosa e immediata.
In particolare, il popolo bolognese lo ha avuto caro.
La nostra Chiesa deve a lui la ripresa della devozione per i nostri protomartiri, Vitale e Agricola, e la loro solenne esaltazione.
Gli storici hanno notato che “la personalità del grande vescovo di Milano, che per Bologna e i bolognesi ebbe singolare affetto e stima, ha lasciato tra noi un’orma profonda e duratura”; e che “Bologna e i bolognesi, dal canto loro, hanno contraccambiato affetto e stima con una venerazione sincera e continua” (cfr. Storia della Chiesa di Bologna, vol.I p.21).
Tanto è vero che fu il primo a ricevere il titolo di “Defensor civitatis”; titolo che ha conservato anche quando in questa qualifica e in questo compito è stato affiancato dal nostro san Petronio. Ed è per questo che, insieme con san Petronio, anche sant’Ambrogio ha trovato posto ai lati della Vergine Santissima sul grande portale d’ingresso della nostra massima basilica.

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno sedum_sexangulare_137f

Sedum sexangulare

http://www.floralimages.co.uk/b_yellow06.htm

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Omelia (09-12-2010) : Il regno dei cieli subisce violenza

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20101209.shtml

Omelia (09-12-2010) 
Movimento Apostolico – rito romano

Il regno dei cieli subisce violenza

Nessuno, né sulla terra e né nel Cielo, potrà mai fare ombra a Gesù. Ogni creatura del Cielo, della terra, degli inferi, si deve prostrare dinanzi a Lui e riconoscerlo come il suo Salvatore, Signore, Redentore, Messia, Dio. È Gesù la verità di ogni uomo. Ogni uomo deve scoprire la sua verità confrontandosi con Lui. Se non si confronta con Lui, rimarrà nella sua falsità per sempre. Ognuno deve conoscere qual è la sua verità nella storia. Ognuno deve aiutare l’altro a riconoscersi nella sua verità. Tutti dobbiamo essere di aiuto agli altri perché scoprano e conoscano ciò che Dio ha fatto di loro e per loro.
Oggi Gesù ci rivela chi è Giovanni il Battista. È persona grande, grandissima. È il più grande tra i nati di donna. Di quali donne però si tratta? Sicuramente delle donne dell’Antico Testamento. Perché tra i nati da donna del Nuovo Testamento il più grande è Gesù e dopo Gesù viene la Madre sua Santissima, la benedetta fra le donne, dalla quale è nato Lui, il Redentore dell’uomo, il Salvatore del mondo.
Giovanni è grande, ma più grande di Giovanni è Gesù. La grandezza di Gesù è divina ed anche umana. È divina perché Gesù è il Figlio Unigenito del Padre. È anche umana perché Gesù veramente si è fatto l’ultimo di tutti, prendendo sulle sue spalle il peccato del mondo intero al fine di toglierlo dal mondo, espiando al posto nostro. Gesù si è fatto il servo dell’uomo. Si è sottomesso a Lui in tutto, anche alla flagellazione e alla crocifissione. Si è sottomesso non per costrizione, ma volontariamente, per amore. Anzi è disceso dal Cielo per operare questa sottomissione di salvezza.
È urgente che Giovanni e tutto l’Antico Testamento passino a Gesù. A Gesù deve passare ogni altro fondatore di religione. Ogni altro uomo, a qualsiasi credenza appartenga, è necessario che passi a Gesù se vuole entrare nella redenzione e nella salvezza. Questo passaggio non è semplice, non è facile, non è agevole, comodo, lieve. È un passaggio violento, di rottura, scombussolamento, rinnegamento, rinunzia, annientamento. Si deve cancellare ciò in cui finora si è creduto. Pulire la testa da ogni residuo antico. Lavare il cuore da ogni traccia di ciò che era. Anche la pelle del corpo si deve raschiare perché nulla di quanto è stato continui ad essere.
È questa una violenza non solo contro il nostro passato religioso o di fede, ma anche contro la nostra stessa natura. Essa va strappata al vizio, al peccato, alla trasgressione, ad ogni violazione della Legge santa di Dio e introdotta in una novità di vita che richiede una quotidiana morte a noi stessi. La violenza che richiede il regno di Dio non è per un giorno e neanche per un anno. È invece per tutti i giorni e per tutti gli anni. È una violenza perenne, senza sosta o interruzione, che deve prendere tutto l’uomo in ogni parte del suo essere e del suo operare. È violenza degli occhi, del tatto, dell’udito, dell’odorato, del gusto, del corpo, della mente, dello spirito, dell’anima. È violenza da usare con noi stessi e con tutte le persone che camminano con noi, familiari ed estranei, amici e nemici, ricchi e poveri, credenti e atei, religiosi ed empi. Come infinita è la tentazione così infinita dovrà essere la violenza. Violenza vuol dire fortezza, resistenza, vittoria quotidiana, combattimento giornaliero.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci ad essere dei bravi combattenti per il regno di Dio. Angeli e Santi el Cielo, fate che mai ci stanchiamo nella nostra lotta. 

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