Archive pour octobre, 2010

L’amore non si difende

dal sito:

http://www.divinapastora.it/L’Amore%20non%20si%20difende.htm

L’amore non si difende

La debolezza della Chiesa, la sua fragilità, il deprezzamento di cui è fatta oggetto è la sua grande forza. «L’uomo non sperimenta mai la potenza divina nel riposo e nella quiete», dice Isacco il Siro. Solo quando i segni tangibili della vita umana della Chiesa, cioè gli idoli della vita sono messi a morte, solo allora essa si apre all’amore personale verso lo Sposo. In questo caso la nostra speranza non sono i nostri successi umani ma solamente la vita divina, la pienezza della vita che ci è data da Cristo, l’unione di Dio con l’uomo attraverso l’eucaristia, l’ascesi, i sacramenti, che non cessano mai di agire, neppure nei tempi più desolanti di decadenza. Lo scandalo della morte può armare la nostra mano dell’inefficace spada dell’utopia storica, ma ci può anche rivelare il volto della vita, disarmarci fino al dono totale di noi stessi nell’amore. In questo secondo caso il frutto è la risurrezione. Nel primo, invece, è l’orecchio mozzato di un certo servo: l’orecchio di Malco. «Simone Pietro che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco» (Gv 18, 10). La croce di Cristo, il mistero della morte e della risurrezione, sarà sempre il principio e la fine, l’alfa e l’omega della vita della Chiesa, ma anche della nostra vita personale e della storia del nostro mondo. Chi vuol vivere deve rimettere la spada nel fodero, deve «perdere» la propria vita per poterla «salvare», deve «rinunciare a se stesso e caricarsi della propria croce» (Lc 9,23). Accettare la croce, la morte volontaria di ogni certezza fondata su noi stessi; non mettere nessuna speranza nel potere, nella virtù, nel prestigio, nell’attività, nell’efficacia umana: ecco, qui sta la potenza suprema, l’efficacia massima della vita. Isacco il Siro, che aveva un’esperienza effettiva di questo perdersi salvifico, ci assicura che «nulla è più potente del disperare: nulla lo può vincere. Quando l’uomo giunge a non confidare più in se stesso, ogni audacia diventa possibile…». Questa libertà vertiginosa della morte, questa potenza illimitata del non riporre più fiducia in se stessi può essere vissuta solamente nello spazio di una vicenda d’amore. Ogni amore autentico è una morte, è un disperare di tutto ciò che non è l’amato. Ecco perché il mistero della morte e della risurrezione può essere vissuto unicamente se riferito al volto dello Sposo della Chiesa. É lo Sposo a fare il primo passo in questa vicenda d’amore: «É lui che per primo si è innamorato di noi… di noi che eravamo suoi nemici e avversari… E non solo si è innamorato, ma per noi si è umiliato, è stato schiaffeggiato, crocifisso, è stato annoverato fra i morti e, in tutto questo, ha manifestato il suo amore per noi» (Fozio). Evitare questa morte con qualche stratagemma terreno, con la spada – non importa quale – di una difesa a breve respiro, significa escludersi dalla camera nuziale, significa mettere la fiducia nell’illusione di un successo che null’altro è se non l’orecchio mozzato di un certo servo: l’orecchio di Malco.

Ch. Yannaras, L’oreille deMalchus, pp. 197-199.

D. Ruberval Monteiro da Silva OSB

Mosteiro da Ressurreição

Publié dans:meditazioni |on 23 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per domenica 24 ottobre 2010: Due uomini salirono al tempio a pregare

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19699.html

Omelia (24-10-2010) 
mons. Gianfranco Poma

Due uomini salirono al tempio a pregare

La pagina del Vangelo di Luca che leggiamo nella domenica XXX del tempo ordinario (Lc.18,9-14), la parabola del fariseo e del pubblicano, è una di quelle più note a tutti e allo stesso tempo di quelle che ci introducono nel cuore dell’esperienza cristiana con una profondità sempre nuova, come se fosse la prima volta che la ascoltiamo.
Anche in questa pagina, come in quella immediatamente precedente, Gesù parla della preghiera, ma per farci capire che la preghiera è l’espressione più intensa e più vera dell’esperienza interiore che l’uomo ha di se stesso, è la relazione più personale dell’uomo con Dio percepito come il Tu con il quale l’io dell’uomo trova pienamente se stesso, ed è la fonte da cui nasce la possibilità per l’uomo di entrare in relazione con gli altri. La preghiera è l’esperienza della liberazione da ogni ipocrisia, è la deposizione di ogni maschera, è il momento della verità interiore, La preghiera è l’esperienza più intensa dell’amore: il bisogno di amore che ogni uomo sente nel profondo di se, trova risposta nella gratuità dell’amore di Dio, Amore puro, fedele e misericordioso, e diventa relazione sincera di amore con gli altri. Certo, la preghiera è all’interno del cammino della fede, cammino mai concluso, che richiede il coraggio della spogliazione di sé per abbandonarsi nell’infinito e sempre misterioso amore di Dio. Ed è cammino personale, che si sviluppa all’interno della concretezza degli eventi della vita quotidiana.
Il brano del Vangelo che oggi leggiamo, è una mirabile pagina di pedagogia della fede e di educazione alla preghiera, che illumina la situazione attuale, nella quale noi siamo chiamati a vivere.
« Disse per alcuni che hanno fiducia solo di se stessi perché sono giusti e non considerano gli altri, questa parabola »: la traduzione letterale della frase ci invita ad una particolare attenzione. La parabola pronunciata da Gesù è rivolta a persone caratterizzate dal loro atteggiamento umano interiore e non da loro circostanze storiche. Sono persone sempre presenti nella storia: in qualche modo ciascuno di noi può ritrovarsi in esse. « Sono giusti »: non dice il Vangelo che questo sia falso, ma sottolinea che proprio questo è la radice di tutto il problema. « Sono giusti »: ma quando gli uomini sono giusti? Quali sono i criteri per ritenersi giusti? La coscienza di aver osservato le leggi? Qui, il Vangelo, dice che quando l’uomo si convince della propria autosufficienza, autostima, autoreferenzialità si crea la convinzione di essere giusto e produce la disistima degli altri. E’ interessante questa osservazione, che l’ « essere giusti » genera la presunzione di sé e il disprezzo degli altri, genera la distruzione di ogni relazione corretta: è, forse, questa, la caratteristica più specifica dell’uomo contemporaneo che, ritenendosi autosufficiente, si ritiene giusto e non è più capace di relazioni positive, belle, costruttive perché ritiene di non aver nulla da accogliere dagli altri ma di dovere soltanto difendersi, guardando agli altri con uno sguardo solo di disprezzo. L’esito di questo modo di « essere giusti » che nasce dall’autosufficienza, diventa l’autodistruzione perché l’incapacità di relazione non può non essere distruttivo alla radice della persona. Per questo Gesù presenta la preghiera come via per la realizzazione dell’autenticità della esperienza umana. Ma certo, la proposta di Gesù non è così ingenua dal ritenere la preghiera come soluzione taumaturgica del problema del senso della vita dell’uomo: anche questo è un rischio per l’uomo contemporaneo che si dibatte tra l’autosufficienza che fa a meno di Dio e diventa autodistruttiva e il buttarsi irrazionale in un religioso emozionale che deresponsabilizza l’uomo e alla fine di nuovo lo distrugge.
La proposta di Gesù è la preghiera, ma come via che l’uomo percorre nella verità, che nasce dal profondo del cuore, diventa esperienza di Dio e si apre all’amore per gli altri.
E’ questo il ruolo svolto dalla parabola: « due uomini salirono al Tempio per pregare, uno fariseo e l’altro pubblicano ». Anche qui Luca usa lo strumento delle figure contrapposte, il fariseo e il pubblicano: in realtà, attraverso gli estremi, ciò che interessa, è il cammino interiore che viene proposto a chi ascolta la parabola perché la sua preghiera diventi autentica. L’atteggiamento del fariseo più che l’appartenenza ad un gruppo, rispecchia una dimensione « antropologica »: egli si ritiene il centro del mondo; esiste lui e « il resto del mondo » (non fa nessun riferimento alla sua appartenenza farisaica), che egli disprezza. Il suo disprezzo cade sul pubblicano presente per caso nel Tempio, dietro e lontano da lui: sarebbe caduto su chiunque altro che in quel momento fosse caduto sotto il suo sguardo. La sua « preghiera » di ringraziamento non è espressione di gioia per l’intimità sperimentata con Dio, ma di compiacimento per il suo essere diverso dagli altri: elenca ciò di cui si priva (il digiuno) e ciò che dona (le decime), ma non ciò che Dio gli dona. « Il fariseo stando in piedi, rivolto verso se stesso, pregava »: è tutto rivolto verso di sé e non verso Dio. Se guarda agli altri è solo per gettare su di loro ciò che egli rifiuta di vedere dentro di sé: « Dio, ti ringrazio perché non sono come il resto degli uomini ladri, disonesti, adulteri, e neppure come questo pubblicano »: rattrappito su di sé, chiuso nella sua torre d’avorio, non vede che se stesso e non vive che per se stesso.
Il pubblicano invece, nonostante la sua posizione curva (non « voleva » neppure alzare gli occhi al cielo), è proteso verso la « pietà » di Dio. Non elenca niente, neanche i propri peccati: il suo modo di guardare dentro di sé, lo spinge a qualificarsi come peccatore, senza chiedersi se gli altri lo siano più o meno di lui. L’imperfetto « egli pregava » per il fariseo indica una preghiera che dura come atteggiamento solipsistico di autocontemplazione mentre l’imperfetto « si percuoteva il petto dicendo… », per il pubblicano significa la ripetizione insistente di una supplica che nasce dalla umile percezione della propria insufficienza e diventa implorazione rivolta a Colui che essendo solo Amore, guarda all’uomo non per condannarlo, ma per perdonarlo, non per chiedergli ciò che l’uomo non può dare, ma per donargli ciò di cui sente la necessità. Solo dall’accettazione sincera della propria povertà, può nascere la preghiera, scambio di amore tra l’uomo e Dio, l’infinita fragilità e l’infinita gratuità, scambio che libera dalla paura radicale che falsifica ogni relazione, per rigenerare l’uomo che ammettendo di non poter essere giusto da sé, ritrova la gioia di essere amato da Dio e di entrare in un reale dialogo di amore e di comunione con gli altri. 

buona notte

buona notte dans immagini sacre meum_athamanticum_189b

Meum athamanticum

http://www.floralimages.co.uk/index_1.htm

Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per il 23 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19696.html

Omelia (23-10-2010) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non né trovò.

Come vivere questa Parola?
Nel Vangelo di oggi Gesù sottolinea la responsabilità di ciascuno di noi circa la salvezza. Tutti abbiamo ricevuto il dono della vita da Dio, con la consegna di portare frutto.
Il male di cui facciamo esperienza ogni giorno, sia nella creazione, sia nell’uomo, è un dato di fatto che ci accompagna lungo la vita, e che non si può neanche spiegare razionalmente, ma non è l’ultima parola del nostro agire. Dio, Padre misericordioso, ci ha amato così tanto da mandare il Figlio ad abitare tra noi, per insegnarci a leggere la nostra esistenza ad un livello più profondo: il male c’è e possiamo difenderci da esso uniti a Gesù che è venuto a salvarci e chiamarci alla conversione di vita.
In fondo, il male non è il soffrire di migliaia di persone che patiscono fame, violenza, ingiustizia; tutto ciò è causato o da disgrazie naturali o dalla malizia che nasce nel cuore dell’uomo e lo spinge ad agire in modo megalomane.
Dio, misericordia, non taglia subito l’albero che non porta frutto ma dà ancora tempo a noi per convertirci perché è la salvezza che conta, in vista della vita eterna.

Nella mia pausa di contemplazione oggi, voglio considerare le mie motivazioni di fondo: sono veramente dalla parte del Signore, cercando di vivere giorno per giorno in atteggiamento di conversione, di crescita spirituale o mi lascio scivolare nelle trasgressioni.

Signore Gesù, rafforza la mia volontà che possa volere ciò che è meglio per me e per gli altri, seguendo la tua Parola, tu che sei la Via, la Verità e la Vita.

Un testimone dei nostri giorni
La sofferenza viene inflitta non da Dio ma dagli esseri umani a loro stessi e ai loro simili, nonché da certe misure difensive che la Terra, la quale è un organismo vivente e intelligente, prenderà per proteggersi dall’assalto della follia umana … Per la via della sofferenza si può arrivare all’illuminazione.
Eckhart Tolle 

Il sacrificio di Isacco

Il sacrificio di Isacco dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

« Come sei bella, amata mia, come sei bella » (sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=147

« Come sei bella, amata mia, come sei bella »

La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16 dicembre 2000
Possiamo assegnare il seguente sottotitolo all’incontro di oggi: La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici.Il Cantico è un libretto poetico formato da otto brevi capitoli.

il Cantico nella tradizione biblica
Il Cantico ha avuto difficoltà ad entrare nella bibbia ebraica, incluso poi tra i Ketubiim (gli altri scritti), insieme ai Salmi, ai Proverbi, a Giobbe e ad altri scritti recenti. Ci sono stati contrasti e perplessità. C’era chi si opponeva e chi, come il grandi Rabbi Aqiba, che sosteneva che L’intero mondo non vale il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele.
Una volta stabilito nell’assemblea di Jamnia (90 d.C.) il carattere sacro del testo, questo venne accolto anche dal canone cristiano, che si rifaceva a quello ebraico. Anzi nel mondo ebraico il Cantico venne utilizzato come testo liturgico in occasione della pasqua ebraica.

le interpretazioni del Cantico
Sin dai tempi antichi ha avuto molto successo la lettura allegorica. I due innamorati del libretto raffigurano Dio e il popolo di Israele. Effettivamente in molti brani della bibbia, soprattutto nella letteratura profetica, il rapporto tra Dio e il suo popolo è rappresentato in termini sponsali (Osea, Ezechiele, Geremia). Ma mentre in questi testi profetici si dice esplicitamente che Dio è lo sposo e il popolo di Israele la sposa, nel Cantico, che è una raccolta di canti di amore erotico, carnale, non si dice assolutamente nulla, non si nomina mai Dio o il popolo di Israele.
La lettura allegorica ha avuto degli sviluppi in ambito cristiano, dove l’innamorato è Dio o Cristo e l’innamorata la chiesa, facendo riferimento ad alcuni testi del Nuovo Testamento. Nei mistici poi l’innamorata diventa l’anima. Dio è l’amante a cui aspira l’anima credente. Lutero stesso sosterrà un’interpretazione simbolica. E anche in tempi recenti alcuni studiosi hanno riproposto una lettura allegorica.
La lettura letterale del testo, il suo senso primo e ovvio ci mostra che il Cantico è costituito da canti di amore di due innamorati, in un insieme difficilmente articolabile. Difficile è stabilire con esattezza epoca e ambiente di composizione dei testi.
Allo stesso modo è difficile individuare il piano dell’opera, anche se ci sono delle costanti, dei motivi che ritornano, come il motivo della contemplazione della bellezza dell’amato e dell’amata, il motivo del desiderio dell’uno verso l’altro, il motivo dell’attrazione dell’amplesso, il motivo dell’abbandono, della ricerca, e del ritrovamento, in un contesto di natura primaverile.
Oltre ai due protagonisti c’è anche un coro, che però ha un ruolo minore rispetto a quello assegnatogli nelle tragedie greche.
La poesia del Cantico e ricca di immagini che sono espressione di canoni di bellezza un po’ lontani dalla nostra sensibilità odierna. Inoltre si fa uso frequente del travestimento. I protagonisti assumono di volta in volta abiti diversi: una volta l’innamorato è il re, poi un pastore, altre volte addirittura Salomone. Lo stesso vale per l’innamorata.

esaltazione della bellezza
Questi canti sono l’esaltazione della bellezza.Sono anzitutto esaltazione della bellezza dell’innamoramento, non dell’amore. Il tema centrale è l’innamoramento tra amanti, non legati ad alcuna istituzione. Non è l’amore sponsale procreante, ma l’amore di amanti. E’ l’esaltazione dell’innamoramento per se stesso, senza altri scopi. E’ la bellezza di un amore travolgente.
E’ una bellezza dei corpi, presentati e descritti quasi anatomicamente, anche nelle parti più intime.
Ma non è solo una bellezza statuaria delle forme esterne, ma è una bellezza interiore, che si esprime attraverso la voce e lo sguardo. Occhi e voce sono espressione dell’interiorità e grazie a loro tutto il corpo diventa espressione del mondo interiore dei due innamorati.
In questo quadro è esaltata la bellezza dell’amplesso tra i due, della loro unione estatica, attraverso le immagine ardite del pascere, del bere e del mangiare.
E’ una bellezza che coinvolge tutti i sensi. Quindi non solo la vista, ma anche l’ascolto della voce, l’odore dei profumi, il gusto dei frutti, il contatto dello stringere. La bellezza affascina e prende tutta la persona, anima e corpo.
Questa bellezza suscita e appaga il dei due che si cercano, che si ritrovano, che si uniscono. E il desiderio rinvia all’estasi gioiosa della mutua appartenenza: « io sono tua e tu sei mio ». Ma più che possesso reciproco, c’è mutua donazione. Non c’è nessuna violenza, nessun dominio, nessuna oppressione dell’uno sull’altro. I possessivi « tuo » e « mio » nel Cantico si coniugano nella reciprocità.
E’ poi la bellezza di un amore esclusivo. Alla fontana sigillata può abbeverarsi solo l’innamorato: Nel Cantico viene esaltato l’amore esclusivo, senza respingere evidentemente altre forme di rapporto.
La bellezza dell’innamoramento viene rappresentata sullo sfondo di una natura piena di vita. L’innamoramento è espressione della vitalità interpersonale.
Altra caratteristica, che sembra obsoleta nella nostra società dove tutto è ostentazione, esibizione e curiosità indiscreta, è la dimensione dell’intimità. E’ una bellezza rispettosa dell’intimità.
La bellezza dell’amore di questi innamorati conosce il dramma, le difficoltà, le incomprensioni. Non tutto è esaltazione e gioia, c’è anche distanza e separazione che spinge alla ricerca insonne.
Ma come possiamo inserire questa esaltazione della bellezza dell’innamoramento al di dentro di un’esperienza religiosa, di una credenza in Dio? Questi canti si collocano bene all’interno del quadro della creazione, del mondo che Dio ha creato e che ha fatto bella ogni cosa. La natura e le persone del Cantico fanno parte della creazione e quindi l’innamoramento, l’amore estasiante e anche drammatico tra i due, fa parte della creazione, è dono di Dio.
E’ vero che nella bibbia, soprattutto in alcuni libri sapienziali, si ritrova un approccio moralistico, che storce la bocca di fronte alla bellezza (vana est pulchritudo), poco in sintonia con lo sguardo incantato sulla bellezza del mondo creato da Dio proprio del Cantico.
Se la bellezza di cui si parla nel Cantico è la bellezza dell’innamoramento vuol dire allora che questa bellezza esaltante e beatificante riguarda solo una stagione della vita, che farà comunque sentire i suoi effetti su tutte le altre stagioni della vita, sui momenti più prosaici, quando l’amore è anche fatica, accettazione sofferta, reciproca sopportazione.
Nel Cantico troviamo la bellezza del piacere e del piacersi. Il piacere è un piacere scambiato, è un piacere condiviso, è un piacersi reciprocamente. In quanto piacere condiviso è un dono di Dio, e fa parte della creazione di Dio.
Nel Cantico al centro non c’è l’ammirazione per la bellezza di oggetti esteriori, sia oggetti della natura che oggetti prodotti dall’uomo. La bellezza si colloca all’interno dell’innamoramento, all’interno dell’esperienza del rapporto tra due persone. Non è il rapporto tra un oggetto, che può estasiarci, e noi, ma tra un tu che mi estasia e un io che estasia il tu.
Viviamo in una società delle cose, non delle persone e pertanto oggi è poco considerata la bellezza del rapporto, del piacersi l’un l’altro.
Nel Cantico c’è una carnalità, ma è una carnalità di persone: non una carnalità oggetto, ma una carnalità del tu e dell’io in relazione 

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/riflessioni.htm

 I PROFETI  … Testimoni dell’alleanza

di LUIGI VARI, biblista

« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

Mosè risponde così a chi si mostra preoccupato per il fatto che alcuni uomini parlano in nome di Dio, senza l’autorizzazione di Mosè.

Forse si potrebbe prendere questo episodio come paradigmatico del modo di porsi di tutte le generazioni davanti alla profezia.

Da una parte ci sono quelli che non sono in grado di comprenderla nella sua funzione, e sono quelli perennemente preoccupati della presenza di una parola non controllata e non controllabile all’interno di una comunità; dall’altra ci sono quelli che, come Mosè, comprendono l’essere profeta e non solo permettono, ma auspicano la presenza non di una sola, ma di molte voci che dicano una parola imprevedibile o semplicemente nuova, alla comunità.

Stiamo parlando della parola di Dio, e allora possiamo anche dire che la differenza nasce dal modo di pensare Dio: se lo pensiamo come uno stanco burocrate che non vuole dire niente di nuovo e al quale si ricorre solo per confermare i punti fermi, abbiamo poche possibilità per capire la profezia; ma se invece, quando pensiamo a Dio, pensiamo ad uno che vuole intervenire nella nostra storia e lo fa con grande libertà e fantasia, allora il cammino dei profeti diventa non solo significativo, ma entusiasmante e diventa nostra la parola di Mosè che dice: « magari tutti fossero profeti! ».

Mosè è l’uomo che nel Deuteronomio (Dt 34,10) viene considerato come il più grande dei profeti e, al di là dei problemi di interpretazione, questo giudizio è importante e mostra un riconoscimento dato a questo uomo, il primo a permettere alla parola di Dio di entrare nella sua vita in maniera tanto determinante e significativa per un intero popolo.

Diventare voce di Dio
Può essere riconosciuto profeta chi porta le parole di Dio sulla propria bocca, chi parla con l’autorità di Dio e chi vede confermare dagli eventi quelle parole:

« È un profeta come te che io susciterò per loro in mezzo ai loro fratelli; metterò le mie parole sulla sua bocca ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò. E se qualcuno non ascolta le mie parole, quelle che il profeta avrà detto nel mio nome, allora io stesso gliene domanderò conto. Ma se il profeta ha la presunzione di dire in mio nome una parola che io non gli avrò ordinato di dire, o se parla in nome di altri dei, allora è il profeta che morrà. Forse ti domanderai: « come riconosciamo noi che non è una parola detta dal Signore? ». Se ciò che il profeta ha detto nel nome del Signore non si verifica, allora non è una parola detta dal Signore » (Dt 18,18-22).

In Mosè questo modello della profezia diventa reale. Tutta la storia di Mosè dice il desiderio di Dio di intervenire nelle vicende del suo popolo: « salvato dalle acque », « costretto alla fuga », « chiamato sul monte nel momento della vocazione ». Preparato da Dio viene chiamato ad avere il coraggio di diventare voce di Dio e perché questo avvenga deve prima di tutto allargare gli orizzonti della propria vita; non può essere profeta se non sa staccarsi dal comodo esilio che vive per ricordarsi del dolore del suo popolo. Dovrà essere custode della più importante parola che mai a nessun uomo sia  stata confidata: il nome stesso di Dio.

Con la forza che viene da quel nome Mosè dovrà affrontare il faraone, la paura della sua gente davanti alle responsabilità che nascono dalla libertà ed iniziare un cammino che è diventato modello dell’umanità che cerca sinceramente un sentiero degno d’essere percorso verso la terra promessa, qualunque essa sia.

Spazio all’imprevedibile
La libertà fondamentale che vive Mosè è, forse, quella dalla logica che spesso ci sembra inattaccabile, e cioè la logica degli eventi. Solo chi non accetta che gli eventi siano definitivi può muovere un popolo, mettendolo nel rischio concreto, in nome di una promessa e con la forza di un nome. La libertà che vive Mosè è la libertà di Dio. Tracciamo così il primo tratto del profeta, un uomo pieno della libertà di Dio che accetta di diventare una porta attraverso la quale gli eventi che spesso appaiono inattaccabili diventano discutibili e possono essere cambiati.

La profezia di Mosè, che ha come unica forza quella del nome di Dio, è una profezia di base, una profezia comune a tutti gli uomini che hanno buona volontà ed è comprensibile l’augurio di Mosè: « magari tutti fossimo profeti! ».

Per capire l’esperienza del popolo guidato da Mosè, che fa spazio all’imprevedibile per cambiare la situazione di fatto e inattaccabile, sarebbe non poco interessante rileggersi molti giornali del 1988 e 1989. Ci accorgeremmo per esempio della ironia con la quale venivano rispettosamente liquidati i protagonisti della fine dell’impero dell’Est: « c’erano i fatti… una nazione potente… motivi economici e politici… », e nessuno prevedeva il precipitare degli avvenimenti, proprio perché nessuno poteva o sapeva mettere nella dinamica della storia questa profezia di base che muove i popoli con gesti e parole che sembrano solo sogni, una profezia di base che è forte spesso solo di una promessa e della voglia di un bene negato.

Certamente l’esperienza biblica ha una portata diversa, ma può essere paradigmatica di ogni esperienza autenticamente umana.

(da « Se vuoi ») 

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno african-pygmy--kingfisher-05a19060

African pygmy Kingfisher
(Ispidina picta)
South Africa – November 2005

http://www.naturephoto-cz.com/birds/rollers-and-allies.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per il 22 ottobre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/8308.html

Omelia (22-10-2006) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?».

Come vivere questa Parola?
Come mai, voi che decodificate così bene le manifestazioni della natura – chiede Gesù alla folla – non sapete giudicare questo ‘tempo’ di salvezza con l’assenso della fede? In greco, i verbi giudicare, decidere e scegliere hanno la stessa radice, rivelandosi come tre diverse sfumature di un unico atteggiamento maturato con consapevolezza. Soppesare infatti la Parola del vangelo significa non solo coglierne il senso e riconoscerne il valore, ma decidersi per Cristo e fare delle scelte rispondenti, in autenticità e prontezza. In una parola, come ci esorta oggi l’apostolo Paolo, comportarsi in maniera degna della vocazione ricevuta.
Comprendiamo bene, dunque, come il prendere coscienza della propria vocazione implichi uno sguardo profondo limpido e libero sui segni che Dio ci pone dinanzi, visitandoli e accogliendoli nella fede, al di là di ogni pregiudiziale personalismo che tende a gestirsi in proprio nella miopia di se stesso.

Oggi, nella mio rientro al cuore, chiederò al Signore di trovare nella preghiera, più che nello sforzo cerebrale, la chiave giusta per comprendere il senso dei miei giorni, illuminato dalla Parola che mi aiuta a ben giudicare, decidere e scegliere.

Signore, in tempo in cui anche la fede è soggetta a privatizzazione, concedimi luce ed equilibrio perché sappia discernere ciò che piace a Te, in assoluta libertà, oltre gli astratti postulati e i slogan massificanti che il mondo mi propina.

La voce di un mistico del nostro tempo
Che cosa significa aderire a Dio al massimo, se non svolgere, nel mondo organizzato intorno al Cristo, esattamente quella funzione, umile o elevata che sia, a cui per circostanze storiche o per vocazione si è chiamati?
Teilhard de Chardin

Abramo: Il sacrificio di Isacco

Abramo: Il sacrificio di Isacco dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2010 |Pas de commentaires »
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